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Appalti pubblici, infrastrutture e corruzione. Bilancio impietoso di un’Italia che costruisce troppo poco e sorveglia ancor meno
Giuseppe Busia, presidente ANAC
© Imagoeconomica
21 Aprile 2026

Appalti pubblici, infrastrutture e corruzione. Bilancio impietoso di un’Italia che costruisce troppo poco e sorveglia ancor meno

La relazione annuale dell’Anac e il rapporto sulle infrastrutture strategiche consegnano un quadro contraddittorio: il mercato degli appalti vale 310 miliardi e i cantieri sono in crescita, ma dietro i numeri si nascondono affidamenti diretti fuori controllo, grandi opere che avanzano a rilento e una corruzione che cambia pelle diventando sempre più difficile da intercettare

Il mercato degli appalti pubblici italiani nel 2025 ha raggiunto un valore complessivo di 309,7 miliardi di euro, con 287.421 procedure di affidamento, un aumento del 7,6% nel numero e del 13,9% nell’importo totale rispetto al 2024. I numeri, presentati alla Camera dal presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Giuseppe Busia alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, sembrano incoraggianti. A guardarli da vicino, però, il quadro si complica.

La crescita è trainata quasi interamente dal comparto delle forniture, aumentate del 25,2% in valore, e dai servizi, cresciuti del 15,9%. Il settore dei lavori pubblici è invece in netta flessione, con un calo del 10,6% sull’importo totale rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle procedure sia aumentato del 3,3%. La forbice tra il numero di gare e il valore effettivo dei lavori appaltati racconta di una pubblica amministrazione sempre più impegnata ad acquistare beni e a esternalizzare servizi, e sempre meno capace di tradurre risorse in opere fisiche. Sul fronte geografico, il Lazio guida sia per numero di procedure (35.902 gare identificate da codice CIG) sia per volume di spesa, con 78,8 miliardi di euro, seguita dalla Lombardia con 43,9 miliardi.

Le tipologie di forniture più acquistate nel 2025 riflettono la pressione del sistema sanitario post-pandemia: i prodotti farmaceutici segnano un balzo del 65,4% rispetto al 2024, le apparecchiature mediche crescono del 10,1%. Tra i servizi, la voce che ha inciso di più, per la prima volta, è quella connessa alla costruzione, ma solo grazie a una singola gara da 8,35 miliardi per la concessione di una tratta autostradale (A22 Brennero-Modena). Al netto di quella operazione, i servizi mostrano una struttura ordinaria con la spesa per assistenza sociale al primo posto.

Il buco nero degli affidamenti sottosoglia

Il dato più preoccupante che emerge dalla relazione ANAC riguarda un fenomeno che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico e che ora assume proporzioni difficili da ignorare. Nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi e forniture hanno interessato quasi il 95% delle acquisizioni totali, con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro: si passa dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025. Un moltiplicatore di quasi nove volte in quattro anni. Busia ha definito questo andamento con parole nette: “Dietro questa prassi si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo”.

Il meccanismo è tecnicamente semplice: sopra una certa soglia di importo, la legge impone procedure competitive aperte al mercato, con pubblicazione del bando, valutazione delle offerte e trasparenza. Sotto quella soglia, le stazioni appaltanti possono affidare direttamente, senza gara. Il risultato è che le amministrazioni tendono a tenere i contratti di consulenza e fornitura appena al di sotto del limite, frammentando le commesse o calibrando gli importi in modo da evitare il confronto concorrenziale. La concentrazione di appalti nella fascia 135-140mila euro, praticamente sulla linea del limite, non è statistica: è una scelta. L’ANAC parla esplicitamente di “addensamento” e il trend è esponenziale.

Questo fenomeno interagisce con un’altra criticità segnalata dal presidente dell’Autorità: manca ancora l’obbligo, per le imprese che partecipano agli appalti, di dichiarare il titolare effettivo, condizione minima per conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte. Senza sapere chi c’è dietro una società, qualsiasi sistema di verifica antimafia o anticorruzione rimane parziale.

La corruzione cambia forma: più sfuggente, più in alto

Il quadro che emerge dalla relazione annuale dell’ANAC sul fronte della corruzione è quello di un fenomeno che ha imparato ad adattarsi. Il fenomeno si è fatto più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica: non più soltanto le tradizionali tangenti, ma una costellazione di condotte subdole, dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni opache, dai concorsi inquinati alla distrazione dei fondi dell’Unione europea, in crescita del 35% lo scorso anno secondo la Procura europea. A volte arriva addirittura a lambire i livelli istituzionali più alti: non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle.

Busia ha indicato un ulteriore fattore di vulnerabilità nel sistema: l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Secondo l’ANAC, questa scelta avrebbe richiesto un corrispondente rafforzamento delle garanzie amministrative. Al contrario, è avvenuto il contrario: si è arretrati sul piano penale senza costruire presidi alternativi sul piano amministrativo, lasciando zone d’ombra in cui i comportamenti scorretti possono prosperare senza essere facilmente perseguiti.

Sul piano della digitalizzazione degli appalti, invece, Busia ha registrato un progresso: “In appena due anni, l’Italia ha compiuto un salto che sembrava impossibile” nella digitalizzazione delle procedure di contrattazione pubblica, un avanzamento confermato anche dai dati del rapporto sulle infrastrutture: le stazioni appaltanti che hanno usato la modalità analogica per le gare sono crollate dal 45% al 1% in soli due anni. La Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici abilita oggi oltre 5 milioni di procedure l’anno, assorbendo circa il 12% del PIL nazionale. È ssullo strumento della tracciabilità digitale dell’intera filiera degli appalti, inclusi i subappalti, che Busia ha identificato la principale leva per combattere le infiltrazioni criminali nei cantieri, con un richiamo esplicito al Ponte sullo Stretto: un’opera che, per dimensioni e visibilità, attirerà inevitabilmente attenzioni indesiderate e che richiederà controlli rafforzati e vincoli stringenti al subappalto a cascata.

Il bilancio è quello di un paese che ha costruito una macchina amministrativa imponente e che investe risorse senza precedenti in infrastrutture e appalti, ma che fatica ancora a garantire che quei soldi arrivino dove servono, nei tempi giusti, attraverso procedure che resistano alla pressione degli interessi particolari. La digitalizzazione avanza, i cantieri si moltiplicano, il PNRR ha dato una scossa. Quel che manca, secondo Busia, è ancora una programmazione infrastrutturale di lungo periodo, una visione unitaria condivisa con i territori, e la trasparenza piena su chi, alla fine, riceve i contratti pubblici.

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