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Andrea Claudio Gemme, AD di Anas: “Il cantiere non è un disagio, è un investimento. È ora di raccontarlo”
Andrea Claudio Gemme, AD Anas
© Imagoeconomica
25 Marzo 2026

Andrea Claudio Gemme, AD di Anas: “Il cantiere non è un disagio, è un investimento. È ora di raccontarlo”

Dal Giubileo alle Olimpiadi, passando per strade intelligenti e intelligenza artificiale: l’AD di Anas spiega come il settore delle infrastrutture stia cambiando pelle — e perché l’informazione specializzata è la prima opera da costruire.

Le infrastrutture sono spesso percepite dall’opinione pubblica come una fonte di disagio (cantieri, ritardi, sprechi). Che spazi ci sono oggi per un’informazione specializzata e certificata che ne racconti la complessità e il valore abbattendo i pregiudizi e contrastando la cattiva informazione? 

Siamo al cuore del problema: il divario tra percezione e realtà. È vero, i cantieri creano disagio. Ma sono un investimento in sicurezza, sviluppo e qualità della vita. Serve così un’informazione autorevole, capace di spiegare la complessità. Ogni euro speso in manutenzione programmata non è un costo. Significa più sicurezza, meno incidenti ed emissioni, maggiore efficienza logistica. Dobbiamo raccontare il “dietro le quinte”: i vincoli ambientali, la tutela archeologica, la complessità autorizzativa. Un esempio concreto: durante i lavori del Giubileo a Roma negli scavi di Piazza Pia è stata rinvenuta una grande fullonica romana. Ma a differenza del passato i cantieri non si sono bloccati. Abbiamo lavorato assieme al Comune e alla Soprintendenza per tutelare beni archeologici e nel frattempo siamo andati avanti con l’opera. Consegnata nei tempi previsti. Poi c’è il futuro. Stiamo investendo nelle strade intelligenti, consentiranno un dialogo diretto tra infrastruttura e veicolo così saliranno gli standard di sicurezza. La sfida di un’informazione specializzata è questa: trasformare il cantiere da disagio percepito a valore compreso e condiviso.

Il settore delle infrastrutture vive una fase di grande trasformazione tecnologica ma fatica ad attrarre nuove competenze. Come si può rendere il settore più attrattivo per le nuove generazioni?

Va superato un equivoco culturale. Il settore delle infrastrutture non è più legato solo al cemento, oggi è un ambito ad alta tecnologia. In Anas utilizziamo la manutenzione predittiva attraverso sistemi di monitoraggio come l’SHM – Structural Health Monitoring, i droni, l’intelligenza artificiale e la robotica. C’è poi il tema decisivo della sostenibilità. Oggi costruire e gestire infrastrutture significa contribuire alla transizione ecologica, la resilienza climatica, il riuso dei materiali e la tutela del paesaggio. Lavorare in Anas significa essere protagonisti di un cambiamento concreto e moderno.

L’Italia ha un know how ingegneristico unico al mondo, secondo lei cosa serve per esportare all’estero il modello italiano?

L’Italia ha sviluppato un know how ingegneristico unico grazie alla complessità del suo territorio. Gestiamo così una rete con 18.720 ponti e 2.157 gallerie. Oggi però l’esperienza non basta più. Per esportare il modello italiano dobbiamo affiancare all’eccellenza ingegneristica un forte investimento in digitalizzazione e innovazione tecnologica così come coniugare infrastrutture e sostenibilità. Le tematiche ambientali sono centrali nei mercati globali. L’esperienza maturata in grandi sfide, come il Giubileo e le Olimpiadi Milano-Cortina, dimostra che siamo pronti a portare all’estero un modello avanzato, integrato e competitivo.

Il mondo delle infrastrutture è un mondo eterogeneo, nel quale interagiscono tanti attori diversi per dimensione, ambito, competenze. Questo comporta delle criticità, quale è la sua ricetta per   trasformarle in opportunità per i singoli, per le imprese e per il paese?

La complessità del settore può essere un limite. Ma se ben governata diventa una grande opportunità. Una delle più grandi risorse di Anas è saper affrontare e superare le criticità legislative, sociali e ambientali. Il punto cruciale è la capacità di coordinamento, la prima leva è la digitalizzazione. Strumenti come il BIM – Building Information Modeling consentono a tutti gli attori, dalle grandi stazioni appaltanti alle piccole imprese, di lavorare sugli stessi modelli, con processi più fluidi e riduzione di tempi e inefficienze. La seconda leva è la programmazione.

Il passaggio dalla manutenzione emergenziale a quella programmata e predittiva consente di superare una logica reattiva e costruire una gestione industriale delle infrastrutture. La terza leva è la stabilità degli investimenti: programmazioni pluriennali danno certezza al sistema e garantiscono condizioni per una crescita strutturata. Le infrastrutture così possono diventare veri laboratori a cielo aperto di innovazione dove sperimentare nuovi materiali, tecnologie e soluzioni sostenibili. Possiamo costruire un modello industriale capace di generare valore per il Paese.

Uno degli obiettivi della nostra testata editoriale è creare una community di settore che offra possibilità di networking, formazione, visibilità delle proprie iniziative e condivisione di informazioni privilegiate. Lei cosa ne pensa?

In un contesto globale e interconnesso lavorare in modo isolato significa perdere competitività, forza strategica, visione a lungo termine. Creare una community di settore significa mettere in rete esperienze, conoscenze e capacità diverse. Fattori decisivi per innovare, migliorare le competenze e affrontare le sfide con successo.

Il lavoro in rete rafforza il rapporto con le istituzioni e l’opinione pubblica aumentando l’autorevolezza del settore.

Il mio obiettivo è che Anas diventi sempre più un punto di riferimento in questo sistema.                       Non solo come gestore di infrastrutture ma come piattaforma di connessione tra competenze al servizio di Regioni, province e comuni. Una vera spina dorsale del Paese fatta di eccellenza ingegneristica, capacità gestionale e visione condivisa.

Facciamo il punto