
MEF e Retelit acquisiscono Sparkle: via libera da Bruxelles
La Commissione europea ha dichiarato l’acquisizione di Sparkle (la società dei cavi sottomarini e servizi internazionali di TIM) da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di Retelit (gruppo controllato da Asterion Industrial Partners) compatibile con il mercato comune, senza imporre rimedi. La struttura prevede che il MEF rilevi il 70% della società e Retelit il restante 30%, attraverso Boost BidCo, veicolo societario appositamente costituito. L’enterprise value concordato è di 700 milioni di euro, con possibile rettifica del prezzo in funzione degli obiettivi EBITDA 2025 di Sparkle. Per il closing manca ancora il via libera dell’antitrust americano, in ritardo a causa dello shutdown del governo Trump. TIM prevede di chiudere la transazione nel secondo trimestre del 2026.
Cosa vale davvero Sparkle
Il prezzo pagato racconta solo una parte della storia. Sparkle gestisce una rete proprietaria in fibra ottica che si estende per oltre 600.000 km attraverso Europa, Africa, Medio Oriente, America e Asia, di cui il 90% posato su cavi sottomarini. La società è primo fornitore di servizi internazionali in Italia e secondo operatore in Africa per traffico internet, con un ruolo cruciale nel “Sicily Hub”, principale punto di scambio per il traffico proveniente dall’Africa verso Europa, Medio Oriente e Asia. Un asset con queste caratteristiche non si valuta solo sul fatturato: vale anche per ciò che transita dentro quei cavi, e per chi lo controlla.
Perché lo Stato ci teneva
L’operazione ha già ottenuto l’autorizzazione condizionata della Presidenza del Consiglio ai sensi della disciplina golden power, il che dice tutto sull’inquadramento che il governo ha dato a questa vicenda. Sparkle non era semplicemente una partecipata di TIM da monetizzare: era un asset che il governo considerava troppo esposto, all’interno di un gruppo con una struttura azionaria complessa e pressioni finanziarie crescenti. Tenerla sotto giurisdizione pubblica era una priorità che risale a prima dell’accordo. La Francia ha fatto lo stesso ragionamento pochi mesi fa acquisendo l’80% di Alcatel Submarine Networks, produttore di cavi sottomarini. La logica è la stessa: le infrastrutture digitali critiche non si cedono al mercato senza presidi pubblici.
La posizione di TIM
Per TIM, la cessione di Sparkle è un tassello del piano di alleggerimento avviato dopo la vendita della rete fissa a KKR. Al closing è legato un buyback pari al 50% dei proventi della cessione, fino a 400 milioni di euro, strumento scelto dall’amministratore delegato Pietro Labriola per remunerare gli azionisti. Sul piano industriale, Sparkle continuava a generare cassa ma richiedeva investimenti crescenti in un settore sempre più competitivo e geopoliticamente sensibile. Cederla a condizioni accettabili, mantenendo accordi di servizio reciproci al closing, era la soluzione che permetteva di incassare liquidità senza perdere accesso alle rotte internazionali.
Il quadro che si apre
Sparkle ha già firmato il contratto per GreenMed, un nuovo sistema di cavi sottomarini nel Mediterraneo sviluppato con Alcatel Submarine Networks ed Elettra Tlc, con i primi segmenti previsti entro la fine del 2028. Con il MEF azionista di maggioranza, le decisioni di investimento su infrastrutture di questo tipo avranno inevitabilmente una componente di indirizzo pubblico. Non è detto che sia un problema: in un settore dove le minacce fisiche ai cavi sono in aumento e la concorrenza dei grandi operatori tecnologici si fa più aggressiva, avere un azionista con una visione strategica di lungo periodo può essere un vantaggio. La domanda che resta aperta è se Retelit, controllata dal fondo spagnolo Asterion, avrà un ruolo industriale attivo o resterà socio finanziario di minoranza in un’azienda guidata di fatto dallo Stato.





