
Energia cara, spesa più salata: tutte le ricadute della crisi sul portafoglio degli italiani
Per quaranta giorni consecutivi i prezzi alla pompa non hanno fatto che salire. Il gasolio ha toccato il suo picco il 9 aprile, sfiorando i 2,19 euro al litro sulla rete ordinaria e avvicinandosi ai 2,60 euro sulle autostrade. Il governo ha deciso di prorogare per tutto il mese di aprile il taglio delle accise da 25 centesimi ma, nonostante la misura, il diesel è tornato sopra i 2 euro a litro spinto dai rialzi internazionali. Solo a partire dal 10 aprile si è registrato un primo segnale di inversione, con il gasolio che si assesta attorno ai 2,10 euro al litro e la benzina intorno a 1,76 euro, valori comunque sensibilmente superiori a quelli pre-crisi.
La causa diretta è la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocata dall’intensificarsi delle tensioni militari nell’area. Le prime stime indicano che l’interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe far aumentare il prezzo medio del gas in Europa dai 30 €/MWh di febbraio 2026 ai 45-60 €/MWh per l’intero anno, a seconda della durata del conflitto. Per l’Italia la vulnerabilità è strutturale: il Paese importa circa il 75% del proprio fabbisogno energetico e dipende in larga misura dal metano per la produzione di elettricità, il che significa che ogni turbolenza internazionale si trasmette rapidamente alle bollette di famiglie e imprese.
Il conto per le famiglie: dalla spesa alimentare alle bollette
L’impatto più immediato e diffuso riguarda i prezzi al consumo. A marzo 2026 l’inflazione si è portata all’1,7%, spinta soprattutto dalla risalita dei prezzi degli energetici regolamentati e dall’accelerazione degli alimentari non lavorati, saliti al 4,7%. Si tratta del dato più alto da luglio dell’anno scorso. Il cosiddetto “carrello della spesa” (alimentari, cura della casa e della persona) ha registrato su base annua una crescita dei prezzi pari al 2,2%, con ripercussioni tangibili per le famiglie numerose: una coppia con due figli si trova a far fronte, secondo le stime del Codacons, a un aumento complessivo del costo della vita di circa 622 euro su base annua.
A pesare in modo particolare è la filiera dell’ortofrutta. I dati raccolti da Borsa Merci Telematica Italiana sui mercati all’ingrosso mostrano rincari che in alcuni casi superano la metà del prezzo di un mese fa: finocchi, pomodori in serra, asparago verde e cavolfiori hanno registrato rialzi superiori al 30% rispetto al mese precedente, con il finocchio a +56% e il cavolfiore bianco a +46%. Le cause sono due, entrambe legate alla crisi: il caro gasolio che alimenta le serre riscaldate e i rincari dei fertilizzanti, il cui principale fornitore mondiale si trova proprio nell’area del Golfo. L’urea è passata dai 46 euro al quintale del 2025 ai 70 euro attuali, con ricadute dirette sui costi degli agricoltori. Per le bollette, le famiglie che hanno optato per contratti a mercato libero con indicizzazione dei prezzi si trovano di fronte a una spesa media annua stimata di 877 euro per la sola elettricità , con un incremento di 67 euro rispetto agli scenari di stabilità.
Confcommercio stima per aprile 2026 un’inflazione al 2,3% su base annua, il valore più alto dalla fine del 2023, con la ripresa dei prezzi legata ancora quasi esclusivamente ai costi dell’energia e dei trasporti. Al momento la trasmissione agli altri comparti (abbigliamento, elettrodomestici, servizi) è ancora limitata, ma gli analisti avvertono che il trasferimento potrebbe avvenire nei prossimi mesi se il conflitto dovesse protrarsi.
Le imprese sull’orlo del conto salato
Il quadro industriale è quello che desta maggiore preoccupazione nel medio termine. Secondo il Centro Studi Confindustria, nel 2026 la bolletta energetica della manifattura italiana può aumentare di 7 miliardi di euro nello scenario di rientro del conflitto entro giugno, e arrivare a 21 miliardi in più se la guerra in Iran resta aperta per l’intero anno. Con un petrolio medio a 140 dollari al barile, la quota dei costi energetici sui costi totali salirebbe dall’attuale 4,9% al 7,6%, appena sotto l’8,3% sperimentato nel 2022, quella crisi che aveva già obbligato molte imprese a rivedere turni, listini e piani d’investimento.
Nelle costruzioni gli aumenti arrivano al 10,5%, con il bitume salito del 70%: il ministro Salvini ha parlato apertamente di cantieri a rischio stop. Energia, trasporti e materie prime tornano a pesare in modo decisivo sui bilanci aziendali, con le imprese costrette a scegliere se assorbire le perdite o trasferirle sui prezzi finali, rischiando però di frenare ulteriormente una domanda già sotto pressione. Solo nelle tre province romagnole, Confindustria stima un maggior costo sulle bollette industriali di 92 milioni di euro nell’intero anno 2026, a parità di prezzi rilevati, un dato che dà la misura di quanto capillare sia l’impatto sul tessuto produttivo locale.
Sul fronte del credito, la crisi ha anche invertito la rotta dei tassi sovrani: il tasso per le imprese italiane era al 3,33% a febbraio, ma la traiettoria dei mercati indica un aumento del costo del credito proprio mentre i margini industriali vengono compressi dall’energia. Un incrocio che rende più fragile la tenuta degli investimenti privati proprio mentre il PNRR continua a sostenere la domanda pubblica.

Lo scenario macroeconomico e le misure in campo
Banca d’Italia stima che il PIL italiano aumenti dello 0,5% nel 2026, con la crescita rivista al ribasso di circa mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni di dicembre, e che l’inflazione al consumo raggiunga il 2,6% nell’anno, per poi tornare poco al di sotto del 2% nel 2027. Lo scenario di base ipotizza un prezzo del petrolio a 103 dollari al barile nella media del secondo trimestre, con una discesa graduale nel resto dell’anno; ma Via Nazionale avverte che l’incertezza sulle proiezioni è “eccezionalmente elevata”, e che un protrarsi del conflitto potrebbe portare l’inflazione a superare di oltre 1,5 punti percentuali la previsione centrale.
Sul piano delle politiche, il governo sta agendo prevalentemente sul versante dei carburanti con il taglio delle accise, una misura efficace nel breve ma costosa per le casse pubbliche. Sul fronte europeo, i ministri dei Trasporti dell’Ue si sono riuniti in videoconferenza per valutare la situazione delle scorte di cherosene e la possibilità di acquisti centralizzati di jet fuel, così da rafforzare il potere contrattuale nei confronti dei mercati internazionali. Più strutturale appare invece la richiesta di Confindustria: una politica industriale energetica di lungo periodo che aumenti la quota di rinnovabili nel mix produttivo nazionale, riducendo quella dipendenza dall’esterno che ogni crisi geopolitica trasforma in una vulnerabilità economica immediata. Per ora, l’Italia gestisce una situazione difficile ma non ancora fuori controllo. La vera partita si giocherà nelle prossime settimane, con l’evoluzione del conflitto a fare da unica, decisiva variabile.







