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Pol - Giancarlo Elia Valori ricorda Frondizi, l’oriundo di Gubbio talento politico pieno di onore e di umanità (2)
Roma, 9 ago (Prima Pagina News) di Giancarlo Elia Valori *Accordo Frondizi-Mattei Il suo mandato fu segnato dall’adozione di politiche di sviluppo industriale protese a modernizzare l’industria e le infrastrutture di base, nonché all’aumento della produzione agricola. A ciò si aggiunse l’ammodernamento delle reti stradali e ferroviarie che, attraverso l’adozione di nuovi treni diesel, facilitarono il trasporto di merci su rotaia. Particolarmente elevata fu la produzione nei settori automobilistico e delle lavatrici. Per le quali, con il suo governo, si passò da una fabbricazione di 2mila unità a 38mila l’anno. I lungimiranti contratti da lui avviati con imprese multinazionali in vari settori, tra i quali: automobilistico, petrolifero, chimico, metallurgico ed elettrico, consentirono di raggiungere un livello record di investimenti pari al 23% in più rispetto al passato. Ma quello che colpì maggiormente fu la rilevante produzione di petrolio e gas naturale, attraverso l’azienda di Stato YPF (acronimo di Yacimientos Petroliferos Fiscales), che permise alla Nazione di raggiungere non solo l’autosufficienza per i suoi bisogni ma di diventare esportatrice. In pratica, tale politica industriale mirava a concedere contratti di locazione, tramite la nominata YPF, alo scopo di favorire l’esplorazione e la produzione di petrolio e di gas. Una parte fondamentale di tali accordi prevedeva che tali risorse si sarebbero poi rinazionalizzate. E in tale prospettiva furono firmati contratti con le principali tredici aziende americane, per cui ciascun contraente avrebbe guadagnato il 40% dei ricavi prodotti dai nuovi pozzi. Il governo, con “la battaglia del petrolio”, intendeva raggiungere l’autosufficienza come l’olio. E ben presto, attraverso capitali stranieri, YPF triplicò la produzione petrolifera fino a raggiungere i 98 milioni di barili nel 1962, e di quintuplicare quella del gas, fino a raggiungere 590milioni di tonnellate. Anche se le sue politiche industriali portarono risultati positivi, esse furono aspramente criticate. Riguardo al petrolio, c’è un problema più controverso: prima del suo insediamento alla presidenza, Frondizi aveva scritto il libro “Petrolio e politica” (per il quale, presso l’Università di Perugia, venne insignito della Laurea honoris causa in Scienze politiche), che metteva in evidenza una posizione antimperialista, in cui, tra le altre cose, aveva anticipato che YPF sarebbe stata in grado di raggiungere l’autosufficienza di olio per il Paese, senza dover chiedere aiuto all’esterno. Tutto ciò avrebbe consentito di creare posti di lavoro sfruttando l’estrazione del petrolio in maniera razionale. Invece, l’azione delle maggiori compagnie petrolifere americane fu nettamente contraria. In tale contesto s’inquadra la leale amicizia con Enrico Mattei, che aveva conosciuto a Gubbio, con il quale fu ospite a Villa Fassia, insieme alle rispettive mogli, del Senatore Borletti junior. Di particolare rilievo fu l’accordo tra Frondizi ed Enrico Mattei, che consentì all’Eni di avviare una vantaggiosa politica di internazionalizzazione in Argentina. Tale collaborazione venne avviata nel 1959 con un contratto per la perforazione di 300 pozzi, con il quale la SAIPEM (diretta da mio fratello Leo) veniva chiamata, per la prima volta, ad operare al di fuori delle esigenze del ramo minerario del Gruppo. La funzione che Mattei ipotizzava per l’ENI, in accordo con Frondizi, era quella di “sdoganare” la Pan American Energy in un contesto ostile all’ingerenza statunitense. In questo modo, l’Argentina riuscì a rompere cinquant’anni di forniture di petrolio importanti dai grandi monopoli stranieri. Tutto ciò, come di seguito più dettagliatamente illustrato, potrebbe ridare, a distanza di oltre dieci lustri, una Verità storica su tre fatti di cronaca che, seppure apparentemente non collegati tra loro, evidenziano dei legami: le morti di Enrico Mattei e di John Fitzgerald Kennedy, nonché il colpo di stato militare in danno di Arturo Frondizi. La rimozione da Presidente della Repubblica Anche se la politica del suo governo era concentrata principalmente sullo sviluppo dell’attività industriale, ma non per questo aveva interrotto l’operosità della filiera agricola, che invece aveva rappresentato una delle fonti principali di valuta estera per l’economia del Paese. Lo sviluppo delle industrie siderurgiche e petrolchimiche, da lui fortemente sostenute, servivano a rafforzare la modernizzazione e la fornitura di macchinari, unitamente ai fertilizzanti e pesticidi, per consentire un rilevante aumento della produzione della filiera agricola. Per dare un esempio della sua lungimirante azione, nel 1957, l’Argentina aveva venduto seimila trattori, mentre nell’ultimo anno del suo mandato, le vendite annuali erano salite a oltre ventimila unità. In politica estera dette un impulso notevole alle cooperazioni bilaterali, attraverso una feconda capacità di dinamizzare i rapporti. Seguendo questa linea, nel 1958, cercò di mediare un accordo, in modo neutrale, tra il leader cubano Fidel Castro e il giovane presidente americano Kennedy, di cui era un leale amico. Ma a causa della pressione militare fu costretto a interrompere i rapporti con l’Avana. Negli Stati Uniti, davanti al Congresso disse: “Un popolo povero e senza speranza non è un popolo libero. Un paese stagnante e impoverito non può garantire le istituzioni democratiche. Al contrario, è favorevole all’anarchia e alla dittatura”. A questa vista ne seguì un’altra, nel marzo 1961, per un impegno a sostegno dello sviluppo dell’America Latina. Per lo stesso scopo collaborò fattivamente al Trattato di Montevideo, che aveva creato il LAFTA (Latin American Free Trade Association), e sostenuto l’Alleanza per il progresso enunciata assieme al presidente John Kennedy. Successivamente visitò l’Europa, Perugia, Roma, Vaticano, Milano e Londra, nonché le capitali di Uruguay, Brasile, Cile e Perù, dove ricevette un’ottima accoglienza. Pieno successo ebbero anche le sue visite in Asia, in particolare Giappone e l’India, dove incontrò il primo ministro Nehru. Uno dei suoi obiettivi perseguiti in questi incontri bilaterali era quello di rafforzare la posizione internazionale dell’Argentina, non allineata con la cosiddetta guerra fredda. Frondizi, a tale proposito, aveva scritto un interessante libro al fine di approfondire le relazioni internazionali con i paesi asiatici, nonché su come ospitare le visite del presidente dell’Indonesia, Sukarno, e del premier d’Israele, Golda Meir. Di particolare rilevanza, ai fini storici, fu il rapimento del criminale nazista Adolf Eichmann da parte del Mossad, che sotto falso nome si era rifugiato a Buenos Aires. Nella circostanza si era parlato della violazione della sovranità argentina, ma in effetti vi era stato un tacito e riservatissimo accordo tra Frondizi e David Ben Gurion, primo ministro d’Israele. Il contrasto tra Frondizi e i militari argentini si esasperò ulteriormente quando a Uruguayana, il 21 aprile 1961, incontrò il nuovo presidente del Brasile, Janio Quadros, con il quale aveva progettato un ambizioso piano di politica economica comune. La reazione dei generali fu veemente, perché Quadros aveva incontrato il ministro cubano dell’industria, Ernesto Guevara. Di fatto, come vedremo più avanti, l’incontro con il “Che” fu portatore del rovesciamento sia di Quadros che di Frondizi. I quattro anni della sua presidenza furono un continuo e snervante braccio di ferro: da una parte lui, le sue intenzioni riformiste, dall’altra i militari che si opponevano a ogni trasformazione degli equilibri sociali tradizionali sotto la pretesa del mantenimento dell’ordine. Frondizi un giorno cedeva e sacrificava ai militari un pezzo del suo programma o uno dei suoi collaboratori più battaglieri, ma il giorno dopo passava al contrattacco destituendo un generale e appellandosi all’opinione pubblica dai microfoni della radio. La destituzione del generale Toronzo Montero, capo dei cosiddetti “gorilas”, cioè dell’ala più brutale ed oltranzista, seguita da un discorso – pronunciato a Paranà, in cui denunciava la “cospirazione reazionaria mondiale ispirata dai monopoli” – furono gli atti che decisero i militari a spezzare definitivamente ogni parvenza di legalità. La mattina del 29 marzo 1962 i capi delle tre armi, esercito, marina e aviazione (per significare l’unanimità della decisione) si presentarono alla Casa Rosada, al Palazzo presidenziale: di fronte al rifiuto di Frondizi di cedere e dimettersi, lo dichiararono decaduto e lo inviarono al confino sotto forte scorta. I militari di allora, in Argentina, erano divisi in numerose correnti. Le più conosciute erano due: il partito “Colorado”, a tendenza fortemente autoritaria, con la sua ala estrema di “gorilas”; e il partito legalista o “Azul”. Coerenza e autorevolezza nelle scelte Ma non si deve credere che i “legalisti” o “azzurri” erano dei campioni della democrazia. Condividevano completamente, dei loro camerati “colorati”, la violenta ostilità alla riforma e la difesa dell’equilibrio sociale; che, nelle condizioni dell’Argentina, significava la difesa degli interessi delle oligarchie economiche. Fu il partito legalista, ricordava Frondizi, ad abbattere, nel 1955, la dittatura di Peron. Ma la “revolucion libertadora” – così passò alla storia il movimento – si preoccupò meno di consolidare la democrazia che di sbarrare il passo alle masse operaie, messe in movimento dalla confusa e demagogica predicazione populista di Peron. L’opposizione ai sindacati fu una costante di tutti i governi militari. Il contrasto fra Frondizi e i militari nasceva da epoca remota. Il primo a metterlo in carcere fu il generale Uriburu, nel 1931. Frondizi allora era un giovane e brillante avvocato. Da quel momento non ha più potuto tenere il conto delle “sue detenzioni”. Spesso mi ricordava che, durante il regime di Peron, era di casa nelle carceri di Buenos Aires. Dopo il suo forzato allontanamento da presidente della Repubblica, trascorse un anno e mezzo al confino: prima nell’isola Martin-Garcia, poi nelle desolate regioni della Patagonia. I cospiratori gli dissero che se avesse accettato di partire per l’esilio lo avrebbero immediatamente rimesso in libertà. Rispose con secco rifiuto, perché un “presidente eletto dal popolo non può volontariamente rinunciare al suo incarico, se non sono gli stessi elettori a deciderlo”. Chiara dimostrazione di coerenza e autorevolezza nelle scelte. In Patagonia subì un attentato ad opera di due gangster dell’OAS, assoldati da estremisti militari, per liquidare definitivamente i conti. Solo l’intervento di monsignor Antonio Plaza, arcivescovo di La Plata – che era stato avvertito riservatamente dell’operazione da un ex ufficiale della marina militare, Adolfo Scilingo – valse a salvargli la vita. A seguito della forte insistenza dell’alto prelato, il ministro degli Interni fu indotto a trasferire il prigioniero da una fattoria sperduta in un albergo, dove era più facile assicurare la sua protezione. Il citato attentato avvenne regolarmente ma fu sventato. In precedenza un altro gruppo di militari aveva minacciato di impossessarsi del prigioniero e di passarlo per le armi. Ma gli stessi agenti di custodia lo sollecitarono a mettersi in salvo con la fuga. Ma Frondizi, ancora una volta, rifiutò l’invito. E la moglie, sempre accanto a lui nella buona come nella cattiva sorte, sostenne sempre le sue decisioni con altrettanta fermezza. Così il periodo del suo mandato presidenziale si concluse al confino. Gli ambienti militari più estremisti avevano alimentato contro di lui un odio fanatico, viscerale. Frondizi venne definito da alcuni giornalisti europei – e la definizione sintetizza bene le sue idee e i suoi interessi – il “Mendés-France argentino”. Dai militari era considerato “un comunista, un trotzkista”, il nemico da abbattere, con qualsiasi mezzo. Durante il suo mandato, subì ben trentadue tentativi di colpo di stato, sino al pronunciamento finale. La protezione di Sant’Ubaldo di Gubbio Frondizi è stato un amico personale di John Fitzgerald Kennedy, che vedeva in lui e nei suoi programmi uno degli esempi di un “alleanza per il progresso”. Ma i servizi segreti statunitensi e certi gruppi economici nordamericani non la pensavano alla stessa maniera. Cospiravano contro “l’amico” del loro presidente in combutta con i militari e le oligarchie argentine. Non potevano perdonare a Frondizi di averli denunciati apertamente, nel famoso discorso di Paranà, che pronunciò in questi termini: “Quei monopoli che si burlano della coscienza idealista e autenticamente democratica del giovane presidente John Fitzgerald Kennedy”. Il colpo di stato finale, contro Frondizi, fu messo a segno, assieme a Toronzo Montero, dal Generale Raul Alejandro Poggi, capo del SIDE (servizio informazioni dell’esercito). La partita non era ancora chiusa. Al suo rientro a Buenos Aires dal confino, le uniche manifestazioni politiche permesse nel Paese erano i pranzi organizzati attorno a un uomo politico. Mi raccontò che a Bariloche, nel 1966, in uno di questi convegni due uomini dell’OAS, pagati dal generale Montero, tentarono di assassinarlo a colpi di pistola. Le pallottole ferirono suo fratello al braccio e un amico alla fronte. Frondizi, che riuscì illeso, sorridendo diceva spesso che la sua incolumità l’attribuiva alla protezione di Sant’Ubaldo di Gubbio (“che valeva di più di qualsiasi guardia del corpo”), di cui portava sempre un frammento della berretta, regalatogli come reliquia da una sua sorella. La fibbia del suo cappotto era sostituita da una catenella, non per scaramanzia, ma per ricordargli la precarietà della sua libertà. La stessa serenità d’animo, lo stesso sottile umorismo, Frondizi lo mantenne nei confronti dei suoi avversari dichiarati: i militari. Dei quali ricordava spesso che: “Al primo di loro che mi mise in carcere (generale José Félix Uriburu) devo la moglie e la carriera politica. La moglie, perché fu appunto la pietà che ispirò la mia prigionia a convincerla a dichiararsi. La carriera politica, perché se non fosse stato per i militari sarei diventato un avvocato, un ricercatore, un topo di biblioteca”. La grande amicizia con Kennedy Frondizi è stato all’origine di un giallo internazionale, relativo a un importante trattativa segreta, tra lui, Ernesto “Che” Guevara e John Fitzgerald Kennedy. Proprio su questo episodio fu lui, sette anni dopo, in occasione di una sua visita a Roma, a svelarmi gli aspetti inediti. Siamo a Punta del Este, in Uruguay, il 18 agosto 1961, dove si stava svolgendo il primo congresso economico-sociale interamericano. Era passato poco più di un anno dal disastro della Baia dei Porci, la fallita invasione di Cuba. L’atmosfera non era delle migliori, anche se fra gli invitati c’era il rappresentante cubano, appunto Guevara. Il capo della delegazione statunitense, Douglas Dillon, aveva avuto precise disposizioni da Kennedy. Cercava di rasserenare il clima molto teso. Del resto il messaggio del suo presidente, che egli lesse alla conferenza, diceva che nel Sudamerica ormai “non c’era posto per istituzioni che andavano a vantaggio di pochi e ignoravano la necessità della maggioranza dei cittadini” e proponeva “mutamenti radicali, riforme agrarie e tributarie, maggiore impegno nei settori dell’educazione, della sanità, dell’edilizia”. Dopo la lettura del messaggio di Kennedy si mormorava che al congresso erano presenti solo due governi di sinistra: Cuba e gli Stati Uniti. Nessuno a Punta del Este si accorse delle manovre fuori scena di Arturo Frondizi. Un personaggio del suo staff prese contatti con i cubani e finì che Guevara accettò di recarsi segretamente a Buenos Aires, per un colloquio che aveva un terzo e lontano interlocutore, John Kennedy. “Io rispondo della sua vita” fa dire Frondizi a Guevara, “ma lei deve evitare imprudenze: se cercherà di vedere qualcuno oltre che me sarò costretto a impedirglielo”. Frondizi ritorna a Buenos Aires. Era soddisfatto. La prima parte del suo piano sembrava riuscita. Appena in Argentina organizza il viaggio di Guevara. Al corrente saranno dieci persone non una di più. I militari, soprattutto i “gorilla” del Capo di stato maggiore Toronzo Montero, non devono sapere assolutamente nulla: avevano giurato di uccidere Guevara e non avrebbero perso l’occasione. Un aereo-taxi va a Punta del Este e preleva il “Che”. Frondizi incarica il comandante della guardia presidenziale, un colonnello di marina, di recarsi a un campetto d’aviazione privato con tre automobili corazzate e una scorta fidata. “Dall’aereo scenderà un uomo che riconoscerete subito. Portatelo da me. Siete responsabili della sua incolumità”. Guevara appare nella divisa oliva spiegazzata, senza gradi, e il barbone incolto. Le guardie lo circondano e lo fanno sparire in auto. Mezz’ora dopo e a casa di Frondizi. “Era un giovanotto timido e umile, diverso dall’idea che si aveva di lui”. L’incontro non ebbe testimoni. Nella camera accanto c’era la moglie di Frondizi, mentre le guardie erano al pianterreno. Frondizi parla a titolo personale, ma ha concordato l’azione con Kennedy. I rapporti fra il presidente argentino e quello statunitense sono molto stretti. Essi si sono visti più volte, si scambiavano frequenti lettere. John, un giorno a New York, aveva confessato a Frondizi: “Ecco, la Baia dei Porci è stato l’errore più grave della mia vita”. Ne accennava con amarezza. Cuba restava per lui una spina, per gli Stati Uniti una psicosi, per l’America Latina un problema drammatico. Quando Frondizi gli offrì la sua mediazione, Kennedy incoraggiò il dialogo con Guevara. La tesi di Frondizi era questa: gli Stati Uniti e Cuba dovevano trovare un punto d’incontro e stabilire uno status quo. Tale punto si poteva trovare o attraverso l’America Latina, e allora Cuba rimaneva dentro il sistema americano; o attraverso l’Unione Sovietica, e allora Cuba andava a integrarsi nell’area sovietica. Nel primo caso Cuba riconosceva ai Paesi sudamericani il diritto di scegliersi il regime sociale e politico che volevano e si impegnava di non interferire negli affari degli altri; in egual maniera i Paesi sudamericani e gli Stati Uniti riconoscevano per Cuba il diritto di essersi scelto il suo regime e non lo avrebbero turbato. “Giallo” internazionale La risposta di Guevara fu: “Su tutto si può arrivare a un accordo, ma la strada per cambiare l’America Latina è quella delle guerriglie”. Non chiese di differire il dialogo, di consultarsi con Fidel Castro. “La nostra esperienza rivoluzionaria ci insegna che esiste soltanto la strada delle guerriglie”. Dell’insistenza di Frondizi disse poi che il presidente argentino era un “borghese mistico”, cercando una convergenza almeno spirituale con il suo ospite. Ma non volle più tornare sulla proposta. Aveva capito che dietro Frondizi vi erano l’Argentina, il Brasile, il Messico, in particolare che vi erano gli Stati Uniti di Kennedy. Sempre con tono timido, che aveva colpito Frondizi, continuò a ripetere che altre strade, altre soluzioni non le vedeva. Rassegnato al fallimento della mediazione, Frondizi spostò il discorso e domandò se a Cuba vi era la controguerriglia di cui molto si parlava. “Come è possibile?” rispose Guevara con una risata. “Quando i contadini appoggiano la rivoluzione non c’è posto per la controguerriglia. Un vero rivoluzionario deve capire se i contadini sono con lui o contro di lui”. Queste parole ricordavano a Frondizi il desolato diario boliviano del “Che”, la confessione dell’errore che Guevara scoprì troppo tardi di essersi messo a guerrigliare in Bolivia fra contadini indifferenti o ostili, che lo lasciarono morire senza dargli una mano. Finito il colloquio, e rapidamente mangiata una bistecca che gli aveva preparato la signora Frondizi, Guevara pregò il presidente di violare i patti: a Buenos Aires viveva una sua zia, che lo aveva cresciuto e alla quale era affezionato. Chiese di rivederla anche solo per pochi minuti. Frondizi guardò l’orologio. L’aereo-taxi era già pronto al campo. La scorta era sulle automobili. Il tempo previsto per la sosta argentina del “Che” stava per scadere: da un momento all’altro i militari avrebbero potuto scoprire la sua presenza e nessuno sarebbe riuscito a impedire un omicidio. Tuttavia Guevara insisteva. Dopo una serena stretta di mano tra Frondizi e il “Che”, la piccola colonna di macchine si avviò velocissima verso casa della zia. Il comandante delle guardie presidenziali fece circondare la casa e accompagno il cubano, scusandosi se era costretto ad assistere all’incontro, che fu breve. Al tramonto l’areo decollava per Montevideo. Guevara si era fermato a Buenos Aires non più di sei ore. Ma in serata trapelarono le prime voci sullo strano viaggio del “Che”. Frondizi dovette comunicare al governo di essersi visto con il ministro di Cuba. Vi fu una sollevazione di militari. Durante la notte il presidente ne convocò una quarantina per fornire una versione dei fatti. I generali pretendevano le sue dimissioni. Anche i servizi segreti americani sembravano sconvolti: si acquietarono quando seppero che il viaggio e il colloquio erano avvenuti con l’intesa di Kennedy. La crisi di governo rientrò. Le notizie furono soffocate. Ma i militari non lo perdonarono mai. E Frondizi sfuggì più volte a una serie di attentati. Perché quell’incontro segreto non ebbe seguito? La reazione dei militari argentini e degli altri paesi da un lato, la progressione di Cuba verso l’impegno con i sovietici dall’altro, avevano fatto sfumare rapidamente ogni speranza di intesa. Il “modus vivendi” verrà si trovato, ma in condizioni ben diverse e più drammatiche, con la “crisi dei missili” di un anno dopo, che porterà in mondo sulla soglia della catastrofe atomica. Una delle figure più rappresentative e discusse del ‘900 Ritornando agli interrogativi iniziali. “L’eclissi democratica in America Latina non fu un fenomeno storico duraturo. Sono i militari, e non i democratici, che avevano il tempo contato come regime politico”. Frondizi ricordava che la via era ancora lunga e che richiedeva altre lotte e altri sacrifici. Ma, a suo giudizio, stavano emergendo le forze che potevano costituire un’alternativa valida e duratura al regime dei generali. Pensava a un fronte nazionale popolare nel quale potessero confluire le classi operaie, la piccola borghesia, gli imprenditori più moderati. Cioè tutte quelle classi e quei gruppi che identificavano i loro interessi con una economia dinamica di sviluppo e non la conservazione del ristagno. Frondizi, da presidente della Repubblica, ruppe la lunga consuetudine anticlericale dei radicali per stabilire ottimi rapporti con la Chiesa, di cui riteneva che la positiva evoluzione era sostenuta dall’atteggiamento post-conciliare dei cattolici argentini. “In dieci anni – ricordava – l’influenza sociale esercitata dalla Chiesa si era trasferita dall’appoggio alle classi privilegiate all’appoggio delle rivendicazioni popolari”. Frondizi, negli anni successivi alla sua destituzione, non aveva alcuna ambizione di ritornare a ricoprire l’alta carica di presidente. Riteneva quell’esperienza un momento ormai concluso della sua vita. Continuerà comunque, con vigore, a dare la sua lungimirante opera affinché, nel Paese, si potessero risolutivamente affermare democrazia e sviluppo economico. Era un binomio che si identificava in lui. Non aveva nessuna intenzione di ritirarsi a vita privata. Voleva continuare la sua battaglia, con la stessa serenità d’animo del passato. Tre storie ancora da redigere L’analisi sulla sua vita ha comunque permesso di penetrare negli anfratti del passato per ricostruire la memoria su fatti interconnessi, che la storiografia deve ancora chiarire e dare dovute risposte. Tre date distinte e incancellabili: 29 marzo 1962, 27 ottobre 1962, 22 novembre 1963, in cui, rispettivamente, cadde il governo Frondizi, a seguito di golpe militare (“abbattuto dai grandi monopoli internazionali, legati ai settori economici e sociali più reazionari del Paese”) e perirono Enrico Mattei, in un incidente aereo (l’una persona al mondo che aveva osato sfidare apertamente le potentissime “Sette Sorelle” del petrolio) e il presidente americano John Kennedy, ucciso in un vile attentato. Come si può pensare che certe verità – che non cessano di scottare nonostante sepolte sotto la polvere di oltre dieci lustri volati come il vento – celebrate e collocate in ben definiti ambiti politici, siano in grado di infrangere la cortina di ferro, che proprio la Storia, addomesticata da ben noti interessi di parte, ha creato per negare alla pubblica opinione di andare oltre la linea ufficiale del “seminato”! Oggi Arturo Frondizi, una delle figure più rappresentative e discusse del ‘900, non finisce di stupire, come ogni grande della storia. E del quale molto verosimilmente non posso ritenere chiuso il registro delle varie letture interpretative della sua personalità e delle straordinarie doti di statista, di pensatore e di credente. Non si può, perciò, non aprirgli le porte della storia. Ma soprattutto ai valori autentici della vita! (2 FINE)  * Presidente della merchant bank “La Centrale Finanziaria Generale S.p.A.”, della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, “Professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo, nonché Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France di Parigi.

(PPN) 9 ago 2015  19:12