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Hormuz, l’ultimatum che non finisce: Trump minaccia l’inferno, Teheran resiste
5 Aprile 2026

Hormuz, l’ultimatum che non finisce: Trump minaccia l’inferno, Teheran resiste

A quaranta giorni dall’inizio del conflitto, Trump lancia un nuovo ultimatum all’Iran: 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz o scatenare l’inferno, ma Teheran rispinge la minaccia e continua a esercitare il controllo discrezionale sui transiti imponendo pedaggi in criptovaluta. Intanto i Paesi arabi studiano come aggirare lo Stretto per sempre.

Sul suo social Truth, Trump ha postato il nuovo ultimatum all’Iran: 48 ore per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz, trascorse le quali, ha scritto, si scatenerà l’inferno. Era già il decimo giorno dall’ultimatum originale di dieci giorni, anch’esso ignorato da Teheran. Il regime iraniano ha rispinto la minaccia, affermando che in caso di aggressione estesa l’intera regione si trasformerà in un inferno, e che il vero disperato è Trump. Il presidente americano continua nel frattempo a dichiarare di aver vinto, come aveva fatto l’11 marzo davanti a un comizio in Kentucky, il 20 marzo nel giardino della Casa Bianca e il 25 marzo durante una raccolta fondi. Un sondaggio Reuters/Ipsos dipinge tuttavia uno scenario diverso: il 56% degli americani ritiene che la guerra avrà un impatto negativo sulle proprie finanze, l’86% è molto preoccupato per il rischio di vittime tra i militari Usa, il 52% pensa che la guerra renderà la regione più instabile.

L’arsenale iraniano: metà è ancora intatto

Quaranta giorni di raid non hanno prodotto la resa di Teheran, e i numeri iniziano a fare i conti con la realtà. Secondo fonti dell’intelligence americana citate dalla CNN, l’Iran avrebbe ancora circa la metà dei lanciatori di missili, mentre portavoce militari israeliani avevano annunciato di averne danneggiati due terzi. I Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno ricostruito i siti sotterranei scavando tra le macerie subito dopo i bombardamenti. Il meccanismo che rende difficile neutralizzarli è stato descritto dal Wall Street Journal: le batterie missilistiche iraniane sono alloggiate in camere multispettrali capaci di rilevare le variazioni nel campo elettromagnetico sulle rotte di solito usate dai jet americani o israeliani e spostarsi automaticamente in quella direzione. Risultato: l’esercito iraniano non è più cieco come il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva più volte professato. L’esperto israeliano Danny Citrinowicz ha sintetizzato il paradosso: la campagna si è trasformata in tutto quello che non piace: lunga, non decisiva, senza una chiara immagine della vittoria.

Il caccia abbattuto e la crisi di immagine

Un colpo durissimo all’immagine americana è arrivato venerdì con l’abbattimento di un F-15 Eagle da parte della contraerea iraniana, con un pilota salvato e l’altro disperso per 48 ore. A questo si aggiunge un A-10 Warthog precipitato nei pressi di Hormuz senza danni per il pilota. L’abbattimento di due aerei ha fatto scricchiolare la convinzione Usa di avere il controllo dei cieli. Come ulteriore affronto, una nave per il trasporto merci collegata a Israele, la MSC Ishika, è stata colpita nella zona di Hormuz da droni iraniani. La Casa Bianca ha smentito le voci sempre più insistenti su un ricovero ospedaliero di Trump, con il portavoce Steven Cheung a precisare che il presidente era a lavorare nel suo Studio Ovale.

© Imagoeconomica

Lo Stretto: pedaggi in cripto e transiti a discrezione

Sul fronte navale, lo Stretto non è completamente chiuso ma funziona secondo le regole di Teheran. Secondo i dati Kpler, dal 1° marzo a venerdì sera sono passate circa 240 navi cargo sullo Stretto, a fronte delle circa 120 al giorno in tempo di pace, un calo del 94%. Delle navi transitate, quasi due terzi provenivano o erano diretti in Iran; le altre appartengono a Emirati, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita, Oman, Brasile e Giappone. Secondo fonti diplomatiche europee, per le navi che superano i controlli dei Pasdaran viene richiesto un pedaggio pagabile in stablecoin o in yuan: una prassi che potrebbe diventare la nuova normalità. La Cina occupa una posizione privilegiata: Pechino è acquirente dell’80% delle esportazioni di petrolio iraniane, e il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio ufficiale di tre navi portacontainer del colosso Cosco, che dalla settimana scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche dall’Asia orientale verso il Golfo. Per la prima volta giovedì è passata anche una nave con a bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese Mitsui OSK Lines.

L’Arabia Saudita e il piano per aggirare Hormuz

La crisi sta accelerando piani strategici di lungo periodo che puntano a rendere lo Stretto irrilevante. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, i Paesi del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere da Hormuz. La principale opzione allo studio prevede una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto israeliano di Haifa. L’Arabia Saudita è l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie all’oleodotto East-West che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. Il principale progetto alternativo su scala più ampia è il corridoio IMEC, India-Middle East-Europe Economic Corridor, lanciato al G20 del 2023, che coinvolge Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Unione europea, Italia, Francia, Germania, Grecia e Israele e che con il blocco di Hormuz è tornato centrale perché permetterebbe di bypassare lo Stretto collegando l’India al Mediterraneo attraverso una rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade.

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