
Islamabad, il primo round tra Usa e Iran si chiude senza accordo
Il vicepresidente americano JD Vance, a capo della delegazione Usa, ha detto ai giornalisti che le due parti non hanno raggiunto un accordo, nel primo incontro dei negoziati a Islamabad. L’annuncio è arrivato nel pieno della notte italiana, prima che Vance salisse sull’Air Force Two per rientrare negli Stati Uniti. In una breve conferenza stampa, il vicepresidente ha detto di aver presentato all’Iran la propria offerta finale e migliore possibile, aggiungendo di non essere riusciti a raggiungere una situazione in cui gli iraniani fossero disposti ad accettare le condizioni americane.
Le delegazioni e il formato dei colloqui
A rappresentare gli Stati Uniti erano il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente Jared Kushner, il vice consigliere per la sicurezza nazionale Andrew Baker e il consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Vance, Michael Vance. Per l’Iran erano presenti il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva guidato la delegazione di Teheran. Le trattative si sono svolte alla Serena Hotel, con sessioni protratte fino alle prime ore del mattino, in un’alternanza di momenti distesi e fasi di forte tensione tra le due parti.
I nodi irrisolvibili: nucleare, Hormuz, sanzioni
I principali scogli che hanno impedito un accordo sono stati lo Stretto di Hormuz, il programma nucleare, le sanzioni, gli asset congelati, le riparazioni di guerra e il fronte del Libano. Sul nucleare, Vance ha precisato che la domanda semplice è se esiste un impegno fondamentale da parte degli iraniani a non sviluppare un’arma nucleare, non solo adesso e non solo tra due anni, ma a lungo termine. Su Hormuz, la distanza è rimasta abissale: l’Iran ha chiesto il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto e il diritto a proseguire l’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici, oltre alla revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, il rilascio degli asset iraniani congelati e la fine degli attacchi israeliani in Libano. Washington, dal canto suo, ha insistito sulla libertà di navigazione. Funzionari iraniani hanno inoltre chiesto che le petroliere paghino un pedaggio fino a due milioni di dollari a passaggio, il che potrebbe generare fino a 100 miliardi di dollari l’anno per i Pasdaran.
Le versioni opposte del fallimento
Washington e Teheran raccontano il naufragio dei colloqui in modo diametralmente opposto. Vance ha dichiarato che l’Iran non ha accettato le condizioni americane, dopo oltre 20 ore di discussioni. La tv di Stato iraniana ha ribaltato la narrazione: le richieste eccessive dell’America hanno impedito qualunque accordo. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baqaei ha poi cercato di ammorbidire i toni: era evidente fin dall’inizio che non si doveva aspettarsi di raggiungere un accordo in una sola sessione, e nessuno se lo aspettava. Una retromarcia rispetto alle aspettative create dalla tregua dell’8 aprile, ma utile per non far apparire Islamabad come un fallimento totale.
La tregua regge, ma a stento
Il cessate il fuoco annunciato l’8 aprile era già entrato in crisi prima ancora che i negoziati cominciassero. La fragile tregua era stata messa alla prova quando l’Iran aveva rifiutato di riaprire lo Stretto di Hormuz, adducendo come giustificazione i violenti raid israeliani su Beirut che avevano ucciso oltre 300 persone. Al 9 aprile non c’era nessun segnale che l’accordo per la riapertura dello Stretto fosse in corso di attuazione, con le navi nuovamente impossibilitate a transitare. Il Pakistan, che ha ospitato e mediato i colloqui, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare comunque il cessate il fuoco nonostante il fallimento delle trattative. I Pasdaran hanno risposto che Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà un accordo ragionevole.
Mentre i negoziati erano ancora in corso, navi da guerra americane hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in un’operazione rischiosa per tentare di riaprire la via d’acqua. Secondo un comunicato del Comando Centrale americano, i cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno condotto operazioni per gettare le basi della bonifica dei mine posate dalla Marina iraniana. Trump ha dichiarato che tutte le 28 imbarcazioni iraniane addette alla posa di mine si trovano ormai sul fondo del mare. L’Iran ha smentito, e l’operazione ha contribuito a irrigidire ulteriormente la posizione di Teheran al tavolo.
Cosa succede adesso
L’Iran non ha fretta di avviare un nuovo round di negoziati, e Teheran non ha in programma di fissare nuove date per i colloqui. La palla, secondo Teheran, è nel campo americano. Il Pakistan continua a tenersi disponibile come mediatore e chiede a entrambe le parti di preservare il cessate il fuoco. Trump, in modo apparentemente contraddittorio, ha dichiarato che gli Stati Uniti vincono in ogni caso. Indipendentemente dall’esito, ha detto, gli Usa hanno già sconfitto totalmente il Paese. E quindi si vedrà. Una retorica che lascia aperte tutte le opzioni, compresa la ripresa dei raid, mentre la tregua regge formalmente, ma lo Stretto rimane di fatto sotto controllo iraniano.






