
Webuild e RFI, lo scontro sui soldi che sta fermando i cantieri ferroviari
Lo scontro tra Webuild, il più grande gruppo italiano delle costruzioni, e Rete Ferroviaria Italiana, la società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce la rete, è arrivato fin dentro i cantieri. Da metà ottobre i consorzi guidati da Webuild hanno sospeso una parte dei lavori su due delle più importanti opere ferroviarie in corso, il Terzo Valico dei Giovi tra Piemonte e Liguria e il raddoppio della Messina-Catania, e circa 400 lavoratori sono finiti in cassa integrazione. La disputa è tutta sui soldi. Webuild dice di aver bisogno subito di circa 2,1 miliardi di euro tra crediti non pagati e costi imprevisti, mentre RFI sostiene di aver pagato quanto dovuto e ritiene che i fermi non abbiano giustificazione contrattuale. I sindacati temono che, se non si troverà un accordo entro fine mese, lo stop possa estendersi ad altri cantieri.
Le richieste di Webuild
Il contenzioso è venuto alla luce a settembre, quando è stata resa pubblica una lettera che Webuild aveva inviato il 30 luglio alla presidenza del Consiglio, al ministero dell’Economia e a quello dei Trasporti. Nel documento l’azienda guidata da Pietro Salini indicava circa 800 milioni di crediti scaduti nei confronti di RFI e riserve per 22 miliardi, cioè richieste di pagamenti aggiuntivi per costi non previsti, di cui 13 legati a lavori già eseguiti. Applicando la percentuale media riconosciuta in passato dai collegi consultivi tecnici, gli organismi che decidono sulle riserve, Webuild calcolava di poter ottenere tra 6 e 7 miliardi. Tra le cause dei maggiori costi l’azienda cita problemi geologici inattesi, come l’alta presenza di gas nella roccia scavata. Il 9 settembre, quando la notizia è uscita, il titolo ha perso quasi l’8% in Borsa. Webuild ha poi smentito di aver chiesto 22 miliardi al governo, spiegando che le lettere riguardano “obbligazioni contrattuali già maturate: crediti per lavori eseguiti e certificati ed anticipazioni contrattuali previste dalla legge”.
La replica di RFI
RFI ha risposto il 18 settembre con una lettera in cui contesta quasi tutte le cifre del costruttore, definendole “nominalmente esorbitanti”. Secondo la società ferroviaria, Webuild ha ricevuto finora 7 miliardi di anticipi contrattuali, e RFI le ha già versato circa 1 miliardo tra pagamenti ordinari, anticipi e adeguamenti dei prezzi previsti dalla legge. RFI sostiene anche che le riserve ammontano a circa 20 miliardi, l’88,5% del valore dei contratti, e che la percentuale di riconoscimento citata da Webuild non è rappresentativa. A luglio, ricorda, i collegi tecnici hanno esaminato riserve per 1,89 miliardi e ne hanno riconosciuti 531 milioni. Nell’incontro con i sindacati del 15 ottobre RFI ha ripetuto che non ci sono motivi contrattuali per fermare i lavori, ha spiegato di aver già mandato diffide ai consorzi e ha ordinato la ripresa immediata dei cantieri, confermando che riconoscerà le revisioni dei prezzi previste dalle norme del 2025.
Cantieri fermi e lavoratori in cassa integrazione
L’opera più importante coinvolta è il Terzo Valico, una linea di 53 chilometri tra Arquata Scrivia e Genova con una doppia galleria di 27 chilometri sotto l’Appennino. Nei cantieri di Radimero e Val Lemme, dove gli scavi erano arrivati rispettivamente al 94 e all’88%, metà dei circa 300 dipendenti della Seli Overseas, controllata da Webuild, è in cassa integrazione per tredici settimane. Secondo la Feneal Uil di Alessandria, se non si troverà un accordo potrebbero fermarsi più di 1.800 lavoratori. In Sicilia dal 12 ottobre sono in cassa integrazione 170 addetti della Seli Overseas impegnati sulla Messina-Catania e 72 operai dello stabilimento Webuild in provincia di Catania che produce i conci per le gallerie. “Il prezzo del contenzioso non può essere scaricato sulle spalle di chi lavora”, ha detto Antonio Di Franco della Fillea Cgil. Per il segretario generale della Feneal Uil Mauro Franzolini i fermi “non possono essere considerati normali né accettabili”.
Lo Stato da entrambe le parti
C’è poi un aspetto particolare, perché lo Stato si trova da entrambe le parti. Controlla RFI attraverso Ferrovie dello Stato e, tramite Cassa Depositi e Prestiti, possiede il 16,4% di Webuild, a cui RFI ha affidato diciotto grandi opere per un valore complessivo di circa 30 miliardi. Tra i cantieri considerati a rischio ci sono anche la Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Bari, la Palermo-Catania e la Fortezza-Ponte Gardena in Alto Adige. Mentre lamenta problemi di liquidità sulle commesse italiane, Webuild ha intanto rilanciato l’offerta per prendere il controllo di Trevi, gruppo specializzato nell’ingegneria del sottosuolo, un’operazione che secondo Salini è “interamente finanziata dal Gruppo”. Finora il governo non risulta aver preso posizione pubblicamente, I sindacati chiedono un tavolo con tutte le parti coinvolte e, nel Mezzogiorno, amministratori e parlamentari locali sollecitano risposte rapide.

