
Pichetto Fratin: “Nucleare di nuova generazione e rinnovabili, così l’Italia ridurrà la dipendenza energetica”
A proposito delle scorte e degli stoccaggi, lei ha più volte dichiarato che l’Italia è al sicuro. Al di là della contingenza della guerra in corso, qual è il piano del Governo per ridurre la dipendenza energetica dall’estero entro i prossimi 5-10 anni?
Le scorte di gas e petrolio sono a livelli abbastanza buoni . Abbastanza buoni nel senso che siamo in grado di ricostituirle completamente per il prossimo inverno. La nostra attenzione, in questo momento, è soprattutto sui prezzi, perché il problema non è quantitativo: è essenzialmente una questione di costo. Questa situazione deve essere una lezione per il futuro: dobbiamo renderci il più indipendenti possibile. Sul fronte delle infrastrutture abbiamo già fatto una prima svolta importante: i due rigassificatori di Piombino e di Ravenna, che valgono 10 miliardi di metri cubi, ci consentono di coprire quasi il 50% della nostra domanda di gas per uso energetico con GNL, e il GNL ha il vantaggio rispetto alle pipeline di poter essere acquistato ovunque nel mondo. Poi abbiamo quattro pipeline: quella dall‘Algeria, la più importante, con 20 miliardi di metri cubi; quella dall’Azerbaigian con 10 miliardi; quella dalla Libia, che potenzialmente potrebbe portarne 12 miliardi e mezzo ma che per la situazione interna libica lavora solo al 20-30%; e il collegamento con il nord Europa attraverso Passo Gries, fino a 6 miliardi, dove arriva sostanzialmente gas norvegese.
Ma c’è già stata un’altra svolta significativa in questi tre anni di governo, ed è quella delle rinnovabili. Le ultime aste di fotovoltaico ed eolico hanno raggiunto livelli importanti, con prezzi ormai competitivi grazie alle tecnologie: il fotovoltaico si è aggiudicato le aste sotto i 60 euro al megawattora, mentre il prezzo dell’energia in questi giorni è sui 140-150 euro. L’eolico è tra i 70 e gli 80 euro. Siamo quasi alla metà del prezzo ufficiale di mercato. E questo è un risultato molto importante: le rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi. Il ruolo dello Stato oggi è regolatorio, non più di sussidio. Però dobbiamo essere onesti: con le sole rinnovabili non possiamo raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione e ridurre il consumo di gas, perché la rete deve essere sempre stabilizzata. Serve un’energia che garantisca continuità. E per il prossimo decennio questa risposta sarà il nucleare di nuova generazione, che dovrà integrare geotermico, idroelettrico — che può essere ulteriormente sviluppato, anche se abbiamo qualche nodo contrattuale con l’Europa da risolvere — fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo, sia batterie che pompaggio idrico con le dighe, che è un’operazione importante anche sul piano ambientale. Perché dobbiamo pensarci adesso? Perché la domanda crescerà moltissimo nei prossimi anni. Oggi consumiamo circa 310 terawattora l’anno. Tutti gli indicatori ci dicono che tra 10 e 15 anni supereremo i 450 miliardi — solo i data center incidono in modo significativo, ma l’aumento verrà anche dall’elettrificazione degli edifici e dell’industria. Per raggiungere l’obiettivo tra 10 o 20 anni, dobbiamo mettere le basi oggi. E non possiamo dimenticare la nostra vulnerabilità strutturale: dipendiamo dall’estero per circa l’80% del fabbisogno energetico. Il 20% lo importiamo dalla Francia, essenzialmente da fonte nucleare; il resto arriva tramite gas nelle pipeline, elettricità sempre dalla Francia, e pannelli solari dalla Cina. Questa dipendenza è una vulnerabilità reale del nostro sistema, ed è esattamente quello che dobbiamo ridurre.
A proposito di nucleare, qual è la strategia del Governo rispetto a questa forma di produzione energetica? E a quale tecnologia si sta pensando, eventualmente?
Il primo obiettivo di questa legislatura è definire un quadro giuridico che crei le condizioni per il ritorno al nucleare in Italia. Il piano si articola in due fasi: si partirà dalla fissione di nuova generazione, in particolare i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), tecnologie che nel giro di 4-6 anni sostituiranno le grandi centrali tradizionali. Il referendum del 1987 riguardava sistemi ormai obsoleti e non rappresenta quindi un ostacolo all’adozione di queste nuove tecnologie. L’obiettivo di lungo periodo è invece la fusione nucleare, considerata l’El Dorado energetico. Nonostante quasi 40 anni di assenza dal settore, l’Italia ha mantenuto un livello di competenza molto elevato. La direzione di ITER, il più grande centro mondiale di ricerca sulla fusione situato in Francia e promosso da Euratom insieme a USA, Cina, Russia e Giappone, è affidata a un italiano. Le imprese italiane sono il secondo fornitore europeo di tecnologie nucleari, e sarebbero probabilmente il primo se si escludesse la componente edilizia legata alla localizzazione fisica del centro in Francia. Va ricordato inoltre che l’ultima grande centrale nucleare europea è stata costruita da Enel. Il disegno di legge affronterà anche il tema della formazione professionale e universitaria, indispensabile per sviluppare le competenze specialistiche richieste dal settore. Le iscrizioni ai corsi di fisica e ingegneria nucleare sono già in forte crescita, segnale di un interesse concreto da parte dei giovani, che affrontano la questione con pragmatismo e senza condizionamenti ideologici.
Cosa risponde a chi dice che con il decreto bollette si è privilegiato il sistema produttivo rispetto alle fasce più vulnerabili della popolazione?
Il decreto bollette nasce per regolare il sistema energetico italiano, affrontando per la prima volta la questione dei grandi consumatori industriali. In particolare, i data center pongono sfide specifiche: richiedono fornitura continua di energia, producono grandi quantità di calore e consumano acqua in modo significativo. Per questo devono essere inseriti in una programmazione di rete e collocati con attenzione rispetto alle zone abitate. Il decreto include anche la gas release, uno strumento che facilita il collegamento tra estrattori di gas e grandi energivori, a beneficio di settori come ceramica, vetro e carta, fortemente penalizzati dagli alti prezzi del gas europeo.
Sul fronte manifatturiero, l’intervento da 17,50 euro al megawattora nasce dall’esigenza di avvicinare i costi energetici italiani a quelli tedeschi, visto che la Germania è il nostro principale competitor. Un confronto con Francia e Spagna non è praticabile: i loro prezzi sono rispettivamente la metà e un terzo dei nostri, grazie al nucleare e al fotovoltaico. Il decreto prevede, inoltre, misure per i soggetti più vulnerabili, nei limiti delle disponibilità di bilancio e delle possibilità di intervento sul mercato libero, che conta 20 milioni di contatori su 30. Va infine considerato che il contesto è cambiato rispetto al 20 febbraio, data di approvazione del decreto: i dazi americani e la volatilità del gas — passato da 28-30 euro a un picco di 62 — hanno alterato i calcoli iniziali. Resta però un dato politico importante: lo spread, che era a 200 all’insediamento del governo, è oggi a 60, segno della tenuta dei conti pubblici che il decreto intende preservare





