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Iraq, le truppe americane e italiane lasciano il Paese dopo dodici anni
© Imagoeconomica
30 Settembre 2026

Iraq, le truppe americane e italiane lasciano il Paese dopo dodici anni

Con la fine della missione contro l’Isis, lasciano l’Iraq gli ultimi militari americani e italiani. Si chiudono dodici anni di Inherent Resolve, costati la vita a oltre cento soldati statunitensi, e Baghdad, stretta tra Washington e Teheran, proclama la Giornata della sovranità.

Dopo dodici anni la coalizione internazionale contro lo Stato islamico chiude la sua missione in Iraq. Il Pentagono ha annunciato ola fine dell’operazione “Inherent Resolve”, cominciata nel 2014, e il ritiro degli ultimi militari statunitensi, ventitré anni dopo l’invasione che portò alla caduta di Saddam Hussein. “Il ritiro ordinato delle forze e delle attrezzature della coalizione dalla base aerea di Erbil segna la conclusione con successo della missione militare che ha sconfitto l’Isis in Iraq”, ha dichiarato il portavoce Sean Parnell. Nelle stesse ore sono rientrati anche gli ultimi militari italiani, rimasti per il recupero e il trasferimento dei materiali logistici. “Si conclude così un impegno durato dodici anni, nel corso dei quali migliaia di nostri militari hanno operato in Iraq”, ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto. A Baghdad il governo del primo ministro Ali al Zaidi ha proclamato il 30 settembre Giornata della sovranità nazionale.

Il bilancio di dodici anni contro l’Isis

La coalizione si era formata nel 2014, quando lo Stato islamico aveva preso Mosul e controllava ampie zone dell’Iraq e della Siria. Decine di Paesi vi hanno contribuito con raid aerei, addestramento e sostegno alle forze irachene e curde. La sconfitta territoriale del gruppo fu proclamata in Iraq alla fine del 2017 e in Siria nel 2019 e il bilancio in termini di vite umane è pesante. Secondo il dipartimento della Difesa statunitense, durante la missione sono morti tra Iraq e Siria oltre cento militari americani, 23 in azioni ostili e gli altri per cause non legate ai combattimenti, mentre i feriti sono stati quasi 500. Ancora nel dicembre 2025 due soldati sono stati uccisi dall’Isis in Siria. Se si considera tutta la presenza americana dal 2003, i caduti statunitensi sono circa 4.500. Quanto ai civili, secondo le stime di osservatori indipendenti fino al 2020 i bombardamenti della coalizione in Iraq e Siria avevano provocato tra 8mila e oltre 13mila vittime.

Il contributo italiano

L’Italia ha partecipato con l’operazione “Prima Parthica“, schierata tra Iraq e Kuwait, che si occupava di addestrare le forze di sicurezza irachene e i peshmerga curdi, oltre che di rifornimento in volo, ricognizione e supporto alla coalizione. Il momento più drammatico risale al novembre 2019, quando vicino a Kirkuk un ordigno ferì cinque incursori delle forze speciali, tre dei quali in modo grave. “Prima Parthica” si inserisce in una presenza più lunga, cominciata nel 2003 con l’operazione “Antica Babilonia” e segnata dalla strage di Nassiriya, che nel complesso è costata circa 4 miliardi di euro. Con il ritiro, comunque, i rapporti non si interrompono: in Iraq, infatti, restano due carabinieri impegnati in “Euam Iraq”, la missione civile dell’Unione europea che affianca le autorità irachene nella riforma del settore della sicurezza. È invece un’iniziativa distinta la “NATO Mission Iraq”, la missione dell’Alleanza che addestra e consiglia le istituzioni militari irachene e che andrà avanti dalla sede temporanea di Lago Patria, in provincia di Napoli. Roma e Baghdad, infine, hanno concordato di mantenere i programmi di formazione per le forze armate irachene. Crosetto parla di un rapporto che cambia forma, con “meno presenza militare sul terreno e sempre più collaborazione, formazione, scambio di competenze”.

Un ritiro in piena crisi regionale

Il ritiro avviene in un momento di forte instabilità nella regione. Dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, alla fine di febbraio, le milizie irachene vicine a Teheran hanno lanciato più di 600 attacchi contro obiettivi americani tra febbraio e aprile, e a marzo anche la NATO aveva trasferito il proprio personale fuori dal Paese. Il disarmo di questi gruppi, in parte inquadrati nelle strutture dello Stato ma con catene di comando proprie, è slittato all’estate del 2027. Il Pentagono assicura che continuerà a garantire addestramento mirato e supporto di intelligence, ma avverte che la responsabilità principale della sicurezza spetta ora al governo iracheno.

Isis, Iran e curdi, i rischi del dopo

Gli analisti indicano soprattutto tre rischi: il primo è un ritorno dell’Isis, oggi molto indebolito ma ancora attivo, in un Paese dove la situazione economica e sociale resta fragile; il secondo riguarda l‘influenza iraniana, che l’uscita delle truppe occidentali potrebbe rafforzare, anche se molti osservatori ritengono che il ritiro inciderà poco sul confronto tra Washington e Teheran; il terzo tocca i curdi, che nei rapporti con il governo centrale perdono la protezione indiretta assicurata dalla presenza straniera. Per diversi esperti l’influenza americana non scompare ma cambia forma, spostandosi su diplomazia, energia e investimenti in infrastrutture. L’Italia, da parte sua, si è candidata a guidare la missione NATO in Iraq, per restare un interlocutore di Baghdad anche senza soldati sul terreno.

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