Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Una terza portaerei verso l’Iran, Trump pensa a nuovi raid
© Imagoeconomica
2 Ottobre 2026

Una terza portaerei verso l’Iran, Trump pensa a nuovi raid

La portaerei Theodore Roosevelt e migliaia di marines salpano verso il Medio Oriente. Trump respinge l’offerta di Teheran su Hormuz e non esclude nuovi raid dopo le elezioni di metà mandato, mentre i casi di Fairford e del volo FlyDubai alzano la tensione.

La portaerei Theodore Roosevelt ha lasciato il porto di San Diego domenica 28 settembre con il suo gruppo d’attacco, seguita il giorno dopo dalla nave d’assalto anfibio Makin Island con a bordo oltre duemila marines della 13ª unità di spedizione. Sono rinforzi per circa novemila militari, che si aggiungono ai circa 50mila già schierati nella regione, dove operano due portaerei, la George Washington e la George H.W. Bush. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha fatto sapere che le forze sono pronte a intervenire se il presidente Donald Trump ordinasse nuovi attacchi, e lo stesso Trump ha lasciato intendere in un’intervista di questa settimana che i bombardamenti potrebbero riprendere dopo le elezioni di metà mandato di inizio novembre.

Tre portaerei o un cambio della guardia

Non è ancora chiaro se la Roosevelt resterà accanto alle altre due unità o ne prenderà il posto. Secondo alcune fonti militari la nuova portaerei è destinata a sostituire la George Washington, mentre altre fonti del Pentagono parlano di un dispositivo che entro novembre conterà tre portaerei e due gruppi anfibi da sbarco, come non accadeva dalla fine di aprile. È proprio questa ambiguità a rendere la mossa difficile da leggere, a metà tra la preparazione di una nuova offensiva e la pressione psicologica su Teheran. Le opzioni a disposizione della Casa Bianca vanno da nuovi raid su obiettivi militari all’estensione della campagna aerea alle infrastrutture, fino a operazioni anfibie per il controllo di isole o siti strategici nel Golfo, l’ipotesi più rischiosa. Il prezzo della guerra intanto si fa sentire anche per gli americani: dall’inizio del conflitto, a fine febbraio, le forze statunitensi contano 19 morti e 861 feriti.

La battaglia di Hormuz

Il fronte più caldo resta lo stretto di Hormuz, che l’Iran ha di fatto chiuso dopo gli attacchi statunitensi e israeliani di febbraio e che gli Stati Uniti tengono sotto pressione con un blocco navale dei porti iraniani in vigore da aprile. Secondo stime americane, da agosto i pasdaran lanciano in media una trentina di droni e una decina di missili antinave a settimana contro le navi commerciali, e per l’agenzia britannica per la sicurezza marittima dalla metà di settembre almeno 13 imbarcazioni, quasi tutte petroliere, sono state colpite. Allo stesso tempo l’export di greggio attraverso lo stretto si è ripreso, fino a circa 16,5 milioni di barili al giorno a settembre contro i 6 di marzo, grazie a oleodotti alternativi, trasbordi tra navi e rotte scortate. Washington sostiene che la presa iraniana sullo stretto si stia allentando, Teheran rivendica di averne ancora le chiavi.

L’offerta respinta e i casi Fairford e FlyDubai

Sul piano diplomatico, l’Iran ha proposto di riaprire Hormuz entro sette giorni e di riprendere i negoziati sul nucleare in cambio della fine del blocco navale, della sospensione delle sanzioni sul petrolio e di un cessate il fuoco esteso al Libano, ma Trump ha respinto il piano giudicandolo insufficiente. A complicare il quadro ci sono due episodi ancora poco chiari. In Inghilterra la polizia antiterrorismo indaga su un presunto piano contro la base aerea di Fairford, usata dai bombardieri americani, e ha arrestato un cittadino con doppia nazionalità britannica e iraniana dopo che cinque sospetti erano stati rilasciati su cauzione. L’ambasciata iraniana a Londra ha definito infondate le accuse. Mercoledì un copilota di nazionalità omanita ha aggredito il comandante di un volo FlyDubai diretto a Tel Aviv, costretto ad atterrare in Arabia Saudita. Trump ha detto di ritenere che ci sia un legame con l’Iran, anche se finora non ne sono emerse prove. Episodi che, nelle mani della Casa Bianca, potrebbero diventare la giustificazione per un nuovo round di attacchi.

Leggi anche…

Facciamo il punto