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Mario Nanni in Transatlantico, profili inediti e surreali del “Parlamento Sotterraneo”, c’è davvero tanto da sorridere
Edito da Rubbettino editore in tutte le librerie.
di Pino Nano
Mercoledì 18 Novembre 2020
Roma - 18 nov 2020 (Prima Pagina News)
Edito da Rubbettino editore in tutte le librerie.

Un vero e proprio romanzo della politica italiana. C’è di tutto e di più in “Parlamento Sotterraneo”, l’ultimo libro di Mario Nanni, giornalista parlamentare per lunghissimi anni Capo Redattore Centrale del Politico all’Ansa, e che la Rubbettino Editore propone oggi in edicola con un sottotitolo accattivante e quasi provocatorio, “Miserie & Nobiltà, scene e figure di ieri e di oggi”. 


-Mario Nanni, partiamo da un nome a caso, Luciano Violante: che politico è stato?

Nel mio libro io lo chiamo “un primo della classe non abusivo”. Violante è un uomo politico che non parla né in sinistrese né in politichese Se fosse a scuola, sarebbe il primo della classe. Con gli onori, la notorietà, forse anche qualche antipatia derivante da questo status. I suoi modi civili e austeri, tanto da apparire freddi, il suo tono cortese, riservato e perfino un pò timido, rischiano talvolta di mettere a disagio l’interlocutore.

-Per la verità non sembra per niente un uomo “facile”. Che toni usi per descriverlo?

Come faccio a dirlo? Dietro l’antica immagine di magistrato, perché Luciano Violante è soprattutto un magistrato, qualcuno ha continuato a vedere l’ombra inquietante dell’Inquisitore di Dostoevskij. In Parlamento dal 1979 fino al 2006, ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo, contro la mafia e la corruzione. Da quando ebbe incarichi istituzionali super partes, e poi dal seggio più alto della Camera, come Presidente, aprì l’offensiva del dialogo tra sponde politiche e ideologiche divise per cinquanta anni. Ma per i suoi avversari più irriducibili e prevenuti egli resta inchiodato all’immagine del primo lavoro che svolse, e resta colui che fu il capo delle toghe rosse e il manovratore delle procure e l’ispiratore delle grandi inchieste giudiziarie.

-E Matteo Renzi invece?

Tutt’altra roba. Matteo Renzi, sconfessando passate posizioni (mai con i 5 Stelle) è stato lui a far nascere il governo Pd-pentastellati. Zingaretti, riluttante e più incline ad andare al voto, si è dovuto acconciare. Dopodiché, Renzi, come una navicella spaziale, si è staccato dal Pd, per seguire una propria orbita politica che ha nella sua traiettoria l’occupazione di uno spazio di centro. E intanto controlla e tallona il governo, legandone la sopravvivenza alle sue decisioni, qualcuno dice ai suoi calcoli e capricci.

-Qual è la cosa più particolare che racconti di Matteo Renzi?

Una, in particolare, c’è davvero. Pensa che non c’è discorso, intervento, esternazione sul web dove Renzi non parli di futuro. Ebbene, di quale futuro si vuole parlare quando otto giovani su dieci non ti seguono e ti hanno detto “no”? La seconda osservazione, legata alla prima, è che l’ex segretario del Pd deve avere proprio qualche problema con la coniugazione dei tempi verbali: perché nei suoi tempi c’è solo il futuro.

-E Roberto Fico, l’attuale Presidente della Camera?

Di lui in particolare mi piace ricordare il suo discorso d’insediamento come presidente della Camera, nel 2018, quando disse: «Tutto ciò che si si decide per il Paese, sarà deciso qui, in Parlamento». Nobile proposito e soprattutto esatta formulazione di ciò che prevede la Costituzione e di ciò che corrisponde allo spirito della Repubblica parlamentare. Ma purtroppo la storia di questi anni, di oggi ma anche di ieri, sembra suggerire altre conclusioni.

-In che senso lo dici?

È sotto gli occhi di tutti. Il Parlamento spesso è stato utilizzato come Camera di ratifica di decisioni prese altrove.

-Più esattamente dove?

Di sicuro nelle segrete stanze dei partiti, o nei vertici di maggioranza, o negli incontri tra due tre persone, segretari di partito e, in fondo, privati cittadini.

-È grave a tuo giudizio?

Vedi, non è né esemplare, né tantomeno confortante l’immagine di un Parlamento che è soggetto a continue raffiche di voti di fiducia. Perché ne riducono lo spazio di autonomia, e ne sfregiano l’immagine di centralità. O ha dovuto e continua a subire l’eccessivo ricorso del governo ai decreti-legge, usati, sia nella Prima sia nella cosiddetta Seconda Repubblica come diffusa pratica di governo. Nonostante le proteste dei parlamentari, e anche autorevoli richiami dei presidenti delle Camere.

-È vero che il Ciriaco De Mita che ricordi aveva attorno sempre più o meno le stesse persone, o meglio gli stessi giornalisti?

Guarda, ricordo che i suoi accompagnatori abituali erano Fernando Proietti, del «Corriere della Sera», Giuseppe Crescimbeni, de «Il Tempo» Paolo Ruffini, de «Il Messaggero», figlio dell’ex ministro Attilio Ruffini, nipote dell’ex arcivescovo di Palermo, ora prefetto della comunicazione vaticana. Si trattava naturalmente di eccellenti professionisti, che facevano il loro mestiere, sperando, durante quelle passeggiate “transatlantiche”, di carpire dal segretario Dc notizie riservate ed esclusive.

-Di Carlo Donat-Cattin, ne parli bene o male?

Perché non dirlo? Carlo Donat Cattin aveva una bella testa politica, robusta tempra di combattente e di sindacalista. Era anche capace di grandi definizioni: fu sua quella che Moro e Fanfani erano “i due cavalli di razza della Dc”. Ma anche di gesti eccentrici: una volta lo aspettavano alla cerimonia del giuramento dei ministri al Quirinale, ma lui stava dal barbiere.

-È vero che una volta se la prese con una giornalista dell’ADN-Kronos?

È come se è vero. La collega dell’Adnkronos Gabriella Smith figlia di Tomaso Smith, primo direttore di «Paese Sera», un pomeriggio, lo vede arrivare in Senato, Donat Cattin allora era ministro, e cerca di fermarlo, all’uscita dall’ascensore, per domandargli qualcosa sul dibattito in corso nella Dc, siamo nei primi anni Ottanta. Donat Cattin cerca allora di svicolare, di evitarla, poi però si ferma e le chiede: «Per chi scrive Lei?». La collega gli risponde «Per l’Adnkronos». E lui di rimando «Cioè per il “Corriere dei piccoli”!». E se ne va, piantando in asso la giornalista, che era pur sempre una signora.

-Immagino che la collega ci rimase malissimo, vero?

Per forza. Tu al suo posto cosa avresti detto? Gabriella Smith in realtà non capì mai se la battuta volesse riferirsi al fatto che la Adnkronos era tra le agenzie più piccole tra quelle nazionali del tempo, come pareva probabile, o fosse invece un giudizio di valore sulla testata.

-Perché uno dei tuoi paragrafi lo dedichi ai ragazzi di Salò?

Per ricordare Mirko Tremaglia, parlamentare bergamasco, e che era appunto uno dei “ragazzi di Salò”. Diciassettenne, decise di seguire Mussolini nell’avventura disperata della Repubblica sociale con la quale l’uomo di Predappio si illudeva di realizzare, in termini di programmi sociali e socialisti, quello che egli, con un passato di socialista, poi tradito, non aveva fatto in venti anni di dittatura fascista.

-Vogliamo ricordare Beppe Pisanu?

Giuseppe Pisanu, era questo il suo nome all’anagrafe della Camera. Pisanu cadde in disgrazia allorché alle elezioni del 2006, vinte da Prodi per qualche migliaio di voti, l’allora ministro dell’Interno aveva dato, mentre erano in corso gli scrutini, assicurazioni a Berlusconi che il centrodestra avrebbe vinto. Grande fu la delusione, e la stizza, del Cavaliere quando invece apprese che per la seconda volta, come nel 1996, contro Prodi aveva perso di nuovo. Per 24 mila voti! E in quella occasione il ministro dell’interno era proprio Beppe Pisanu.

-C’è chi in questi mesi ha spesso paragonato Giuseppe Conte ad Aldo Moro: condividi questo giudizio?

Con tutto il rispetto per il premier in carica, secondo me Giuseppe Conte per ora, e finora, ha in comune con Moro solo l’origine pugliese, anche se l’uno è un pugliese del Nord, di Volturara Appula, in provincia di Foggia, e l’altro un pugliese del Sud. Moro era di Maglie, in provincia di Lecce, poi barese d’elezione, nel duplice senso di scelta e di voto.

-Non mi sembri molto affascinato dal premier Conte?

Comunque lo si guardi, il mondo di Conte sembra come Il meraviglioso mondo di Amelie, film francese di grande successo o, se si preferisce, il mondo di Pangloss, il personaggio di Voltaire, secondo il quale si viveva nel migliore dei mondi possibili. E ogni volta, con Conte è così. Lo era quando guidava il governo gialloverde, lo è ora che guida un governo giallorosso.

-E’ stata dura in Parlamento anche per l’ex ministro dell’interno Angelino Alfano?

Un brutto giorno, come uno dei personaggi del suo conterraneo Pirandello, o anche come Gregor Samsa de La metamorfosi di Kafka, Alfano ebbe un brutto risveglio. Scoprì di essere diventato l’uomo senza quid.

-In che senso “L’uomo dei quid”?

Così lo aveva qualificato lo stesso Berlusconi, pensando di parlare tra pochi intimi, invece Alfano lo venne a sapere, e ci rimase malissimo. Ma il guaio è che lo seppero anche i giornali, e quindi gli avversari. E per quel pigro automatismo che spesso governa l’informazione, per anni nel compilare le biografie di Alfano è riemersa questa certo non piacevole definizione. È difficile dirlo con certezza, ma probabilmente da quel giorno i rapporti con il suo capo politico Silvio Berlusconi si incrinarono e si guastarono per sempre


-Identica storia quella di Gianfranco Fini?

Fini, Berlusconi lo bruciò. Gli rese l’atmosfera irrespirabile e a un certo punto lo cacciò via. Le ragioni e i torti tra il capo e il suo delfino è difficile districarli. Ma a Fini è stata rimproverata una colpa che per un politico è letale: la mancanza di pazienza, la fretta, il non saper aspettare.

-Ma è vero che un giorno il Presidente Oscar Luigi Scalfaro prese a schiaffi una donna?

Altri tempi davvero. Nel mio libro io racconto la leggenda dello schiaffo negato. Sono passati circa settant’anni da quell’episodio, accaduto in un ristorante di Roma. A un tavolo, in un’afosa giornata di luglio, è seduta una signora elegante, con le spalle scoperte. Scalfaro, giovane deputato di Novara, allora aveva 32 anni, severo magistrato del suo tempo, entra con alcuni parlamentari, nota l’abbigliamento della donna e fa dei commenti di censura.

-Che vuoi dire?

Rivolgendosi a quella donna le disse più o meno questo: «È uno schifo, lei manca di rispetto al locale e alle persone qui presenti». La signora rimase sorpresa e allibita. E secondo voci mai confermate e diventate leggenda, Scalfaro avrebbe anche schiaffeggiato la donna. Poi uscito dal locale sarebbe tornato con due poliziotti. La vicenda proseguì in questura, con la donna che passò al contrattacco e querelò il parlamentare. Sull’episodio si cercò anche di ricamare mettendo in ballo le idee politiche della signora, militante del Msi. Ma ripeto una leggenda e come tale va letta.

-Di Enrico Berlinguer cosa racconti nel tuo libro in particolare?

Una volta tremai davvero. E fu proprio quando Sciascia litigò con Berlinguer e Guttuso.

-In che occasione?

Avvenne il giorno in cui la Commissione Moro fece l’audizione dei segretari di partito e un giorno toccò a Enrico Berlinguer. L’on. Leonardo Sciascia, eletto nelle liste radicali, fece una domanda al segretario del Pci, che poteva sembrare un trabocchetto, ma lo scrittore siciliano non era certo tipo da ricorrere a tali sotterfugi.

-Quale fu la domanda che lo fece arrabbiare?

Sciascia chiede a Berlinguer «Le risulta che alcuni terroristi siano andati ad addestrarsi in Cecoslovacchia, e le risultano voci di contatti con l’ambasciata di un Paese dell’Est europeo a Roma?». Si era parlato della Cecoslovacchia. Berlinguer rispose con assoluta freddezza: «Non ne ho la minima idea».

-Tutto qui?

Magari fosse tutto qui. Sciascia non soddisfatto della risposta rincarò la dose «È strano che lei non sappia nulla di cose che invece ha raccontato a Renato Guttuso, che poi le ha riferite a me».

-E a quel punto cosa accadde?

Che io con l’usuale sistema delle fonti incrociate avevo appreso di questo battibecco tra Berlinguer e lo scrittore, e ne feci una notizia. Il Pci smentì immediatamente. Eravamo in sala stampa in Senato. La Commissione Moro quel pomeriggio era riunita a Palazzo Madama per consentire ai senatori componenti di partecipare ad alcune votazioni in Aula. Quando le agenzie diffusero la smentita, trovai in grave difficoltà. Qualche collega mi guardava con un atteggiamento tra il partecipe e lo stupito leggevo nei loro volti “stavolta l’hai fatta grossa”, oppure “tanto va la gatta al lardo” ecc., riferendosi ai numerosi scoop che avevano visto e, diciamolo pure, subìto nelle settimane precedenti. Ma avevo ragione io fino in fondo.

-Posso chiederti perché nel tuo libro accosti il nome di Renato Brunetta a quello di Nicodemo?

Vedi, Nicodemo è di casa in Parlamento. Nicodemo, e da qui nicodemismo, era il personaggio evangelico che andava a trovare di notte Gesù per non farsi vedere dai farisei.

-Scusami Mario ma che c’entra Renato Brunetta con Nicodemo?

Classico esempio di “nicodenismo” fu l’sms mandato da Renato Brunetta alla ministra Boschi in cui Renato brunetta si congratulava per aver battuto Stefano Parisi in un duello a Porta a Porta, la storica trasmissione di Bruno Vespa, che ha ispirato negli anni le successive trasmissioni politiche. Parisi era il personaggio che Berlusconi aveva in un primo momento chiamato perché rigenerasse Forza Italia e il centrodestra. Brunetta non aveva lesinato attestazioni di stima a Parisi ma non lo amava. Ma nessuno poteva immaginare che il Prof. Brunetta si spingesse fino a tanto a elogiare l’avversaria di quello che era pur sempre un suo sodale politico.

-Parli anche di Fabio Mussi?

Fabio Mussi, famoso e autorevole deputato comunista, capogruppo del Partito Democratico della Sinistra e dei Democratici di Sinistra e Ministro dell'università e della ricerca del governo Prodi II, un giorno stupì l’assemblea recitando a memoria l’ode di Orazio carpe diem. Fu davvero uno spettacolo insolito per la Camera.

-Chi era invece Carlo Tassi?

Un deputato del Msi, emiliano di Piacenza, avvocato, era molto conosciuto dai giornalisti per un’immediata, visibile caratteristica: era “l’onorevole in camicia nera”. La indossava ogni giorno, in tutte le occasioni, in tutte le sedute parlamentari. Ne faceva una professione di fede, un segno di distinzione e di riconoscibilità ma anche un fatto di stile politico, nella meraviglia che altri suoi commilitoni non facessero altrettanto. Su questa camicia nera spesso si intratteneva con i giornalisti che si aspettavano un giorno o l’altro di vederlo comparire a Montecitorio in camicia bianca o azzurra. Attesa rimasta sempre vana. Salvo in una occasione, una volta l’anno: Tassi dismetteva la camicia nera e indossava una camicia bianca immacolata il giorno del 25 aprile! Cambiare camicia per lui era un modo di marcare la sua estraneità a quella ricorrenza, come se fosse per lui un giorno perso.

-È vero che in Parlamento non sempre si parlano le lingue straniere: insomma quanti parlamentari parlano realmente le lingue straniere?

Per quello che ho avuto modo di constatare alcuni politici, ex premier come Enrico Letta, Romano Prodi, Mario Monti, Paolo Gentiloni parlano perfettamente bene inglese e francese.

-Era così anche 40 anni fa?

Per la verità i parlamentari e i politici della Prima Repubblica, anche i più eminenti, dal punto di vista della conoscenza delle lingue, erano invece piuttosto provinciali. Ministri, capi di governo ricorrevano al comodo e inevitabile aiuto dell’interprete, quando dovevano avere colloqui politici all’estero.

-Senza nessuna eccezione?

Tranne eccezioni, naturalmente. Nenni, per esempio, parlava bene il francese, praticato nei suoi anni di esilio in Francia. Togliatti naturalmente conosceva il russo, imparato nei suoi lunghi anni in Unione Sovietica. E così altri dirigenti del Pci. Saragat conosceva bene il tedesco e leggeva Goethe in originale, tanto che una volta Enzo Biagi osservò a proposito di Saragat e Tanassi (per un periodo il primo fu presidente e il secondo segretario del Psdi): «Ma che cosa avranno in comune i due? Di che cosa mai parleranno quando s’incontrano? Scambieranno forse qualche opinione sulla vendemmia». Qui c’era la spiritosa allusione a una nota propensione dell’ex Presidente della Repubblica per i vini di qualità. Qualcun altro si è dato invece molto da fare, ma con risultati a volte comici.Forse è meglio non parlarne.

-A leggere certi resoconti parlamentari in molti invece conoscono il latino?

Mettiamola così, accade di sentire più spesso citare il latino da chi o l’ha studiato poco e male a scuola o l’ha dimenticato, e tuttavia ricorre alla lingua di Cicerone per darsi un tono o per marcare una distanza o allontanare un pericolo. Il famoso “latinorum” di don Abbondio. Conosco un dirigente politico che nelle lettere che invia ai suoi elettori conclude puntualmente con un “ad mayora”, con la “y” invece della “i”. Ma quante volte si sente dire di una persona in carriera, e prossima a ottenere una promozione, “Quello? È in “pul posiscion”. Si confonde evidentemente “pole” con “pool”. Per non parlare di un giornalista di lungo corso, di cui non ti farò mai il nome, che il “lead”, il classico attacco di un articolo o di una notizia, lo pronunciava “led”, come fosse un tipo di lampadina.

-Possibile che non c’era in Parlamento quando tu lavoravi come cronista parlamentare un vero latinista?

Uno c’era, e come! Era Michele Ciafardini, comunista, deputato nell’83 e nell’87, morto prematuramente a 58 anni, professore di latino e greco nel Liceo classico di Pescara, e diventò famoso per avere corretto gli errori di citazione dal latino di personaggi politici importanti. Corresse per esempio Giuliano Ferrara, benché di profonda cultura, che aveva attribuito agli evangelisti la frase “massimo rispetto si deve al fanciullo”,” maxima debetur puero reverentia”, mentre, disse Ciafardini, l’autore è il poeta latino Giovenale, famoso fustigatore dei costumi dell’antica Roma. E così corresse anche Claudio Martelli che aveva pronunciato la frase, a proposito del governo e del programma, simul stabunt simul cadunt (sic!). Nossignore, cadent, corressero all’unisono Ciafardini e Natta.

-Cosa è stato il Parlamento per Mario Nanni?

La mia seconda casa, la mia vita, la mia seconda famiglia, il luogo dove mio figlio e mia figlia, ancora bambini mi cercavano al telefono chiedendo “voglio il mio papà” e non dicendo mai chi fossero, dando essi stessi per scontato che in quella casa ci abitava solo il loro papà, che ogni mattina uscito da casa per andare a lavorare proprio laggiù.

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