
La nuova geografia dei cavi sottomarini tra Mediterraneo e Asia
A guardarlo sembra un normale tubo di gomma. Eppure quel cavo — che nei prossimi mesi toccherà Grecia, Cipro, Israele e Giordania prima di raggiungere Mumbai — vale centinaia di milioni di euro e veicolerà una fetta consistente delle comunicazioni tra Europa e Asia. Si chiama Blue & Raman, lo ha realizzato Sparkle (gruppo Tim) con il supporto della Commissione Europea, di Google e dei governi dei paesi attraversati. È uno dei cantieri digitali più importanti del momento. Un’infrastruttura che non fa notizia, finché qualcosa non si rompe.
Il 95-99% del traffico internet mondiale — chat, bonifici, videochiamate, dati cloud — non passa dai satelliti come molti pensano, ma scorre attraverso chilometri di fibra posata sui fondali degli oceani. Dagli anni Novanta questi cavi sono diventati il sistema nervoso nascosto delle comunicazioni planetarie. Il Mediterraneo, su cui si affacciano tre continenti, è oggi uno dei tratti più affollati: nel canale di Sicilia corre anche 2Africa, il cavo più lungo al mondo — oltre 45.000 chilometri — con Meta, Vodafone e aziende statali di Egitto e Arabia Saudita tra i soci del consorzio.
Una strada alternativa a Suez
Francia, Italia, Grecia e Cipro si contendono il ruolo di porta d’ingresso per i dati diretti verso il Nord Europa, ma i passaggi obbligati sono pochi: il canale di Suez, il Mar Rosso, lo stretto di Bab el-Mandeb.
Tra il 2023 e il 2024, mentre gli Houthi yemeniti imperversavano nel Mar Rosso, diversi cavi sottomarini hanno subito danni in quella zona, con effetti concreti sulle connessioni di milioni di persone in Africa orientale, Medio Oriente e Asia meridionale. Nel Baltico, nello stesso periodo, si sono verificate rotture sospette di infrastrutture sottomarine, con indagini che hanno puntato su navi russe e cinesi. Una vulnerabilità nota da tempo agli addetti ai lavori, improvvisamente balzata all’attenzione dell’opinione pubblica.
È stato proprio questo scenario a spingere Sparkle su una rotta diversa per Blue & Raman: invece di passare per Suez, il cavo approderà ad Aqaba, in Giordania, tagliando fuori il corridoio egiziano. Una decisione tecnica con un significato politico preciso.

Posare un cavo non è un’operazione banale
Costruire e tenere in vita una rete sottomarina è un’impresa che pochi immaginano nella sua complessità. La posa richiede analisi dettagliate dei fondali, protezioni rinforzate lungo le coste e interramento fino a mille metri per mettere i cavi al riparo da ancore e reti da pesca. Le navi specializzate disponibili nel mondo sono una sessantina, prenotate con anni d’anticipo. Già questo dettaglio basta a capire quanto sia delicata l’intera filiera.
Gli incidenti, nonostante le precauzioni, accadono. Le riparazioni possono costare centinaia di migliaia di euro. Sparkle monitora il traffico marittimo in tempo reale dal suo NOC (Network Operations Center) di Acilia che segnala alla Marina Militare ogni avvicinamento sospetto. Il tratto mediterraneo di Blue & Raman ospita inoltre una componente della rete RIFON (rete Interforze in Fibra Ottica Nazionale) della Difesa, pensata per garantire una via di riserva in caso di guasti o sabotaggi. Data la posta in gioco, il governo italiano ha avviato le procedure per acquisire il 70% di Sparkle. L’operazione dovrebbe chiudersi entro il 2026, anche se le trattative sono ancora in corso.
L’Italia può diventare un hub. Ma deve volerlo
Dal punto di vista geografico, l’Italia è imbattibile: nessun altro paese europeo è posizionato così bene come punto d’approdo per i cavi che arrivano da Asia, Africa e Medio Oriente. Il problema è che questo vantaggio è rimasto in gran parte sulla carta. Iter autorizzativi lunghi, infrastrutture terrestri non sempre all’altezza e una strategia industriale frammentata hanno frenato l’Italia mentre la Francia costruiva Marsiglia come hub mediterraneo e la Grecia investiva su Atene e Salonicco.
Big tech, Cina e la questione dei dati
Il mercato si sta trasformando anche per un’altra ragione: Google, Meta, Amazon e Microsoft stanno posando reti di cavi proprietarie, spinti dalla crescita del cloud e dalla fame di banda dell’intelligenza artificiale. Un cavo di ultima generazione può trasportare fino a 500 terabit al secondo, ma la domanda continua a correre più veloce dell’offerta.
Sullo sfondo c’è la Cina: aziende come HMN Technologies e Hengtong partecipano a numerosi progetti internazionali, ma Europa e Stati Uniti hanno cominciato a escluderle dai sistemi più sensibili, dopo che diversi governi hanno sollevato dubbi sulla possibilità che apparati cinesi possano essere usati per intercettare i dati in transito. Non è una preoccupazione nuova: già nel 2013 le rivelazioni di Snowden avevano mostrato come i cavi sottomarini potessero essere sfruttati per la sorveglianza. Ma oggi il contesto è diverso — più frammentato, più teso — e la questione è tornata al centro con urgenza rinnovata. Chi controlla fisicamente un cavo può, almeno in teoria, leggere ciò che vi passa dentro. L’Unione Europea ha riconosciuto i cavi sottomarini come infrastrutture critiche, ha stanziato nuovi fondi e li ha inseriti nel perimetro della normativa sulla sicurezza delle reti. Ma una filiera europea davvero autonoma — dalla produzione alla posa, dalla manutenzione alla gestione — è ancora, secondo molti analisti, un obiettivo lontano.





