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Nazionale, la rivoluzione parte dalle infrastrutture
© Profilo Facebook della Nazionale italiana
5 Aprile 2026

Nazionale, la rivoluzione parte dalle infrastrutture

Dopo la terza eliminazione consecutiva dai Mondiali, l’Italia non può più permettersi di sbagliare. 12 anni di mancata programmazione intervallati solo dall’illusione della vittoria di Euro 2020. Ora la palla passa alla FIGC, che dopo le dimissioni di Gravina avrà il compito di trovare soluzioni per uscire da questa crisi più che decennale. Gli esempi non mancano: Nazionali come Francia e Germania dopo anni di delusioni hanno saputo investire sul talento, con strutture all’avanguardia e politiche per la crescita dei minori a 360 gradi.

Da ormai nove anni alla Nazionale italiana di calcio vengono accostate due parole: “giorno zero”. La prima volta avvenne il 14 novembre 2017, il giorno dopo la cocente eliminazione dai Mondiali di calcio per mano della Svezia ai playoff di qualificazione; la seconda nel 2021, post eliminazione a Palermo dalla modesta Macedonia del Nord; la terza martedì 31 marzo 2026 dalla Bosnia Erzegovina. Una triste routine, diventata realtà per colpa di una mancata programmazione e di un sistema ancora troppo figlio degli anni d’oro del calcio italiano, gli anni ‘90. Prima del campionato mondiale del 2018 in Russia, l’Italia non aveva centrato la qualificazione solo nel 1958 ai Mondiali in Svezia; nel 1930, nella prima edizione, rinunciò volontariamente per protesta contro la FIFA. 

Gravina dimesso, nuove elezioni il 22 giugno

Dopo le dimissioni del presidente FIGC Gabriele Gravina, al comando della federazione nelle ultime due qualificazioni mancate, ci saranno nuove elezioni il 22 giugno. Una data cruciale per delineare il nuovo corso della Nazionale e per trovare soluzioni su quello che manca davvero all’Italia: le strutture. 

Un problema che nasce dagli stadi

Tra stadi fatiscenti e cattedrali nel deserto, in Italia è complesso costruire impianti calcistici, sia per la burocrazia presente, sia per la mancanza di progettazione a lungo termine. Basti pensare che l’Italia, che ospiterà gli Europei nel 2032, su cinque stadi previsti ne ha confermato solo due. Gli altri? Non sono ancora adatti a ospitare una manifestazione di questo tipo: riqualificazioni, progetti, investimenti last minute. Si arriverà a una quadra, ma non avere certezze sugli impianti a tre mesi dalla decisione è un problema di impostazione del lavoro. 

E queste sfaccettature si ripercuotono anche sugli incassi. Facciamo un esempio: lo stadio italiano maggiore per capienza, il Giuseppe Meazza di Milano (che tra l’altro rischia di non essere tra gli impianti italiani che ospiteranno gli Europei) incassa mediamente 4,5 milioni di euro a partita, tenendo conto di Serie A, Champions League e Coppa Italia. Comparandolo al nuovo Santiago Bernabeu di Madrid per fascino e per numero simile di capienza, lo stadio spagnolo incassa in media 10 milioni. Oltre a ciò, grazie alla sua polifunzionalità, incassa circa tra i 350 e i 400 milioni all’anno solo con il museo del club, i ristoranti, gli alberghi e il negozio ufficiale del club. La differenza con San Siro? Il Bernabeu è privato e di proprietà del Real Madrid, lo stadio milanese no, come la quasi totalità degli altri tempi del tifo italiani. Meno incassi, coniugati a una programmazione quasi inesistente, ed ecco la risposta: anni luce indietro, soprattutto nella crescita dei talenti.

Lo stadio Giuseppe Meazza da fuori. ©Imagoeconomica

Scuole calcio non all’altezza 

La rivoluzione parte dal basso: dai settori giovanili. In Italia solo pochi club hanno delle strutture all’avanguardia per gli under 18 e quasi tutte queste squadre fanno parte delle leghe professionistiche (Serie A, B e qualche eccezione in C). Occorre tanto lavoro sul territorio, la creazione di centri federali qualificati di formazione diffusi su ogni regione per monitorare i talenti fin dai primi anni di attività agonistica. E anche una implementazione delle regole nei vivai, perché i settori giovanili devono essere un’infrastruttura sociale e logica a tutto tondo. 

Pablo Picasso diceva: “I bravi artisti copiano, i grandi rubano”. Gli esempi in Europa si sprecano: Francia, Germania e anche Portogallo. Rubare per risorgere, migliorare per eccellere. 

L’esempio più virtuoso: l’INF-Clairefontaine e i Pôles Espoirs in Francia

Se è vero il detto “bisogna toccare il fondo per risalire”, bisogna ammettere che in Francia lo hanno fatto, e anche molto bene. I Bleus a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 hanno attraversato una grossissima crisi di risultati e talenti: fuori dai Mondiali nel 1970 e 1974 e dagli Europei per vent’anni, dal 1960 al 1980. La restaurazione del sistema calcistico francese nasce nel 1973 dall’allora commissario tecnico della Nazionale, il rumeno Steven Kovacs. L’idea è brillante: creare l’Institut National de Football, un’accademia d’elite. Si convinse che solo grazie a investimenti mirati sulla formazione dei calciatori sarebbero potuti arrivare i risultati e i trofei. Il centro tecnico, nato a Vichy e poi spostato nel 1990 nella sede del centro di allenamento della Nazionale maggiore, Clairefontaine, ha diversi obiettivi: lavoro sulla tecnica individuale, esaltazione del talento del singolo giocatore e la crescita del lavoro di squadra. L’età minima è 13 anni e i ragazzi possono rimanere lì per due anni, fino ai 15. Hanno vitto, alloggio, istruzione, di pomeriggio gli allenamenti. I risultati sono lampanti: 2 Mondiali (1998 e 2018), 2 Europei (1984 e 2000), 2 Confederations Cup (2001 e 2003) e 1 Nations League (2020-2021). Campioni come Kylian Mbappé e Thierry Henry sono usciti dall’INF di Clairefontaine.

Kylian Mbappé e Thierry Henry. ©Profilo X di Mbappé

Oltre ai centri di formazione dei club professionistici e l’INF, in Francia ci sono anche 25 Pôles Espoirs. Strutture federali di formazione calcistica lungo tutto il territorio transalpino che servono a formare e monitorare il numero maggiore di talenti possibili. E infine gli investimenti, perché qui è il vero fulcro della rivoluzione, calcistica, francese: un numero consistente incassi registrati dalla federazione viene destinata annualmente al calcio dilettantistico. Risultato? Iscrizioni maggiori di anno in anno.

Portogallo, Inghilterra e Germania. L’innovazione delle infrastrutture come mantra

In Portogallo il vero cambio di mentalità è avvenuto dopo che ha ospitato gli Europei del 2004. Impianti nuovi, all’avanguardia e proiettati a migliorare ogni singolo aspetto del club di appartenenza. Infatti per ogni ricavo, una percentuale deve essere impiegata per potenziare le infrastrutture delle squadre: campi, alberghi, impiantistica di gioco. 

In Inghilterra invece si è data tanta importanza agli impianti con l’EPPP, Elite Player Performance Plan. Si tratta di un programma per i maggiori talenti inglesi. Tra le cose più interessanti, c’è la categorizzazione delle accademie, ovvero la suddivisione delle accademie sugli investimenti e la qualità delle strutture (stato dell’erba, strutture al coperto, luci funzionanti). Il costo dell’investimento è molto alto, 1,6 miliardi di sterline circa, però sta garantendo grandi risultati e valorizza tanti allenatori delle giovanili che lavorano a tempo pieno. 

La Germania è la nazione con il progetto più verticale. Dopo il Mondiale 2006 ospitato proprio dai tedeschi e ultima gioia italiana nella Coppa del Mondo, nasce un programma per le scuole calcio voluto dalla Federazione. Strutture super moderne e regole ferree, se i club non dovessero rispettare questi criteri rischierebbero sanzioni salate, come anche la perdita della licenza per il calcio professionistico. Sempre la Federazione attribuisce un punteggio, più è alto, più contributi ottieni da investire per il settore giovanile. La regola è: tanto non ci sfuggi. Centri ogni 25 km, una capillarità mai vista e oltre 600mila ragazzi che vengono selezionati da circa 1300 osservatori. 

Esempi da ogni dove, interventi arrivati dopo anni di delusioni sportive e simboliche. Serve fare un passo indietro e accettare che l’Italia è anni luce in ritardo. Il talento va coltivato e passa, anche, dalla modernizzazione delle infrastrutture.

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