Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
La strategia della coercizione: tensioni USA-Iran e l’instabilità del mercato energetico globale
L’isola di Kharg, snodo essenziale per il petrolio iraniano
© Imagoeconomica
30 Marzo 2026

La strategia della coercizione: tensioni USA-Iran e l’instabilità del mercato energetico globale

Washington intensifica la “diplomazia coercitiva” contro l’Iran, pianificando attacchi alle infrastrutture energetiche e nucleari per forzare un cambio di regime guidato dai Pasdaran. La minaccia ai pozzi petroliferi e ai corridoi marittimi di Hormuz e Suez spinge il Brent sopra i 110 dollari, alimentando l’inflazione in Europa. Mentre gli Houthi minacciano le rotte globali, emerge il dilemma degli alleati UE sul rischio di un’escalation militare su larga scala.

Le parole usate da Donald Trump per descrivere i contatti con Teheran — “great progress” con un “regime più ragionevole” — si collocano dentro una dinamica ormai riconoscibile: negoziare mentre si alza il livello della minaccia. Anche perché, il primo obiettivo — quel cambio di regime con una leadership più pragmatica — per ora non è riuscito. Mancava un’opposizione realmente organizzata, e non c’è stato per ora neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata.

Il Paese ora è di fatto in mano al controllo, soprattutto militare ma anche politico, dei Pasdaran.

Mentre si apre il secondo mese di guerra regionale in Medio Oriente, la Casa Bianca lascia filtrare l’idea di un possibile accordo, ma allo stesso tempo prepara il terreno per un’escalation che avrebbe al centro non solo obiettivi mirati, ma l’intera infrastruttura economica dell’Iran. La minaccia è esplicita: impianti elettrici, pozzi petroliferi di esportazione come Kharg Island, fino agli impianti di desalinizzazione e potenzialmente al programma nucleare. Un piano di obiettivi redatto al Pentagono è probabilmente oggetto di verifiche dettagliate per missioni delle forze speciali e operazioni mirate.

Si tratta di una strategia che mira a colpire la capacità stessa dello Stato iraniano di funzionare, trasformando luce e acqua in armi negoziali. Al centro di tutto rimane lo Stretto di Hormuz, non solo come “choke point” energetico globale, ma come leva politica. Washington non sembra intenzionata a tornare al vecchio status quo nemmeno nel dopo-conflitto, ma punta a un nuovo equilibrio che controlli i flussi delle navi.

In questo scontro, il prezzo del Brent ha superato i 110 dollari al barile, spingendo al rialzo le aspettative di inflazione in Europa. Le banche osservano i margini di manovra e i dati sui transiti mondiali, mentre i volumi si spostano verso hub come Yanbu nel Mar Rosso e Fujairah.

La resilienza delle rotte rimane appesa al corridoio Suez-Bab El Mandeb, dove i ribelli yemeniti Houthi, con il sostegno dell’Iran, continuano a rappresentare un rischio. Il rafforzamento statunitense punta a una diplomazia coercitiva, ma la linea d’intervento è sottile: un’azione su larga scala avrebbe conseguenze invasive, ed è qui che emerge il dubbio di fondo degli alleati UE.

Leggi anche…

Facciamo il punto