Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Iran-Usa, negoziato in stallo: ultimatum scaduto, trattative nel caos
© Imagoeconomica
7 Aprile 2026

Iran-Usa, negoziato in stallo: ultimatum scaduto, trattative nel caos

Scaduto l’ultimatum americano, i negoziati tra Washington e Teheran restano in un vicolo cieco: quindici condizioni Usa contro dieci controproposte iraniane, mentre i raid continuano. Ucciso il capo dell’intelligence dei Pasdaran, abbattuti due aerei americani, colpito un impianto petrolchimico iraniano. L’accordo appare lontano.

Scade oggi l’ennesimo ultimatum imposto da Trump all’Iran per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz. Washington aveva inviato a Teheran, tramite i mediatori pachistani, un piano in quindici punti per chiudere il conflitto. La Repubblica islamica lo ha rifiutato e ha risposto con una controproposta in dieci punti, che Washington considera massimalista. A margine dell’operazione di recupero dei due piloti dell’F-15 abbattuto, Trump ha tenuto una conferenza stampa di oltre un’ora alla Casa Bianca, affiancato dal ministro della Difesa Pete Hegseth e dal direttore della CIA John Ratcliffe, ribadendo la minaccia di radere al suolo ponti e impianti energetici iraniani e di poter distruggere l’intero Paese in quattro ore. Ha detto di sperare di non dover dare l’ordine. Ha anche dichiarato che ogni ponte in Iran sarà decimato entro dodici ore dall’eventuale ordine, e ogni centrale elettrica fuori servizio, bruciata ed esplosa.

Le quindici condizioni americane e le dieci risposte di Teheran

Il piano americano in quindici punti prevede, tra le voci principali: lo smantellamento del programma nucleare con la consegna dell’uranio arricchito al 60%, un limite alla gittata dei missili balistici, lo stop al sostegno ai gruppi regionali da Hamas agli Hezbollah fino alle milizie sciite in Iraq e Siria, e soprattutto la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. La controproposta iraniana in dieci punti include invece: la fine permanente di tutte le ostilità, la revoca delle sanzioni che soffocano i commerci iraniani, il risarcimento dei danni causati dagli attacchi e, come condizione preliminare a qualsiasi discussione sul nucleare, la garanzia che gli Usa non riprenderanno mai a bombardare. Sul nodo centrale di Hormuz, Teheran rilancia con la richiesta di un nuovo ordine per le acque dello Stretto, con un protocollo che consenta di soggettare i transiti ad autorizzazione e pedaggio. Sul nucleare, fonti iraniane hanno dichiarato che le trattative proseguiranno, ma il Paese andrà avanti a combattere finché i leader politici lo giudicheranno necessario.

I mediatori: Pakistan, Egitto e Turchia

L’uomo che sta cercando di tenere aperto un canale tra le parti è il generale pachistano Asim Munir, capo delle forze armate, amico sia di Trump che degli iraniani. Per tutta la notte tra domenica e lunedì ha parlato con gli americani, con l’inviato speciale Steve Witkoff e il vicepresidente JD Vance, trasferendo messaggi a Teheran, cercando di smussare le posizioni e tracciare i contorni di una possibile de-escalation. Lunedì mattina la proposta di tregua è stata fatta filtrare ai media. Anche Egitto e Turchia sono coinvolti nel tentativo di mediazione. Gli europei, invece, non sono stati inclusi in alcun modo nel processo negoziale. Il presidente turco Erdogan si è dichiarato furioso con il governo israeliano, che secondo lui ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra.

L’operazione di recupero del pilota dell’F-15

Uno degli episodi più significativi delle ultime 48 ore è stato il recupero del colonnello americano disperso dopo l’abbattimento del caccia F-15 in territorio iraniano. Per salvarlo sono stati utilizzati 155 mezzi. Uno dei due piloti era stato salvato subito dopo l’abbattimento; il secondo, il colonnello, era disperso da un paio di giorni, braccato dalle forze di Teheran nelle campagne della provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. Il recupero ha dimostrato, secondo diversi analisti citati dalla stampa, la capacità americana di muoversi fisicamente e tecnologicamente all’interno del territorio nemico. Trump ha utilizzato l’operazione come palcoscenico per la conferenza stampa, definendola un’operazione di salvataggio storica.

I raid continuano: colpito il petrolchimico, ucciso il capo dell’intelligence Pasdaran

Sul campo, le operazioni militari non si sono fermate. I jet israeliani hanno colpito l’impianto petrolchimico legato al giacimento di gas naturale di South Pars, uno dei più importanti del Paese. In tre diversi aeroporti hanno distrutto elicotteri e velivoli dell’esercito iraniano. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha condannato l’attacco all’università Sharif, fondata nel 1966 e considerata l’equivalente iraniano del MIT. Nella notte tra domenica e lunedì è stato ucciso in un raid Majid Khademi, capo dei servizi segreti dei Pasdaran: un altro colpo al sistema di comando e controllo dei Guardiani della Rivoluzione, che coordina i lanci di missili contro i Paesi del Golfo e contro Israele. Dal lato iraniano, missili balistici hanno colpito Haifa, causando la morte di quattro israeliani. Dall’inizio della guerra sono 18 i civili tra cittadini dello Stato ebraico e stranieri uccisi in Israele.

Il nodo nucleare: i 450 chili di uranio nascosti

Il dossier nucleare resta uno dei punti di maggiore attrito. Negli accordi entreranno anche 450 chilogrammi di uranio arricchito almeno al 60%, una quantità tale che gli esperti stimano sufficiente, con ulteriore arricchimento al 90%, per costruire una bomba atomica, che si troverebbero ancora in possesso degli scienziati iraniani, nascosti in parti del sito di Isfahan. Washington chiede la consegna di questo materiale come condizione non negoziabile. Trump ha detto che non permetterà mai all’Iran di avere un’arma nucleare, ma le trattative su questo punto sono le più difficili.

La posizione di Israele e il ruolo di Netanyahu

Netanyahu ha dichiarato pubblicamente di essere desideroso di raggiungere un accordo, ma la sua posizione è considerata da Washington difficile da decifrare. Secondo indiscrezioni riportate da Axios, Netanyahu avrebbe incitato Trump a non fermare l’operazione e a non optare per il cessate il fuoco. Ieri ha scritto sulla piattaforma X che Israele continuerà con tutta la forza su tutti i fronti, fino alla rimozione della minaccia e al raggiungimento di tutti gli obiettivi di guerra. Il governo di Tel Aviv teme che il presidente Usa accetti un accordo che impedisca in futuro ulteriori blitz israeliani. La domanda che resta aperta, secondo diversi osservatori, è se Trump e Netanyahu condividano davvero gli obiettivi finali del conflitto.

L’Europa tagliata fuori

In tutto il processo diplomatico, l’Europa resta ai margini. I mediatori sono Pakistan, Egitto e Turchia. Gli europei non sono coinvolti in alcun modo nelle trattative dirette. Gran Bretagna, Francia, Spagna e Italia hanno inviato navi nel Mediterraneo a difesa dei Paesi Nato, ma Trump ha chiesto loro di partecipare alle spese per garantire la sicurezza di Hormuz, richiesta che ha irritato i partner europei. Il portavoce del premier del Qatar, in un colloquio con Repubblica da Doha, ha sintetizzato la posizione dei Paesi del Golfo: ciò che serve per riaprire lo Stretto è una soluzione combinata di politica, economia e sicurezza, e non la sola risposta militare.

Facciamo il punto