La Sicilia di Turi Sottile, a 85 anni il grande artista di Acireale si racconta senza veli

Intervista all'artista siciliano trapiantato a Roma.

di Rosario Sprovieri
Mercoledì 20 Novembre 2019
Roma - 20 nov 2019 (Prima Pagina News)

Intervista all'artista siciliano trapiantato a Roma.

A 85 anni, straordinariamente portati e meravigliosamente vissuti, Turi Sottile torna dalla sua amatissima Sicilia a Roma per la sua ennesima lezione di Storia dell’Arte, artista siciliano di grande spessore artistico e di grande carisma professionale. È l’occasione ideale per ripercorrere con lui la sua storia personale, ma che è essa stessa la storia della Sicilia più bella. La sicilia Turi Sottile è Acireale, dove nasce il 21 febbraio 1934 e dove incomincia a “giocare con i colori e la tavolozza” ancora giovanissimo, ad appena nove anni, nella bottega del pittore Giuseppe Bella Vasta, impressionista di razza, e che lo inizia alla pittura figurativa. Il giovane Turi frequenta gli studi classici e incomincia a studiare i grandi maestri del passato,da Matisse a Picasso, da Delacroix a Mondrian, da De Kooning ad Hartung e Twombly, dai quali assorbe come una spugna essperienze e segreti di bottega, ma è quanto basta per farlo crescere. Intorno agli anni cinquanta si interessa e si innamora, più per gioco che per reale convinzione, all’arte concettuale, costruendo quegli oggetti che Vincenzo De Maria, critico d’arte catanese, definisce “arte emozionale”. Sono anni importanti per Turi Sottile, perché nel suo studio ad Acireale, lavora su poiù fronti, dedicandosi anima e copro a varie “situazioni simulate”.

” Nella mia vita di artista - racconta Turi Sottile- mi perseguita uno strano senso di tempismo: arrivo sempre due anni prima”. Dal ’52 si dedica esclusivamente alla pittura, incomincia a partecipare a diverse mostre collettive e la sua prima mostra personale la realizza a Messina nel ’58, poi intorno agli anni sessanta si inserisce nella “corrente della nuova figurazione”. Dal 1967 promuove e dirige per diciotto anni la Rassegna Internazionale d’Arte, facendo diventare Acireale centro vivo di interesse culturale e, da lì inizia il grande percorso della conoscenza anche attraverso i grandi viaggi. Negli anni ’79 - ’80 si reca, per una breve permanenza, in Russia, dove va a visitare le più importanti scuole per la costruzione di icone. Lavorando in una bottega artigiana, apprende la tecnica per la lavorazione delle icone. Tornato in Italia dipinge le “immagini catturate”, per le quali il critico Italo Mussa, presentandolo a Genova presso la Galleria Forma, conia il termine “lacerti estrapolati dalla Pittura Colta”, termine che poi determinerà la corrente, appunto, della “Pittura Colta”, teorizzata dallo stesso Mussa. Quindi, ad intervalli di qualche mese va prima in Tanzania, e da qui in Kenya, Venezuela, Uruguay, Perù, Cile, Brasile, Messico, ma anche in Cina, Giappone, Australia, per ritornare poiin America del Nord, Canada e Stati Uniti, e poi di nuovo in America del Sud, in Argentina, dove trascorre lunghi periodi, esponendo in varie mostre personali e tenendo conferenze e corsi di pittura contemporanea europea in varie scuole e università. Negli anni ’80 Turi Sottile inventa nuove tecniche che, dopo varie sperimentazioni e verifiche, comincia ad utilizzare chiamandole “Le superfici diverse”, “tele altre, nate per tutt’altro utilizzo, convinto com’è che l’artista ha il dovere di lasciare l’impronta del periodo in cui vive. Essere quindi Contemporaneo alla propria contemporaneità”.

Turi Sottile, come nasce la sua passione per la pittura, perché la pittura e non la scrittura o la musica o la poesia?

A dire la verità ho sondato tutte le arti, in Sicilia nei primi anni cinquanta ho suonato la batteria, facevo jazz con un gruppo molto affiatato. Ho scritto anche qualche poesia che nel 1959 mi ha pubblicato la casa Editrice Stem di Messina. Ho camminato più volte sui sentieri delle vie dell’arte.

Perché poi ha scelto la strada dei colori, dei pennelli e delle tele?

Da bambino, quando avevo sei sette anni, vicino la mia casa natale, abitava un pittore anziano si chiamava Bellavasta, era un bravo impressionista, io stavo sempre nel suo studio, lui mi faceva vedere come dipingeva le sue opere e mi faceva fare tante cose, -“Turi, fammi questo tono!” mi diceva, con voce stentorea, e io provavo… poi mi regalava qualche tubetto quasi finito e, quando tornavo a casa sperimentavo direttamente, dipingevo ad “olio” – ma veramente con l’olio; quell’olio di oliva che prendevo a mia madre – allora, non sapevo che esistesse un altro tipo di olio. Ricordo che quei miei quadri non asciugavano mai. Di nascosto, rubavo alla mamma anche il blu cobalto – era una sostanza in polvere in pacchetti da un chilo -che ella comprava per metterne un cucchiaino nell’acqua dell’ultimo risciacquo del bucato, per l’esaltazione del colore bianco delle lenzuola e dei capi di abbigliamento di questo colore. Con il cobalto io facevo mari e cieli spettacolari. La mamma spesso si meravigliava della velocità con cui il pacchetto restava completamente vuoto. L’abitudine e la perseveranza hanno poi, ha arricchito la mia voglia e, devo dire che è la curiosità che è stata la mia vitamina.

La sua prima soddisfazione, quando ha capito che quello che faceva, che le sue creazioni d’arte erano apprezzate anche da tanti altri?

Andando per ordine, negli anni 58, 59 o forse anche prima, partecipavo con tanti giovani artisti alle estemporanee che si organizzavano in Sicilia. Ricordo che un’estate, vinsi un primo premio con un mio quadro, che sintetizzava: “un paesaggio tipico dell’Etna”. Un’altra grande gioia, risale a molti anni dopo, quando ereditai la casa di mio padre. Decisi e m’impegnai a restaurare il fabbricato, con tanti sacrifici, volevo riportare quella casa allo stato di quando ci abitavano i miei nonni. Avviati gli interventi edili degli operai, rimisi il pavimento in cotto, restaurai le facciate interne ed esterne; ricordo che quando intervenimmo in terrazza ri-venne alla luce una delle mie opere, una grande pittura sul muro che avevo quasi dimenticato:   “un murales” – l’avevo dipinto a nove anni – adesso, ricompariva da sotto una intonacatura posticcia; era un paesaggio ameno, la vista delle terre difronte alla casa, con i pinnacoli dei due campanili della Chiesa di San Domenico a lato della casa e, a la superba visione panoramica in lontananza, della maestosità dell’Etna, quel gigante brontolone apparentemente dormiente, che aveva già impressionato Esiodo ed Euripide per il suo Ciclope.

Quando ha iniziato a diventare anche organizzatore d’arte diventando un punto di riferimento culturale per la tua città.

Acireale, in quegli anni, non aveva presidi culturali, io sentivo la necessità di avere un contatto con il mondo dell’arte; per questo nel 1959 aprii una galleria d’arte nella mia città: la “Triquetra”, che è il nome di una delle prime monete coniate a Siracusa, in galleria facevo mostre importanti, ho ospitato le grafiche di Braque, di Picasso… e da lì è partito anche un piccolo fenomeno di collezionismo che interesso un pubblico attento di tutta la Sicilia.

Come faceva a fare questo ad Acireale?

Con una ricerca accurata, qualche buona conoscenza e, con la sinergia con importanti gallerie di Roma; furono questi i miei canali “prodigiosi”. Quando, qualche anno dopo, su richiesta imperativa del proprietario degli spazi, dovetti chiudere la “Triquetra”, pensai di architettare una mostra, un’annuale. Proposi il mio progetto alla direzione delle Terme di Acireale, dove agiva l’avvocato Grasso-Leanza, un siciliano di grande spessore culturale, magari non grande conoscitore dell’Arte Contemporanea, ma uomo capace, di grande intuizione e d’infinite doti manageriali, con tantissime relazioni importanti. Io stesso nominai presidente l’avvocato Grasso-Leanza che aveva sposato la “causa” della mostra ed egli divenne il garante del nostro successo, io assunsi la direzione artistica. Ricordo che – da antesignano della denominazione d’origine controllata - mi ero inventato uno statuto che prevedeva l’obbligo di selezione di almeno un 30% di artisti isolani. Invitai personaggi importanti, venne ad Acireale per la prima volta anche il critico d’arte Marcello Venturoli (1). Per tre anni di seguito ho continuato a riproporre la grande mostra, abbiamo assegnato diversi premi a tanti artisti di fama, l’esposizione veleggiava in favore di vento anche per via dell’idea dei “premi acquisto”. Poi dal quarto anno cambiò nome diventando una importante “Rassegna d’arte Annuale”, anche il bacino d’interesse si era dilatato, oramai arrivavano artisti e critici famosi da tutta Italia. Ricordo le confidenze sussurratemi da alcuni amici pittori, che sostenevano che lo stesso invito di partecipazione alla kermesse di Acireale era già da considerarsi come un premio. L’iniziativa era cresciuta di anno in anno; invitavo sempre uno o due grandi critici d’arte, che prima tampinavo in giro per l’Italia e, quando riuscivo ad incontrarli, proponevo loro l’interazione per la “Rassegna di Acireale”. Delegavo loro anche il tema, le impostazioni e la selezione dei partecipanti, poi facevo tesoro delle idee che mi venivano esposte, sceglievo quella che ritenevo più interessante. La storia è che per diciotto anni Acireale, ebbe un rinomato salotto culturale dinamico e concreto, un vero punto di riferimento per l’arte, la critica e gli artisti più importanti d’Italia. Un anno concordai con Achille Bonito Oliva, che mi aveva proposto di fare la “Transavanguardia”, ricordo che con Achille andammo a Modena dal signor Emilio Mazzoli – che era un industriale dei salumi – ma era anche un grande estimatore e collezionista d’arte. Achille e Emilio concordarono e diedero seguito al progetto; Mazzoli mise a disposizione di Achille Bonito Oliva parte della sua collezione, che egli poi portò ad Acireale; era il 1979, lo ricordo benissimo, perché quella rassegna è stata, dopo il Futurismo, l’unica grande iniziativa d’arte che ha avuto un impatto, che si è rivelato poi, mondiale. Posso dire – con cognizione di causa - che per la “transavanguardia, il seme venne gettato in quel di Acireale il 4 Novembre del 1979, quando esponemmo le opere di Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Palladino.

Dell’arte, nel senso più ampio, che cosa è che ti porti dentro?

Come dicevo prima, ho fatto di tutto, ma I colori, soprattutto gli odori dei colori, i colori della natura, i risvolti dei paesaggi, le linee delle figure e, quella sfida a copiare le infinite sfumature della natura. I miei inizi risalgono ai paesaggi, alle nature morte; quando mi sono saziato di quello che ero riuscito a fare, ho iniziato pian piano le mie esplorazioni dal figurativo, poi verso l’astrazione più totale.

Degli usi e costumi della tua terra delle tradizioni di quel lembo di Trinacria che ti ha visto crescere cosa non hai mai smesso di amare?

Innanzi tutto, il “dialetto”, io lo vorrei fra le materie di studio delle scuole dalle elementari sino alle università, “Non dimentichiamo infatti che i dialetti sono lingue”, come dice Noam Chomsky, oggi corriamo il rischio concreto che parte di questo nostro patrimonio orale unico e bellissimo, si possa perdere completamente; … sarebbe una tragedia… Porto con me tanti paesaggi e tanti scorci delle terre della mia Sicilia, quelli dell’Etna in particolare. Io e il vulcano, per alcuni versi siamo un tutt’uno, ci ho camminato sopra, ci ho dormito, in alta quota fra le sue crepe di lava, proprio dentro alla “caldera”, nel cratere centrale, sopra alla Valle del Bove a quasi a 3400 metri di altezza!

Fra i pittori siciliani che ti hanno preceduto o tuoi contemporanei chi ha destato la tua attenzione?

Più di uno: il Corleonese Pippo Rizzo, artista di spessore, di matrice futurista poi approdato alle tematiche novecentiste sul sentiero di Carlo Carrà, il maestro Renato Guttuso, il mio amico Piero Guccione, il grande disegnatore Bruno Caruso. Una mia dedizione speciale va poi a quelle estemporanee bellissime di tante cittadine siciliane, dove spesso partecipavamo io, Matteo Barretta e Carlo Signorelli. Eravamo diventati i beniamini di tante giurie – mietevamo premi a man bassa – primo, secondo e terzo erano, quasi come un giro di valzer: Sottile, Barretta, Signorelli… Barretta, Signorelli, Sottile… Signorelli, Sottile, Barretta. Ad un certo punto non ci invitavano più, per favorire la partecipazione di tanti altri artisti. Partecipavano anche pittori molto più anziani di noi, perché allora eravamo proprio giovani. Le estemporanee erano un punto di ritrovo concreto per chi amava fare e proporre l’arte, le piazze erano l’antico salotto culturale parato in mezzo alla gente, proprio nel cuore di ogni paese. Ricordo un aneddoto capitato a Belpasso, Quella data coincideva con il primo giorno dell’apertura della caccia; l’estemporanea di quella cittadina era annunciata da tanti manifesti, con la sottolineatura dell’ospite d’onore di prima importanza che era l’allora presidente della Regione Sicilia l’on. Francesco Coniglio. Durante il giorno c’era una strana agitazione, gli organizzatori erano abbastanza nervosi, perché nessuno aveva ancora la certezza dell’arrivo del Presidente; allora, ne escogitai una delle mie: mi recai all’ufficio postale più vicino è dettai un telegramma per il sindaco di Belpasso, ecco il testo: “Causa concomitante odierna apertura caccia, impossibilitato presenziare. Firmato Coniglio!”

L’ironia è l’altra delle sue grandi doti di uomo e di artista: “Scusi dottore: il mio-cardio è uguale al suo-cardio?”  Turi ha impaginato queste sue considerazioni umoristiche in un libricino introvabile: “Libretto di Risparmio, battute, aforismi, massime e minime” autoprodotto da “Della Torba Editore, che è una via che s’inerpica per una collinetta ove il maestro ha eletto la sua residenza Romana nel cuore del quartiere di Pietralata, una bella casa dell’ex periferia dell’Urbe che fu anche l’abitazione di Luigi Pirandello dall’anno 1918 al 1922.

Turi dulcis in fundo, se dovessi dare una definizione dell’Arte come la chiamarebbe?

“L’arte è una puttana che va con pochi, mi creda”.

 


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