
Alla Sardegna serve la manifattura
La Sardegna continua ad affermarsi come regione, raggiungendo una crescita dell’1,3% del PIL nel 2024. I dati sono stati elaborati dal Centro Studi Confindustria Sardegna e forniti da ISTAT. Anche le stime per il 2025 vedono il Prodotto Interno Lordo crescere dell’1,1%, secondo Svimez, e dello 0,7%, secondo la Banca d’Italia. Tuttavia, nonostante l’economia continui a progredire e crescere, un periodo superiore alla media nazionale dello 0,7% non riesce a compensare un divario accumulato in decenni. Il rapporto di Confindustria Sardegna fa una panoramica sullo stato economico della Regione.
Il divario manifatturiero
Nel 2024, il PIL pro capite regionale, il valore medio della ricchezza prodotta in un anno da ogni singolo abitante, è stato pari a 27.731 euro, contro i 37.309 dell’Italia. Per ogni residente, la Sardegna produce circa 10mila euro in meno della media nazionale, inferiore di circa il 25,7%. Il divario più grande e significativo lo troviamo nel comparto manifatturiero: il valore aggiunto è di circa 2,33 miliardi nel 2023, circa il 6,2% del valore aggiunto regionale, a fronte del 17,2% nazionale. Il report fa un paragone con le altre Regioni del Mezzogiorno e la differenza si nota ancor di più. La Basilicata ha un PIL pro capite relativamente vicino a quello del territorio sardo, ma il valore aggiunto manifatturiero è più che il doppio: per la Sardegna è circa 1.480 euro per residente, mentre per la Basilicata è 3.380 euro per residente.
La Puglia e la Campania, nonostante il PIL pro capite rispettivamente di 24.328€ e 24.564€, sono caratterizzate da una produzione manifatturiera nettamente superiore, di circa il 48% e il 64% rispetto a quella isolana. Se la produzione manifatturiera avesse la stessa incidenza osservata a livello nazionale in Sardegna, il suo valore aggiunto raggiungerebbe circa 6,5 miliardi di euro. Rispetto agli attuali 2,3 miliardi, si avrebbe una differenza di 4,1 miliardi, spiega Confindustria Sardegna.
“La crescita di un singolo anno non è sufficiente a colmare un ritardo costruito nell’arco di decenni – afferma Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna – Il dato più preoccupante non è soltanto che la manifattura sarda sia molto più piccola di quella delle regioni industrializzate, ma che risulti nettamente più debole anche rispetto a quasi tutto il Mezzogiorno”.
La polarizzazione del settore
Il report evidenzia poi, che nel 2023 quasi la metà del valore aggiunto manifatturiero dipendeva solo da due aggregati: comparto chimico e petrolifero, con 590 milioni di euro, e quello della trasformazione alimentare, con 571 milioni. Tutti gli altri settori manifatturieri rappresentavano la metà restante. Le attività legate al comparto elettronico e tecnologico rappresentavano meno del 3% del valore aggiunto. I trasporti erano inferiori al 2%. Se si escludono raffinazione, chimica e farmaceutica, il valore aggiunto manifatturiero scende da 1.478 a 1.103 euro per abitante, rispetto alla media italiana di 5.134 euro. In questo modo la Regione sarda si avvicina alle ultime posizioni, arrivando a un livello simile della Sicilia e Calabria.
L’insularità incide
Secondo Confindustria, a contribuire a questo divario con il resto dell’Italia è l’insularità, che costituisce uno svantaggio per il settore manifatturiero. La discontinuità territoriale impone alle merci in entrata e uscita un passaggio marittimo, allungando le catene di approvvigionamento. La distanza è un fattore immutabile, il costo dei trasporti e l’affidabilità dei collegamenti, no. Secondo Confindustria, se gli interventi che vengono intrapresi sono temporanei, frammentati e non commisurati agli extracosti sostenuti dalle imprese, lo svantaggio geografico diventerebbe cruciale.


