
Guerra in Iran, Trump: “Il lavoro è quasi completato, una vittoria senza precedenti”
Il presidente americano Donald Trump è netto: “Il lavoro è quasi completato”. Il tycoon parla espressamente di “vittoria senza precedenti”, estasiato dall’efficacia dell’operazione Epic Fury, partita ormai il 28 febbraio scorso in Iran. Sottolineando la brevità del conflitto, 33 giorni oggi, confrontato a conflitti storici come quelli in Vietnam, Iraq o Afghanistan, Trump gongola: “Cittadini americani, quello che stiamo vedendo in Iran è una vittoria senza precedenti. Vi avevo promesso che avremmo agito e siamo stati rapidi, decisivi e, lasciatemelo dire, assolutamente schiaccianti. In questo momento, la marina iraniana non esiste più e la loro aviazione è un cumulo di macerie. Abbiamo quasi azzerato le loro capacità militari e nucleari: abbiamo fatto in pochi giorni – continua – quello che altri non hanno avuto il coraggio di fare in decenni”.
L’obiettivo è chiaro: finire il conflitto entro maggio
“Colpiremo ancora duramente per altre due o tre settimane, è il tempo che ci serve per finire il lavoro e riportarli, se necessario, all’età della pietra”. A queste parole di Trump è seguita la conferma del Pentagono sulla distruzione sistematica dell’arsenale missilistico balistico di Teheran e delle fabbriche di produzione con l’obiettivo di impedire all’Iran di proiettare forza oltre i suoi confini. Nella conferenza stampa c’è stato anche spazio per un momento di cordoglio in cui il tycoon ha ricordato i 13 soldati americani morti dall’inizio dell’operazione.
Trump si concentra sulle possibilità di dialogo con le istituzioni iraniane: “Non avevamo l’obiettivo formale di un cambio di regime, ma guardate cosa è successo: i vecchi leader non ci sono più e quelli nuovi sembrano già molto più ragionevoli. Mi dicono che stanno già chiedendo un cessate il fuoco, perché sanno che non possono vincere contro la potenza degli Stati Uniti”, anche se molti analisti temono che il vuoto di potere possa portare a un caos civile simile a quello post-Saddam in Iraq.
Minacce velate e minacce acclamate: l’intrigo dello Stretto di Hormuz
Subito dopo ha parlato della situazione complessa sullo stretto di Hormuz: “L’America oggi è energeticamente indipendente. Non abbiamo più bisogno del loro petrolio, né di quello che passa per lo Stretto di Hormuz. Se altri Paesi vogliono proteggere le loro rotte commerciali, che si facciano avanti e paghino la loro parte. Finora abbiamo risparmiato le loro infrastrutture energetiche, ma se non arriveranno subito a un accordo, colpiremo anche quelle”. Trump ha adottato una posizione di rottura, affermando che gli USA non si faranno più carico della sicurezza dello stretto. Ha suggerito provocatoriamente che nazioni come la Francia o altri utilizzatori della rotta dovrebbero inviare le proprie marine e “pagare la loro parte”.
Parole al vetriolo contro Obama, ma i mercati sono sempre più instabili e il 58% degli americani è scontento dell’operazione militare
Non mancano le stoccate all’ex presidente democratico Barack Obama: “Le amministrazioni passate ci avevano regalato accordi disastrosi, ma quell’epoca è finita. Questo è un investimento sulla nostra sicurezza. Non sarà una guerra infinita: siamo nella fase finale, quella del completamento. Stiamo mettendo l’America al primo posto e stiamo rendendo il mondo un posto molto più sicuro, molto velocemente”.
Anche se, dopo questo discorso, ci sono state delle ripercussioni immediate sul prezzo del petrolio, salito sopra i 104/110 dollari al barile. Gli investitori sono attualmente spaventati vista l’incertezza sulla durata reale del conflitto e la minaccia di colpire la rete elettrica iraniana. Inoltre, c’è da considerare il recente aumento dei prezzi del carburante, che sta pesando e non poco sulla popolarità di Trump. Secondo i dati Reuters/Ipsos di fine marzo quasi il 60% dei cittadini statunitensi ha bocciato la gestione della crisi e circa l’80% degli elettori è preoccupato per l’inflazione derivata dal conflitto.




