
Con quali fonti vanno alimentati i Data Center? Risponde il WWF
Sul tavolo di Terna, società italiana che opera nel settore energetico, ci sono richieste di connessione per 82,63 GW di nuovi data center. Le stime realizzate dall’azienda indicano che la capacità realizzabile entro il 2030 sarà tra 1,5 GW e 3 GW: circa un ventesimo di quanto chiesto. Questo è il primo di tanti scarti tra annuncio e realtà analizzati dal rapporto “Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?”, realizzato dall’Università di Padova con il contributo del WWF Italia.
La relazione arriva in un contesto delicato: l’intelligenza artificiale ha reso i data center un tema di sicurezza energetica nazionale, aumentando le richieste di connessione alla rete elettrica, che stanno mettendo sotto pressione un sistema autorizzativo tra Stato, Regioni e Comuni.
Una domanda sopravvalutata?
I numeri che aprono il documento sono chiari: i data center italiani hanno consumato 3,9 TWh nel 2024, l’1,3% dei consumi nazionali. La problematica spiegata dal rapporto è proiettare questa crescita nel futuro. Tre indizi ci portano a una lettura prudente: il 68% degli investimenti si è concretizzato nel triennio 2023-2025; inoltre, l’efficienza dei sistemi di calcolo è cresciuta a livelli vertiginosi, Google dichiara di aver ridotto di 33 volte il consumo energetico per query in un anno; infine, la filiera dei semiconduttori che pone dei limiti fisici che nessun investimento può aggirare.
Per questo motivo il rapporto ci tiene a immaginare tre scenari di incrementi di consumo: quello Base, con un incremento di 9,7TWh al 2030, quello Accelerato con 17,7 TWh e quello Accelerato trainato dall’AI, il più aggressivo, con 28,7 TWh di consumi.
La riqualificazione dei siti dismessi
La domanda sul territorio dove costruire i data center sta aumentando notevolmente. In Lombardia, per esempio, sono in corso molteplici progetti per contendersi le ex acciaierie, i siti industriali dismessi già dotati di allacci in alta tensione. Il problema però è quello di autorizzare un ciclo combinato da 800 MW in posti dove, le cabine elettriche esistenti non erano state pensate per carichi di un ordine di questa grandezza. Qui il rapporto prova a introdurre una soluzione: il brownfield only, che vincolerebbe nuovi insediamenti alle sole aree già impermeabilizzate o degradate, coerentemente con la direttiva UE sul consumo di suolo zero al 2050.
Il tema più delicato però rimane l’acqua. Gli studiosi segnalano che la disponibilità idrica si sta riducendo dall’innalzamento delle temperature, arrivando al punto di limitare il funzionamento delle centrali termoelettriche in alcune zone, a causa della scarsa portata dei fiumi. Per far fronte a questa problematica, l’università tenta di dare una soluzione: non costruire i data center in zone sottoposte a stress idrogeologico e privilegiare, per il raffreddamento, l’acqua di scarto rispetto a quella potabile.
Come alimentarli?
Dal punto di vista energetico, il rapporto esclude categoricamente, come fonte di alimentazione dei data center, il nucleare: “anche nell’ipotesi più rosea nessun impianto potrà essere in funzione in Italia prima del 2038, quando i giochi sul fronte data center saranno completati”. Un’altra fonte che viene esclusa è quella del gas naturale dedicato: la domanda mondiale di turbine per l’autoproduzione dei data center (110 GW) supera già la capacità mondiale (70 GW), con tempi di consegna saliti fino a sei anni e prezzi cresciuti del 195% dal 2019.
La scelta preferita è quella delle rinnovabili abbinate agli accumuli. Per coprire lo scenario delle domande, il rapporto calcola che serviranno almeno 8-12 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici dedicati entro il 2030, pari al 12-18% dell’intero obiettivo PNIEC per le rinnovabili. Traguardo raggiungibile solo se il ritmo di installazione tornerà a 10 GW l’anno. L’Italia su questo fronte è avvantaggiata: nel 2025 è stato il primo paese in Europa per potenza di contratti PPA firmati da data center, con 568 MW, grazie ad accordi come quello tra Apple ed Engie per coprire il 100% dei consumi dei siti di Milano e Genova.
Le soluzioni
Un aspetto originale del rapporto è quello del ruolo assunto dai data center per la rete elettrica. Gli autori spiegano che gli hyperscaler (data center di grandi dimensioni) stanno smettendo di essere semplici “energivori”, per dotarsi di sistemi di accumulo (BESS) in grado di assorbire picchi improvvisi generati dall’addestramento dell’AI e di restituire quella flessibilità nella rete pubblica sotto forma di servizi di bilanciamento. A supporto presentano degli esempi: un parco data center italiano da 4 GW potrebbe mettere a disposizione tra 400 e 800 MW di carico modulabile, l’equivalente di una centrale elettrica di medie dimensioni.
La relazione si chiude poi con un pacchetto di raccomandazioni: adeguare le normative alla corsa veloce dei data center, ma anche sviluppare un Piano Nazionale di sviluppo dei Data Center, che stabilisca in anticipo dove conviene costruire e quanta capacità effettiva serva, prima che questa corsa alle infrastrutture digitali lasci cantieri aperti sui territori.




