
L’Italia che resiste senza cambiare passo. Il ritratto dell’ISTAT
Il Rapporto annuale dell’ISTAT è arrivato alla Camera dei Deputati in una cornice storica non da poco: è la prima presentazione del centenario dell’istituto, fondato il 9 luglio 1926. Cento anni di statistiche, e il messaggio di fondo del 2026 è lo stesso degli anni precedenti: il Paese tiene, ma non riesce a fare il salto. L’economia cresce poco, la produttività langue, le nascite toccano un nuovo minimo storico, i salari non hanno ancora recuperato il terreno perduto. E sullo sfondo, il conflitto in Medio Oriente rimette in gioco l’inflazione e le prospettive di crescita.
Un’economia che arranca
Nel 2025 il PIL è cresciuto dello 0,5%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del 2024. La domanda interna ha sostenuto consumi e investimenti, ma quella estera ha sottratto 0,7 punti alla crescita. Nel confronto europeo, l’Italia ha fatto meglio della Germania (+0,2%) ma molto peggio della Spagna (+2,8%). Il divario con Madrid è diventato uno dei temi centrali del rapporto: dal 2022 al 2025 il PIL spagnolo è cresciuto del 9% cumulato, contro il 2,3% italiano. La Spagna ha investito di più in attività immateriali, ha attratto più lavoratori stranieri e ha visto crescere i redditi reali del 14,8% nello stesso periodo, contro il +3,3% italiano.
La manifattura ha continuato a soffrire, con la produzione industriale in calo per il terzo anno consecutivo, mentre tengono farmaceutica e aerospazio. Per il 2026 le previsioni sono state riviste al ribasso: crescita ferma allo 0,5%, condizionata dalla crisi nello Stretto di Hormuz e dal Brent risalito a circa 120 dollari al barile in aprile. L’inflazione ad aprile 2026 è balzata al +2,7% annuo.
I salari non hanno ancora recuperato
Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, superando l’inflazione per il secondo anno di fila. Ma il recupero è ancora parziale: rispetto al 2019 i lavoratori italiani hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto. Il rapporto avverte che le pressioni sui prezzi energetici legate al conflitto in Medio Oriente potrebbero “rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”. Il divario tra lavoratori stabili e precari è abissale: chi ha un contratto standard guadagna oltre 28mila euro lordi annui di mediana, chi lavora in condizioni vulnerabili non arriva a 7mila. I lavoratori vulnerabili sono oltre 4 milioni, il 17% degli occupati.
Il lavoro cresce, ma l’Italia è ancora ultima
Il tasso di occupazione nel 2025 ha raggiunto il 62,5%, record storico che però vale poco nel confronto europeo: l’Italia è ancora ultima tra i 27 Stati membri, con quasi 9 punti di distacco dalla media. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,1%, allineandosi per la prima volta alla media UE. La crescita occupazionale è stata trainata soprattutto dalle fasce più mature ( il 42% degli occupati ha oltre 50 anni) mentre i giovani restano in difficoltà: il 13,2% dei 15-29enni è NEET (Not in Education, Employment or Training), con le donne più esposte degli uomini.
Nascite al minimo storico, 6,6 milioni rinunciano ai figli
Le nascite nel 2025 sono state 355mila, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso al minimo storico di 1,14, collocando l’Italia stabilmente tra i Paesi a più bassa fecondità d’Europa. L’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni. Dietro i numeri c’è una storia di desideri non realizzati: 6,6 milioni di persone in età fertile hanno rinunciato ad avere i figli che volevano. Per oltre 2,8 milioni di loro il peso principale è rappresentato dalle difficoltà economiche e dall’incertezza lavorativa.
Quasi 11 milioni a rischio povertà
Le disuguaglianze restano strutturali. Nel 2025, quasi 11 milioni di persone (il 18,6% della popolazione) sono a rischio di povertà. In povertà assoluta nel 2024 erano 5,7 milioni, pari a 2,2 milioni di famiglie. Colpisce soprattutto le famiglie numerose, i minori (1,28 milioni di under 18), gli stranieri e chi vive nel Mezzogiorno. La povertà energetica è in aumento: dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024. Il ceto medio, che rappresenta il 61,2% della popolazione, regge ma il 16,1% delle sue famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà.
Presentando il rapporto, il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli ha puntato il dito sulla questione centrale: “Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività. Una delle sfide chiave per il Paese si giocherà sulla capacità di valorizzare il capitale umano”.





