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Il missile cinese che allarma il Pacifico
© Imagoeconomica
13 Luglio 2026

Il missile cinese che allarma il Pacifico

Pechino ha testato con successo un missile balistico intercontinentale da un sottomarino nucleare nel tratto dell’Oceano tra Kiribati e Tuvalu: un’operazione che dimostra la piena maturità della sua triade nucleare. Il lancio ha scatenato le proteste di Giappone, Australia e Nuova Zelanda, ma soprattutto degli USA mancanza di trasparenza. Al fianco della Cina si schiera Mosca, che difende il test come un diritto sovrano.

Un lancio che ha scosso gli equilibri dell’Indo-Pacifico e che ha infastidito e non poco gli Stati Uniti. La PLA, marina dell’Esercito popolare di liberazione cinese, ha effettuato con successo il test di un missile balistico strategico a lungo raggio. Dotato di una testata fittizia, è stato lanciato direttamente da un sottomarino a propulsione nucleare e rappresenta una svolta per gli armamenti del Dragone. Per quanto Pechino abbia formalmente derubricato l’operazione come semplice routine, la traiettoria del vettore e la scelta del palcoscenico oceanico hanno innescato una dura reazione a catena internazionale e diviso i blocchi geopolitici.

La triade nucleare

L’aspetto più rilevante, che ha messo in allarme le intelligence occidentali, risiede proprio nella natura subacquea del lancio. Si è trattato di un esordio, poiché è stato il primo test ad aver coinvolto un SSBN, ovvero un sottomarino a propulsione nucleare strategico e ha segnato un cambio di passo rispetto ai lanci da terra. Questa prima volta ha contribuito a completare e perfezionare la componente sottomarina di quella che nel gergo militare viene chiamata “triade nucleare”, ovvero armamenti via mare, terra e aria. Una polizza assicurativa niente male qualora ci dovessero essere problemi futuri. Questa tecnologia garantisce la capacità di contrattaccare in maniera devastante, ovvero la possibilità di rispondere a un attacco atomico nemico anche nel caso in cui le installazioni missilistiche sulla terraferma venissero interamente neutralizzate.

La data simbolica

Il lancio è avvenuto una settimana fa, alle 12:01 locali del 6 luglio e poche ore dopo un evento politico cruciale per la regione: la firma a Suva, capitale delle Isole Fiji, dello storico trattato tra l’arcipelago e il grande vicino, l’Australia (Ocean of Peace Alliance). Questo accordo eleva le Fiji al rango di stretto alleato militare di Canberra, con i due Paesi che si impegnano al supporto reciproco in caso di attacco. La mossa cinese è stata quindi letta dagli analisti come una risposta muscolare al progressivo allargamento della rete di alleanze a guida occidentale nel Pacifico meridionale, area in cui Pechino tenta da anni di espandere la propria influenza, specialmente dopo il contestato patto di sicurezza siglato nel 2022 con le Isole Salomone. Insomma, i cinesi l’hanno fatto nel posto giusto al momento giusto.

Polemiche da Giappone, USA e Oceania

Pechino ha cercato di disinnescare le polemiche confermando di aver informato preventivamente le autorità di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Papua Nuova Guinea. La notifica anticipata non ha però evitato il coro di dure proteste dei Paesi dell’Indo-Pacifico. Il ministro degli Esteri neozelandese, Winston Peters, ha ricordato con fermezza che il Pacifico deve rimanere “un oceano di pace”, sottolineando la profonda preoccupazione per il passaggio del vettore all’interno della zona denuclearizzata istituita dallo storico Trattato di Rarotonga del 1986. Anche il Giappone ha espresso forte irritazione, chiedendo a Pechino di riconsiderare i test per evitare minacce allo spazio aereo regionale.

La reazione più dura però è arrivata direttamente da Washington. Il dipartimento di Stato americano ha aspramente criticato la Cina per mancanza di trasparenza. Secondo i dati raccolti dal Pentagono, l’arsenale atomico cinese sta crescendo a ritmi vertiginosi (potrebbe superare le 1.000 testate entro il 2030) e l’opacità sui dettagli tecnici del programma aumenta drasticamente il rischio di pericolosi errori di calcolo strategico.

Il Cremlino bastian contrario: “Un diritto sovrano”

In questo scenario di crescente isolamento per Pechino, uno dei pochi Paesi a essersi schierati apertamente a favore di questi test è stata la Russia. Dal Cremlino non poteva che essere così, proprio perché rientra in una de-occidentalizzazione delle strategie militari nel Pacifico. Da Mosca hanno definito il lancio “un diritto sovrano” per garantire la propria sicurezza e hanno voluto specificare che le manovre dell’alleato non costituiscono una minaccia per nessuno.

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