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Chi comanda l’informazione in Italia? AGCOM parla chiaro: le piattaforme
Giacomo Lasorella, presidente di AGCOM
© Imagoeconomica
14 Luglio 2026

Chi comanda l’informazione in Italia? AGCOM parla chiaro: le piattaforme

Nonostante le piattaforme digitali guidano l’informazione dei cittadini italiani, in fase di decisione politica di questi ultimi, la televisione torna a essere il mezzo d’informazione preferito. La televisione traina anche i ricavi complessivi dei media, conquistando un 74,1% dei ricavi totali. Questo è quanto emerge dalla Relazione annuale 2026 presentata dall’AGCOM.

Nel 2021 le piattaforme online ricevevano il 45% dei ricavi pubblicitari italiani, a distanza di cinque anni rafforzano il proprio peso economico salendo al 58% (+13 punti dal 2021). Questo è quanto emerge dalla Relazione annuale 2026 presentata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), che quest’anno dedica un intero capitolo a mappare nel dettaglio quanto Google, Meta, Amazon e gli altri big, pesino sull’ecosistema dell’informazione e della comunicazione. Il quadro che ci restituisce la relazione non è quello di un settore emergente da tenere sotto controllo, ma quello di un potere già consolidato e che l’Autorità stessa fatica a inseguire con gli strumenti regolatori a disposizione.

Il paradosso dell’informazione

Nonostante le piattaforme digitali abbiano conquistato il primato nell’informazione, un recente studio condotto dall’AGCOM ha notato che quando il cittadino italiano si trova a dover scegliere su tematiche rilevanti, torna a prediligere come mezzo d’informazione la televisione (il 58,7% della popolazione si informa tramite media televisivi, superando di 12,5 punti percentuali Internet). Questo fa dedurre che la fiducia nei media tradizionali è alta (36%) e che resta superiore a quella dei mezzi digitali (20%).

Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, beneficiando della tenuta del mercato del lavoro e del consolidamento degli investimenti. In questo scenario però, il settore dei media ha mostrato segnali di rallentamento: i ricavi complessivi sono poco superiori ai 12 miliardi, registrando una riduzione dello 0,6% rispetto al 2024. A influenzare il dato, si legge nel Rapporto, sono le entrate pubblicitarie e quelle generate dalla vendita di prodotti e servizi. Rispetto al 2024 i ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari ha subito una contrazione del 2,9%, che interessa tutti i mezzi di informazione. In questo contesto però, si conferma il divario tra la televisione e gli altri mezzi di comunicazione. La televisione genera il 74,1% dei ricavi complessivi, mentre si riduce la quota dell’editoria quotidiana e periodica, che scende sotto il 21% del totale.

La pubblicità è ormai delle piattaforme

Il dato che fa più riflettere è quello sulle pubblicità online. Considerando l’insieme dei ricavi lordi da inserzioni digitali la quota delle piattaforme raggiunge l’88% nel 2025. Editori e concessionarie tradizionali oggi si spartiscono ciò che rimane.

A trainare il mercato troviamo tre operatori: Alphabet/Google, Meta/Facebook e Amazon, che da soli coprono il 72% del valore complessivo del comparto pubblicitario italiano. Se si estende, invece, lo sguardo oltre la pubblicità, includendo dunque anche abbonamenti e contenuti audiovisivi venduti direttamente all’utente, il peso delle piattaforme sale al 46% dei ricavi complessivi italiani (nel 2021 era il 32%).

AGCOM individua con chiarezza i motivi strutturali di questa polarizzazione: esternalità di rete, rendimenti di scala crescenti, costi sommersi che scoraggiano la concorrenza, ostacoli al multihoming (cioè alla possibilità per gli utenti di usare più servizi in parallelo) e, soprattutto, un accesso a quantità di dati che nessun editore tradizionale può replicare. A livello globale, i cinque colossi tecnologici (Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft) hanno generato insieme oltre 2.000 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, il 46% in più rispetto al 2021.

L’intelligenza artificiale complica ulteriormente il quadro

L’arrivo dell’intelligenza artificiale nei motori di ricerca ha reso il quadro ancora più delicato. Il caso più significativo riguarda Google e le sue funzionalità AI Overviews e AI Mode, che sintetizzano automaticamente i contenuti di ricerca sottraendo traffico e visibilità ai siti di informazione che quei contenuti li producono.

A seguito di una segnalazione della FIEG, ricevuta nell’ottobre 2025, AGCOM, che in Italia riveste anche il ruolo di Coordinatore dei servizi digitali (Digital Services Coordinator) ai sensi del Digital Services Act,  ha deciso di girare la questione a Bruxelles: con la delibera n. 104/26/CONS ha chiesto alla Commissione europea di valutare se l’AI di Google violi gli obblighi imposti dal DSA alle piattaforme di dimensioni molto grandi in materia di mitigazione dei rischi sistemici, compresi quelli legati al pluralismo dell’informazione, e di trasparenza degli algoritmi di raccomandazione.

Parallelamente, con una seconda delibera (n. 127/26/CONS), il Consiglio dell’Autorità ha istituito un Tavolo permanente di confronto tra Google, le altre piattaforme che vorranno aderire e gli editori italiani, per affrontare in modo strutturato i nodi di copyright, intelligenza artificiale e tutela del pluralismo. È un tentativo di mediazione preventiva, prima che il contenzioso, già acceso su più fronti, si moltiplichi ulteriormente.

Più rete, meno adesioni

Proprio mentre l’Italia completa la propria trasformazione digitale (la fibra FTTH copre ormai il 77,6% delle famiglie, il 5G raggiunge il 99,8% della popolazione) parallelamente non cresce il numero di utenti che utilizzano queste tecnologie. Il 30% degli accessi italiani a internet avviene tramite FTTH. Le motivazioni dietro a questo divario sono molteplici: al primo posto troviamo il deficit informativo, molti non conoscono la differenza e preferiscono rimanere con la connessione attuale se è sufficiente; l’utilizzo dello smartphone per qualsiasi operazione rende non necessario l’utilizzo della rete fissa; infine, il fattore costo, se una connessione stabile costa 10 euro in più, gli utenti preferiscono continuare a utilizzare quella che hanno.

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