
Bankitalia: il conflitto in Iran affossa la fiducia (-47%), inflazione stabile
Un sistema produttivo italiano fortemente discontinuo a causa della guerra in Medio Oriente. Emerge questo dall’indagine pubblicata oggi della Banca d’Italia sul primo trimestre del 2026, il conflitto tra Iran e USA ha agito come un acceleratore di incertezza, nonostante all’inizio dell’anno si sia registrata una leggera stabilizzazione. Il clima di fiducia è cambiato radicalmente proprio nella fase delle interviste, tra febbraio e marzo.
Qui entra in gioco il concetto di “economia sospesa”, perché da un lato le imprese sono pessimiste sulle prospettive macroeconomiche generali e sul costo delle materie prime energetiche, dall’altro resistono investimenti e previsioni occupazionali che, stando alle stime attuali, non sembrano aver avuto una flessione al difficile contesto geopolitico. In questo scenario di estrema volatilità, l’inflazione non sembra spaventare le imprese: le previsioni restano basse, sotto il 2%. Ma perché accade? Le aziende, per non perdere i clienti in un mercato già debole di suo, preferiscono assorbire i rincari; di conseguenza riducono i propri guadagni piuttosto che alzare i prezzi e rischiare di vendere di meno.
Effetto guerra: lo stato d’animo crolla al -47%. Resiliente il settore delle costruzioni grazie al PNRR
Nel documento di Bankitalia c’è una distinzione precisa: l’effetto “pre e post” guerra nel Golfo Persico. Lo stato d’animo è crollato, il saldo tra ottimismo e pessimismo sull’attuale situazione economica è precipitato di oltre 30 punti percentuali subito dopo il 28 febbraio, giorno dell’inizio del conflitto. È passato dal -16% a un preoccupante -47%. La quota di imprese industriali che prevedono un peggioramento delle proprie condizioni operative nei prossimi tre mesi è triplicata, balzando al 39% dal precedente 13% circa. Al contrario, chi si aspetta un miglioramento si è dimezzato, scendendo al 5%. Tra le cause del peggioramento, per le aziende non c’è solo la normale paura della guerra, ma le scorie che ne derivano: l’incertezza geopolitica e l’aumento dei costi del comparto energetico, che vengono percepiti come gli ostacoli maggiori alla crescita nel periodo a breve termine. Mentre le imprese sono in allerta, il settore delle costruzioni per ora si dimostra resiliente (anche se si è passati da un positivo di 4 a un negativo di 13 punti), complici i cantieri legati al PNRR, che ammortizzano il difficile contesto globale.
Inflazione all’1,8%, ma nei parametri della BCE
L’inflazione, nonostante lo shock degli aumenti sui costi di produzione, per adesso non esplode, con previsioni a lungo termine all’1,8%, perfettamente all’interno del target della Banca centrale europea. Questo dato indica quindi una buona fiducia nei confronti delle banche e della loro capacità di contenere i prezzi. Il punto più importante è che le aziende stanno guadagnando meno per non perdere clienti. Anche se i costi per produrre sono aumentati, le imprese hanno deciso di alzare i prezzi solo del 2,1%. In pratica, stanno pagando loro la differenza: accettano di avere meno profitto pur di restare competitive e non farsi rubare fette di mercato dalla concorrenza.
Stabili i piani di investimento per il 2026. Migliorano le previsioni sulle assunzioni
Le imprese italiane però non stanno tagliando le spese programmate. Nonostante non ci siano delle condizioni ottimali per investire, il saldo è sceso a -30, rimangono stabili i piani di investimento per l’anno corrente, grazie soprattutto ai progetti del PNRR nel ramo edile, dove le aziende coinvolte mantengono attese positive. A sorpresa migliorano anche le previsioni sulle assunzioni. Il saldo tra chi assume e chi licenza è salito al 15% nei servizi e al 9% nell’industria. Le aziende hanno quindi fatto il calcolo che, temendo ripercussioni future per colpa della guerra in Iran, preferiscono scommettere sul futuro e su una visione a lungo termine tenendosi stretti i propri collaboratori per non perdere competenze utili in questa fase di continuo cambiamento tecnologico.
IA, divario sull’utilizzo tra imprese grandi (62%) e medio-piccole (30%). Un terzo delle aziende preferisce sviluppare modelli su misura
Dal report di Bankitalia spazio anche all’intelligenza artificiale. Dal focus sull’IA emerge un Paese ancora in una fase iniziale, di esplorazione, in cui il supporto tecnologico avanzato è visto come una grande opportunità, ma frenato da limiti strutturali. Il 62% delle grandi imprese utilizza in modo continuativo l’IA, mentre nelle PMI italiane la percentuale è meno della metà, il 30%. Un divario notevole, perché per il 30% delle aziende che la utilizzano poco il primo ostacolo non è il costo, ma la mancanza di personale qualificato. Una sfida più formativa che economica. Sull’IA c’è anche un dato interessante legato allo sviluppo del concetto di branding: le aziende che credono davvero nell’intelligenza artificiale preferiscono sviluppare soluzioni proprie (34%), anziché comprare software esterni perché cercano un vantaggio competitivo unico e fatto su misura.




