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Argomento: Geopolitica

Stretto di Hormuz, l’Europa si prepara alla missione navale

Al G7 di Evian-les-Bains la diplomazia internazionale ha incassato la prima vittoria concreta della giornata: l’annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz, prevista per venerdì 19 giugno. Il presidente americano Donald Trump lo ha confermato a margine del bilaterale con il padrone di casa francese Emmanuel Macron, sottolineando che il traffico mercantile nello snodo strategico per il petrolio mondiale è già parzialmente ripreso e che entro pochi giorni tornerà alla normalità.

L’annuncio arriva il giorno dopo la firma digitale del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, sottoscritto domenica dal presidente Trump, dal vicepresidente JD Vance e dal capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Il testo, che porta il nome informale di “Memorandum di Islamabad”, dovrebbe essere reso pubblico nei prossimi giorni, mentre la cerimonia ufficiale di firma è fissata per venerdì a Ginevra. L’intesa pone fine, almeno sul piano formale, a un conflitto che ha tenuto sotto tensione il Medio Oriente per oltre cento giorni.

La diplomazia delle navi

Se la cornice politica dell’accordo appare definita, restano da chiarire i dettagli operativi della sicurezza marittima. Macron ha confermato che Francia e Regno Unito sono pronte a guidare una missione navale internazionale per liberare lo Stretto dalle mine residue, con il sostegno di Italia, Germania e Paesi Bassi. La cosiddetta “coalizione dei Volenterosi” può contare su cinque navi già nell’area e su una disponibilità complessiva che potrebbe arrivare a dodici unità, per un’operazione di sminamento che gli esperti stimano richiederà non meno di sei mesi.

L’Italia ha già inviato due cacciamine, il Rimini e il Crotone, attualmente in attesa nella base di Gibuti, pronti a raggiungere l’area in cinque giorni di navigazione una volta ricevuto il via libera. La premier Giorgia Meloni ha confermato la disponibilità italiana con una formula misurata: “Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto”. Due le condizioni poste da Roma perché la missione possa concretizzarsi, il cessate il fuoco duraturo e il voto delle Camere, passaggio che il governo ritiene necessario data la cautela dell’opinione pubblica italiana verso un conflitto innescato dagli Stati Uniti.

Trump frena, l’Europa si offre

Sul fronte del contributo internazionale, Trump ha mantenuto una posizione più defilata rispetto agli alleati europei. “Non credo che avremo bisogno di molto aiuto”, ha dichiarato il presidente americano rispondendo ai giornalisti proprio davanti a Macron, pur concedendo che la presenza di una o due navi di alcuni paesi non sarebbe “una cattiva idea”. Diversa la postura francese, con Macron che ha offerto la portaerei Charles de Gaulle, potenzialmente operativa nello Stretto entro due o tre giorni, oltre a cacciatorpediniere di sorveglianza già nella regione.

Tra le incognite che la coalizione dovrà sciogliere prima di avviare le operazioni di sminamento figurano il via libera dei rispettivi parlamenti nazionali, l’accordo con Teheran sui termini concreti dell’intervento e la questione, ancora aperta, dei costi di gestione del passaggio nello Stretto. Su questo punto le interpretazioni divergono, gli americani sostengono che la tassa di transito sia sospesa per i sessanta giorni del negoziato tecnico, mentre fonti iraniane lasciano intendere che il tema dei pedaggi resti tutt’altro che chiuso.

Il disgelo tra Meloni e Trump

Il vertice di Evian ha segnato anche un momento politico significativo per i rapporti italo-americani. Meloni e Trump si sono incontrati di persona per la prima volta dopo oltre otto mesi, da quando, lo scorso 13 ottobre, si erano stretti la mano al vertice per la pace di Sharm el-Sheikh. Da allora i contatti erano proseguiti solo per via telefonica o in videochiamata, in un rapporto che diverse fonti diplomatiche italiane avevano definito altalenante, soprattutto dopo le critiche di Trump sulla presunta riluttanza italiana a sostenere militarmente gli Stati Uniti nella crisi iraniana. Ieri sera, a margine dell’arrivo dei leader a Evian, i due si sono scambiati battute distese, in quello che diverse fonti della delegazione italiana hanno definito un segnale di disgelo. Meloni ha colto l’occasione per ribadire anche un altro punto fermo della linea italiana, la richiesta di un cessate il fuoco duraturo in Libano e il pieno rispetto della sovranità libanese, in un messaggio indiretto al governo israeliano.

Le incognite che restano

Nonostante l’euforia diplomatica e il crollo immediato dei prezzi del petrolio, diversi nodi rimangono irrisolti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi alleati nella regione restano fuori dal perimetro dell’accordo firmato. Israele, dal canto suo, ha fatto sapere attraverso il primo ministro Benjamin Netanyahu che “la lotta non è finita”, rivendicando il diritto a rispondere a eventuali nuovi attacchi di Hezbollah. Sul tavolo resta inoltre la situazione del Libano, dove l’offensiva israeliana non si arresta e dove la missione Unifil, di cui Italia e Francia sono tra i principali contributori, scade in meno di tre mesi.

I prossimi sessanta giorni di negoziati tecnici, durante i quali dovrebbero essere definiti i dettagli sul nucleare iraniano e sul percorso di revoca delle sanzioni, diranno se il memorandum siglato a Evian si trasformerà in un accordo strutturale per la stabilità della regione o resterà, come temono alcuni osservatori europei, un’intesa fragile esposta a nuove tensioni.

Meloni e Takaichi a Villa Pamphilj, l’asse Roma-Tokyo punta su difesa, spazio e Ponte sullo Stretto

La premier giapponese Sanae Takaichi ha incontrato lunedì 15 giugno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj, a Roma, in una tappa che si inserisce nel tour europeo della leader di Tokyo in vista del vertice G7 di Evian, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese. Per Takaichi, al governo dal novembre 2025, si tratta del primo viaggio nel Vecchio Continente dopo l’assunzione dell’incarico. Prima di Roma, la premier giapponese ha fatto tappa a Londra, dove ha incontrato il primo ministro britannico Keir Starmer.

Il bilaterale ha consentito di fare un punto sull’avanzamento degli impegni presi in occasione della missione di Meloni a Tokyo lo scorso 16 gennaio e di individuare nuove iniziative da promuovere in vista del G20 di dicembre. Il 2026 è peraltro un anno simbolicamente rilevante per i due Paesi: cade il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, un traguardo che entrambi i governi vogliono segnare con risultati concreti.

Un partenariato strategico speciale

Le relazioni bilaterali erano già state elevate al rango di Partenariato Strategico Speciale nel corso del vertice di gennaio. L’incontro di oggi ha impresso un ulteriore impulso a questa cornice, con l’adozione di una dichiarazione congiunta sul settore spaziale che mira a rafforzare la collaborazione tra le rispettive agenzie, promuovere nuove sinergie tecnologiche e scientifiche e favorire lo sviluppo di partenariati industriali.

Sul fronte della difesa, il filo comune che unisce Roma e Tokyo è il Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto per lo sviluppo di un caccia di sesta generazione che vede Italia e Giappone impegnati insieme al Regno Unito. Un programma dalla portata industriale e strategica considerevole, che proietta la cooperazione tra i due Paesi ben oltre l’orizzonte bilaterale, inserendola in un quadro di sicurezza euro-atlantico e indo-pacifico. Meloni ha definito la sua omologa giapponese una “leader pragmatica a cui sono legata da una particolare sintonia politica”.

Mediterraneo e Indo-Pacifico, due regioni da collegare

Nelle dichiarazioni alla stampa che hanno fatto seguito al colloquio, Takaichi ha delineato con chiarezza la visione strategica del Giappone. “Nell’ambito della visione di un Indo-Pacifico libero e aperto”, ha dichiarato la premier, “la nostra strategia pone attenzione all’autonomia di ciascun Paese, per contribuire alla pace e alla stabilità complessiva”. E ha aggiunto: “Stiamo anche lavorando al collegamento tra Mediterraneo e Indo-Pacifico, in modo da rendere l’intera regione più forte e più prospera”.

Una dichiarazione che assume un peso particolare nel contesto geopolitico attuale, in cui le rotte marittime e i corridoi infrastrutturali tra le due regioni si confermano sempre più centrali nelle strategie di sicurezza economica delle grandi potenze. Italia e Giappone si sono impegnati a confermare la comune volontà di sostenere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Medio Oriente, di contribuire alla stabilità dell’Indo-Pacifico e di rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, con particolare riguardo alle materie prime critiche.

Il Ponte sullo Stretto entra nell’agenda bilaterale

Il passaggio più inatteso delle dichiarazioni congiunte è stato quello dedicato al Ponte sullo Stretto di Messina. Takaichi ha espresso con chiarezza l’auspicio che il progetto si realizzi presto, sottolineando il coinvolgimento di imprese giapponesi: “Auspico che il Ponte sullo Stretto, al quale partecipano anche imprese giapponesi, diventi un grande progetto simbolo della cooperazione economica tra i nostri Paesi. Mi auguro che possa realizzarsi al più presto, facendo leva sul know-how e l’esperienza del Giappone”.

Non si tratta di un interesse improvvisato. Il general contractor che si è aggiudicato la gara internazionale per la realizzazione dell’opera comprende, accanto al gruppo italiano Webuild e alla spagnola Sacyr, la holding giapponese del Gruppo IHI, specializzata in infrastrutture di grande complessità. Un accordo formale di cooperazione tecnica tra Italia e Giappone sul tema era già stato siglato nel luglio 2025, durante la missione a Tokyo del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che aveva visitato il celebre ponte di Akashi come riferimento ingegneristico di eccellenza. La dichiarazione di Takaichi a Roma trasforma dunque un coinvolgimento industriale già in atto in una posizione politica esplicita del governo di Tokyo.

L’asse economico tra i due Paesi

Il vertice ha confermato la solidità degli scambi commerciali tra i due Paesi. Il Giappone è il terzo partner commerciale dell’Italia in Asia e la seconda destinazione delle esportazioni italiane nel continente. Nel 2025 l’interscambio ha raggiunto i 12,3 miliardi di euro, con un saldo positivo per l’Italia pari a 4,4 miliardi. Nel primo trimestre del 2026 i dati confermano il trend positivo: scambi per circa 3 miliardi di euro e un avanzo commerciale a favore dell’Italia di un miliardo. Rilevante anche la presenza delle imprese italiane in Giappone, dove operano 166 aziende con un fatturato complessivo di circa 3 miliardi di euro. Le due leader hanno voluto consolidare questo quadro attraverso strumenti di lavoro strutturati: dal tavolo bilaterale sulla sicurezza economica al dialogo intergovernativo sullo spazio, fino all’Italy-Japan Business Group, pensato per rendere più sistematica la collaborazione tra i due sistemi produttivi.

Tutto quello che sappiamo sull’accordo tra USA e Iran

Nella serata di domenica 14 giugno, il presidente americano Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth Social che l’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo. Poco prima, il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva reso noto su X che le due parti hanno concordato la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, con cerimonia ufficiale di firma prevista per venerdì 19 giugno in Svizzera. Il documento non è però un trattato di pace definitivo: si tratta di un memorandum d’intesa preliminare che apre una finestra negoziale di sessanta giorni per affrontare le questioni più complesse, a partire dal dossier nucleare. Uno dei punti citati nei commenti a caldo riguarda il prolungamento del cessate il fuoco, che è però già in vigore e formalmente privo di scadenze. In sostanza, l’accordo di domenica è un accordo per negoziare un futuro accordo. Mediatori chiave del processo sono stati Pakistan e Qatar; per gli Stati Uniti hanno trattato Steve Witkoff e Jared Kushner, per l’Iran il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

I punti principali dell’intesa

Secondo quanto ricostruito da Axios, da fonti diplomatiche e dai media iraniani vicini al team negoziale di Teheran, i punti centrali del memorandum riguardano anzitutto la riapertura dello Stretto di Hormuz. Trump ha autorizzato immediatamente la revoca del blocco navale statunitense e l’apertura gratuita dello stretto, con l’obiettivo di stabilizzare i mercati energetici globali sconvolti dalla chiusura del passaggio. Sono previste inoltre la sospensione delle sanzioni americane sulle esportazioni petrolifere iraniane e lo sblocco di circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero, di cui una quota sarà disponibile prima dell’avvio dei negoziati finali. Teheran riconfermerebbe il proprio impegno nel quadro del Trattato di Non Proliferazione a non acquisire né sviluppare armi atomiche, mentre i dettagli sulla gestione dell’uranio arricchito attualmente in possesso dell’Iran saranno affrontati nella fase negoziale successiva. È previsto anche un meccanismo di supervisione internazionale, con eventuale ratifica da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’accordo definitivo.

Le due versioni in campo

Fin dall’inizio della fase negoziale più intensa è emersa una divergenza tra la narrativa americana e quella iraniana sui contenuti del memorandum. Già venerdì 12 giugno, quando i media iraniani avevano diffuso una bozza in quattordici punti, Trump era intervenuto per smentire che quella versione corrispondesse a quanto concordato per iscritto. Araghchi aveva a sua volta chiesto ai media di non speculare sui contenuti, assicurando che tutti i dettagli sarebbero stati resi pubblici al momento opportuno. Significativo è il fatto che la conferma iraniana sia arrivata non dal ministro degli Esteri ma dal vice ministro Kazem Gharibabadi, attraverso la tv di stato, che ha specificato come i sessanta giorni di negoziati inizieranno solo dopo che gli Stati Uniti avranno dimostrato concretamente di rispettare i propri impegni, a partire dalla revoca del blocco navale. Sul punto più delicato, lo Stretto di Hormuz, le agenzie iraniane hanno precisato che non si tratta di un ritorno allo status prebellico ma di un ripristino del numero di transiti ai livelli precedenti al conflitto, con Teheran che mantiene l’esercizio della propria sovranità sullo stretto. Trump, in un’intervista al New York Times, ha invece indicato che Hormuz sarà aperto in modo permanente e senza pedaggi.

Israele tra ostruzionismo e ambiguità

La posizione israeliana ha complicato sensibilmente le ultime ore della trattativa. Nella giornata di domenica, mentre si attendeva l’annuncio finale, l’esercito israeliano ha condotto raid nella periferia sud di Beirut e nel sud del Libano colpendo obiettivi di Hezbollah, attraversando una delle linee rosse poste dall’Iran. Funzionari iraniani hanno riferito al New York Times che il regime aveva predisposto una risposta militare contro Israele, poi annullata su richiesta di Trump. Il presidente americano aveva dichiarato in un’intervista ad Axios di essere stato molto arrabbiato con Netanyahu, accusandolo di non avere alcun giudizio e di aver ritardato la firma di alcune ore. Netanyahu ha risposto con una dichiarazione ambigua: prima ha precisato che Israele non è parte dell’accordo, poi ha aggiunto che sul punto del nucleare iraniano esiste pieno accordo con Trump. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir ha sostenuto che l’intesa americana non vincola Israele, mentre il leader dell’opposizione Lapid ha definito il memorandum un fallimento totale, poiché il regime sopravvive, il programma missilistico rimane attivo e l’Iran potrà ricostruire le proprie capacità nucleari.

Cosa rimane fuori e cosa resta incerto

La struttura del memorandum lascia deliberatamente fuori dall’ambito dei negoziati immediati alcune delle questioni più sensibili. Il programma missilistico balistico iraniano non rientra nel perimetro dell’accordo preliminare, così come il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione, da Hezbollah agli Houthi. In un’intervista al New York Times, Trump ha minacciato di riprendere le operazioni militari contro Teheran qualora non si raggiunga un accordo definitivo sul nucleare, o in alternativa di fare degli Stati Uniti il garante del Medio Oriente in cambio del 20 per cento delle entrate della regione. Rimane aperta anche la questione del Libano: il Paese dei cedri non è parte dei negoziati diretti, e il suo ministro degli Esteri Joe Raggi ha dichiarato che Beirut non accetta che altri negozino o firmino accordi a suo nome. La tenuta del cessate il fuoco su quel fronte dipenderà in larga misura dal comportamento di Israele nelle prossime settimane. Anche la reazione interna iraniana è ancora da verificare: Parlamento e Guardie della Rivoluzione non si sono ancora espressi in modo definitivo, e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’intesa.

Il contesto e le reazioni internazionali

Il conflitto era iniziato il 28 febbraio 2026 con attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che avevano causato oltre 7.500 morti, la maggior parte dei quali in Libano e in Iran, e provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz con conseguente crisi energetica globale. Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno accolto con favore il memorandum d’intesa, sottolineando l’importanza della riapertura di Hormuz e ipotizzando la revoca delle sanzioni europee qualora Teheran onori gli impegni assunti. I prezzi del petrolio sono scesi nelle ore successive all’annuncio. La firma formale in Svizzera il 19 giugno rappresenterà il passaggio dall’intesa verbale a un documento giuridicamente rilevante, ma i nodi più complessi restano tutti da sciogliere nella finestra negoziale che si aprirà subito dopo.

Guerra nel Golfo, Trump annuncia l’accordo con l’Iran e punta su Ginevra per la firma

È stata una giornata di accelerazioni brusche e inversioni di rotta. Trump ha iniziato la giornata di giovedì con minacce di nuovi bombardamenti sull’Iran e con l’annuncio di voler occupare l’isola petrolifera di Kharg, poi nel pomeriggio ha cancellato i raid programmati e ha dichiarato dallo Studio Ovale di aver raggiunto un accordo con Teheran: “Abbiamo appena fatto un grande accordo”, ha detto il presidente americano ai giornalisti, aggiungendo che il testo “è soggetto a finalizzazione” e che la firma potrebbe avvenire “probabilmente nel weekend, forse in Europa”. In serata ha rivendicato la vittoria con toni più netti: “Abbiamo vinto la guerra in Iran, l’Europa era irrilevante”.

Ginevra come sede: le indiscrezioni di Reuters, Bloomberg e Axios

Secondo quanto riferito da Reuters e Bloomberg, citando fonti di parte occidentale, il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran potrebbe essere firmato già domenica a Ginevra. L’obiettivo sarebbe definire il testo entro sabato, per consentire la firma da parte del vicepresidente Vance e del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf. Axios ha aggiunto che quattro aerei militari C-17 statunitensi sono già decollati verso l’Europa trasportando materiale logistico per la delegazione americana. La scelta di Ginevra non sarebbe casuale: la città svizzera ha ospitato in passato round cruciali sui dossier nucleari ed è sede di numerose missioni diplomatiche, il che ne fa una location capace di conferire legittimazione internazionale all’intesa.

Cosa prevede il memorandum

Secondo le ricostruzioni di Axios, che cita fonti anonime vicine ai negoziati, il documento sarebbe un memorandum d’intesa di una pagina con tre o quattro punti essenziali, rinviando a trattative successive le questioni più complesse. I contenuti centrali sarebbero la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, la proroga del cessate il fuoco per sessanta giorni (estesa anche al fronte libanese, su richiesta iraniana) e l’avvio di negoziati sul programma nucleare nel medesimo arco temporale. Sul fronte economico, il testo prevederebbe un alleggerimento progressivo delle sanzioni legato al rispetto degli impegni da parte di Teheran. L’agenzia iraniana Mehr ha parlato anche di uno sblocco di 24 miliardi di dollari in fondi congelati, ma la questione resta controversa: secondo Axios, Washington vuole rilasciarli a tranche, mentre Teheran chiede una quota immediata al momento della firma. Un funzionario americano ha smentito l’esistenza di accordi segreti paralleli su questo punto.

Il nodo nucleare rimandato alla fase due

Il punto più delicato rimane fuori dal perimetro del memorandum. Come riporta il Corriere della Sera, le questioni spinose sul nucleare, cioè le scorte di uranio arricchito all’80 per cento, il futuro degli impianti di arricchimento, il ruolo dell’Aiea nelle ispezioni, finiscono nella cosiddetta “fase due”: i sessanta giorni di trattativa successivi alla firma. Reuters cita una fonte iraniana secondo cui Teheran non ha accettato di cedere le proprie riserve di uranio altamente arricchito e che la questione nucleare non fa parte dell’accordo preliminare. Gli americani avrebbero proposto che le trattative di questa seconda fase si svolgano in Svizzera. In ambienti politici italiani circola anche l’ipotesi del Vaticano come sede, forte del precedente del riavvicinamento tra Trump e Zelensky, ma non vi sono conferme ufficiali.

La posizione di Teheran tra riserve e rivendicazioni

La risposta iraniana è rimasta, anche in questa fase, ostinatamente ambivalente. L’agenzia Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha in un primo momento smentito l’accordo per poi aggiornare la propria posizione sostenendo che Trump avesse accolto la proposta iraniana, non il contrario. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baqaei ha dichiarato che l’Iran “non ha ancora deciso se firmare”, mentre Ghalibaf ha scritto su X che il suo paese ha ottenuto “concessioni non attraverso i negoziati, ma attraverso i missili”. L’elemento decisivo rimane l’approvazione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che secondo Axios non avrebbe ancora dato il via libera formale. Trump ha tuttavia detto di credere che Khamenei abbia approvato l’intesa. Il quadro, stando alle fonti giornalistiche disponibili, è quello di un testo sostanzialmente concordato sul piano tecnico ma non ancora sancito sul piano politico dalla parte iraniana.

Netanyahu fuori dalla stanza e la variabile israeliana

Israele figura tra i dodici Paesi che Trump ha citato come firmatari del memorandum, ma la realtà è più sfumata. Secondo alcune fonti, Netanyahu sarebbe stato colto di sorpresa dall’annuncio e non era a conoscenza dell’accordo imminente: una fonte israeliana citata dalla CNN ha parlato di “escalation aspettata, non di svolta”. Il premier ha sospeso una riunione sulla sicurezza per parlare al telefono con Trump, senza che il contenuto della conversazione sia stato reso noto. La fine dei raid contro Hezbollah è una delle condizioni imprescindibili che Teheran pone per siglare qualsiasi intesa, e Netanyahu si trova nella posizione scomoda di non poter bloccare l’accordo senza compromettere il rapporto con Washington, né di accettarlo senza rinunciare agli obiettivi militari in Libano.

Mercati e mediatori

I mercati finanziari hanno reagito con ottimismo alla notizia dell’accordo. Il prezzo del petrolio è sceso a 88 dollari al barile, Wall Street ha chiuso in rialzo con il Dow Jones a più 1,86 per cento e il Nasdaq a più 1,54 per cento, e le borse asiatiche ed europee hanno accelerato nella mattina del 12 giugno. Il merito diplomatico dell’avanzamento va in larga misura al Qatar. L’emiro Al Thani ha inviato immediatamente una delegazione a Teheran nel momento critico di mercoledì sera, con in testa Ali Al-Thawadi, l’uomo che aveva portato i Mondiali di calcio a Doha e che in questa crisi ha svolto il ruolo di interlocutore privilegiato tra Araghchi e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. Circa sei miliardi dei fondi iraniani congelati si trovano proprio nelle banche del Qatar, il che attribuisce a Doha un peso specifico non solo diplomatico ma anche finanziario nell’esito della trattativa.

Il Libano ago della bilancia in una guerra che non finisce

Sul Medio Oriente pesano formalmente due cessate il fuoco. Il primo, quello tra Stati Uniti e Iran, è in vigore dall’aprile 2026 e Trump lo ha poi esteso a tempo indeterminato. Il secondo, tra Israele e il governo libanese, è stato raggiunto con mediazione americana e rinnovato più volte nell’arco di poche settimane, l’ultima volta all’inizio di giugno. Nessuno dei due ha fermato le bombe. Il Pentagono definisce gli attacchi statunitensi “difensivi” e “proporzionati”, Teheran risponde con missili e droni, e Israele continua a bombardare il Libano meridionale come se le tregue non esistessero. Il risultato è un conflitto che si autoalimenta in modo che nessuno dei protagonisti sembra in grado (o del tutto disposto) a interrompere.

Il punto di innesco più recente è stato l’abbattimento di un elicottero militare americano AH-64 Apache sulle acque dello Stretto di Hormuz, attribuito dagli Usa a un drone Shahed iraniano. L’incidente è avvenuto mentre i due Paesi erano formalmente impegnati a negoziare. Trump ha risposto con una serie di raid, prima su Qeshm, Sirik e Bandar Abbas, poi con una nuova ondata il giorno seguente, colpendo sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo e radar nelle regioni meridionali dell’Iran. Il Centcom ha definito la missione “una risposta proporzionata a un’ingiustificata aggressione iraniana”. I due piloti dell’Apache sono stati recuperati vivi grazie a un drone marino in un’operazione che il Pentagono ha presentato come la prima del genere. Poi, dall’Ufficio Ovale, Trump ha dichiarato che gli attacchi sarebbero proseguiti e ha minacciato di colpire anche le infrastrutture civili della Repubblica islamica: energia, porti, industria.

Tiro, patrimonio dell’umanità sotto le bombe

Mentre i generali discutono di proporzionalità e i negoziatori si agitano tra Doha e Washington, a Tiro si muore. La città portuale del Libano meridionale, patrimonio mondiale dell’Unesco e uno dei centri urbani più antichi del Mediterraneo, è oggetto dei raid israeliani più intensi dall’inizio della nuova escalation, cominciata il 2 marzo quando Hezbollah ha ripreso a lanciare razzi su Israele dopo la morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei, ucciso negli attacchi congiunti USA-Israele. Analisi di immagini satellitari acquisite tra gennaio e il 4 giugno mostrano una distruzione sistematica: almeno 25 edifici residenziali colpiti direttamente, blocchi interi rasi al suolo, oltre 31 raid aerei diretti sulla città dall’inizio di marzo. I danni alle sole strutture di Beirut e del Monte Libano sono stati stimati dalle Nazioni Unite in oltre 365 milioni di dollari.

Israele ha esteso le ordinanze di evacuazione anche al quartiere cristiano di Tiro, fino ad allora risparmiato. I tre arcivescovi della città, quello cattolico melchita Georges Iskandar, il greco-ortodosso Elias Kfoury e il maronita Charbel Abdallah, hanno lanciato un appello internazionale perché vengano protetti i civili. Centinaia di famiglie si sono riversate sull’autostrada costiera verso Sidone, con materassi e masserizie sui tettini delle auto. Il bilancio complessivo dall’inizio dell’offensiva israeliana del 2 marzo supera le 3.600 vittime in Libano e circa un milione di sfollati interni.

Hormuz, lo stretto che l’Iran chiude e riapre

Lo Stretto di Hormuz è diventato il termometro più immediato della crisi. Il traffico commerciale attraverso la via d’acqua da cui prima della guerra transitava circa il 20 per cento del petrolio mondiale è di fatto bloccato dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio. Gli USA impongono un blocco navale sui porti iraniani; l’Iran risponde con la minaccia di chiudere il corridoio a tutte le navi. Il 1° giugno l’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, aveva già annunciato la chiusura totale di Hormuz e di Bab el-Mandeb, in concomitanza con la sospensione dei negoziati indiretti con Washington, citando l’offensiva israeliana in Libano come casus belli.

Oggi, 11 giugno, l’autorità marittima iraniana ha confermato la chiusura dello Stretto “fino a nuovo ordine”, con la precisazione che qualsiasi nave in transito sarà presa di mira. Già due imbarcazioni risulterebbero colpite. Nel frattempo, come segnalato da Il Post, diversi paesi stanno stringendo accordi bilaterali con Teheran per il transito di petrolio e gas al di fuori del blocco, il che normalizza di fatto il controllo iraniano sulla rotta e svuota progressivamente la pressione che la Marina Usa intendeva esercitare. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che all’Europa restano forse sei settimane di carburante per aerei se le forniture non riprenderanno. La riapertura di Hormuz resta uno dei punti centrali di qualsiasi accordo definitivo, ma finché i raid israeliani in Libano continuano e Teheran li usa come pretesto, anche questa leva rimane bloccata.

Hezbollah, la variabile che blocca ogni accordo

È qui che il nodo libanese stringe davvero la partita diplomatica. L’Iran ha sempre condizionato il rispetto del cessate il fuoco con Washington all’interruzione delle operazioni israeliane in Libano, cosa che non è mai avvenuta. Teheran ha sospeso i negoziati in più occasioni proprio citando le bombe su Beirut e il Sud del paese, e ha ripreso gli attacchi domenica 8 giugno dichiarando di agire in rappresaglia per i bombardamenti israeliani in corso. Questo meccanismo trasforma il Libano in una leva nelle mani iraniane: finché Israele bombarda, Teheran ha un pretesto per non firmare, e Trump, che vuole l’accordo, si trova a dover contenere Netanyahu.

Il 3 giugno, dopo due giorni di negoziati diretti alla sede del Dipartimento di Stato, Israele e il governo libanese hanno raggiunto un’intesa per un cessate il fuoco totale che prevedeva l’interruzione completa delle ostilità di Hezbollah. Il gruppo ha rigettato l’accordo il giorno stesso, con il segretario generale Naim Qassem che ha definito le trattative una “farsa” e ribadito che la condizione per fermarsi è il ritiro israeliano dal paese. Senza Hezbollah, il testo resta sulla carta. Come ha scritto Axios, la cessazione delle ostilità in Libano è una delle richieste esplicite che Teheran ha posto come condizione per avanzare sul nucleare. Il gruppo non era stato invitato ai colloqui di Washington, il che ne spiega il rifiuto, ma solleva un interrogativo strutturale: è possibile negoziare una pace in Libano escludendo la forza che controlla il terreno?

Netanyahu e Trump, alleati con interessi divergenti

Il Washington Post e più fonti americane hanno riportato di una telefonata durissima tra Trump e Netanyahu, con il presidente USA che avrebbe bloccato un piano israeliano per attacchi massicci su Beirut ritenendolo controproducente rispetto ai negoziati con l’Iran. Netanyahu ha minimizzato la frizione parlando di “semplici disaccordi tattici”, ma la sostanza politica è difficile da dissimulare. Trump vuole chiudere la guerra entro l’estate, prima del suo ottantesimo compleanno e del 250° anniversario degli Stati Uniti, con un occhio alle elezioni di midterm di novembre. Netanyahu, in campagna elettorale permanente, gioca invece sull’immagine della fermezza: vuole eliminare la minaccia dal confine nord senza che nessuno, né il governo libanese, né Washington, gli dica come e quando farlo.

In pratica, l’accordo USA-Iran, ammesso che si raggiunga, rappresenterebbe per entrambe le parti poco più di un “time out” di qualche mese. Dopo di che, per quanto riguarda il Libano e Hezbollah, le strade di Washington e Gerusalemme si separeranno. Gli USA vogliono pace o cessate il fuoco; Israele decide da sola cosa fare di Hezbollah, senza che nessuno le dica come e con quali mezzi affrontarlo.

Il negoziato sul nucleare, quattro punti e molte incognite

Sul tavolo dei negoziatori ci sono quattro elementi fondamentali: sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno quindici anni; diluizione delle scorte esistenti al di sotto del 60%; smantellamento dei siti di Natanz, Fordo e Isfahan; accesso ispettivo internazionale senza preavviso in qualunque momento e ovunque. L’Iran avrebbe accettato, almeno in linea di principio, i primi tre punti. Il quarto, le ispezioni a sorpresa anche nelle basi militari dei Guardiani della Rivoluzione dove probabilmente si trova la maggior parte dell’uranio arricchito, resta il nodo irrisolto. Teheran ritiene il punto inaccettabile; Washington insiste che senza trasparenza verificabile non c’è accordo.

A complicare il quadro ci sono le fazioni iraniane più oltranziste, legate al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che continuano a opporsi a qualsiasi intesa che non preveda prima la revoca delle sanzioni e il rilascio dei fondi congelati. La delegazione del Qatar è tornata a Teheran più volte nelle ultime settimane per tenere aperto il dialogo, ma l’Iran ha rifiutato un incontro trilaterale con gli USA. I negoziati in Svizzera sulla seconda fase, previsti per metà giugno, rischiano di saltare. E nel frattempo Trump, che secondo la CNN ha annunciato la vicinanza all’accordo almeno 38 volte dall’inizio del conflitto, ha dichiarato dall’Ufficio Ovale che gli attacchi “continueranno anche oggi” e che “se non firmano, li bombarderemo senza pietà”. Una combinazione di minaccia e promessa che è diventata il registro fisso di questa crisi, senza che finora abbia prodotto la firma attesa.

Il Mediterraneo, laboratorio globale delle infrastrutture critiche

L’immagine è quella di un fondale affollato quanto una metropoli: il Mediterraneo, che copre appena l’1% delle acque del globo, è attraversato ogni giorno da 3.500 navi e ospita 850 infrastrutture sensibili fra gasdotti, oleodotti, cavi elettrici e dorsali in fibra ottica. Una concentrazione senza eguali, destinata a crescere: da qui al 2030 sono già in cantiere almeno altri sessanta progetti. Il dato emerge dall’analisi condotta da 24OreNextmed, che ha mappato la rete di infrastrutture critiche presenti nei fondali e lungo le coste del bacino mediterraneo. In questo ecosistema cablato, energia e telecomunicazioni non viaggiano più su binari separati: condividono rotte, vulnerabilità e, sempre più, decisioni politiche.

La ragnatela digitale sotto il mare

Dei 150.000 chilometri di cavi in fibra ottica che percorrono i fondali mediterranei, 65 dorsali principali collegano 260 sistemi primari. Nomi come Medusa, Blue Raman e Blue Med segnano le direttrici lungo cui scorre il 95% delle comunicazioni intercontinentali. Il Canale di Sicilia, quasi privo di isole ma densissimo di infrastrutture, è uno dei tratti a maggiore concentrazione al mondo: qui transita anche il 2Africa, il cavo più lungo del pianeta, con oltre 45.000 chilometri di estensione e una rete di 33 Paesi collegati, gestita da un consorzio che include Meta, Vodafone e aziende statali egiziane e saudite. La gestione condivisa di queste infrastrutture è una delle poche cose che porta a collaborare soggetti con relazioni diplomatiche tutt’altro che distese. Entro il 2030, con l’aggiunta delle sotto-dorsali previste, si arriverà a 118 sistemi distinti con una capacità complessiva di 450 petabyte al secondo. Gli investimenti riflettono questa corsa: se nel triennio 2020–2023 il settore aveva mobilitato 2,5 miliardi di euro, per il periodo 2027–2030 la stima sale a 4,5 miliardi.

Energia elettrica, il nuovo fronte

Parallelamente alla rete digitale, il Mediterraneo si sta coprendo di un’altra infrastruttura strategica: i cavi elettrici ad alta tensione in corrente continua. Il progetto più atteso è Elmed, la prima interconnessione elettrica diretta tra Europa e Africa, promossa da Terna e dalla Società tunisina di elettricità e gas (Steg). Un collegamento da 600 megawatt e 500 kilovolt, lungo circa 220 chilometri di cui oltre 200 in cavo sottomarino attraverso il Canale di Sicilia, destinato a unire la stazione di Partanna, nella Sicilia occidentale, con Cap Bon, nel nord-est della Tunisia. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha rilasciato l’autorizzazione nel maggio 2024 e Terna ha recentemente prorogato al 15 giugno il termine per la presentazione delle offerte relative al supporto ingegneristico per le stazioni di conversione HVDC, del valore complessivo di 1,43 milioni di euro. Elmed è riconosciuto come Progetto di Interesse Comune (PCI) dell’Unione europea e beneficia dei fondi del programma Connecting Europe Facility. Sul versante dei cavi elettrici, Terna ha anche stabilito un record mondiale di posa a 2.150 metri di profondità nel tratto del Tyrrhenian Link tra Sicilia e Sardegna, un’opera da 3,7 miliardi di euro e 1.000 megawatt di potenza che ridisegna la mappa energetica interna del Paese.

La duplice sfida della sicurezza

A fronte di questa densità infrastrutturale, il tema della protezione fisica è diventato urgente. Il precedente più citato è il Mar Baltico, dove fra il 2022 e il gennaio 2025 sono stati danneggiati almeno sei infrastrutture sottomarine critiche, gasdotti e cavi in fibra ottica compresi, con navi russe identificate nelle vicinanze in tutti i casi. Nel Mediterraneo la concentrazione di infrastrutture italiane è incomparabilmente più alta, ma non esiste ancora una risposta NATO equivalente all’Operazione Baltic Sentry. Nel novembre 2025 la rete NATO per le Infrastrutture Critiche Sottomarine si è riunita a Roma per la prima volta con la partecipazione di Paesi partner non appartenenti all’Alleanza, concentrandosi sulle minacce ibride nel Mediterraneo. Sul fronte tecnologico, la risposta più innovativa arriva dalla Finlandia: la società di telecomunicazioni Elisa ha testato con successo un sistema di monitoraggio basato su Distributed Acoustic Sensing (DAS), che trasforma le fibre ottiche già posate in sensori distribuiti capaci di rilevare vibrazioni e anomalie sul fondale. I test, condotti nel Golfo di Finlandia con la partecipazione della Guardia Costiera e della Marina militare finlandesi, hanno simulato scenari di danneggiamento intenzionale. L’obiettivo è un servizio automatizzato di allerta in tempo reale: la tecnologia DAS potrebbe essere applicata anche nel Mediterraneo, dove la densità delle infrastrutture rende ogni chilometro di cavo un bersaglio potenziale.

L’Italia nel mezzo del gioco

L’Italia siede al centro di questa partita, con una posizione geografica che è insieme opportunità e vulnerabilità. Il Paese è il quarto produttore mondiale di cavi sottomarini e ospita 34 sistemi complessivi, distribuiti tra Sicilia, Puglia e Liguria. Sparkle, società del gruppo TIM, gestisce oltre un terzo dei cavi sottomarini nel Mediterraneo; non a caso, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ne ha acquisito il 70% insieme a Retelit, con il via libera della Commissione europea arrivato nell’aprile 2026. La scelta è stata letta come una mossa di politica industriale su un’infrastruttura che tocca direttamente la sicurezza digitale del Paese. Parallelamente, la legge n. 9 del 2026 ha introdotto per la prima volta un quadro normativo italiano sulla sicurezza delle attività nella dimensione subacquea, entrata in vigore l’11 febbraio scorso. E l’onorevole Nino Minardo, presidente della Commissione Difesa della Camera, ha annunciato nell’aprile 2026 che la Sicilia ospiterà un hub regionale europeo per il monitoraggio dei cavi sottomarini, consolidando il ruolo dell’isola come crocevia non solo energetico ma anche digitale del Mediterraneo.

Un corridoio che si moltiplica

La notizia più recente racconta bene la velocità con cui questo scenario si trasforma. L’8 giugno 2026, ViaTunisia, il tratto sottomarino tra Marsiglia e Biserta lungo circa 1.050 chilometri, ha raggiunto formalmente lo stato di “Ready for Service”, entrando in piena operatività come segmento chiave del sistema Medusa: 8.760 chilometri complessivi, 24 coppie di fibre, una capacità di 480 terabit al secondo, cofinanziato dall’Unione europea attraverso il Connecting Europe Facility. Nello stesso corridoio tra Italia e Tunisia, nel 2024 Terna aveva avviato le procedure per Elmed. La convergenza tra le due direttrici, quella digitale e quella energetica, lungo le stesse rotte maritime del Canale di Sicilia, non è casuale: è il prodotto di una geografia che costringe a fare scelte strategiche. Come ha notato l’Agenzia Nova, il completamento di Elmed farà della Sicilia un hub energetico mediterraneo in una fase in cui l’Italia punta a consolidare la propria centralità nei flussi tra Europa e Africa, nel più ampio quadro del Piano Mattei. Il Mediterraneo, insomma, non è più soltanto la culla della civiltà occidentale. È diventato il laboratorio in cui si decide chi controlla i dati, l’energia e, in ultima analisi, i rapporti di forza del XXI secolo.

La partita bilaterale in Medio Oriente

La quiete dopo la tempesta, di proiettili. Al termine di due giorni di colloqui senza sosta tra gli ambasciatori al dipartimento di Stato statunitense, Libano e Israele hanno annunciato una nuova tregua e anche l’istituzione di zone di sicurezza pilota. Nel frattempo, a Washington la Camera dei rappresentanti ha approvato lo stop della guerra in Iran. Con 215 voti favorevoli e 208 contrari, ordina al presidente Donald Trump il ritiro delle truppe dalla zona di conflitto, cominciato lo scorso 28 febbraio. Una mossa forte, con quattro esponenti repubblicani che hanno sfiduciato il tycoon e che lo rendono più vulnerabile per le prossime manovre. Queste due decisioni cambiano l’assetto delle operazioni militari in Medio Oriente proprio nel momento in cui continuano i raid nel sud del Libano e l’Iran risponde colpendo le basi logistiche del Golfo.

Hezbollah arginato

Questo nuovo cessate il fuoco nella frontiera israelo-libanese stabilisce delle nuove regole che limitano soprattutto Hezbollah. La tregua, mediata dagli Stati Uniti, determina la cessazione completa delle ostilità da parte del cosiddetto “Partito di Dio” e l’evacuazione dei suoi membri dalla zona a sud del fiume Litani, conquistato dall’esercito israeliano tre giorni fa. L’accordo sancisce inoltre che nelle zone di sicurezza il controllo sarà esercitato esclusivamente dalle Forze armate libanesi (LAF) e da nessun altro gruppo paramilitare non statale. Nel testo pubblicato, i due governi rifiutano l’idea di tenere in ostaggio il futuro del Libano, con un chiaro riferimento a Teheran e si danno appuntamento al 22 giugno per fissare un nuovo ciclo di colloqui. Da Hezbollah però non ci stanno e il suo leader Naim Qassem ha descritto il patto come “una capitolazione e una sconfitta. È una dichiarazione d’intenti volta a sabotare il Libano”.

Israele è stato molto chiaro: stop ai raid sul suolo libanese, ma Hezbollah non avrà il cessate il fuoco garantito in caso di violazioni. Lo ha dichiarato l’ambasciatore israeliano negli USA Yechiel Leiter, il quale ha confermato che quest’intesa ha lo scopo di estromettere le influenze iraniane dal Libano. Alle parole del diplomatico non è rimasto indifferente il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha definito la tregua “un grave errore” e ha affermato che Beirut sostiene le milizie sciite in modo incondizionato. Per quanto sia stato sottoscritto il documento diplomatico, l’efficacia pratica dell’accordo resta una questione ancora aperta; i media ufficiali libanesi hanno riferito questa notte che gli attacchi israeliani sono proseguiti nella regione meridionale anche nelle ore successive alla firma.

La grana di Trump

Negli Stati Uniti invece c’è stato un cambio di programma inaspettato, perché questo voto della Camera rappresenta un blocco istituzionale alla linea di Trump. Con la sfiducia dei quattro parlamentari repubblicani che si sono uniti alla minoranza democratica, il monito è chiaro: il tycoon sta perdendo consensi e il problema ce l’ha prima di tutto in casa. Il testo approvato a Washington vieta al presidente qualsiasi nuova rappresaglia sul territorio iraniano, a meno che non ci sia l’autorizzazione esplicita e preventiva del Congresso. Questo atto della Camera ha però un’efficacia prevalentemente politica e simbolica, perché comunque Trump mantiene il diritto di veto presidenziale sulla legislazione e il Senato è sotto il controllo repubblicano e fedele all’amministrazione.

L’attacco iraniano in Kuwait

La delibera del Congresso arriva un giorno dopo l’ultimo picco militare registrato nel Golfo Persico. Le guardie rivoluzionarie iraniane hanno attaccato il terminal 1 dell’aeroporto internazionale del Kuwait con droni e missili, un raid culminato con la morte di un cittadino indiano e il ferimento di 63 persone. Da Teheran rivendicano l’operazione e specificano che hanno preso di mira le strutture logistiche dei Paesi mediorientali, incluse la base aerea kuwaitiana di Ali Al-Salem e la sede della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, che vengono utilizzate come basi d’appoggio dai bombardieri americani.

Rubio cambia la strategia

Trump però, nonostante il voto contrario alla camera e questa nuova offensiva iraniana, è impegnato al cento per cento a perseguire il suo obiettivo: negare la bomba nucleare a Teheran. Ha affermato che i colloqui bilaterali proseguono e prevede un accordo che potrebbe essere formalizzato entro questo fine settimana. In parallelo, il segretario di Stato Marco Rubio ha precisato al Congresso una nuova rimodulazione dei compiti dell’esercito americano nella regione, con una trasformazione difensiva e una concentrazione sulle scorte e sulla protezione dei vettori commerciali in transito nello Stretto di Hormuz.

I numeri dell’OCSE avvertono l’Italia

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha pubblicato questa mattina a Parigi l’Economic Outlook di giugno 2026, che ha tracciato il nuovo quadro delle previsioni macroeconomiche del biennio 2026-2027. Il report delinea una situazione di pura incertezza, vista la delicata situazione in Medio Oriente, diventato il fulcro che determina sia le prospettive di crescita, sia l’inflazione a livello globale. E nonostante l’economia mondiale sia entrata nel 2026 con una resilienza superiore alle previsioni, il quadro ora è sotto pressione. Data la volatilità del momento, l’OCSE ha concentrato le sue previsioni su due binari: da un lato uno scenario di interruzione temporanea (perturbazioni brevi e calo graduale dei prezzi energetici dalla metà del 2026, in linea con i mercati e con la possibilità di un accordo di pace di medio/lungo termine), dall’altro uno scenario di interruzione prolungata (ipotesi del conflitto protratta fino al 2027 e inflazione globale aumentata dello 0,4%).

L’importanza del PNRR

Capitolo Italia. Nel nostro Paese l’OCSE ha segnalato un leggero rialzo sulla stima del PIL per il 2026 (da 0,4% a 0,5%). Per il 2027 si attende un aumento ulteriore, 0,6%, anche se il profilo economico rimane inserito in un contesto di crescita piuttosto debole. Gli interventi che trainano questi numeri sono soprattutto gli investimenti pubblici legati al PNRR, che spingono gli investimenti totali oltre il 3,8% del PIL, con un picco rispetto agli ultimi 35 anni che ha avuto ricadute positive sui settori dell’edilizia e della manifattura collegata. Così Stefano Scarpetta, capo economista dell’OCSE: “La piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza è un obiettivo importante per l’Italia, come lo è il mantenimento del processo verso il consolidamento fiscale”.

I numeri della finanza pubblica

Per quanto riguarda la finanza pubblica, il deficit italiano mostra un percorso progressivo di consolidamento fiscale, con una discesa stimata dal 3,1% del 2025 al 2,9% nel 2026. Il debito pubblico però fa registrare ancora livelli elevati (138,8%), complici gli effetti finanziari legati al Superbonus. Le condizioni di finanziamento al settore privato rimangono stabili ma modeste; l’Organizzazione evidenzia una riduzione dei costi per i nuovi prestiti alle aziende, a fronte di un incremento di quelli a tasso fisso destinati alle famiglie.

Produttività, occupazione e spesa pensionistica: i nodi del Belpaese

Nel rapporto l’OCSE consiglia all’Italia riforme strutturali per l’incremento della produttività e dell’occupazione, oltre a raccomandare il contenimento della spesa pensionistica visto l’invecchiamento demografico e l’efficientamento della spesa pubblica. Da Parigi arrivano suggerimenti anche per un miglioramento dell’adempimento fiscale, con l’obiettivo di ridurre il carico d’imposta sui lavoratori a basso reddito, insieme alla richiesta di rendere temporanee e mirate le misure di supporto contro il caro energia. Sì, perché la questione energetica tiene banco: molti governi europei hanno introdotto rapide misure di sostegno al caro energia, con riduzioni fiscali e tetti ai prezzi. E, per quanto possano essere considerate nobili queste contromisure, nel documento c’è scritto che questi sussidi in realtà indeboliscono gli incentivi a ridurre il consumo di energia e gravano sui bilanci pubblici. In un contesto di spazio fiscale limitato da debiti pubblici elevati, costi dell’invecchiamento, spese per la difesa e frequenza di eventi meteorologici estremi, l’OCSE raccomanda che tali aiuti siano mirati e provvisti di clausole di scadenza automatica (sunset clauses).

Lo shock sui costi delle materie prime energetiche si ripercuote, ovviamente, sul potere d’acquisto. In Italia, l’impennata dei prezzi dell’energia determina una spinta inflazionistica che comprime i consumi delle famiglie, gli investimenti privati e il settore dell’export. Lo scenario, di riflesso, pesa sulle retribuzioni: solo alcuni salari italiani recuperano in minima parte le perdite subite negli ultimi anni a causa dell’aumento dei prezzi al consumo. Si stima inoltre un rallentamento nella crescita dell’occupazione, pur con un aumento contenuto del tasso di disoccupazione dovuto a un minor ingresso di adulti nella forza lavoro.

La proposta dell’OCSE

Nella conclusione dell’Economic Outlook l’Organizzazione lancia un chiaro avvertimento: l’economia globale non può dipendere dal blocco di un unico chokepoint come quello dello Stretto di Hormuz, ci deve essere una strategia condivisa per cui si possa procedere anche quando un passaggio marittimo strategico viene chiuso. Questa fragilità dimostra che non è più rinviabile cambiare le fonti da cui si compra l’energia, evitare gli sprechi e investire con forza sulle alternative, così da non essere più ricattabili o legati alle importazioni di petrolio e gas.

Raid israeliani in Libano, l’IDF conquista il castello di Beaufort

Una tregua destinata a fallire che sta scuotendo ulteriormente il Medio Oriente. Le forze armate israeliane (IDF) hanno infatti rotto gli indugi e sono riuscite a penetrare per più di 25 chilometri oltre la linea strategica del fiume libanese Litani. L’operazione ha portato alla conquista dello storico castello di Beaufort, una roccaforte medievale estremamente strategica, poiché considerata una delle strutture logistiche più importanti di Hezbollah.

Le mosse di Netanyahu

La risposta di Israele alle violazioni del cessate il fuoco non si è limitata al confine: il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato pesanti raid aerei nella periferia meridionale di Beirut, in particolare nel quartiere di Dahiya, roccaforte politica e militare del gruppo sciita. Inoltre, l’IDF ha emesso ordini di evacuazione immediata per nove villaggi del sud del Libano, imponendo ai civili di spostarsi a nord del fiume Zahrani. Mosse che hanno incassato la dura reazione del presidente libanese Joseph Aoun, il quale ha condannato fermamente gli attacchi parlando di una “feroce e riprovevole aggressione” e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato convocato d’urgenza. Dall’Iran, intanto, annunciano un possibile appoggio al Libano, anche se il governo di Teheran preferirebbe un cessate il fuoco immediato.

La doppia strategia degli USA

La vera partita a scacchi si gioca però sull’asse Washington-Teheran. Gli USA, sotto la guida del presidente Donald Trump, stanno portando avanti una strategia su due fronti. Da un lato il segretario di Stato Marco Rubio è costantemente in contatto con Aoun e Netanyahu e chiede determinate condizioni: Hezbollah interromperà per primo gli attacchi in cambio di uno stop ai raid su Beirut. Dall’altro, la Casa Bianca ha presentato una controproposta di pace per il Golfo che prevede condizioni molto più dure per l’Iran, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio. La tensione si è riflessa anche in un fine settimana di scontri diretti: il CentCom statunitense ha bombardato siti radar e centri di controllo dei droni iraniani a Goruk e sull’isola di Qeshm (in risposta all’abbattimento di un drone USA MQ-1). Per tutta risposta, i Pasdaran iraniani hanno rivendicato la distruzione di una base aerea americana e all’alba di oggi lo Stato Maggiore del Kuwait ha dovuto attivare le proprie difese aeree per intercettare droni e missili ostili nel proprio spazio aereo.

Minacce da Teheran

Il clima di estrema incertezza è alimentato dalle dichiarazioni delle ultime ore. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento perentorio sul fronte libanese: “Non esiteremo ad agire in qualsiasi modo per aiutare il Libano e la resistenza libanese contro l’aggressione illegale e l’ingerenza del regime sionista”. Lo stesso Baghaei ha però frenato bruscamente sulle aperture diplomatiche della Casa Bianca relative al dossier atomico: “Al momento non sono stati avviati negoziati sui dettagli relativi alla questione nucleare. In questa fase il nostro obiettivo è porre fine alla guerra. Non ci fidiamo delle promesse del nemico e un cessate il fuoco in Libano è la condizione integrante di qualsiasi accordo”.

L’inguaribile ottimista Trump: “Sedetevi e rilassatevi, andrà tutto bene”

Trump invece ha affidato i suoi pensieri alla sua piattaforma Truth, dimostrandosi ottimista: “L’Iran vuole davvero raggiungere un accordo, e sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per chi è con noi. Sedetevi e rilassatevi, alla fine andrà tutto bene, come sempre”. Una sensazione condivisa anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha elogiato “gli sforzi determinati di Trump” e ha dato la disponibilità della Francia a condurre una missione, insieme alla Gran Bretagna, per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz una volta trovata un’intesa formale.

L’importanza dei choke point nell’economia globale

I recenti avvenimenti legati allo Stretto di Hormuz hanno puntato i fari su un settore di cui viene sottovalutata l’importanza: il commercio marittimo. Di fondamentale importanza per l’economia mondiale visto che l’80% della compravendita mondiale si muove via mare, all’interno di tutte le navi che transitano ogni giorno nei vari canali, o per gli oceani, ci sono beni fondamentali di uso quotidiano che tutti noi acquistiamo: grano, gas, petrolio, perfino gli smartphone e alcuni principi attivi con cui vengono composte le medicine, come il paracetamolo, e molto altro ancora.

Data l’immensa vastità degli oceani, le rotte commerciali devono passare per dei punti obbligati, dove sono stati costruiti dei “choke point”, letteralmente colli di bottiglia, ovvero stretti che non si possono aggirare. Quelli più importanti sono: lo stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez, Canale di Panama, Stretto di Gibilterra, Stretto del Bosforo e Dardanelli, Capo di Buona Speranza e Stretto di Magellano, questi ultimi due non sono veri e propri stretti, sono piuttosto rotte forzate.

Lo stretto di Bab el-Mandeb e lo stretto del Canale di Suez possono essere considerati come un unico chokepoint, perché fanno parte dello stesso canale: uno è la porta d’accesso e l’altro è la porta d’uscita. Bab el-Mandeb è il canale di ingresso al Mar Rosso dal lato del Golfo di Aden, Suez è l’uscita dal lato del Mediterraneo. Se uno dei due stretti viene chiuso, il passaggio all’altro non è utile. Questi due stretti insieme gestiscono il 12% del commercio globale marittimo e una quantità di energia stimata in circa 4,2 milioni di barili al giorno. Le merci che passano per Suez sono: ingenti quantità di petrolio greggio e gas naturale liquefatto, che provengono dal Golfo Persico e dirette ai mercati occidentali (l’80% delle forniture energetiche passano da qui prima di raggiungere l’Europa), prodotti manifatturieri e container che contengono beni di consumo, componenti industriali ed elettronica.

Questi due stretti gestiscono una percentuale di traffico marittimo elevata, che ne fa capire l’importanza strategica. Se il passaggio al suo interno viene compromesso, le conseguenze sono immediate. Questo è quello che è successo a partire dal 2023 dopo gli attacchi degli Houthi, che hanno costretto le navi a circumnavigare il continente africano, passando per il Capo di Buona Speranza, allungando la tratta di oltre 6mila chilometri, che si traducono in altri 10/15 giorni in più di viaggio.

Le ripercussioni della crisi nel Mar Rosso sono state notevoli: a livello economico l’Italia, secondo il Confartigianato, nel 2024 era arrivata a perdere 95 milioni di euro al giorno nei primi tre mesi di crisi. A fine novembre 2025 si erano visti i segni di una parziale ripresa del traffico nel Mar Rosso, ma recentemente gli Houthi stanno pensando di imporre un pedaggio di 5 milioni di dollari per ogni nave che transita da Bab el-Mandeb.

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Famoso per essere l’epicentro della crisi in Medio Oriente, collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Da qui passa il 20% del petrolio mondiale, circa 20 milioni di barili al giorno, fino a che la libera circolazione era garantita. Oltre al petrolio ci passa una quota analoga di Gas Naturale Liquefatto (GNL), in particolare quello qatariota, ma anche gasolio, jet fuel, fertilizzanti, semiconduttori, alluminio e sostanze chimiche che vengono utilizzare per comporre medicinali. Di fatto, da qui, ci passa 1/5 dell’energia del pianeta. Chi esporta sono: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Iraq, Iran e Bahrein.

Dopo l’attacco israelo-americano, la libera circolazione non è più garantita e i Pasdaran iraniani hanno imposto un pedaggio illegale di 2 milioni di dollari, da liquidare in yuan o criptovalute. Le conseguenze della sua chiusura non intaccano il commercio orientale, piuttosto quello europeo, dato che il 10% del fabbisogno europeo di gas liquido proviene dal Qatar e l’Italia è il paese più esposto tra quelli europei. Data la sua posizione, accanto al Canale di Suez (che già è in condizioni critiche) non esistono alternative via mare. Ci sarebbero due pipeline via terra: East-west saudita verso il Mar Rosso e l’ADCOP verso Fujairah sul Golfo dell’Oman, ma queste alternative hanno una capacità molto più bassa rispetto allo stretto di Hormuz. Rispettivamente possono trasportare 7 e 1,8 milioni di barili al giorno, per un totale di 8,8 milioni a fronte dei 20 di Hormuz.

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Situato tra Indonesia, Malesia e Singapore, è lungo 800 chilometri, con una larghezza di 2,7 chilometri. È lo stretto più trafficato, viene attraversato da 100 mila navi all’anno che dall’Asia si dirigono verso le coste occidentali. Questo si traduce in una quota del 40% del commercio marittimo mondiale ed è la principale via del petrolio che dal Golfo Persico arriva in Cina, Giappone e Corea del Sud. Ogni passaggio subisce una polizza di circa 10-30mila dollari, in quanto acque in cui la pirateria è molto diffusa. Qui transitano le diverse catene di approvvigionamento petrolifero della Cina. Il passaggio è libero, ma lo scorso 22 aprile il ministro delle finanze indonesiano Yudhi Sadewa aveva ideato di imporre un pedaggio alle petroliere, idea attualmente rientrata.

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Questi due stretti collegano il Mar Nero con il Mar di Marmara e poi con il Mar Mediterraneo. Viene attraversata da oltre 19mila navi all’anno ed è fondamentale per l’approvvigionamento energetico e per il trasporto dei cereali. È uno dei colli di bottiglia più critici al mondo per via della guerra in Ucraina. Lo stretto movimenta il 12% del commercio marittimo mondiale e fa transitare petrolio greggio, prodotti agricoli (tra cui grano, orzo, mais ucraini e russi) e fertilizzanti dall’Europa orientale al resto del mondo. Nel 1936, con la Convenzione di Montreux, viene riconosciuto al governo turco la facoltà di incassare una tassa di transito. Una nave da 10 mila tonnellate paga 17 mila dollari. Nel 2024 il paese turco ha incassato, dai pedaggi, 227,4 milioni di dollari a fronte del transito di 51.058 mercantili.

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Con le sue Colonne d’Ercole, una volta segnava la fine del mondo, a oggi è il passaggio chiave per il commercio marittimo tra i Paesi dell’Unione Europea e quelli africani, statunitensi e in parte anche dell’Asia. All’anno passano all’incirca 100 mila navi, rappresentando il 5% del commercio marittimo mondiale. Da qui si muovono verso il resto del mondo: petrolio, cereali, automobili, materie prime e prodotti manifatturieri. Il transito, completamente libero ed è bidirezionale, è monitorato dalle autorità britanniche, spagnole e anche da organismi della NATO. Nel 2025 è stato registrato il passaggio di 43 navi da guerra russe, a causa dell’intensificazione dal 2022 delle attività militari del Cremlino.

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Collega l’Oceano Atlantico a quello Pacifico e gestisce il 5% del commercio globale, permette alle merci di transitare verso l’Asia senza dover circumnavigare il globo, e ai prodotti orientali di approdare nei porti della costa Est. Nel 2024 sono stati registrati 11.240 transiti commerciali carichi di: gas liquefatto, petrolio, benzina, automobili e articoli industriali. Il passaggio in questo stretto è a pagamento, la riscossione è gestita dall’Autoridad del Canal de Panama, società di diritto pubblico, e il pedaggio dipende dalla stazza. La cifra richiesta può arrivare a 1 milione e 125 mila dollari. L’Autoridad nel 2024 ha incassato 4,84 miliardi di dollari.

Trump nel 2025 ha minacciato di riprendersi il Canale, accusando Panama di lasciare troppo spazio alla compagnia cinese Ck Hutchsion. Ora la gestione è stata affidata temporaneamente alle società MSC e Maersk, con il coinvolgimento del fondo americano BlackRock. Se il canale di Panama dovesse essere chiuso, l’alternativa sarebbe passare per lo stretto di Magellano o scendere fino a Capo Horn, allungando di circa 8mila miglia nautiche, che equivalgono a 15mila chilometri.

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Cosa succede quando le rotte sono chiuse? In alcuni casi è possibile percorrere vie alternative, che allungano il percorso, comportando un maggiore dispendio economico e consumo di carburante.

Situato tra Argentina/Cile e Terra del Fuoco, è cruciale quando Panama non è attraversabile. È la via storica e più riparata, preferita a Capo Horn posto più a sud (temuto dai marinai per le frequenti tempeste). Lo stretto di Magellano è oggetto continuo di contrasti tra Argentina e Cile sul controllo dell’area, che li ha portati al conflitto armato nel 1978, con la presenza costante del Regno Unito che, tramite le isole Falkland, proietta influenza su tutta la regione.

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È il punto più a sud dell’Africa, ed è l’alternativa naturale a Suel e al Mar Rosso. Tuttavia, attraversarlo comporterebbe allungare il tragitto di 10-15 giorni, che si traduce in un ritardo delle consegne, in un rincaro dei costi dovuti a maggior consumo di carburante per il trasporto e via dicendo.

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La maggior parte dei chokepoints è “controllata” dagli USA. In corrispondenza di questi stretti, troviamo la presenza militare americana o di alcuni suoi alleati. Lo stretto di Gibilterra è controllato dall’Inghilterra, Bosforo e Dardanelli dalla Turchia, Panama e Malacca hanno una forte cooperazione con Washington, Suez è gestito dall’Egitto e storicamente è sempre stato ben dialogante con l’Occidente; Hormuz è l’unico gestito da alleati non stabili e dove il presidio americano non arriva su entrambe le coste. Attualmente è la leva che Teheran sta usando per far tremare l’economia mondiale.

La crisi attuale, però, non arriva come un fulmine a ciel sereno. È il risultato di anni e anni di contrasti non risolti. Anche altre tre aree sono a rischio: Suez, già in difficoltà a causa degli Houthi che stanno pensando di imporre un pedaggio come per Hormuz; Bosforo, a causa della guerra in Ucraina che ha reso il Mar Nero una zona pericolosa con attacchi continui a navi; Panama, che con la siccità e la riduzione dei fondali ha diminuito il transito.  

Il Power of Siberia 2 detta le regole tra Pechino e Mosca

L’ultimo incontro a Pechino tra Xi Jinping e Vladimir Putin ha riportato in auge un argomento molto caro al leader russo: il gasdotto Power of Siberia 2. In continuità con il primo già realizzato, si tratta di un’infrastruttura mastodontica di oltre 2.600 chilometri di lunghezza progettata per collegare i giacimenti artici russi della penisola Yamal ai centri industriali di Pechino e Shanghai, che taglia in verticale la Mongolia. Il vertice tra i due capi di Stato è avvenuto tra l’altro dopo il summit strategico tra Xi e il presidente americano Donald Trump, arrivato a Pechino una decina di giorni prima di Putin.

Una sequenza temporale interessante, perché l’incontro Cina-Russia era fissato da molto tempo; la coincidenza però è emblematica, soprattutto visto l’instabile clima geopolitico. Putin ha cercato in Xi Jinping un appoggio immediato per fortificare l’alleanza orientale prima che entrino in gioco i dazi statunitensi e che possano limitare l’asse Pechino-Mosca. Solo che il presidente cinese non ha per niente fretta, anzi. Sul piano diplomatico il Cremlino ha confermato un accordo di massima sui parametri e sulla porzione geografica, come confermato dal portavoce Dmitry Peskov, ma la realtà dei fatti è che siamo davanti a un cantiere fermo. La causa? Il prezzo del gas.

Immagine generata con l’intelligenza artificiale

La posizione di vantaggio della Cina

Pechino sa benissimo di trovarsi in una posizione di totale vantaggio contrattuale e pretende dall’agenzia statale russa per il gas, Gazprom, delle tariffe stracciate. La richiesta si avvicina ai prezzi del mercato interno russo. Mosca, pur di non svendere la sua risorsa più preziosa, insiste per una formula di mercato ancorata ai vecchi standard europei. Dalla Cina definiscono “solida” questa cooperazione energetica, ma di fatto nei comunicati cinesi non è mai stato citato il gasdotto. Però nel contesto attuale gioca una partita a scacchi su due fronti: da un lato quello russo, perché aiuterebbe economicamente Mosca, viste le sanzioni occidentali imposte dall’inizio dell’attacco all’Ucraina, dall’altro quello americano, perché la leadership cinese deve calibrare i suoi passi per evitare le ire commerciali di Trump. Mostrandosi fredda o quantomeno non frettolosa sul Power of Siberia 2, la Cina dimostra a Washington di non essere totalmente allineata ai desiderata bellici o economici di Mosca, usando il gasdotto come elemento contrattuale su entrambi i tavoli.

I numeri

Per far comprendere l’importanza del progetto basta esaminare i numeri, che sono enormi. Secondo i dati analizzati dal centro di ricerca della major energetica cinese CNPC (China National Petroleum Corporation) e dalle proiezioni di Gazprom, il Power of Siberia 2, una volta a pieno regime (all’incirca tra gli 8 e i 10 anni), trasporterà 50 miliardi di metri cubi (bcm) di gas all’anno. Questa quota si andrà ad aggiungere ai circa 38-44 bcm già garantiti dal Power of Siberia 1 (infrastruttura basata su un contratto trentennale da ben 400 miliardi di dollari siglato nel 2014).

I due gasdotti arriverebbero a coprire complessivamente un quinto dell’intero fabbisogno nazionale cinese. Per quanto riguarda i ricavi, le stime del settore indicano per Mosca un indotto economico di circa 4 miliardi di dollari annui. Per le casse del Cremlino sarebbe un toccasana, anche se la cifra si discosta ancora tanto dai 20 miliardi l’anno garantiti dall’Unione europea nel periodo pre-conflitto.

Perché è così importante?

Al di là delle cifre, l’importanza del Power of Siberia 2 risiede nella riconfigurazione strutturale delle mappe energetiche mondiali per due motivi fondamentali: per la Russia, Yamal è lo stesso gigantesco bacino che alimentava i gasdotti Nord Stream diretti in Europa. Con il mercato europeo azzerato dalle sanzioni, il cosiddetto PoS-2 è l’unica infrastruttura in grado di reindirizzare fisicamente quei volumi enormi verso l’Asia. Senza questo tubo, quel gas resta intrappolato sotto il permafrost. Per la Cina, Pechino non ha il pieno controllo delle rotte marittime (soprattutto negli stretti asiatici di Malacca e di Hormuz). Ricevere 50 miliardi di metri cubi di gas via terra, attraverso la terraferma mongola, mette la sicurezza energetica cinese al riparo da qualsiasi blocco navale o sanzione marittima guidata dagli Stati Uniti nel Pacifico.

Drone russo colpisce un edificio in Romania: la NATO si mobilita, Mosca minaccia ritorsioni

Nella notte tra il 28 e il 29 maggio un drone russo ha colpito un condominio in Romania ferendo due civili. È accaduto durante un attacco contro l’Ucraina, quando il drone ha sconfinato nel territorio romeno e si è schiantato contro un edificio residenziale nella città di Galați. Il ministro della difesa romeno ha confermato l’accaduto, definendo l’incursione “una grave e irresponsabile escalation” informando successivamente l’Alleanza atlantica. In questa situazione di intensificazione delle ostilità, torna al centro del dibattito l’articolo 4 del Trattato NATO. La ministra degli esteri romena Oana Țoiu, sostiene che ci sono le condizioni per attivare il meccanismo di consultazione previsto sempre dalla NATO.

Cosa prevede l’art. 4?

Il testo stabilisce che “le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti sia minacciata”. Rappresenta lo strumento politico con cui un paese NATO può richiedere una discussione urgente all’interno del Consiglio Nord Atlantico. È diverso dall’art. 5, che riguarda, invece, la difesa collettiva in caso di attacco armato. L’art. 4 è uno strumento preventivo che serve a coordinare informazioni, valutare i rischi, organizzare le risposte prima che una crisi degeneri.

Le dichiarazioni

Non sono tardate ad arrivare le dichiarazioni di condanna da parte dei vari leader e politici europei. Prima fra tutte la portavoce della NATO Allison Hart, che sostiene che continuerà a rafforzare le difese contro tutte le minacce, compresi i droni. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha sentito il presidente della Romania assicurandogli “piena solidarietà della Nato ed espresso vicinanza alle persone ferite nell’incidente. E che la Nato è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato”. Anche la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, si è espressa sull’attacco russo: “La Russia ha superato un altro limite con il drone in Romania” aggiungendo anche “Siamo pienamente solidali con la Romania e il suo popolo”.

Il governo italiano ha condannato con fermezza l’accaduto. Il presidente del consiglio Giorgia Meloni lo definisce come un “atto gravissimo, che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, continuando a colpire brutalmente civili innocenti, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea”. Guido Crosetto, ministro della Difesa, esprime la sua più ferma condanna per il drone russo, sostenendo che questo rappresenta “una pericolosa e irresponsabile escalation che non può essere tollerata”. Anche il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha condannato l’accaduto, esortando Mosca a impegnarsi per la pace.

Messaggi di denuncia sono arrivati anche dalla Moldavia, definendo Mosca come un pericolo per tutti che va fermato. Dal ministro degli esteri francese Jean Noel Barrot che ha annunciato, dopo aver condannato l’atto, di aver convocato l’ambasciatore russo in Francia.

Mosca minaccia ritorsioni

Dopo il drone caduto, la Romania ha chiuso il consolato russo nel suo territorio, definendo persona non gradita il console russo. La Russia ha minacciato delle ritorsioni in conseguenza a quanto deciso da Bucarest, sostenendo inoltre che la risposta non tarderà ad arrivare. La reazione russa alle dichiarazioni dell’UE è arrivata immediatamente. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa Medvedev ha scritto un post su X in cui avverte i cittadini europei di rimanere vigili: “Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Quindi siate vigili e non sorprendetevi di nulla. Il sonno tranquillo è finito. Ma sapete a chi chiedere spiegazioni!”

Post di X del vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa Medvedev