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Argomento: Digitale

Dal MIMIT 140 milioni per innovazione, quantum e infrastrutture digitali

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha stanziato 140,2 milioni di euro a valere sul Piano Sviluppo e Coesione 2014-2020, area tematica Digitalizzazione. La quota maggiore, 87,7 milioni, va agli Accordi per l’innovazione e serve a completare l’iter delle domande già ammesse all’istruttoria. Trenta milioni finanziano ricerca industriale e sviluppo sperimentale su tecnologie quantistiche, bio-elettronica, radiofarmaci e farmaceutica avanzata. Altri 17,5 milioni, dal 2027, riguardano comunicazioni elettroniche e gestione dello spettro radio. Chiudono 3,2 milioni per il SINFI e 1,8 per il numero unico 112. “Rafforziamo la competitività del sistema produttivo”, ha dichiarato il ministro Urso.

Lo strumento più richiesto

Gli Accordi per l’innovazione sono la misura su cui si concentra la spinta. Secondo il MIMIT, i progetti devono avere una spesa tra 5 e 40 milioni, durata da 18 a 36 mesi e agevolazioni a fondo perduto del 45% per le piccole imprese, del 35% per le medie e del 25% per le grandi, con maggiorazioni possibili. Lo sportello si è chiuso il 18 febbraio 2026 con circa 500 domande, secondo il portale Incentivimpresa, su una dotazione salita a oltre 1,08 miliardi dopo il rifinanziamento di aprile. Il nuovo stanziamento indica dunque una domanda superiore alle risorse iniziali.

Il nodo del quantistico

Le tecnologie quantistiche sfruttano le leggi della fisica a scala atomica per costruire strumenti che i sistemi attuali non sanno replicare, come i computer quantistici, capaci di svolgere certi calcoli molto complessi in tempi enormemente inferiori, e le comunicazioni e i sensori di nuova generazione. Il decreto destina a questo ambito una parte dei 30 milioni per la ricerca industriale, che potranno finanziare anche la partecipazione italiana ai bandi congiunti europei e internazionali. Il problema è la distanza dai concorrenti: secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, in Italia esistono tre startup nate per costruire computer quantistici, che in due anni hanno raccolto 56 milioni di euro dagli investitori privati, mentre in Francia le startup sono sei e hanno raccolto 235 milioni. Su scala più ampia, nel 2025 le aziende americane del settore hanno attratto capitali privati circa sei volte superiori a quelle europee. Per questo i 30 milioni non bastano da soli a recuperare il ritardo, e vanno letti insieme alla strategia nazionale, che prevede 200 milioni l’anno per cinque anni.

Reti, spettro e sicurezza

Il SINFI (Sistema Informativo Nazionale Federato delle Infrastrutture) è il catasto digitale pubblico che raccoglie e mappa tutte le infrastrutture presenti nel sottosuolo e nel soprasuolo in Italia ed estenderà la mappatura ai cavi sottomarini, mentre 1,8 milioni vanno al 112 (NUE) e alla Next Generation eCall, evoluzione del sistema obbligatorio in Europa dal 31 marzo 2018 sui nuovi modelli, che trasmette posizione e dati essenziali dopo un incidente grave. Il rapporto 2026 sul Decennio digitale della Commissione europea riconosce all’Italia progressi su fibra e 5G, ma segnala divari nelle aree rurali, competenze di base sotto la media e una carenza strutturale di specialisti ICT, nonostante 46,8 miliardi di investimenti digitali del PNRR.

Il termometro delle imprese

Il mercato racconta una scala ancora ridotta: secondo l’Italian Tech Landscape, in Italia restano sei unicorni (le startup valutate oltre un miliardo) contro le circa trenta della Francia. Le risorse pubbliche possono accelerare i progetti, ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità di trasformare la ricerca finanziata in imprese capaci di crescere.

IA, Noci (Politecnico di Milano) “L’Europa non tocca palla, serve un’autostrada del dato italiano”

IA, Noci (Politecnico di Milano) “L’Europa non tocca palla, serve un’autostrada del dato italiano” – Roma, 6 luglio 2026 – (PPN ADI) “L’Europa oggi non sta toccando palla su questa partita, e continuare a inseguire non porta da nessuna parte”. Lo ha dichiarato Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e membro del Comitato della Presidenza del Consiglio per la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, in un’intervista esclusiva a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, sottolineando che lo spazio per l’Italia “non è competere sui modelli fondazionali, ma costruire un’infrastruttura di dati proprietari, una sorta di autostrada del sole del dato italiano, su cui allenare applicazioni verticali per il nostro tessuto manifatturiero”.

Per la manifattura italiana, ha spiegato Noci, la sfida è “smettere di pensare all’IA come a un layer software aggiunto sopra un processo produttivo invariato”: le imprese dovranno “ripensare l’intera organizzazione produttiva, non solo l’oggetto che produce”, perché “chi continuerà a fare solo prodotto, senza trasformarlo in servizio intelligente, sarà fuori mercato in pochi anni”.

Quanto al divario di investimenti con gli Stati Uniti, oltre cento miliardi di dollari l’anno contro meno di un miliardo dell’Italia secondo i dati di Stanford, Noci ha osservato che “inseguirla a colpi di miliardi non ha senso, non li abbiamo”. Il governo, ha aggiunto, “può concentrare le risorse su pochi progetti infrastrutturali abilitanti invece di disperderle in mille rivoli”, mentre “dove il Paese perde tempo è nella burocrazia di attuazione: le strategie si scrivono in mesi, i bandi e le autorizzazioni viaggiano ad anni, e nel frattempo il resto del mondo corre”.

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Noci: “L’intelligenza artificiale deciderà chi resterà una potenza industriale”

Professore ordinario di Strategia e Marketing e prorettore del Politecnico di Milano, membro del Comitato della Presidenza del Consiglio per la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, Giuliano Noci è tra le voci più ascoltate quando si tratta di leggere la trasformazione tecnologica del Paese attraverso la lente dell’industria e della geopolitica.

Professore, parliamo di “elettro-Stati” e di capacità di execution sull’AI come le due variabili che decideranno la potenza degli Stati nei prossimi anni. Se oggi i player dell’intelligenza artificiale sono solo americani e cinesi, che spazio realistico ha l’Europa, e l’Italia in particolare, per non restare tagliata fuori da questa partita?

L’Europa oggi non sta “toccando palla” su questa partita, e continuare a inseguire non porta da nessuna parte. Lo spazio non è competere sui modelli fondazionali, ma costruire un’infrastruttura di dati proprietari, una sorta di autostrada del sole del dato italiano, su cui allenare applicazioni verticali per il nostro tessuto manifatturiero. È lì che si gioca la partita vera, non nella rincorsa ai grandi player americani e cinesi.

Secondo lei l’IA sarà il veicolo attraverso cui l’Italia tramanderà, o perderà, il proprio patrimonio industriale. Cosa significa concretamente, per un imprenditore manifatturiero italiano, “digerire” l’intelligenza artificiale prima che lo facciano altri al suo posto?

Significa smettere di pensare all’IA come a un layer software aggiunto sopra un processo produttivo invariato. La manifattura italiana dovrà ripensare l’intera organizzazione produttiva, non solo l’oggetto che produce. Chi continuerà a fare solo prodotto, senza trasformarlo in servizio intelligente, sarà fuori mercato in pochi anni.

Il rischio di nuove oligarchie cognitive è un tema che ha evocato più volte. Con Stati Uniti e Cina che sembrano muoversi verso un tavolo bilaterale sulla governance dell’intelligenza artificiale, l’Europa rischia di restare fuori anche da quel tavolo?

Il rischio è concreto, ed è lo stesso decadimento cognitivo che vediamo già nel dibattito pubblico, ridotto a slogan. Se l’Europa non costruisce una propria capacità critica e regolatoria autonoma, si ritroverà a subire regole scritte da altri, proprio come è successo con altre tecnologie strategiche nel passato.

Sul fronte geopolitico ha detto che Trump sbaglia strategia, ma che l’Italia non può permettersi di rompere con gli Stati Uniti. Come si tiene insieme questa lettura con l’urgenza di un’autonomia tecnologica europea sull’intelligenza artificiale?

Sono due piani diversi. Sul piano diplomatico l’Italia ha tutto l’interesse a mantenere il rapporto storico con Washington. Ma sul piano industriale e tecnologico l’autonomia non è una scelta anti americana, è una condizione di sopravvivenza: si può restare alleati e allo stesso tempo smettere di essere dipendenti.

Capitale umano e sistema educativo: da dove dovrebbe partire l’Italia oggi per formare persone capaci di “fare le domande giuste all’algoritmo”, scuola, università o imprese?

Da tutti e tre insieme, ma il problema è la velocità. La Cina investe in formazione con una intensità che noi non abbiamo ancora capito. Il vero discrimine del ventunesimo secolo sarà tra chi conosce e chi resta ignorante di fronte alla macchina, e la scuola, oggi, è ancora troppo lenta rispetto al cambiamento.

Lei sostiene che la potenza degli Stati si misurerà anche in gigawatt, prima ancora che in algoritmi. L’Italia ha uno dei costi dell’elettricità più alti d’Europa e i data center per l’intelligenza artificiale sono divoratori di energia. Cosa dovrebbe fare concretamente il nostro Paese per diventare un “elettro-Stato” credibile, tra rinnovabili, ritorno al nucleare e nuove infrastrutture di rete?

Senza energia a basso costo e disponibile in quantità, tutto il resto del ragionamento sull’IA resta teorico. L’Italia deve muoversi su tre binari insieme: accelerare le rinnovabili dove abbiamo vantaggio naturale, riaprire seriamente il dossier nucleare di nuova generazione con tempi credibili, e mettere mano a una rete elettrica che oggi non è pensata per assorbire i consumi dei data center. Chi non risolve il nodo energetico resterà un Paese che affitta intelligenza artificiale da altri, non che la produce.

Professore, lei siede nel Comitato della Presidenza del Consiglio per la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Stanford calcola che gli Stati Uniti investono in IA oltre cento miliardi di dollari l’anno, l’Italia meno di un miliardo. Al netto delle strategie scritte sulla carta, cosa sta facendo davvero il governo e dove invece il Paese sta perdendo tempo?

La differenza di scala con gli Stati Uniti è tale che inseguirla a colpi di miliardi non ha senso, non li abbiamo. Quello che il governo può fare, e in parte sta facendo, è concentrare le risorse su pochi progetti infrastrutturali abilitanti invece di disperderle in mille rivoli. Dove il Paese perde tempo è nella burocrazia di attuazione: le strategie si scrivono in mesi, i bandi e le autorizzazioni viaggiano ad anni, e nel frattempo il resto del mondo corre.

Trump e il miliardo dalle criptovalute. I conti di un presidente che non ha mai chiuso i suoi affari

C’è un documento di 927 pagine che racconta con precisione contabile quello che molti sospettavano. La dichiarazione patrimoniale presentata all’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti mostra che Donald Trump, nel primo anno del suo secondo mandato, ha guadagnato oltre un miliardo di dollari da investimenti nelle criptovalute, con un aumento dei redditi personali senza precedenti per un presidente americano. Per capire la portata del dato basta un confronto: la dichiarazione di Trump è di 927 pagine, mentre quella del presidente Barack Obama era di 8, e quella di Joe Biden di 11. Anche il vicepresidente JD Vance si è limitato a 17 pagine. Nessun presidente americano ha mai condotto affari di questa portata mentre era in carica.

Come funziona l’impero crypto di Trump

La dichiarazione mostra che le criptovalute sono state la principale fonte di reddito di Trump nel 2025, superando di gran lunga i guadagni derivanti dal settore immobiliare e dagli accordi legali. I canali attraverso cui i soldi sono arrivati sono essenzialmente due.

Il primo è la memecoin $TRUMP. Trump ha guadagnato 635 milioni di dollari di royalties legate alla criptovaluta che ha creato e che porta il suo nome: è più precisamente un meme coin, una forma di criptovaluta altamente speculativa. Il lancio era avvenuto pochi giorni prima dell’insediamento, a gennaio 2025. Nella dichiarazione i proventi risultano intestati a una entità denominata “Celebration Coins”, riconducibile secondo Bloomberg a CIC Digital LLC, la società del presidente che gestisce il business legato alla memecoin.

Il secondo canale è World Liberty Financial. Trump ha dichiarato oltre 550 milioni di dollari dalla vendita di token da parte di World Liberty Financial, startup di criptovalute lanciata nel settembre 2024 dai figli del presidente e dai figli dell’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, con Trump indicato come “co-fondatore emerito”. Quella cifra è nove volte superiore ai guadagni dalla stessa fonte riportati nella dichiarazione del 2024, pari a poco più di 57 milioni di dollari. A questi si aggiungono altri 260 milioni dalla cessione di partecipazioni nella stessa società.

Un patrimonio quasi triplicato

L’effetto cumulativo di questi guadagni sul patrimonio complessivo del presidente è stato straordinario. Secondo Forbes, le attività nel settore delle criptovalute sono la ragione principale del quasi triplicamento del patrimonio personale di Trump, passato da 2,3 miliardi di dollari a 6,5 miliardi tra il 2024 e il 2026. Il settore immobiliare, che per decenni ha rappresentato il cuore dell’impero Trump, è ormai secondario: i ricavi dei golf club e dei resort sono cresciuti del 15% fino a superare i 500 milioni di dollari, con Mar-a-Lago che ha incassato 77 milioni, su dai 50 del 2024. Una crescita robusta, ma imparagonabile all’accelerazione del business digitale.

Le altre fonti di reddito completano il quadro: oltre 86 milioni di dollari da accordi legali con grandi società mediatiche e tecnologiche, e oltre 290 milioni di dollari dalle attività immobiliari e dai resort di lusso della famiglia Trump. Tra le fonti di reddito figurano anche accordi immobiliari con Paesi che erano contemporaneamente impegnati in negoziati con gli Stati Uniti su dazi, aiuti militari e altre questioni di rilievo strategico: un progetto negli Emirati Arabi Uniti ha generato 10,4 milioni di dollari, uno in Arabia Saudita 9 milioni, altri 5 milioni ciascuno da Romania e Qatar.

Chi ha perso mentre Trump guadagnava

L’altra faccia della storia riguarda i piccoli investitori. Secondo dati di Chainalysis, delle circa 2 milioni di persone che hanno acquistato il token $TRUMP dal suo lancio, circa 764.000 portafogli si trovano attualmente in perdita. Dall’altro lato, soltanto 58 indirizzi hanno incassato più di 10 milioni di dollari ciascuno, per un totale combinato di 1,1 miliardi di dollari di profitto. La maggior parte dei perdenti sono acquirenti retail con posizioni di piccolo importo. Il token stesso, dopo il lancio trionfale di inizio 2025, è sceso di circa il 95% rispetto al picco raggiunto nei primi mesi dell’anno.

Il conflitto di interessi e la risposta della Casa Bianca

È qui che la questione smette di essere solo finanziaria e diventa politica. All’inizio del suo secondo mandato Trump ha ordinato la creazione di un gruppo di lavoro sulle criptovalute, ha nominato regolatori favorevoli al settore, ha creato una riserva strategica di Bitcoin e ha ospitato il primo summit della Casa Bianca dedicato alle crypto. A luglio 2025 ha firmato il GENIUS Act, il primo quadro normativo federale per le stablecoin. Nel frattempo, la Securities and Exchange Commission e il Dipartimento di Giustizia hanno allentato le misure di enforcement del settore ereditate dall’era Biden.

Il risultato è un presidente che legifera e regola un settore in cui ha investimenti personali da miliardi di dollari. Il senatore Richard Blumenthal aveva aperto nel maggio 2025 un’indagine della commissione permanente del Senato sulle strutture proprietarie di World Liberty Financial, i legami con investitori stranieri e i potenziali conflitti di interesse. La risposta della Casa Bianca è stata netta: “Né il presidente né la sua famiglia si sono mai resi responsabili, né lo saranno mai, di conflitti di interesse”, ha dichiarato la vice portavoce Anna Kelly, aggiungendo che Trump “ha reso con orgoglio gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute attraverso decreti esecutivi e leggi come il GENIUS Act”. Anche Melania Trump compare nella dichiarazione: le sue principali entrate sono un pagamento di 10,7 milioni di dollari per il documentario su di lei prodotto da Amazon e 6 milioni per i diritti sulla criptovaluta che porta il suo nome.

Trump è il primo presidente americano a non aver ceduto i propri asset né affidato la gestione a un blind trust prima di entrare alla Casa Bianca. Un precedente che, alla luce dei numeri emersi dalla dichiarazione patrimoniale 2025, solleva domande destinate a non trovare risposta facile.

Moneta pubblica, infrastruttura critica. Il voto che cambia il quadro

Il 23 giugno la commissione per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento europeo ha approvato il mandato negoziale sull’euro digitale con 43 voti favorevoli, 14 contrari e un’astensione. Il voto consolida il sostegno dell’Eurocamera al progetto e definisce alcuni principi chiave: limiti alle commissioni per gli esercenti, tutele della privacy e funzionalità offline. La notizia è questa. Il suo significato politico, però, va ben oltre il testo approvato.

Una questione di sovranità europea

Per anni il dibattito sull’euro digitale è stato raccontato come una questione tecnologica o bancaria. Oggi appare sempre più evidente che il tema riguarda soprattutto la sovranità europea.

Secondo Damian Boeselager, vicepresidente della commissione ECON e relatore ombra del gruppo Verdi/EFA sul dossier, l’euro digitale va letto proprio in questa prospettiva. Non rappresenta soltanto una nuova forma di moneta pubblica: è il tentativo di rafforzare il controllo europeo su un’infrastruttura essenziale dell’economia.

La dipendenza da circuiti extraeuropei

Il punto è semplice. Ogni giorno una parte significativa dei pagamenti elettronici effettuati nell’Unione europea transita attraverso circuiti gestiti da società extraeuropee. Dal punto di vista dell’utente cambia poco. Dal punto di vista geopolitico cambia molto. Significa che una funzione critica dell’economia europea dipende da infrastrutture e giurisdizioni sulle quali l’Unione non esercita un controllo diretto.

Secondo la Banca Centrale Europea, Visa e Mastercard rappresentano oltre il 60% dei pagamenti con carta nell’area euro e quasi tutti quelli transfrontalieri. In molti Paesi europei manca inoltre un circuito domestico per i pagamenti nei negozi o nell’e-commerce. Il tema, quindi, non è soltanto la concorrenza tra operatori, ma la resilienza dell’infrastruttura finanziaria europea.

È questa vulnerabilità, più che l’innovazione tecnologica in sé, ad aver riportato l’euro digitale al centro del dibattito politico.

Chi si oppone e perché

Le resistenze al progetto sono state numerose e sono arrivate da fronti diversi. Una parte del sistema bancario ha espresso preoccupazione per un possibile spostamento dei depositi verso una forma di moneta digitale emessa dalla Banca Centrale. Parallelamente, una parte dell’ecosistema crypto ha guardato con diffidenza all’iniziativa, ritenendola incompatibile con l’idea di una moneta decentralizzata e non controllata da un’autorità pubblica. Da queste critiche è nata anche una narrazione spesso fuorviante: che l’euro digitale avrebbe sostituito il contante o introdotto una forma di sorveglianza permanente sui pagamenti dei cittadini.

Le garanzie del testo approvato

Il testo negoziale approvato dal Parlamento va in una direzione diversa. Il contante resta esplicitamente tutelato e la modalità offline dell’euro digitale è progettata per offrire un livello di riservatezza paragonabile a quello del contante. La BCE, inoltre, non avrà accesso ai dati personali delle transazioni dei cittadini: le informazioni necessarie all’esecuzione dei pagamenti resteranno presso gli intermediari autorizzati, nel rispetto della normativa europea sulla protezione dei dati.

Il ruolo di Banca d’Italia

NEXT aveva già raccontato uno degli aspetti meno visibili del progetto: il coinvolgimento di Banca d’Italia nella futura infrastruttura tecnica dell’euro digitale. Anche questa scelta va letta nella stessa prospettiva: rafforzare la capacità europea di governare direttamente un’infrastruttura critica. Il voto del Parlamento aggiunge ora un ulteriore tassello. Non riguarda soltanto dove verrà costruita l’infrastruttura, ma anche le regole con cui sarà gestita. Il testo prevede che gli esercenti non sostengano costi superiori rispetto agli strumenti di pagamento digitali più efficienti già disponibili, mentre il tema dei limiti di detenzione dell’euro digitale resta uno dei principali nodi del negoziato con il Consiglio.

Un’alternativa europea, non un sostituto

L’obiettivo dichiarato non è sostituire Visa o Mastercard, né escludere gli operatori privati dal mercato europeo dei pagamenti. L’obiettivo è che esista sempre un’alternativa europea. Non per protezionismo, ma per resilienza. È una logica destinata ad andare oltre la moneta. Cloud, intelligenza artificiale, semiconduttori, telecomunicazioni ed energia pongono oggi la stessa domanda: fino a che punto l’Europa può dirsi sovrana se le infrastrutture su cui si regge la sua economia dipendono da tecnologie sviluppate e governate altrove?

Il primo banco di prova

Più che un progetto di innovazione nei pagamenti, l’euro digitale è il primo banco di prova della capacità dell’Europa di costruire e governare una propria infrastruttura strategica. L’euro digitale non risolverà da solo il tema della sovranità europea. Ma segna un cambio di paradigma: per la prima volta il dibattito non riguarda soltanto la moneta. Riguarda il controllo delle infrastrutture su cui si fonda il potere economico del XXI secolo.

La A91 Roma-Fiumicino diventa banco di prova per la mobilità connessa

La A91 “Roma-Fiumicino” si afferma come uno degli assi sperimentali più attivi d’Italia nella transizione verso una rete stradale digitalmente connessa. ANAS, società del Gruppo Ferrovie dello Stato, ha completato con successo il test di un veicolo modulare elettrico sviluppato da Next Future Mobility, equipaggiato con tecnologia C-ITS (Cooperative Intelligent Transport Systems) fornita da Almaviva, capace di dialogare in tempo reale con l’infrastruttura digitale predisposta lungo la tratta.

Il veicolo ha percorso l’intero tratto di competenza ANAS dalla partenza di Fiumicino fino a via Cristoforo Colombo, scambiando dati con i sistemi di gestione della rete stradale per l’intero tragitto. Non si è trattato di una semplice prova su strada: il mezzo ha condiviso informazioni sul proprio percorso ricevendo in cambio dati dall’infrastruttura, replicando le logiche operative di quella che viene definita mobilità connessa, ovvero un modello in cui veicolo e strada non sono più entità separate ma nodi di uno stesso sistema informativo.

Cosa sono i sistemi C-ITS e perché contano

I sistemi C-ITS, acronimo di Cooperative Intelligent Transport Systems, rappresentano lo standard europeo per la comunicazione bidirezionale tra veicoli e infrastrutture stradali. Già adottati in diversi paesi del Nord Europa e oggetto di investimenti specifici nel quadro del programma TEN-T, consentono scambi di dati in tempo reale su condizioni della strada, presenza di cantieri, velocità consigliate e gestione del traffico. In Italia la loro diffusione è ancora limitata, il che rende la sperimentazione sulla A91 un caso di applicazione concreta su rete nazionale aperta al traffico ordinario, non su circuito chiuso.

L’attività rientra nel programma “Strade Intelligenti” di ANAS, avviato negli anni scorsi come parte della più ampia strategia di digitalizzazione della rete stradale statale. Il programma punta a trasformare le strade da infrastrutture passive a piattaforme capaci di raccogliere, elaborare e distribuire dati utili alla circolazione, alla sicurezza e alla gestione operativa.

Il protocollo con Roma Capitale e il quadro MaaS

La sperimentazione è stata resa possibile anche da un protocollo d’intesa tra ANAS e Roma Capitale, finalizzato a favorire l’integrazione tra infrastrutture stradali, sistemi digitali e servizi di trasporto nell’ambito delle iniziative di Smart Mobility e Mobility as a Service (MaaS). Il MaaS è il modello con cui si intende superare la frammentazione dell’offerta di trasporto urbano, aggregando in un’unica piattaforma digitale diversi servizi di mobilità, dai mezzi pubblici alla micromobilità, dal car sharing ai taxi, con pagamento integrato e pianificazione del percorso unificata. Perché questo funzioni, l’infrastruttura stradale deve essere in grado di comunicare con i veicoli e con le piattaforme di gestione: il test sulla A91 verifica proprio questa capacità di base.

“Le strade intelligenti rappresentano un’evoluzione fondamentale del modo di concepire le infrastrutture stradali”, ha dichiarato Mauro Giancaspro, direttore Technology, Innovation & Digital Spoke di ANAS. “Lavoriamo per renderle piattaforme aperte all’innovazione, capaci di dialogare con i veicoli e di mettere a disposizione dati e servizi che contribuiscono a migliorare la sicurezza, l’efficienza della circolazione e la sostenibilità degli spostamenti.”

Un ecosistema ancora da costruire

Il test sulla A91 è un tassello in un percorso che richiede investimenti prolungati e coordinamento tra soggetti diversi: gestori infrastrutturali, case automobilistiche, operatori tecnologici e amministrazioni locali. La presenza congiunta di ANAS, Next Future Mobility, Almaviva e Roma Capitale in questa sperimentazione restituisce esattamente la natura plurale di questo ecosistema. Nessuno dei partecipanti può completare da solo la transizione verso la mobilità connessa: serve che la strada sappia comunicare, che il veicolo sappia ascoltare e che le istituzioni definiscano le regole del dialogo.

La A91, che collega il centro di Roma con l’aeroporto di Fiumicino ed è tra le arterie con maggiore traffico pendolare e turistico della Capitale, si conferma un contesto adatto per testare queste tecnologie in condizioni operative reali, con flussi di traffico eterogenei e una catena logistica complessa. I risultati di questa sperimentazione confluiranno nello sviluppo di servizi avanzati a supporto della guida, aprendo una fase in cui l’infrastruttura stradale italiana potrà iniziare a esprimere valore non solo come manufatto fisico, ma come piattaforma digitale attiva.

Chi custodisce il valore. Come funziona l’infrastruttura che sta ridisegnando la finanza digitale europea.

C’è un’analogia che il dibattito sulla tokenizzazione raramente esplicita, ma che chi costruisce infrastrutture fisiche capisce immediatamente. Un’impresa che vuole tokenizzare un credito commerciale, una quota di fondo o un’obbligazione ha bisogno di una catena di soggetti autorizzati per emettere, custodire e trasferire quell’asset digitale. Se quella catena non esiste sul territorio nazionale, o è presidiata da operatori esteri, il valore si crea altrove e la dipendenza strutturale cresce.

Il 17 giugno Consob ha autorizzato Conio, fintech partecipata da Poste Italiane e Banca Generali, a operare come CASP ai sensi del regolamento europeo MiCAR. L’autorizzazione copre i servizi di custodia e amministrazione, scambio, esecuzione ordini, collocamento e trasferimento di asset digitali. Ma l’aspetto più rilevante non è la lista dei servizi: è che in Europa, a maggio 2026, su oltre tremila operatori attivi nel mercato crypto solo 194 risultavano già autorizzati. Dal 1° luglio chi non ha ottenuto la licenza non potrà più continuare ad operare. Quello che sembrava un calendario normativo si rivela uno spartiacque infrastrutturale.

L’iter ha coinvolto Consob e Banca d’Italia e ha richiesto tempi più lunghi rispetto ad altri operatori. Che cosa ha dovuto dimostrare Conio?

Il processo ha riguardato la natura innovativa dei servizi, la complessità del modello operativo e la varietà dei segmenti serviti. Ha verificato solidità tecnologica, tutela dei clienti, gestione del rischio e stabilità patrimoniale. Non è una registrazione: è un’istruttoria nel senso pieno del termine.

Dal 1° luglio chi opera senza licenza MiCAR non può più offrire servizi crypto nell’Unione. Cosa succede agli utenti con asset custoditi da soggetti che non ottengono l’autorizzazione?

L’ESMA ha già chiesto agli operatori privi di licenza di predisporre piani di chiusura ordinata e assistere i clienti nel trasferimento degli asset verso soggetti autorizzati. Su oltre tremila operatori attivi nel 2024, solo 194 risultavano autorizzati a maggio 2026. Per chi aveva avviato progetti con soggetti non ancora in regola, il 1° luglio non è una scadenza amministrativa. È un’interruzione operativa.

Germania, Francia e Lussemburgo hanno infrastrutture di custodia e regolamento per asset tokenizzati operative da anni. Qual è il costo di questo ritardo per il sistema finanziario italiano?

Il rischio per l’Europa non è la mancanza di regole, ma costruirle prima di capire come si sta evolvendo il mercato. Chi non presidia oggi l’infrastruttura di custodia e regolamento cede ad altri il controllo sul valore aggiunto della finanza digitale. L’infrastruttura che serve alle banche e alle istituzioni per operare su asset reali tokenizzati è ancora quasi assente in Italia.

Nel dibattito europeo sulla sovranità digitale si parla di cloud, semiconduttori e intelligenza artificiale. La custodia degli asset tokenizzati rientra in questa logica?

In un ambito che riguarda la custodia del valore e la competitività geopolitica dei sistemi nazionali, è fondamentale che l’Italia conti su realtà capaci di innovare sul territorio. La custodia degli asset tokenizzati non è una funzione tecnica accessoria: chi la controlla determina le regole del gioco, i tempi di regolamento e chi può partecipare al mercato. Le nuove tecnologie peraltro sono per alcuni aspetti collegate: i pagamenti degli agenti AI avverrà con ogni probabilità con monete tokenizzate.

L’autorizzazione CASP di Conio arriva a due settimane dalla scadenza del regime transitorio europeo. Chi ha costruito le competenze prima dello spartiacque parte con un vantaggio strutturale difficile da recuperare. Il nodo per l’Italia non è normativo: le regole europee ci sono. Il nodo è se esiste un’infrastruttura nazionale di custodia e regolamento su cui costruire una finanza digitale che non dipenda, nei suoi nodi critici, da soggetti esteri. La risposta, oggi, è che quell’infrastruttura è appena agli inizi.

Glossario:

CASP (Crypto-Asset Service Provider): soggetto autorizzato a prestare servizi su cripto-attività ai sensi di MiCAR. I servizi includono custodia, scambio, collocamento e trasferimento di asset digitali.

MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation): regolamento europeo che disciplina l’emissione e la negoziazione di cripto-attività, con regime transitorio prorogato al 30 giugno 2026.

Real World Asset (RWA): beni reali come crediti commerciali, obbligazioni o quote di fondi, rappresentati in forma digitale su blockchain e resi trasferibili come token.

Tokenizzazione: processo che converte diritti su un asset reale in token digitali registrati su registro distribuito, rendendoli frazionabili e trasferibili tramite infrastrutture blockchain.

Passaporto europeo MiCAR: meccanismo che consente a un operatore autorizzato in uno Stato membro di offrire servizi in tutta l’Unione senza autorizzazioni nazionali aggiuntive.

Governo digitale, l’Italia avanza ma non abbastanza. Cosa dice il rapporto OCSE

Il rapido progresso dell’intelligenza artificiale sottopone i governi a una pressione crescente per fornire servizi più rapidi e al passo con i tempi. L’utilizzo delle tecnologie digitali non è più un’opzione: sono essenziali per le prestazioni, per garantire un servizio efficiente e la fiducia dei cittadini nel settore pubblico. La sfida, per i governi, non è solo costruire le fondamenta, ma quella di completare la trasformazione digitale.

Il rapporto Digital Government Outlook 2026dell’OCSE analizza i dati contenuti nel Digital Government Index 2025, l’indice che misura i progressi della trasformazione digitale dei paesi. Ciò che emerge dal rapporto è che i 36 stati membri, e gli 8 candidati, hanno compiuto progressi significativi nella costruzione di un “governo digitale” rispetto al 2023, ma nel complesso ci sono ancora margini di miglioramento. È il caso dell’Italia, che in due anni è salita da un punteggio complessivo di 0,58 a uno di 0,67, salendo di soli 0,09 punti e rimanendo comunque al di sotto della media europea (0,70).

Dove l’Italia si posiziona bene

Il rapporto analizza tutte e sei le dimensioni del processo di digitalizzazione: digital by design, data-driven public sector, government as a platform, open by default, user-driven e proactiveness.

L’Italia si attesta al di sopra della media europea nei settori data-driven public sector (un modello di amministrazione che considera i dati come un patrimonio strategico) e open by default (la trasparenza dei dati). Ha ottenuto rispettivamente un punteggio di 0,77 (contro lo 0,74 europeo) e 0,73 (contro lo 0,59 europeo). Risultati che dimostrano come, sul fronte della trasparenza e dell’utilizzo delle informazioni nei processi decisionali, l’Italia abbia compiuto progressi significativi, portandosi anche al di sopra della media europea. Ne è un esempio concreto il portale dati.gov.it, che oggi rende accessibili oltre 36.000 dataset pubblici a cittadini, imprese e ricercatori.

Margini di miglioramento

Sugli altri quattro indicatori, l’Italia non raggiunge la media europea. In particolare, sull’utilizzo dei dati per la prevenzione ai problemi o per anticipare le esigenze dei cittadini (proactiveness) il punteggio è molto distante dalla media europea: 0,39 contro lo 0,67. Significa che lo Stato interviene a posteriori, al momento in cui il cittadino presenta un problema, invece di attivarsi in anticipo. In Estonia il sistema informa automaticamente i genitori delle prestazioni a cui hanno diritto alla nascita di un figlio, senza che debbano farne richiesta. Anche l’orientamento all’utente (user-driven) è in ritardo, con uno 0,69 a fronte di uno 0,71. L’indicatore government as a platform, un modello di erogazione dei servizi pubblici in cui lo Stato funge da infrastruttura tecnologica centrale, si ferma a 0,68 rispetto alla media europea di 0,71. Nella progettazione digitale (digital by design), ossia l’ideare e sviluppare processi e servizi in ottica digitale fin dal principio, l’Italia se la cava meglio, ma comunque rimane sotto gli standard europei, ottenendo uno 0,74 contro 0,75. Il quadro complessivo indica che il nodo principale da sciogliere è la capacità di anticipare le esigenze degli utenti tramite una progettazione proattiva dei servizi.

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OURdata

Un altro aspetto analizzato dal rapporto OCSE è l’indice OURdata (acronimo di Open, Useful and Re-usable data) che valuta l’impegno dei governi nel rendere il patrimonio informativo pubblico aperto, utilizzabile e riutilizzabile. L’Italia va bene sull’accessibilità, con uno 0,68 leggermente superiore alla media europea di 0,67, e sulla disponibilità (0,54 a fronte dello 0,53 europeo): segnali concreti degli sforzi compiuti per garantire un accesso trasparente e di qualità. Il punto più critico rimane invece il riutilizzo (0,32 contro 0,40), che indica ancora spazio per rafforzare e promuovere l’impiego secondario dei dati governativi: i dati ci sono, ma stentano a diventare strumenti attivi nelle mani di imprese o enti locali che potrebbero usarli per creare servizi, analisi o soluzioni.

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Le soluzioni concrete

È da evidenziare come negli ultimi anni l’Italia abbia fatto dei passi avanti nella digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni. Ha istituito il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, che guida l’innovazione tecnologica e l’Agenzia per l’Italia Digitale, ente tecnico che traina la trasformazione digitale del paese. Per colmare le carenze, lo Stato ha scelto di agire alla radice, puntando sulla formazione sia per le PA sia per i cittadini. È stata creata la Piattaforma Syllabus, che offre percorsi di e-learning su misura per le amministrazioni, con moduli che spaziano dalla cybersecurity alla gestione dei dati, fino all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Non sono esenti il personale comunale e delle amministrazioni locali, che possono aggiornarsi tramite l’Accademia dei Comuni Digitali dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Per rispondere invece alle carenze digitali nella popolazione più ampia, è nata la Repubblica Digitale.

Scrivere le regole non basta. Il caso Anthropic e la sovranità dell’IA

Il 10 giugno il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare i decreti legislativi attuativi della legge n. 132/2025, delineando il primo quadro normativo nazionale organico sull’intelligenza artificiale in coerenza con l’AI Act europeo. Due giorni dopo, dagli Stati Uniti è arrivato un promemoria piuttosto concreto sui limiti della regolazione.

Il 12 giugno il Segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick ha inviato una lettera direttamente al CEO di Anthropic, Dario Amodei, imponendo la sospensione immediata dell’accesso a Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro e fuori i confini statunitensi, inclusi i dipendenti non americani dell’azienda stessa. Non essendo in grado di filtrare gli utenti per nazionalità in tempo reale, Anthropic ha disattivato entrambi i modelli per tutti.

La motivazione ufficiale riguarda la sicurezza nazionale e una vulnerabilità nei sistemi di protezione di Fable 5. Anthropic ha contestato la valutazione, sostenendo che i test condotti prima del rilascio, incluse oltre mille ore di red-teaming con il governo americano, quello britannico e organizzazioni terze, non avevano evidenziato un jailbreak universale. La vulnerabilità individuata, secondo la società, sarebbe circoscritta e replicabile su modelli già disponibili sul mercato. Al di là del merito tecnico, il punto rilevante è un altro. Per la prima volta il bersaglio dell’intervento non è stato l’hardware che alimenta l’intelligenza artificiale, ma i modelli stessi.

Negli ultimi anni i controlli alle esportazioni hanno riguardato soprattutto l’hardware necessario ad addestrare i sistemi di intelligenza artificiale. In questo caso, invece, il perimetro del controllo si è esteso al software stesso. È un passaggio che segna un’evoluzione nella governance tecnologica globale: non conta soltanto chi produce l’infrastruttura fisica, ma anche chi può decidere chi accede all’intelligenza.

Il paradosso Amazon e la fragilità della dipendenza

C’è però un dettaglio che aggiunge complessità alla vicenda. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Amazon avrebbe contribuito a portare il caso all’attenzione dell’amministrazione statunitense. I ricercatori dell’azienda avrebbero utilizzato una serie di prompt per ottenere da Fable 5 informazioni ritenute potenzialmente rilevanti sotto il profilo della cybersicurezza. Andy Jassy avrebbe quindi condiviso tali preoccupazioni con alti funzionari dell’amministrazione, contribuendo all’avvio delle verifiche che hanno preceduto il provvedimento.

Amazon è al tempo stesso il principale partner cloud di Anthropic e uno dei suoi maggiori investitori, con impegni che superano i tredici miliardi di dollari. Che un soggetto così centrale nell’ecosistema della società sia associato alla catena di eventi che ha portato all’intervento governativo dice qualcosa sulla struttura di un settore in cui investitori, fornitori e concorrenti coincidono spesso nella stessa persona giuridica. L’episodio riporta al centro una questione spesso sottovalutata nel dibattito europeo. La dipendenza da modelli sviluppati all’estero non è soltanto un tema industriale o economico. È anche una questione di resilienza.

Scrivere le regole non basta

Sempre più aziende, pubbliche amministrazioni e operatori infrastrutturali stanno integrando modelli di IA nei propri processi operativi. Se l’accesso a tali sistemi può essere limitato o sospeso nel giro di poche ore da una decisione regolatoria presa in un’altra giurisdizione, allora la continuità del servizio diventa un elemento strategico da valutare al pari della sicurezza, dei costi e delle prestazioni. Questo non significa mettere in discussione il valore dell’AI Act o delle iniziative normative europee. Significa riconoscere che la regolamentazione, da sola, non risolve il tema della sovranità tecnologica.

Negli ultimi anni l’Europa ha investito molte energie nella definizione delle regole. Meno attenzione è stata dedicata alla costruzione di capacità autonome nei modelli, nella potenza di calcolo e nelle infrastrutture necessarie a sostenere la nuova economia dell’intelligenza artificiale. Il caso Anthropic mostra con chiarezza che le due dimensioni non coincidono. Si può partecipare alla definizione delle regole e, allo stesso tempo, dipendere da tecnologie sviluppate e controllate altrove.

C’è poi un secondo aspetto destinato a pesare sempre di più. Quanto più l’intelligenza artificiale viene descritta come una tecnologia strategica per la sicurezza nazionale, tanto più è probabile che i governi esercitino forme dirette di controllo sul suo utilizzo e sulla sua distribuzione. La governance dell’IA non si gioca soltanto nelle aule parlamentari o nelle autorità di regolazione, ma anche nelle decisioni amministrative che riguardano l’accesso alle tecnologie.

L’Italia sta costruendo le regole dell’intelligenza artificiale. È un passaggio necessario. Ma il caso Anthropic pone una domanda che le regole, da sole, non risolvono: nell’economia dell’IA, è più importante scrivere le norme o controllare l’infrastruttura su cui quelle norme si applicano?

Butti a Genova nel pomeriggio inaugura il Security Operation Center di Liguria Digitale

Butti a Genova nel pomeriggio Inaugura il Security Operation Center di Liguria Digitale (PPN ADI) GENOVA, 15 GIU – Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica, Alessio Butti, è oggi a Genova per una giornata dedicata alle strategie nazionali per l’intelligenza artificiale, il supercalcolo, la cybersicurezza e la sovranità digitale, ospitata da Liguria Digitale nella collina degli Erzelli. Nel pomeriggio inaugurerà il nuovo Security Operation Center (SOC), il rinnovato Network Operation Center (NOC) e il Data Center di Liguria Digitale, infrastrutture strategiche per il monitoraggio e la protezione dei sistemi digitali regionali.

La visita offrirà l’occasione per un confronto con il sistema produttivo, scientifico e istituzionale ligure sul progetto “Genova Capitale dell’High Performance Computing & AI Factory”, che raccoglie oltre 5.000 adesioni tra enti, università, imprese e realtà del territorio. All’incontro parteciperanno il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, l’assessore regionale all’Informatica e Transizione Digitale Luca Lombardi, l’assessora comunale all’Informatica e Transizione Digitale Rita Bruzzone, il direttore generale di Liguria Digitale Enrico Castanini e l’amministratore unico Pier Paolo Greco.

Alla vigilia dell’appuntamento, intervenendo a Manduria al Forum in Masseria organizzato da Bruno Vespa e Comin & Partners, Butti aveva già rivendicato le basi della candidatura ligure alla Gigafactory europea: “La competizione sarà dura, ma la Liguria ha delle basi molto solide per candidarsi”. Tra i punti di forza citati: la posizione centrale nel Mediterraneo, le infrastrutture di connettività di livello internazionale, i cavi sottomarini, il sistema portuale strategico e la presenza di Liguria Digitale e dell’IIT. “Le Gigafactory sono grandi infrastrutture strategiche dedicate alla capacità di calcolo e all’intelligenza artificiale, indispensabili per sviluppare tecnologie avanzate e rafforzare l’autonomia europea”, aveva spiegato.

Sul tema della sovranità digitale, il sottosegretario aveva inquadrato la questione in termini strategici: “La sovranità digitale significa proteggere i dati, le infrastrutture e i servizi strategici del Paese in un contesto internazionale sempre più complesso. La cybersicurezza è una sfida globale e richiede sia cooperazione internazionale sia solide capacità nazionali”. In questo quadro aveva ricordato il rafforzamento dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, il recepimento della direttiva NIS2 e l’investimento nel Polo Strategico Nazionale.

Sul nesso tra energia e intelligenza artificiale, Butti aveva indicato il nucleare di nuova generazione come leva strutturale: “L’intelligenza artificiale richiede enormi capacità di calcolo e quindi molta energia. Per questo il governo sta lavorando non solo sulle rinnovabili e sulle reti, ma anche sul nucleare di nuova generazione, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor. La sovranità digitale passa anche da quella energetica: senza energia sicura e competitiva sarà difficile attrarre data center, supercalcolo e investimenti legati all’IA”.

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La Lombardia regola i Data Center

La Lombardia è la prima regione italiana a dotarsi di una legge sui data center. Il provvedimento (legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 5 giugno e destinata a entrare in vigore il 20 giugno prossimo) disciplina la realizzazione, l’ampliamento e il monitoraggio di queste infrastrutture sul territorio regionale, colmando un vuoto normativo che aveva lasciato il settore privo di regole dedicate. I data center sono grandi impianti di elaborazione dati che alimentano servizi cloud, piattaforme di intelligenza artificiale, sistemi bancari e sanitari: strutture enormi dal punto di vista del consumo energetico e dell’impatto urbanistico, che in Italia non avevano mai avuto una definizione giuridica propria né un iter autorizzativo specifico. In assenza di norme, ogni comune decideva in autonomia, con tempi e criteri difformi. La Lombardia ha scelto di intervenire per prima perché è già oggi il principale polo nazionale del settore, e la pressione sul territorio era diventata insostenibile senza una cornice di regole condivise.

Un territorio che non poteva più aspettare

I numeri spiegano perché sia toccato alla Lombardia muoversi per prima. A fine 2024 sul territorio regionale erano attive 67 delle 168 strutture censite a livello nazionale, e circa il 63% delle richieste di nuovi insediamenti si concentra nella regione. Milano e il suo hinterland ospitano già oggi una quota rilevante della potenza di calcolo installata nel Paese, alimentando servizi cloud, intelligenza artificiale, sistema bancario e sanità digitale. Una presenza che si traduce in un fabbisogno energetico stimato attorno a 1,5 gigawatt solo per i progetti in pipeline, e in investimenti che valgono circa 11 dei 22 miliardi complessivamente attesi in Italia nei prossimi cinque anni.

Il problema non era l’abbondanza di richieste ma la mancanza di un quadro di riferimento. In assenza di norme dedicate, i tempi autorizzativi variavano in modo estremo: un anno in Lombardia, fino a quattro o cinque anni altrove, con esiti imprevedibili che dipendevano dall’interpretazione del singolo funzionario. Quella condizione aveva già orientato la quasi totalità degli investimenti verso il Nord, producendo una concentrazione geografica difficile da gestire senza strumenti normativi appropriati.

Cosa prevede la legge regionale n. 11

Il provvedimento, articolato in dieci articoli, interviene su tre piani distinti: la localizzazione degli impianti, la governance delle autorizzazioni e le condizioni ambientali ed energetiche. Sul primo punto, la legge stabilisce che i nuovi data center debbano essere localizzati preferibilmente in aree dismesse, degradate o sottoutilizzate, elevando la rigenerazione urbana a criterio ordinatore della pianificazione. Chi sceglie questa strada accede a un pacchetto di misure premiali: semplificazione dei procedimenti, riduzione del contributo di costruzione tra il 10 e il 30%, priorità nei bandi regionali. Chi invece intende occupare suolo agricolo paga un contributo di costruzione maggiorato del 100%; nelle aree verdi e nei parchi regionali l’incremento sale al 200%. Nella versione originaria del disegno di legge le maggiorazioni previste erano rispettivamente del 50 e del 75%: il testo finale le ha portate a valori più stringenti dopo un lungo dibattito in Consiglio regionale.

Sul piano della governance, la legge istituisce lo Sportello regionale per i centri dati, competente per il procedimento unico di autorizzazione nei casi di rilevanza regionale, e una cabina di regia permanente presieduta dal presidente della Giunta o dall’assessore delegato, con la partecipazione di Regione, ARPA, ATS, ERSAF, Province, Città Metropolitana di Milano e ANCI Lombardia. Le soglie di competenza sono definite per potenza installata: gli impianti tra 10 e 50 megawatt ricadono sotto la giurisdizione di Province e Città Metropolitana, quelli oltre i 50 megawatt sotto quella regionale. Per gli impianti oltre 10 megawatt è prevista una valutazione di compatibilità mediante conferenza consultiva di concertazione.

Sul fronte ambientale ed energetico, la normativa introduce l’obbligo per i nuovi impianti di approvvigionarsi esclusivamente da fonti rinnovabili o a impatto carbonico neutrale, vieta l’utilizzo di acqua proveniente da acquedotti per il raffreddamento e promuove il recupero del calore di scarto, anche attraverso reti di teleriscaldamento. Una volta entrata in vigore la legge, i comuni avranno centottanta giorni per adeguare i Piani di Governo del Territorio e mappare le aree dismesse disponibili; in mancanza di adeguamento resteranno esclusi dai bandi regionali.

Il rapporto con il quadro normativo nazionale

La legge lombarda non si sovrappone al decreto-legge n. 21 del 2026 né alla legge delega approvata dalla Camera il 24 febbraio 2026 e trasmessa al Senato. I due livelli sono complementari: il decreto nazionale disciplina il percorso autorizzativo con una visione procedurale ampia e individua tre campus di interesse nazionale da realizzare entro il 2031; la legge regionale interviene invece sul piano territoriale e urbanistico, con strumenti che la normativa statale non prevede, tra cui la potenza di consumo come parametro urbanistico. Laddove il decreto nazionale ha nominato un commissario straordinario per accelerare i tre campus prioritari, la Regione ha manifestato riserve sull’impostazione centralizzata, preferendo un modello fondato sulla governance locale.

Sul fronte europeo, la normativa lombarda si coordina espressamente con il Regolamento UE 2024/1364 sulla classificazione dei data center, mentre Bruxelles sta elaborando un proprio pacchetto legislativo di settore, atteso nelle prossime settimane.

Un modello che guarda oltre i confini regionali

L’approvazione della legge, avvenuta il 26 maggio 2026 con i voti della maggioranza di centrodestra e l’astensione di parte dell’opposizione di centrosinistra, ha subito attirato l’attenzione delle altre regioni. Piemonte, ricco di aree industriali dismesse e ben posizionato rispetto al resto d’Europa, Puglia e Lazio (con Roma come polo naturale del centro-sud) si candidano ad adottare normative analoghe. La certezza regolativa che la legge lombarda introduce non è un dettaglio secondario per il mercato: i fondi internazionali che finanziano questi investimenti considerano la stabilità dei cronoprogrammi tanto quanto il capitale impegnato, e l’assenza di un quadro normativo è stata finora uno dei principali ostacoli alla bancabilità delle operazioni.

Restano aperti alcuni nodi. I critici, a partire dalle associazioni agricole, segnalano che disincentivare economicamente il consumo di suolo non equivale a vietarlo, e che gli oneri maggiorati possono essere semplicemente assorbiti come voce di costo dai grandi operatori senza modificare la localizzazione scelta. La piena operatività della disciplina dipenderà inoltre dall’adozione di diversi provvedimenti attuativi da parte della Giunta, che avrà trenta giorni dall’entrata in vigore per istituire lo Sportello e sessanta per definire criteri energetici, misure premiali e modalità della conferenza di concertazione. Il banco di prova reale sarà nei prossimi mesi, quando i primi procedimenti transiteranno attraverso la nuova architettura istituzionale.

Il governo vara i decreti sull’intelligenza artificiale. L’Italia prima in Europa

Il Consiglio dei ministri riunito il 10 giugno 2026 a Palazzo Chigi ha approvato in esame preliminare due decreti legislativi attuativi della legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale. Si tratta del primo quadro normativo nazionale organico in materia, che colloca l’Italia tra i primi paesi europei ad aver tradotto nella propria legislazione interna le disposizioni dell’AI Act europeo, il Regolamento UE 2024/1689. Il provvedimento non introduce una disciplina alternativa a quella comunitaria ma ne assicura, secondo Palazzo Chigi, la piena attuazione nell’ordinamento nazionale. Il filo conduttore dichiarato dall’esecutivo è la cosiddetta cornice “antropocentrica”: l’intelligenza artificiale può sostenere decisioni, servizi, formazione e competitività, ma non deve sostituire la responsabilità umana né comprimere i diritti fondamentali. Prima di entrare in vigore, entrambi gli schemi di decreto dovranno passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti. La governance del sistema sarà affidata congiuntamente all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), che fungerà da autorità di notifica, e all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che avrà il ruolo di autorità di vigilanza del mercato.

Le regole per le forze di polizia tra prevenzione e garanzie

Il capitolo più controverso dei decreti riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine. Il testo disciplina due modalità distinte. La prima, quella preventiva e in tempo reale, consente l’identificazione biometrica remota nei luoghi pubblici esclusivamente in casi eccezionali: minacce terroristiche, reati di particolare allarme sociale, ricerca di persone scomparse o vittime di tratta, sequestro e sfruttamento sessuale. In questi casi è richiesta la previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, la richiesta deve specificare finalità, durata, area territoriale e tecnologie impiegate, e l’autorizzazione ha una validità massima di quindici giorni, prorogabile con motivazione. Solo in caso di urgenza le forze di polizia possono procedere senza autorizzazione preventiva, con successiva convalida da parte del giudice entro tre giorni. La seconda modalità, quella a posteriori, consente invece di integrare sistemi di videosorveglianza già esistenti con componenti di riconoscimento facciale, ma soltanto dopo la commissione di un reato, anche tentato, e per identificare persone già indiziate sulla base di documentazione video-fotografica e di elementi oggettivi e verificabili. I dati biometrici raccolti durante eventi pubblici possono essere conservati localmente per sette giorni, mentre i log delle operazioni vengono mantenuti per cinque anni per consentire controlli e verifiche. È vietato costituire banche dati biometriche attraverso la raccolta massiva e indiscriminata di immagini dal web o da sistemi di videosorveglianza, pratica nota come scraping. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha assicurato che non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa, e che l’IA rimarrà uno strumento di supporto all’azione di polizia senza mai sostituire la decisione umana. Le opposizioni, in particolare il Partito Democratico, hanno tuttavia sollevato dubbi, parlando di un approccio che ricorda la fantapolitica di Minority Report e segnalando i rischi di distorsioni algoritmiche a danno di soggetti migranti o vulnerabili.

Lavoro, giustizia e responsabilità civile

Sul fronte del lavoro, i decreti introducono il divieto esplicito di adottare decisioni automatizzate che incidano sul rapporto di lavoro (assunzioni, modifiche contrattuali, licenziamenti, sanzioni disciplinari) affidate esclusivamente a sistemi di intelligenza artificiale. La decisione finale deve sempre restare in capo a una persona fisica: in caso contrario il provvedimento è nullo, e i lavoratori hanno diritto a una motivazione intelligibile delle scelte che li riguardano. Le aziende saranno inoltre tenute a indicare l’incidenza dei sistemi di IA nei propri processi decisionali. Nel settore della giustizia, i magistrati riceveranno formazione specifica sulle competenze tecniche, giuridiche ed etiche necessarie per valutare e utilizzare strumenti basati sull’IA, con percorsi affidati alla Scuola Superiore della Magistratura. I decreti introducono anche una nuova fattispecie penale: il reato di chi progetta, realizza o omette le necessarie misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, quando tale condotta determini un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o per la sicurezza dello Stato. Le pene previste vanno da uno a cinque anni, fino a otto se viene messa a rischio l’incolumità pubblica. Sul versante civile, viene rafforzata la tutela di chi subisce danni da un sistema di IA: il soggetto leso potrà chiedere al giudice l’accesso ai registri e alla documentazione tecnica del sistema, e in caso di violazione degli obblighi del regolamento europeo il nesso causale si presume fino a prova contraria.

Scuola, pubblica amministrazione e investimenti

I decreti intervengono anche sulla formazione, a partire dalla scuola primaria. Fin dalle elementari saranno introdotte nozioni fondamentali sul linguaggio dell’IA e sugli algoritmi, mentre nei licei l’intelligenza artificiale entrerà nel curriculum formativo in modo esplicito, integrata nel programma di educazione civica e accompagnata da una riforma dell’insegnamento della matematica. Il governo ha stanziato complessivamente 300 milioni di euro per la formazione dei docenti, con la costituzione di comitati tecnico-etici territoriali e percorsi di aggiornamento affidati alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione per il personale della pubblica amministrazione. Ulteriori 100 milioni sono destinati alla formazione universitaria, con un ruolo centrale attribuito agli ITS Academy per tradurre l’evoluzione tecnologica in competenze professionali richieste dalle imprese. Anche i professionisti (avvocati, medici, ingegneri) dovranno seguire percorsi formativi promossi dai rispettivi ordini. Per la governance complessiva del sistema IA nazionale è previsto un investimento di un miliardo di euro, già stanziato dalla legge 132 del 2025. Un comitato di tredici esperti, nominato contestualmente all’approvazione dei decreti e coordinato da Gianluigi Greco, è incaricato di aggiornare la Strategia nazionale sull’IA per il periodo 2026-2028.

Il nodo dei dati biometrici e le critiche aperte

Uno dei punti più dibattuti resta la gestione concreta dei dati biometrici. Il decreto vieta espressamente l’utilizzo di grandi banche dati biometriche, ma non fornisce ancora una definizione precisa di cosa si intenda per “grandi” banche dati. Secondo le informazioni ottenute da IrpiMedia, la banca dati biometrica Afis in uso alle forze di polizia italiane conteneva nel 2022 dati di oltre 18 milioni di persone, di cui circa il 73 per cento di provenienza extra-europea: una dimensione che rende il confine tra sistema consentito e sistema vietato tutt’altro che nitido. Un ulteriore elemento critico segnalato dagli esperti riguarda l’affidamento dei software di riconoscimento facciale a soggetti privati: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha confermato che alle gare potranno partecipare sia soggetti pubblici che privati, con requisiti che dovranno rispettare il regolamento europeo. Il presidente della Commissione sicurezza cibernetica del Comitato Atlantico italiano, Stefano Mele, ha osservato che in presenza di dati così strategici come quelli biometrici e facciali sarebbe preferibile coinvolgere attori pubblici nazionali per la gestione di questi software. Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi ha definito il provvedimento uno “Stato di Polizia distopico” armato di manganello elettronico, mentre avvocati esperti di informatica giuridica come Francesco Paolo Micozzi hanno sottolineato come questa normativa disciplini qualcosa che nella pratica viene già applicato, mettendo a terra garanzie che l’Unione europea richiedeva all’Italia da anni. I decreti devono ora completare il proprio iter parlamentare prima di acquistare forza di legge definitiva.