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Sindacato Cronisti Romani, 77 anni fa i nazifascisti uccidevano i giornalisti Riziero Fantini, Enzio Malatesta e Carlo Merli
Ricorre oggi il 77° anniversario della morte dei due giovani giornalisti partigiani del foglio clandestino “Bandiera Rossa” e testimoni del loro tempo: Enzio Malatesta (Medaglia d’oro al valor militare alla memoria) e Carlo Merli, fucilati il 2 febbraio 1944 a Roma a Forte Bravetta dopo essere stati condannati a morte da un tribunale germanico.
di Pierluigi Roesler Franz
Martedì 02 Febbraio 2021
Roma - 02 feb 2021 (Prima Pagina News)
Ricorre oggi il 77° anniversario della morte dei due giovani giornalisti partigiani del foglio clandestino “Bandiera Rossa” e testimoni del loro tempo: Enzio Malatesta (Medaglia d’oro al valor militare alla memoria) e Carlo Merli, fucilati il 2 febbraio 1944 a Roma a Forte Bravetta dopo essere stati condannati a morte da un tribunale germanico.
A Forte Bravetta, costruito nella capitale tra il 1877 al 1883 in via di Bravetta 740 fra la via Aurelia e la via Portuense, su una superficie di circa 10 ettari, vennero eseguite 74 fucilazioni durante l’occupazione tedesca fra il 1943 e il 1944, per ordine del Tribunale militare di Guerra germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler ed altre il 3 giugno 1944 a poche ore dall'arrivo degli alleati a Roma.

Tra i tanti che affrontarono il plotone d’esecuzione delle SS figurano anche don Giuseppe Morosini (celebre fu la commovente interpretazione di Aldo Fabrizi che interpretò il suo ruolo nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini), Fabrizio Vassalli (cugino di Giuliano, ex presidente della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia), nonché Augusto Latini, Giorgio Labò, Guido Rattoppatore, Renato Traversi, Romolo Jacopini e Giordano Bruno Ferrari (Medaglia d'oro al valor militare, figlio dello scultore ed ex deputato Ettore Ferrari).

Tra i fucilati dieci provenivano dal Sud Italia: 4 siciliani (Salvatore Grasso e Corrado Vinci di Catania, Franco Sardone di Tonnarella - Messina e Giuseppe Tirella di Pozzallo - Ragusa), 4 calabresi (Ettore Arena di Catanzaro, Battista Graziani di Corigliano Calabro - Cosenza, Giovanni Lupis di Reggio Calabria e Fortunato Caccamo di Gallina - Reggio Calabria) e 2 lucani (Antonio Pozzi di Chiaromonte - Potenza e Eugenio Messina di Potenza)

Sulla lapide che ricorda il sacrificio dei partigiani, tra i quali Carlo Merli ed Enzio Malatesta, si legge: “A imperituro ricordo degli eroici patrioti che durante l’occupazione nazista in questo Forte furono fucilati accendendo con il sublime sacrificio della loro vita la fiaccola della Resistenza nazionale - Roma nel XXIII Anniversario della Liberazione - Memore e riconoscente”. Tra le azioni compiute da «Bandiera Rossa» c’è l’assalto alla scorta tedesca del camion che nella notte del 30 novembre 1943 trasportava undici partigiani destinati ad essere fucilati nel Forte Bravetta.

Furono liberati dopo un combattimento. Comandava la squadra partigiana l’ex maresciallo dell’aeronautica Vincenzo Guarnera che aveva assunto come nome di battaglia Tommaso Moro. Malatesta venne arrestato in casa dalle SS assieme al gruppo dirigente di Bandiera Rossa e processato il 28 gennaio 1944 dal Tribunale militare germanico. Malatesta fu torturato e poi fucilato il 2 febbraio 1944 a Forte Bravetta con Merli, Gino Rossi (architetto e tenente colonnello degli alpini che si faceva chiamare Bixio) e altri otto partigiani: Romolo Jacopini, Ettore Arena, Benvenuto Baviali, Branko Bichler, Augusto Parodi, Ottavio Cerulli, Guerrino Sbardella e Filiberto Zolito. Il plotone della PAI sbagliò intenzionalmente i bersagli. Un ufficiale tedesco uccise poi con un colpo alla nuca gli scampati alla raffica.
Lo stesso giorno davanti alla base di via Giulia, per strada, venne arrestato Antonello Trombadori, comandante dei GAP Centrali, ma riuscì a salvarsi grazie al silenzio dei suoi compagni arrestati che, nonostante le sevizie, non ne rivelarono l’identità.

A Forte Bravetta vennero anche fucilati dei criminali di guerra condannati dall’Alta Corte di Giustizia. Fra questi l'ex Questore di Roma Pietro Caruso (22 settembre 1944), complice dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e Pietro Koch (5 giugno 1945), capo dell'omonima "banda" che collaborò con le SS del tenente colonnello Herbert Kappler. La "banda" Koch fu tra l'altro responsabile dell'agguato in via Livorno 20 a Roma del 28 maggio 1944 in cui restò gravemente ferito il giornalista milanese di origine ebrea Eugenio Colorni, che morì due giorni dopo all'ospedale San Giovanni. Colorni, classe 1909, patriota, partigiano combattente, eroe della Resistenza e uno dei massimi promotori del federalismo europeo assieme all'ex comunista Altiero Spinelli e ad Ernesto Rossi di Giustizia e Libertà, era professore di lettere, filosofo, scrittore e politico.

S'impegnò politicamente contro il regime fascista, prima avvicinandosi al gruppo di Giustizia e Libertà, poi al Partito Socialista. Fu condannato al confino a Ventotene con Rossi e Spinelli per oltre due anni dal gennaio 1939 e fu tra gli autori di quello che verrà conosciuto come il "Manifesto di Ventotene".

Fu poi decorato con la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria concessagli il 25 aprile 1946 con la seguente motivazione: "Indomito assertore della libertà, confinato durante la dominazione fascista, evadeva audacemente dedicandosi quindi a rischiose attività cospirative. Durante la lotta antinazista, organizzato il centro militare del Partito Socialista Italiano, dirigeva animosamente partecipandovi, primo fra i primi, una intensa, continua e micidiale azione di guerriglia e di sabotaggio. Scoperto e circondato da nazisti li affrontò da solo, combattendo con estremo ardimento, finché travolto dal numero, cadde nell'impari gloriosa lotta. Roma, 28 maggio 1944. In via Livorno 20 a Roma nel luogo dove venne ferito a morte fu posta il 24 settembre 2014 dall’allora Assessore alla Cultura del Comune di Roma Giovanna Marinelli, dall'allora Presidente della “Fondazione Buozzi” Giorgio Benvenuto, dal Presidente della “Fondazione Nenni” Giuseppe Tamburrano e dal Presidente dell’Anpi di Roma Ernesto Nassi una nuova lapide per ricordare la memoria di Eugenio Colorni.

Fino ad allora per molti anni vi erano, invece, in mostra addirittura tre lapidi: una spaccata in due dai vandali, un'altra quasi illeggibile perché scurita dal tempo e l'ultima, posta nel 2004 dalla III Circoscrizione del Comune di Roma, persino erronea Il 9 settembre 2009 Forte Bravetta, che era appartenuto per più di 60 anni all’amministrazione militare e poi al Demanio, é passato tra le proprietà del Comune di Roma ed é stato aperto al pubblico.

È così diventato il “Parco dei martiri”. In occasione della sua inaugurazione l'allora Sindaco Gianni Alemanno vi piantò un ulivo, proveniente direttamente da Gerusalemme, dono del KKL - Fondo Nazionale Ebraico. Forte Bravetta, considerato uno dei simboli più significativi della Resistenza romana contro l'occupazione nazi-fascista, é, come le Fosse Ardeatine, un luogo di libertà, di martirio e di memoria. La storia dei Martiri di Forte Bravetta non va assolutamente dimenticata, ma va tramandata ai posteri di generazione in generazione.
Chi erano i tre giornalisti Fantini, Merli e Malatesta. Riziero Fantini, abruzzese, era nato a Coppito (L'Aquila) il 6 aprile 1892. Era figlio di Adolfo e di Maria Apollonia Ciotti. Anarchico sentimentale, amico di Sacco e Vanzetti, Galleani ed Enrico Malatesta (oltre che di Enzio, qui ricordato). Fantini fu accusato di incetta e detenzione di armi e dopo un processo sommario venne condannato a morte e fucilato a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943, insieme con Antonio Feurra e Italo Grimaldi. Ne dette notizia "L'Unità" del 20 gennaio 1944. Lo stesso giornale il 18 giugno 1944 riferì poi che i corpi dei tre compagni erano stati riconosciuti ed esumati in un campo femminile del Cimitero del Verano, riquadro 142, qualche metro sotto la linea di sepoltura. Fantini scrisse per “Umanità nova”, La Frusta”, “Cronache sovversive” e molte altre testate, sia in America dov’era emigrato, sia in Italia. È sua la previsione, fatta tra la fine degli anni Venti e l'inizio dei Trenta, del ruolo cruciale che avrebbe assunto la Cina nel contesto planetario. Dopo l'8 settembre, superando attriti e divisioni ideologiche, si batté con i resistenti di Bandiera Rossa e del Pci contro i nazisti e i fascisti. Una spiata di un delatore decapitò prima il gruppo di Bandiera Rossa poi quello del Pci di Montesacro che faceva capo a Riziero Fantini. A Roma una lapide a Val Melaina, un’altra a Forte Bravetta e una a Montesacro in via Maiella, piazza Sempione, ne ricordano impegno e sacrificio. Enzio Malatesta, toscano di nascita, milanese d’adozione (vedere foto allegata), era nato a Apuania (Massa Carrara) il 22 ottobre 1914. Era figlio di Alberto Malatesta, ex deputato socialista di Novara. Nel 1938 si era laureato a Milano ed aveva intrapreso l’insegnamento al Liceo “Parini”. Fu anche direttore della rivista Cinema e Teatro. Nel 1940 si trasferì a Roma, dove fu assunto come capo redattore del quotidiano Giornale d’Italia. Con l’occupazione della Capitale decise di entrare nelle file del movimento “Bandiera Rossa” e fu tra gli organizzatori, nel Lazio, delle cosiddette “Bande esterne”. Catturato dalle SS tedesche l’11 dicembre 1943 ed accusato di aver organizzato formazioni armate, si assunse coraggiosamente ogni responsabilità, scagionando i compagni. Processato, fu condannato a morte e portato di fronte al plotone di esecuzione a Forte Bravetta. Ad Enzio Malatesta fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria (cliccare su: http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=13283 ) perché: “Giornalista di pura fede votò la sua giovane esistenza alla causa della libertà. La sua casa fu covo di cospiratori decisi ad ogni lotta contro l’oppressore. Anima di audaci manipoli, costituì importanti formazioni partigiane, e ideò, organizzò e diresse arditi colpi di mano ai danni del nemico, sia in Roma che nel Lazio. Arrestato dalle SS tedesche quale capo di formazioni armate, assunse per sé tutta la responsabilità, scagionandone i compagni e, respingendo ogni tentativo per ottenere clemenza, ascoltò con ciglio fermo la condanna a morte dell’iniquo tribunale di guerra. Con sprezzante sorriso, che fu estrema sfida al nemico usurpatore di ogni diritto sulla vita dei cittadini italiani, affrontò il plotone di esecuzione e cadde gridando:« Viva l’Italia ». Roma, Forte Bravetta, 2 febbraio 1944.” Carlo Merli, figlio di Ernesto, era nato a Milano il 2 gennaio 1913. Aderente al “Movimento Comunista d’Italia - Bandiera Rossa”, fu arrestato dai tedeschi a Roma l’11 dicembre 1943. Rinchiuso nella casa di via Tasso, diventata tristemente nota per le efferatezze che vi si compivano, il giornalista fu poi condotto davanti a un tribunale nazista che lo condannò a morte per “partecipazione a banda armata”. Merli fu fucilato a Forte Bravetta - che già il regime fascista aveva prescelto per le esecuzioni capitali - insieme al suo amico Enzio Malatesta.

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