
Iran, due accordi a confronto. Cosa cambia tra il patto di Obama e quello di Trump
Confrontare due accordi internazionali firmati a undici anni di distanza, in contesti geopolitici radicalmente diversi, richiede cautela. Il primo, il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) del 2015, è un trattato multilaterale di oltre 160 pagine, frutto di due anni di negoziati tra Iran, Stati Uniti e altre cinque potenze (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia), con l’avallo dell’Unione europea e del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il secondo, il memorandum d’intesa firmato da Donald Trump nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, è un documento bilaterale di circa una pagina e mezza, descritto dallo stesso vicepresidente USA JD Vance come un testo sintetico. Si tratta, in sostanza, di un quadro preliminare che apre una finestra negoziale di sessanta giorni, non di un accordo tecnico definitivo. Questa asimmetria nella natura dei due documenti va tenuta presente in ogni comparazione: il JCPOA fissava limiti puntuali e verificabili al programma nucleare iraniano, mentre il memorandum del 2026 rinvia a trattative future la definizione dei dettagli più delicati. Detto questo, è possibile confrontare i due testi su alcuni punti chiave, anche sulla base di quanto reso noto finora dalle parti.
Il programma nucleare
Il JCPOA limitava lo stock di uranio arricchito dell’Iran a 300 chilogrammi e ne consentiva l’arricchimento fino al 3,67%, una soglia compatibile con un programma civile ma lontanissima dal 90% necessario per un’arma nucleare. Il nuovo memorandum, invece, si limita a stabilire che lo stock di uranio quasi a livello di arma “dovrà essere adeguatamente affrontato”, senza specificare soglie né scadenze, lasciando la questione ai negoziati dei prossimi sessanta giorni. Resta inoltre incerto se e in che misura l’Iran potrà continuare ad arricchire uranio, un punto che il testo del 2015 disciplinava in modo dettagliato.
Le verifiche internazionali
Uno degli elementi più innovativi del JCPOA era il sistema di ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che includeva la possibilità di richiedere controlli a sorpresa nei siti sospetti. Il nuovo memorandum non prevede, almeno per ora, il ripristino di un meccanismo di verifica paragonabile, lasciando aperta la questione del controllo internazionale sul rispetto degli impegni assunti da Teheran.
Le sanzioni e gli aspetti economici
Sul fronte sanzionatorio, l’amministrazione Obama aveva previsto un alleggerimento progressivo, condizionato alla verifica step by step del rispetto degli impegni iraniani. Il memorandum di Trump, al contrario, anticipa un sollievo immediato, comprese esenzioni statunitensi per l’export di petrolio iraniano, rinviando a un secondo momento la definizione del pacchetto sanzionatorio completo. Il nuovo testo prevede inoltre la fine di tutte le sanzioni contro la Repubblica islamica, incluse le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e un accesso a 300 miliardi di dollari per la “riabilitazione e lo sviluppo economico” del Paese, oltre alla ripresa delle esportazioni petrolifere.
Le dichiarazioni e il confronto politico
Durante le interviste a margine del G7 di Évian, Trump ha definito il proprio accordo nettamente migliore di quello negoziato da Barack Obama nel 2015, arrivando a sostenere, in risposta a un giornalista, che il testo del 2015 fosse talmente sfavorevole agli Stati Uniti che gli iraniani avrebbero riso dell’allora presidente americano. Una lettura che le principali analisi internazionali, da CNN ad Al Jazeera fino a Bloomberg, non confermano: secondo queste ricostruzioni, il nuovo memorandum concederebbe a Teheran più di quanto previsto dal JCPOA, proprio sui punti più delicati, ovvero i limiti all’arricchimento dell’uranio e i meccanismi di verifica.
Conclusioni
Dal confronto emerge un quadro complesso. Da un lato, il memorandum del 2026 ha il merito politico di essere stato raggiunto in tempi rapidissimi e di porre fine, almeno temporaneamente, a un conflitto aperto, includendo anche la riapertura dello Stretto di Hormuz, elemento assente nel JCPOA. Dall’altro, sul piano tecnico, il nuovo testo appare meno stringente del documento del 2015 proprio sui punti che più contano per la non proliferazione, cioè i limiti quantitativi all’arricchimento dell’uranio e un sistema di ispezioni internazionali verificabile. Va detto che il giudizio definitivo non potrà essere dato prima della conclusione dei negoziati tecnici dei prossimi sessanta giorni, da cui dipenderà la trasformazione di un quadro ancora generico in un accordo vincolante e dettagliato. Fino ad allora, il confronto tra i due testi resta asimmetrico per definizione, tra un trattato concluso e verificato sul campo per anni, e un’intesa che esiste ancora, in larga parte, sulla carta.






