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Il gran valzer delle partecipate: Leonardo SpA è l’epicentro e il titolo è sceso del 5%, colpa dei nomi che non piacciono al mercato?
© Imagoeconomica
7 Aprile 2026

Il gran valzer delle partecipate: Leonardo SpA è l’epicentro e il titolo è sceso del 5%, colpa dei nomi che non piacciono al mercato?

A Piazza Affari il titolo del colosso della difesa ha perso oltre cinque punti percentuali. L’incertezza sulla successione di Cingolani pesa sugli investitori. Il nodo del successore non è ancora sciolto e se la governance di Leonardo SpA non si stabilizza, l’effetto domino potrebbe travolgere le nomine già decise nelle altre partecipate.

La borsa spesso anticipa ciò che la politica fatica ad ammettere. Oggi, 7 aprile, Leonardo è scambiata al prezzo di 59,23 euro, con una precedente chiusura a 62,26 euro: un calo superiore al 5,56% nel corso della seduta, in coincidenza con le indiscrezioni ormai consolidate sull’avvicendamento al vertice diffuse nelle ultime 48 ore. Un segnale inequivocabile: gli investitori non gradiscono l’incertezza, e forse nemmeno i nomi circolati, sulla successione di Roberto Cingolani. Non è un dettaglio trascurabile: Leonardo SpA capitalizza oltre 34 miliardi di euro e opera in uno dei settori più strategici del momento, con il riarmo europeo che offre opportunità industriali storiche. Quando il mercato vende su notizie di governance, di solito sa qualcosa che i comunicati ufficiali non dicono ancora.

Il conto alla rovescia

La primavera 2026 è la stagione più calda per il capitalismo di Stato italiano. La tornata riguarda 112 posti in 79 società, ma il segnale politico si leggerà soprattutto nelle tre scadenze che pesano di più: assemblea di Poste Italiane il 27 aprile, di Leonardo il 7 maggio, di Enel il 12 maggio. Il calendario è serrato: per Leonardo le liste scadono il 13 aprile, per Enel il 17 aprile. Dopo quella soglia, le indiscrezioni dovranno trasformarsi in nomi. Il quadro politico non aiuta. Il clima del post-referendario ha cambiato il contesto nel quale il governo dovrà procedere alle nomine di primavera, che riguardano alcune tra le società big partecipate dallo Stato: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna, Enav, e poi le authority come Consob e Antitrust. Meloni si ritrova a dover gestire un dossier complesso nell’ultimo anno e mezzo di legislatura, con la pressione dei partiti della coalizione che si fronteggiano su ogni poltrona.

Leonardo: l’addio (quasi) annunciato di Cingolani

Il capitolo più intricato è quello di Leonardo. Come da noi anticipato, la premier avrebbe già comunicato a Roberto Cingolani la decisione di non rinnovargli il mandato con una telefonata da Palazzo Chigi. L’uscita di Cingolani, dopo un mandato triennale, è un altro effetto della sconfitta referendaria che ha aperto una lunga campagna elettorale e una profonda crisi di identità nel governo Meloni.

Le ragioni dell’addio sarebbero molteplici. Le indiscrezioni riferiscono di presunti attriti tra Cingolani e Palazzo Chigi, legati al Michelangelo Dome, sistema di difesa aerea basato sull’intelligenza artificiale giudicato troppo concorrenziale con quello statunitense. Palazzo Chigi sarebbe irritato anche dalle scelte di Cingolani nell’ambito delle alleanze industriali europee, firmate senza piena condivisione con il governo: la joint venture dei carri armati con la tedesca Rheinmetall, quella dei droni con la turca Baykar e le partnership spaziali con Airbus e Thales.

Il paradosso è che i numeri parlano da soli. Nel 2025 Leonardo ha realizzato 19,5 miliardi di euro di ricavi, in crescita dell’11%, con un margine operativo lordo di 1,75 miliardi e un risultato netto di 1,3 miliardi, in crescita del 15%. Eppure questo non sembra bastare.

Chi al posto di Cingolani: il rebus del successore

Il nodo vero, al momento, è che un successore non c’è. Le liste per il rinnovo del board dovranno essere depositate entro il 13 aprile, una scadenza imminente. Molte testate indicano Lorenzo Mariani, attuale responsabile dello sviluppo di Mbda, come il profilo più accreditato, con Francesco Macrì in quota Fratelli d’Italia per la presidenza. Ma la partita è più aperta di quanto sembri e Mariani è un nome che non convince. Così come non convince quello di Alessandro Ercolani, AD di Rheinmetall Italia. un nome che salta fuori a ogni giro di nomine ma che per la governance di Leonardo SpA sembra un vero azzardo.

Tra i possibili sostituti, quello con più chance è considerato Pierroberto Folgiero, AD e DG di Fincantieri, che ha appena chiuso il 2025 con un bilancio da record. Mentre per la presidenza circolano i nomi di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e Stefano Cuzzilla, attualmente al vertice di Trenitalia.

Sul nome di Mariani, tuttavia, le nostre fonti sollevano dubbi significativi. Il manager romano sarebbe di fatto fuori dalla partita: dopo aver litigato con Cingolani, un anno fa ha fatto un passo indietro nella sua carriera manageriale, e Crosetto non riuscì a salvarlo di fronte all’asse di ferro tra Cingolani e Meloni. Un ritorno in auge di Mariani sarebbe come un modo di fare le nomine nel gioco dell’oca: prima indietro e poi avanti. E il mercato, come si è visto oggi, non apprezza le scelte che sanno di compromesso politico più che di visione industriale.

Il rischio effetto domino su tutto il sistema

È il nodo che teniamo sotto osservazione con maggiore attenzione: un cambiamento ai vertici di Leonardo SpA potrebbe generare un effetto domino su tutte le altre nomine delle partecipate statali, anche quelle già decise. Se la governance di Leonardo non trova un assetto stabile entro il 13 aprile, l’onda d’urto potrebbe travolgere l’intero risiko, rimettendo in discussione equilibri costruiti in settimane di trattative tra i partiti della coalizione. Ogni casella è collegata alle altre: spostare Folgiero da Fincantieri a Leonardo apre un vuoto in Fincantieri; portare Monti da Enav a Terna libera un posto in Enav; e così via, in una catena che può arrivare fino alle partecipate minori e alle authority.

Poste, Enel, Eni: le conferme e le incognite

Su Poste Italiane il quadro si è definito per primo. Il Mef ha confermato Silvia Rovere alla presidenza e Matteo Del Fante nel ruolo di AD, in vista dell’assemblea degli azionisti convocata per il 27 aprile. Su Eni, dopo Pasqua dovrebbe arrivare la riconferma di Claudio Descalzi per il quinto mandato, mentre per la presidenza potrebbe arrivare Andrea De Gennaro, pronto a lasciare a maggio la guida della Guardia di finanza. In Enel dovrebbero bissare sia l’AD Flavio Cattaneo che il presidente Paolo Scaroni. Il tema delle quote di genere complica il quadro: Giuseppina Di Foggia, unica donna al vertice di una grande partecipata nel triennio Meloni, rischia di non essere riconfermata a Terna, con Pasqualino Monti da Enav indicato come possibile successore.

Il calendario stringe, la politica decide

Le prossime due settimane diranno se la maggioranza sceglierà la via breve, conferme sui vertici esecutivi, negoziato sulle presidenze, oppure se aprirà un braccio di ferro più visibile. Chi siederà alla guida del principale gruppo italiano della difesa in un momento in cui il riarmo europeo offre opportunità storiche dirà molto su dove si collocherà l’Italia nei prossimi anni. Il mercato ha già espresso il suo giudizio con oltre cinque punti di ribasso in una sola seduta. Ora tocca alla politica dimostrare che sa fare di meglio.

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