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Esteri - Il Punto Geopolitico di Giancarlo Elia Valori..."Cosa vuole la Turchia"
Roma, 2 dic (Prima Pagina News) L'abbattimento del jet militare turco, con il successivo assalto dei “Turcomanni” jihadisti all'elicottero inviato dalla base di Latakia per recuperare i due piloti, rappresentano un punto di non ritorno nella crisi siriana e iraqena. A Parigi, all'inutile Summit sul clima e i suoi cambiamenti, che sono ancora tutti da verificare, al netto dell'inquinamento dell'aria e delle acque, il primo ministro Davutoglu, quello che teorizzava anni fa “zero problemi con i vicini”, ha affermato, dialogando con il segretario della NATO Stoltenberg, che la Turchia “non si scusa perché ha solo compiuto il suo dovere”. Non è qui rilevante mettere a confronto le due narrazioni, quella turca e la russa, dell'abbattimento dei due velivoli militari di Mosca. Entrambe sono, con ogni probabilità, parziali. Ma quello che occorre notare è che Ankara ha deciso di abbattere un jet militare russo per pochi, eventuali, chilometri di sconfinamento; ed ha quindi messo in pericolo il resto della Alleanza Atlantica, costretta magari a combattere proprio contro la Russia, l'unica che lotti militarmente contro il Daesh/Isis, in una fase di conclamato jihad in Europa, condotto dallo stesso Daesh. I russi sostengono anche che la Turchia compri, grazie alla sua contiguità con il territorio del califfato jihadista, il petrolio del Daesh che, fra l'altro, proviene da zone quasi completamente popolate da curdi. I Servizi russi, grazie alle loro strutture di informazione selettiva, hanno recentemente diffuso una foto in cui si vede il figlio di Erdogan, neoministro turco, parlare in un ristorante di Istanbul con un noto emissario del Daesh/Isis. Un probabilissimo incontro di affari. Ankara, poi, che gestisce di fatto il rubinetto dell'immigrazione verso l'Europa proveniente dalle zone di guerra in Mesopotamia, si è vista attribuire, quasi come premio per il suo comportamento politico-militare, 3 miliardi di euro (iniziali, si badi bene) per l'inserimento degli immigrati siriani in Turchia. Poi, l'Unione Europea ha istituito un Summit bilaterale UE-Turchia da tenersi due volte l'anno e infine, questione ancora più importante, l'apertura, il 14 dicembre prossimo venturo, del capitolo negoziale n.17, quello delle politiche economiche e monetarie, per la prossima entrata di Ankara nell'Unione. Pura follia. Sia la Francia di Sarkozy che la Germania della Merkel si sono sempre dichiarate, a buon diritto, contrarie all'entrata della Turchia nella UE, per evidenti motivi strategici ed economici. Avremo, con Ankara “europea”, una popolazione di 77 milioni di persone in gran parte islamiche, che si uniranno ai musulmani già presenti in Europa, che sono già l'8% del totale degli abitanti nel Vecchio Continente. Una conquista lenta e quasi invisibile, secondo la previsione di un vecchio dirigente dei Fratelli Musulmani, Mohammed Badie, il quale affermò, nel 2010, che l'Europa sarebbe diventata musulmana per mezzo dell'immigrazione. Certo, il denaro fa gola e la capacità di Ankara di ricattare l'Unione è ben evidente: dall'Anatolia fino alle coste turche passano ben tre pipelines di primaria importanza, ed è ormai noto che chi sostiene il Daesh lo fa per impedire la pipeline che andrà dall'Iran attraverso la Siria e l'Iraq fino, appunto, alle coste turche. L'altra proposta pipeline correva dal Qatar (ed è questo il motivo per cui l'emirato sostiene Al-Baghdadi) attraverso l'Arabia Saudita fino, come al solito, alle coste turche. Ankara rappresenta quindi una invariante, ha poco da perdere dalla guerra al califfato o dalla sua permanenza nell'asse della vecchia Mesopotamia. E' questo il motivo, a parte la comune fede sunnita, della sostanziale inerzia della Turchia nei confronti del jihad dell'Isis/Daesh. Contro il califfato ognuno fa la sua guerra, quindi nessuno fa una vera guerra: la Federazione Russa regola i suoi conti verso il jihad “moderato” (viene da ridere, ma è così che veniva definito nei documenti USA) che è comunque una proiezione di potenza dell'asse saudita-nordamericano, con gli europei che reggono, senza capirci molto, la coda ad entrambi. Se Mosca ha stabilito un asse con l'Iran, nel futuro la Russia entrerà nel Grande Medio Oriente tramite il Mediterraneo (la Siria alawita costiera) e il Golfo Persico, dove passa il 70% del commercio mondiale di idrocarburi. Se poi Mosca vuole contenere il suo jihad ceceno e della altre minoranze islamiste in Asia Centrale, non può non combattere l'Isis/Daesh e la linea di continuità, anche territoriale, che vi è tra lo scontro sirio-iraqeno e l'Islam ancora russificato, che è già in ebollizione. La Turchia combatte i curdi, più che il califfato. D'altra parte, l'AKP oggi al potere, il partito fondato e diretto da Erdogan, era una costola della Fratellanza Musulmana turca, prima sciolto per legge (ed aveva un altro nome) come ala conservatrice del “Partito della Virtù” di Ekbakan. Anzi, Al- Baghdadi serve ad Ankara per regolare definitivamente i conti con i curdi, “i turchi delle montagne”, visto che non si poteva, fino a poco tempo fa, nemmeno nominarli con il loro nome. La Turchia vuole unificare sotto il suo potere tutta l'area di etnia, appunto, turcomanna, fino allo Xin kiang cinese che, infatti, sta organizzando movimenti jihadisti, peraltro attentamente monitorati dai Servizi di Pechino. Gli USA, malgrado l'accordo recente del P5+1 con l'Iran, stanno dalla parte di chi ha generato, dopo la guerra dello Yom Kippur, il curcuito dei petrodollari: i sauditi. E comunque Washington non vuole più fastidi da gestire in Medio Oriente. Ci pensino gli europei, se ne sono capaci. L'UE non sa cosa fare, è la sua unica linea di politica estera. Certamente, poi, lo scontro tra sunniti e sciiti continuerà oltre il Daesh e in altri luoghi del pianeta, mentre sia l'Europa che la NATO staranno a guardare; e mentre gli USA utilizzeranno i cosiddetti “islamici moderati” per fare la guerra a Mosca, che Washington vuole ridurre ad una potenza regionale. Progetto impossibile.

(Giancarlo Elia Valori) 2 dic 2015  11:24