
Hormuz, Qatar e bollette: Tabarelli spiega perché l’Italia rischia più degli altri
Comincio con chiederle una definizione di questa crisi energetica e di come si sta sviluppando secondo lei.
E’ una crisi storica, perché non è mai stato chiuso lo stretto di Hormuz, ed è una crisi paradossale perché i prezzi non sono esplosi come ci si poteva aspettare: siamo a dei livelli molto più bassi rispetto ai picchi storici, forse perché i mercati stanno sperando che la guerra finisca velocemente, il che è tutto da vedere. Resta il fatto che dallo stretto di Hormuz passa il 20% della linfa vitale del mondo, che è il petrolio, e per la prima volta nella storia è stato chiuso.
Che rischi corriamo dal punto di vista energetico?
Il rischio più concreto è quello di una catastrofe economica come quella degli anni ‘70, se non addirittura peggiore. Però durante quella crisi i prezzi erano triplicati, questa volta sono aumentati di un 20-30%, pertanto è ancora niente rispetto a quello che potrebbe accadere se lo stretto restasse chiuso per molto tempo. Certo, nel caso di un intervento di terra degli Stati Uniti sull’isola di Kharg, l’Iran ha dichiarato che la sua rappresaglia sarebbe diretta alle strutture petrolifere del Golfo e lo scenario peggiorerebbe drasticamente. Ovviamente si tratta di azioni militari che non sappiamo come possono evolvere; tuttavia, si tratterebbe di un’escalation che porterebbe inevitabilmente a un prolungamento della crisi e quindi a un suo aggravamento. I tempi lunghi sono la maggiore preoccupazione dei mercati perché comportano un innalzamento dei prezzi.
Le infrastrutture petrolifere del Golfo Persico hanno già subito danni che richiederanno anni per essere riparati.
Sì, ci vorranno degli anni, però noi venivamo da un lungo periodo di eccesso di offerta di petrolio nel mondo e questo aiuta. Il ritorno a una normalità del flusso sarebbe senz’altro lento, però possiamo contare sul fatto che c’è molta capacità petrolifera inutilizzata in giro per il mondo. Il punto vero è che noi consumiamo petrolio altamente raffinato e questa è una qualità importante che caratterizza le forniture che importiamo proprio dal Golfo.
Uno degli effetti di questa crisi è anche una riattivazione di investimenti sulle centrali a carbone, in controtendenza rispetto all’accelerazione che avevano ricevuto le fonti rinnovabili. Questa crisi come incide sulla transizione ecologica?
Io credo che paradossalmente la acceleri. A livello energetico abbiamo bisogno di tutto ma le rinnovabili hanno il vantaggio di essere domestiche, oltre che più pulite. l’Europa è deficitaria di energia e pertanto punta sulle rinnovabili anche per quello, inoltre i prezzi alti delle fonti fossili rendono ancora più competitive le rinnovabili che, tuttavia, hanno dei limiti: però le rinnovabili crescono piano e aumentano la produzione di elettricità mentre noi adesso abbiamo bisogno di gasolio, di carburante per gli aerei, di benzina. Con l’elettricità non si possono far andare le navi o gli arei. Il carbone in questo momento serve, ma serve in relazione alla contingenza della crisi. Vero è che il resto del mondo, in particolare in Asia, si stanno costruendo nuove centrali di carbone ma direi anche per fortuna, altrimenti chiederebbero ancora più gas e lo sottrarrebbero dai mercati dove ci approvvigioniamo anche noi, facendo alzare ancora di più i prezzi.
E per quanto riguarda il nucleare? E’ un’alternativa possibile?
Sarebbe una soluzione troppo a lungo termine, in condizioni normali ci vogliono almeno 10-15 anni ma da noi ci sono già stati due referendum che hanno bocciato questa possibilità e dubito che un terzo andrebbe diversamente.
Che provvedimenti potrebbe prendere il Governo per attenuare gli effetti di questa crisi?
Gli unici nell’immediato sono gli aiuti di Stato: ridurre le tasse e gli oneri di sistema, ridurre le bollette e compensare questa riduzione con maggiore debito statale. In pratica qualcosa di analogo a quanto è stato fatto ‘22-‘23 in tutta Europa, però noi abbiamo la coperta corta, nel senso che avendo il debito più grande del mondo, insieme a quello del Giappone rispetto al PIL, non possiamo fare altro deficit che va a debito e che ci comprime sugli interessi, mentre ci sono altri paesi come la Germania che lo possono fare molto più tranquillamente e pertanto noi abbiamo queste grave limitazioni che legano le mani al Governo.





