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Pol - Giancarlo Elia Valori ricorda Frondizi, l’oriundo di Gubbio talento politico pieno di onore e di umanità (1)
Roma, 9 ago (Prima Pagina News) di Giancarlo ELia Valori * -A distanza di vent’anni dalla sua morte, Arturo Ercole Frondizi continua ad esercitare un fascino per la sua concezione sapienziale della vita, oggi così attuale, mirabile e sublime espressione che tocca le fibre più intime del cuore umano, perché aiuta ad individuare i veri beni, di ciò che è essenziale: le condizioni della pace e della giustizia; esercitare l’autorità e la libertà in modo equilibrato, non lasciandosi abbagliare dalle apparenze e mirando alla conquista della verità e della bontà. Poiché chi scrive ha avuto il privilegio di essere un suo fraterno amico, oggi voglio fare una rilettura storico-critica sulla sua figura al fine di rendere plausibilmente un servizio alla nobile causa della riscoperta conoscitiva di questo vero talento della politica, quale uomo di Stato pieno di onore e di grande umanità. In questo senso fu fondamentale il suo impegno nel rapporto con il mondo cattolico. Una relazione che si spinse oltre i confini del dialogo, coltivando un vero e proprio incontro sul terreno dei valori e della concezione dell’etica pubblica. Egli seppe coniugare molto bene cultura, umanità e intelligenza, attraverso una straordinaria attitudine a leggere in sincrono gli eventi della storia, degli affari pubblici, della fede e dei fenomeni sociali, tanto da renderlo capace di ampie e incomparabili visioni. Fu uno dei pochi leader ad aver assunto un rilievo anche nella vita politica internazionale, conquistando stima e prestigio in un periodo complesso e drammatico così cruciale della storia e così importante anche ai fini della comprensione dei problemi attuali. Alla luce di approfondite analisi, posso affermare che Frondizi è stato una delle figure più rappresentative e controverse del ‘900 a livello planetario, nonché uno dei protagonisti maggiori della storia dell’America Latina. E tutto ciò appare ancora più singolare e straordinario in quanto fu un leader politico che governò l’Argentina per soli quattro anni: quale presidente della Repubblica dal 1° maggio 1958 al 29 marzo 1962. Da allora molte cose sono cambiate. E nulla è come prima. Eppure potrebbe apparirci ed è per molti aspetti un uomo di un altro tempo che continua a esercitare un grande fascino persino tra i giovani argentini, che non lo hanno mai conosciuto. Così pure in Italia, poiché figlio di emigranti oriundi da Gubbio. In questa incantevole città, cuore pulsante dell’Umbria, Frondizi e la moglie hanno spesso partecipato alla tradizionale “Festa dei Ceri”, dove a detta di tanti anziani eugubini, nei due coniugi hanno percepito calorosamente quel segno inconfondibile della nostra ineguagliabile italianità, fatta di chiari sentimenti di spontaneità e di amicizia vera, che da sempre caratterizza gli emigrati italiani nel mondo. Un’alta onorificenza, in segno d’una giusta rivalutazione La sua figura seguita quindi ad essere al centro di dibattiti controversi e appassionati, mentre il suo esempio è considerato fonte ispiratrice per la politica di oggi. Si tratta davvero di un segno straordinario della sua personalità e del suo carisma, dell’impronta lasciata dalla sua esperienza politica, intellettuale e, soprattutto, umana, che nasce da una fede religiosa sincera e profonda. Colpiva, in questo suo modo di essere, la capacità del rapporto con le persone più semplici e bisognose. Verso le quali mostrava un attenzione piena di rispetto e di umanità, che nasceva dalla solidarietà verso chi viveva l’esperienza della fatica e soffriva sulla pelle l’ingiustizia sociale. Questo suo modo di essere lo spinse a rivolgere lo sguardo oltre i confini dell’America Latina, allo scopo di realizzare un efficace ponte di collegamento con il Mediterraneo e l’Europa. Tali intendimenti, che lo appassionavano tanto, erano le nuove chiavi per interpretare la realtà e il senso delle grandi trasformazioni globali, che allora iniziavano a percepirsi all’orizzonte. E’ questo uno dei tratti profondi sulla figura di Arturo Frondizi, che aiuta a capire perché nel 1992 – trent’anni dopo la sua caduta – la stessa Istituzione militare, che lo aveva accusato di comunismo, tornò sui suoi passi e, prendendo atto della sua lungimirante opera, indirizzata esclusivamente al progresso del Paese e al benessere dell’amato popolo, lo insignì con la decorazione più alta: la “Medaglia d’Oro dell’Ejército Argentino”. Un amicizia sincera e leale Il 18 aprile 1995, all’età di 87 anni, Arturo Frondizi se ne è andato, in silenzio, quasi di nascosto, con la delicatezza, il riserbo e la dignità che sempre hanno caratterizzato la sua vita politica e privata. Un amico di lunga data, sincero e leale, che ho cosciuto nel 1955, attraverso mio fratello Leo, alto dirigente dell’Eni, braccio destro di Enrico Mattei in Argentina. Il mio vuole essere un tributo spontaneo ad un uomo orgoglioso, specialmente della sua “italianità”, poiché i suoi genitori (Giulio e Isabella Ercoli) erano emigranti da Gubbio, mentre quelli della moglie, Elena Faggionato, (Giuseppe e Lelia Cavicchi) erano originari di Sant’Andrea di Cologna Veneta, in provincia di Verona. Di lui si potrebbe parlare per giorni interi, perché la sua vita è stata dedicata alla politica e, soprattutto, al bene comune, attraverso un impegno fecondo dettato dall’alta competenza e dalla passione, per rendere più ampio e più partecipato il progresso nel benessere, nella democrazia, nella giustizia e nella pace. Frondizi era anzitutto una persona semplice, un intellettuale dotato di grandi valori umani, in cui emergevano chiaramente tante virtù. Tra le quali: la pulizia morale e una profonda sensibilità d’animo. Doni rarissimi nel bagaglio spirituale delle persone. A proposito di ciò, mi viene in mente l’affettuosa vicinanza per la famiglia di mio fratello Leo, deceduto a soli 36 anni, dopo una degenza di tre mesi presso l’ospedale di Buenos Aires. Malgrado i gravosi impegni, Frondizi, unitamente alla Signora Elena, offri un sostegno costante, facendo vivere delle sensazioni che non avrei mai immaginato: un quel nosocomio sembrava aleggiasse nell’aria e si potesse toccare con mano un sentimento di condivisione, di sostegno, di solidarietà e di “amicizia”. Quella vera! Quella con la A maiuscola! Un legame forte, poi corroborato nel tempo con la famiglia dell’amico scomparso, mio fratello, che aveva lasciato la moglie e tre bambini in tenera età. Di cui uno di sei mesi. Per il quale, Frondizi e la moglie, su loro espressa volontà, vollero fare da padrino e da madrina al battesimo di mio nipote, Marcos. Il cui sacramento venne celebrato, nel 1966, nella cattedrale di Buenos Aires, da Monsignor Umberto Mozzoni, Nunzio apostolico in Argentina. Il rapporto con la Chiesa Frondizi era un grande Statista, ma prima di tutto un cattolico, perché aveva una sua specifica e intima vocazione apostolica: amore allo studio, difesa della verità e coerenza nell’azione, ma soprattutto fratellanza e solidarietà verso il prossimo. La sua corrente di pensiero tendeva a porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica, presenti nel messaggio cristiano. Aveva particolarmente a cuore gli annosi problemi dei Paesi dell’America Latina. Tutto ciò si fondava su un orientamento profondo, maturato in una fede vissuta e in una preghiera intensa. Non fu un postcristiano o solo un uomo di cultura cristiana. Fu un credente radicato nella Chiesa cattolica, tanto da essere considerato un grande amico di tanti alti prelati, con i quali aveva intensi e frequenti contatti. In particolare con i cardinali: Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, Giovanni Cicognani, segretario di Stato del Vaticano, Eduardo Pironio, arcivescovo di Mar de Plata e presidente della Conferenza episcopale Latinoamericana, Antonio Quarracino, arcivescovo di Buenos Aires e primate d’Argentina, Umberto Mozzoni, Nunzio apostolico in Argentina. Nutriva particolarmente una forte predilezione per Papa Giovanni XXIII, col quale aveva instaurato un leale e fraterno rapporto di amicizia, sostenuto anche da una cospicua corrispondenza. Durante la sua visita di Stato in Vaticano, il 18 giugno 1960, il Pontefice – come ricorda l’amico Guido Gusso, Aiutante di camera di Sua Santità – attribuì a Frondizi l’appellativo di “Uomo di Stato dell’America” e sottolineò che “in Italia non vi erano politici del suo spessore”. A testimonianza di ciò, vorrei ricordare che, in occasione dei miei periodici viaggi in America Latina, quale segretario generale dell’Istituto per le relazioni internazionali, l’amico Arturo mi confessò di essere rimasto favorevolmente colpito dal ruolo missionario di evangelizzazione che l’Ordine dei Gesuiti svolgeva in quelle desolate Regioni e, principalmente, da padre Pedro Arrupe, anch’egli mio fraterno amico, conosciuto in Giappone, nell’agosto 1945, mentre era in servizio missionario a soli quattro chilometri dal centro di Hiroshima. Quindi abbastanza vicino da essere quasi accecato dal flash della prima bomba atomica e di sentire l’esplosione che colpiva le mura del seminario che si infrangevano intorno a lui. La “Teologia della Liberazione” Frondizi, in quella circostanza, percepì che, per padre Arrupe, la pietà evocata da quell’esperienza e poi sviluppata nel corso del tempo in una convinzione che il mistero dei popoli oppressi e la sofferenza non doveva restare solo a livello personale. Per cui quando si parlava di “Teologia della Liberazione”, disse che bisognava tener conto della situazione, della realtà, della storia e della tradizione di tanta parte dell’emisfero occidentale, che andava dal Messico alla Terra del Fuoco. E difatti, la sua azione politica era fortemente indirizzata ad eliminare concretamente le sacche di povertà delle genti dell’America Latina, contro il loro sfruttamento da parte di potenti oligarchie terriere, che agivano sotto la protezione di governi dittatoriali militari. La sua era una lotta per la conquista dei diritti civili e la giustizia sociale. Il suo attivismo politico in direzione della “Teologia della liberazione” decretò, di fatto, la sua rimozione da presidente della Repubblica, e oltre alla prigionia scampò miracolosamente a tanti attentati. Il forte impegno al servizio del Paese Politico d’altissimo profilo per la solidità e l’eccellenza della sua formazione, Frondizi sapeva cogliere e mettere a fuoco, nell’immediatezza, l’essenza del problemi, attraverso una straordinaria intelligenza, particolarmente efficace. Difatti le sue analisi acute risultavano penetranti, i suoi giudizi franchi, scevri di dogmatismo. Il forte impegno civile, che ne ispirava l’azione e ne connotava le scelte, affondava le radici nell’alto senso delle istituzioni, che aveva sempre servito con elevata competenza e con spirito disinteressato. Prima della sua ascesa alla presidenza della Repubblica, l’Argentina era un Paese con una notevole instabilità economica e politica, incapace di registrare continui aumenti nei tassi di crescita e di consolidare un modello che consentisse uno sviluppo duraturo: una Nazione dalle innumerevoli risorse naturali, dai grandi laghi alle estese praterie, ricca dal punto di vista delle materie prime, ma povera di un establishment in grado di sfruttare le ingenti risorse naturali che il territorio poteva offrire. Frondizi ne era pienamente consapevole. Le sue linee guida andavano in questa direzione, attraverso uno sviluppo innovativo, sia in ambito politico che economico. Perché l’unico modo di risollevare il sistema argentino consisteva nel trasformare, in maniera repentina e profonda, l’assetto finanziario del Paese, creando un piano non di durata limitata, ma di lungo periodo. Le parole chiave del suo piano, “Desarrollista”, erano: sviluppo dell’industria pesante (metallurgica, siderurgica, petrolchimica), mediante l’apporto di capitale e tecnologia straniere; integrazione, federalismo e legalità. Tant’è che durante il suo governo ci fu un elevato ingresso di capitale estero all’interno del Paese e un notevole aumento nella produzione di automobili, acciaio e petrolio, a cui fece seguito un significativo aumento dei salari, pari al 60%, allo scopo di combattere l’aumento dei prezzi e i bassi tassi di crescita del settore industriale, che erano stati ereditati dal governo militare precedente. Purtroppo, come spesso ricordava, “il suo governo venne abbattuto dai grandi monopoli internazionali, legati ai settori economici e sociali più reazionari del Paese”. Furono essi che si servirono dei militari per colpire l’esperimento democratico e progressista che Frondizi tentava fortemente di realizzare, quale esponente di spicco della tendenza riformista latinoamericana. Fu eletto presidente con una maggioranza schiacciante, nelle prime elezioni libere che si tenevano dopo il lungo periodo della dittatura peronista. Era un momento di speranze per l’intero Continente: in Venezuela un altro democratico riformista, Ròmulo Ernesto Betancourt Bello, andava al potere; in Brasile Juscelino Kubitschek de Oliveira lanciava un piano ardito ed avventuristico di sviluppo; a Cuba Fidel Castro si apprestava a dare il colpo finale alla traballante dittatura di Filgencio Batista. In quel momento, sembrava che le ottimistiche prospettive di Frondizi stessero per avverarsi e che, all’immobilismo e alla violenza dei militari, dovesse finalmente seguire il progresso ordinato delle democrazie. Ma la speranza non fiorì a lungo. E ben presto, come dimostrarono i successivi eventi, alcuni di questi Paesi vennero sottomessi ai regimi militari. Quali le cause che, con un colpo di stato militare, determinarono la caduta del governo Frondizi? Eccole! In politica interna avviò un sistema di sviluppo, che rompeva le vecchie strutture e gli interessi ad esse legati, nel tentativo di inserire le masse operaie nella vita del Paese, ancora prigioniere del mito “giustizialista” di Peron, riconoscendo il loro ruolo sindacale e politico. In politica estera intendeva dare un indirizzo autonomo all’Argentina, di indipendenza dai due blocchi di potenza, ma fatto di relazioni con tutti gli stati, a qualsiasi regime sociale appartenessero, pur senza rinnegare le affinità e le solidarietà con l’Occidente. Era un programma di un riformismo moderato anche se coerente, che però fu sufficiente a suscitare le reazioni degli ambienti privilegiati, a coalizzare le resistenze di quei circoli che Frondizi definiva i “portavoce dei grandi monopoli internazionali”. Quello che, in sostanza, aveva spaventato tali circoli non erano soltanto i contenuti del suo programma – che a parole non potevano neppure essere confutati tanto apparivano razionali e indilazionabili – ma soprattutto l’intransigenza che si riconosceva al presidente argentino, unitamente alla sua caparbietà nel metterli in pratica. (SEGUE)*Presidente della merchant bank “La Centrale Finanziaria Generale S.p.A.”, della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, “Professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo, nonché Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France di Parigi.

(PPN) 9 ago 2015  19:09