
Credito alle imprese, il Nord frena e il Sud accelera
Per decenni la geografia del credito in Italia ha seguito quella della manifattura e, quindi, dove c’erano fabbriche, distretti ed export, lì correvano anche i prestiti bancari. I dati di metà 2026 raccontano una storia diversa: a livello nazionale il credito alle imprese continua a crescere, con un aumento del 3,2% su base annua a giugno secondo la Banca d’Italia, ma la crescita si distribuisce in modo sempre più disomogeneo. In diverse regioni del Nord i finanziamenti si riducono, mentre nel Mezzogiorno accelerano. Già a luglio il presidente dell’Associazione bancaria italiana Antonio Patuelli aveva osservato che i prestiti a famiglie e imprese crescono da mesi a partire dal Mezzogiorno, aggiungendo che l’offerta di credito supera la domanda in una fase segnata dall’incertezza internazionale.
La mappa regionale dei finanziamenti
Secondo i dati bancari di fine giugno, i prestiti alle imprese sono in calo su base annua in Valle d’Aosta, in Friuli Venezia Giulia, con un -4,3%, in Liguria, con un -3,7%, e in Veneto, con un -0,5%, mentre la Lombardia è l’unica grande regione del Nord a crescere in modo significativo, con un +2,7%. Nel Mezzogiorno il segno è opposto, con Sicilia e Calabria in aumento del 4,6% e risultati positivi anche in Puglia e Basilicata, sostenuti dagli investimenti del PNRR e dalle agevolazioni della Zona economica Speciale Unica. Il riequilibrio però parte da livelli molto distanti. Secondo un’elaborazione di Unimpresa su dati della Banca d’Italia, a fine 2025 il Nord assorbiva quasi due terzi dei 667 miliardi di prestiti alle imprese, mentre al Sud e alle Isole andava appena il 13,8%, meno di quanto ricevesse la sola Lombardia.

Il rischio torna a salire
L’Outlook ABI-Cerved pubblicato il 2 ottobre stima che il tasso di deterioramento dei prestiti alle imprese, cioè la quota di finanziamenti in bonis che diventano deteriorati nel corso dell’anno, salga dal 2,6% del 2025 al 2,8% nel 2026 e al 2,9% nel 2027, per poi tornare al 2,8% nel 2028. L’industria passa dal 2,5% al 2,7% ed è l’unico grande settore a restare sopra i livelli precedenti alla pandemia, mentre le costruzioni arriveranno al 3,2% nel 2028. Il Nord Est resta l’area con il tasso più basso, ma è quella in cui l’aumento è più rapido, segno della fragilità di un tessuto manifatturiero esposto ai costi dell’energia e alla domanda estera. Il Mezzogiorno continua invece a registrare il rischio più alto, con il 3,7%, pur restando sotto i livelli del 2019. “L’incertezza internazionale e il contesto geopolitico ancora fortemente instabile continuano a influenzare il tasso di deterioramento”, sottolineano ABI e Cerved.
Piccole imprese ai margini
Secondo Confartigianato, su dati della Banca d’Italia, a marzo i prestiti alle piccole imprese erano in calo del 4,3% su base annua, e in Veneto i finanziamenti alle imprese si sono ridotti di 12,5 miliardi in cinque anni, con le microimprese che hanno perso quasi un terzo del credito, come calcola la CNA regionale. Pesano i tassi in risalita dopo la stretta della Banca Centrale Europea di giugno, con il costo medio dei nuovi prestiti alle imprese salito al 3,70% e quello per i finanziamenti sotto il milione al 4,38%, e al Sud tassi che superano il 10% in Sardegna e Calabria. Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui il credito non segue più automaticamente la forza produttiva. Il Nord industriale rallenta sotto il peso dell’energia cara e dei dazi, il Mezzogiorno cresce trainato dalle risorse pubbliche, e la vera sfida sarà capire se questo riequilibrio sopravviverà alla fine del PNRR.

