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Argomento: Geopolitica

Mario Mauro: “Corridoi europei e Balcani: non è più una sfida ingegneristica, ma una necessità geopolitica”

Il completamento delle reti TEN-T e lo sviluppo dei corridoi nei Balcani Occidentali non sono più semplici sfide ingegneristiche, ma pilastri della sicurezza continentale. In questa intervista Mario Mauro, Coordinatore Europeo per il Corridoio-Baltico Mar-Nero Egeo, analizza il nuovo “cambiamento d’epoca” che trasforma i trasporti in uno strumento di stabilità geopolitica e l’Italia in un ponte strategico verso l’Est.

Presidente Mauro in che misura il completamento delle infrastrutture nei Balcani non è più solo una sfida tecnica, ma il collante per l’integrazione definitiva dell’area?

Dobbiamo renderci conto che è cambiata la motivazione profonda della strategia dei corridoi UE. Inizialmente erano nati per aumentare la ricchezza comune, favorendo il mercato unico e la mobilità. Oggi non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca: la motivazione è diventata geopolitica. Connettere in una rete solida i Paesi che un tempo gravitavano nella sfera d’influenza sovietica è diventata una priorità necessaria. Il mio compito, su questo corridoio che va dalla Finlandia a Cipro, è quello del “terzo porcellino”: costruire una casa di mattoni, solida e sicura. Dobbiamo far sì che le infrastrutture, attraverso la metodologia del dual use e della mobilità militare, rendano il fronte Est dell’Unione finalmente protetto.

In questo scenario, come si inseriscono i porti adriatici italiani (Trieste, Ancona, Bari, Brindisi) nella competizione per i mercati balcanici?

La questione ripropone il tema della centralità adriatico-balcanica. Guardando alle tensioni recenti, penso alle dichiarazioni serbe sui missili supersonici, capiamo che l’Europa non può permettersi un upgrade di tensione in quello scacchiere. L’Italia deve riaffermare il suo ruolo storico di ponte. Infrastrutture lungo la dorsale adriatica come Trieste, Ancona e Brindisi possono garantire il rilancio di una responsabilità italiana che si estende fino a Bulgaria, Romania, Grecia e Macedonia. Questo affida all’Italia una sorta di priorità politica nello sviluppo di questi Paesi.

Esiste il rischio che i ritardi europei lascino spazio ad attori come Cina o Russia?

Non è un rischio, è un dato di fatto. Quando porti come il Pireo finiscono in mani cinesi e quello di Salonicco entra in un’orbita ambigua, l’Unione Europea deve interrogarsi non solo sulla velocità delle proprie strategie, ma sul valore degli investimenti in campo. In questo senso, è encomiabile il lavoro della Banca Europea degli Investimenti (BEI), che ha compreso i rischi e sta sostenendo progetti di lungo periodo. Quanto alla Via della Seta, è uno strumento che pone seri problemi politici; bisogna analizzare le controindicazioni derivanti dall’aprire opportunità privilegiate a Pechino, specialmente in una fase in cui il “Dragone” cercherà di riguadagnare terreno approfittando di eventuali incertezze strategiche occidentali.

Lei è stato Ministro della Difesa. Quanto è cruciale oggi la “Military Mobility” nella progettazione dei corridoi ferroviari?

È un tema essenziale che poggia su tre criticità. La prima riguarda il nodo normativo perché la difesa resta una competenza nazionale. Oggi, per spostare un mezzo militare da Lisbona alla Polonia, servono 44 permessi diversi, quindi urge una sorta di “Schengen militare”. Poi c’è lo scartamento ferroviario: paradossalmente gli unici che avrebbero via libera rapida nell’Est sono i russi, perché lo scartamento di quelle aree è il “15-20”, lo standard sovietico, diverso da quello europeo. Infine l’integrazione tecnica: uniformare gli scartamenti, superando anche le peculiarità della penisola iberica, è un salto di qualità necessario sia per il civile che per il militare. Un tempo si tenevano scartamenti diversi per paura delle invasioni mentre oggi dobbiamo integrarli perché condividiamo un destino comune.

In termini di resilienza, quanto sono vulnerabili i collegamenti verso i Balcani rispetto alle minacce ibride e cyber?

Il livello di vulnerabilità è alto. Abbiamo visto nel 2007 come la guerra ibrida russa abbia paralizzato la Lettonia. Oggi l’Italia subisce circa 4 milioni di attacchi cyber quotidiani che colpiscono ospedali, carceri e persino il patrimonio culturale, come accaduto agli Uffizi di Firenze. Poiché i Balcani sono un’area turbolenta, le infrastrutture digitali devono essere prioritarie e protette: la sicurezza delle reti deve correre di pari passo con quella dei binari.

Come si collegano le direttrici balcaniche con il “Mediterraneo allargato” e il Piano Mattei?

L’autonomia strategica è il nostro leitmotiv. Non possiamo più dipendere dagli USA per la sicurezza, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per il commercio. Questo ci impone una leadership nel Sud del Mediterraneo e in Africa. L’Italia è il punto di aggancio: raccogliamo a valle i benefici dei corridoi che scendono da Nord. Non a caso, il corridoio che seguo arriva fino a Cipro e vede snodi cruciali tra Bulgaria e Grecia. L’Italia è il lievito di questa prospettiva futura.

Una riflessione finale: le infrastrutture creano pace o è la pace che permette le infrastrutture?

Le infrastrutture sono, per definizione, “costruzione di ponti”. Dove ci sono connessioni, c’è comunicazione tra popoli e classi dirigenti. Dove mancano, regnano dubbio e diffidenza. L’abbiamo visto con l’invasione dell’Ucraina: la prima cosa a cadere è stata la disponibilità del treno tra San Pietroburgo e Helsinki. Le infrastrutture sono un moltiplicatore di pace, ma devono essere concepite con una valenza dual use: devono garantire la relazione, ma anche la sicurezza dei cittadini, offrendo vie di fuga credibili e approvvigionamenti sicuri in momenti di crisi. Questa è la vera sfida nel progettare i porti, gli aeroporti e gli hub energetici di domani.

Finisce l’era Orban: Magyar trionfa in Ungheria

La sera del 12 aprile 2026 ha consegnato alla storia una sconfitta che pochi avrebbero immaginato possibile appena due anni fa. Oltre 8,1 milioni di cittadini ungheresi sono stati chiamati al voto per quelle che si sono rivelate elezioni storiche, che hanno segnato la fine dell’era di Viktor Orban dopo 16 anni. I seggi hanno chiuso alle 19, e già dalle prime proiezioni il quadro era inequivocabile: sulla base del 72,44% dei voti scrutinati, Tisza ottiene 138 seggi in Parlamento, cinque in più dei 133 necessari per la maggioranza dei due terzi. Il partito Fidesz di Orban si ferma a 54, su un totale di 199. Un risultato che va ben oltre la vittoria: è un’inversione totale dei rapporti di forza, con il partito del premier uscente ridotto a meno di un terzo dell’Assemblea nazionale.

L’affluenza che ha cambiato tutto

Il segnale più forte è arrivato a urne ancora aperte Alle 17 aveva votato il 74,2% degli aventi diritto, superando già l’affluenza complessiva del 2022, ferma al 69,5% a fine giornata. Il dato va oltre anche il precedente storico del 1990, quando alle prime elezioni libere e multipartitiche dopo la caduta del Muro di Berlino il 65,1% degli ungheresi si recò alle urne. Un’affluenza finale del 77,8% che non ha precedenti nella storia democratica del Paese e che ha di fatto travolto un sistema elettorale costruito negli anni da Orban per favorire il partito di maggioranza relativa attraverso collegi uninominali disegnati su misura.

Orban ammette: risultato chiaro e doloroso

Orban ha telefonato a Magyar per congratularsi della vittoria, poi ha parlato ai suoi sostenitori definendo il risultato delle elezioni chiaro e doloroso, aggiungendo che continuerà a servire il Paese dall’opposizione. Poche ore prima, al momento del voto mattutino, Orban aveva detto ai giornalisti che non sarebbe stata la sua ultima elezione. La realtà della notte ha consegnato una risposta diversa. Magyar, rivolgendosi alla folla in festa a Budapest, ha detto: abbiamo liberato l’Ungheria. Nelle strade della capitale ungherese cori e abbracci hanno accompagnato l’annuncio.

Chi è Magyar e da dove viene

Peter Magyar non è un outsider della politica ungherese. È un ex uomo di sistema, cresciuto nell’orbita di Fidesz, ex marito di una ministra del governo Orban. Ha rotto con il partito di governo nel 2024, accusando pubblicamente il sistema di corruzione e illiberalismo che lo aveva formato. In poco più di un anno ha costruito Tisza, attorno a una piattaforma pro-europea, anticorruzione e in discontinuità netta con le politiche dell’era orbaniana. La sua storia personale, le sue accuse dirette al potere e la sua capacità di mobilitare un elettorato deluso, inclusi molti ex sostenitori di Fidesz, hanno prodotto un risultato che i sondaggi anticipavano come possibile ma non come schiacciante.

L’Europa torna a respirare

Le reazioni internazionali sono arrivate immediate. Von der Leyen ha scritto su X: stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria. Macron ha telefonato direttamente a Magyar per congratularsi, definendo la vittoria un segnale dell’attaccamento del popolo ungherese ai valori dell’Unione europea. Il cancelliere tedesco Merz ha augurato una cooperazione per un’Europa forte, sicura e unita. Zelensky ha definito la vittoria di Magyar schiacciante, esprimendo la disponibilità dell’Ucraina a riprendere relazioni di buon vicinato con Budapest. Non è un dettaglio: Orban aveva bloccato per mesi il prestito europeo di 90 miliardi di euro destinato a Kiev, e a Bruxelles si aspetta che uno dei primi atti del nuovo governo sia rimuovere quel veto.

Lo scenario geopolitico: cosa cambia in Europa

La sconfitta di Orban non è solo un fatto ungherese. È un dato che modifica l’equilibrio politico dell’Unione europea in modo rilevante, proprio nel momento in cui il continente affronta la guerra in Medio Oriente, la crisi energetica e le tensioni con Washington sulla NATO. Orban era da anni il principale vettore di influenza russa all’interno dell’UE: il suo veto ripetuto sulle sanzioni a Mosca, i suoi legami con Putin, la sua opposizione agli aiuti all’Ucraina avevano reso Budapest un ostacolo strutturale alla coesione europea. Con Magyar al governo, l’UE si aspetta che l’Ungheria si allinei alla posizione comune europea, sbloccando non solo il prestito all’Ucraina ma anche le procedure di infrazione per violazione dello stato di diritto che avevano congelato fondi europei destinati al Paese.

Sul piano più largo, la vittoria ungherese si inserisce in una sequenza di risultati elettorali che negli ultimi mesi hanno punito i partiti nazional-populisti vicini all’orbita Trump in Europa: una tendenza che ha riguardato anche il Canada e che indica una possibile inversione della marea che aveva portato queste forze al successo tra il 2016 e il 2022. La maggioranza dei due terzi conquistata da Tisza è però anche un elemento che richiede attenzione: consente a Magyar di modificare la Costituzione, il che è uno strumento potente per smontare l’architettura istituzionale costruita da Orban in sedici anni, ma che pone anche interrogativi sul come verrà usato. L’Ungheria post-orbaniana dovrà dimostrare nei fatti che il cambiamento invocato è quello di uno stato di diritto più solido, non semplicemente di un potere che cambia mani.

Islamabad, il primo round tra Usa e Iran si chiude senza accordo

Il vicepresidente americano JD Vance, a capo della delegazione Usa, ha detto ai giornalisti che le due parti non hanno raggiunto un accordo, nel primo incontro dei negoziati a Islamabad. L’annuncio è arrivato nel pieno della notte italiana, prima che Vance salisse sull’Air Force Two per rientrare negli Stati Uniti. In una breve conferenza stampa, il vicepresidente ha detto di aver presentato all’Iran la propria offerta finale e migliore possibile, aggiungendo di non essere riusciti a raggiungere una situazione in cui gli iraniani fossero disposti ad accettare le condizioni americane.

Le delegazioni e il formato dei colloqui

A rappresentare gli Stati Uniti erano il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente Jared Kushner, il vice consigliere per la sicurezza nazionale Andrew Baker e il consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Vance, Michael Vance. Per l’Iran erano presenti il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva guidato la delegazione di Teheran. Le trattative si sono svolte alla Serena Hotel, con sessioni protratte fino alle prime ore del mattino, in un’alternanza di momenti distesi e fasi di forte tensione tra le due parti.

I nodi irrisolvibili: nucleare, Hormuz, sanzioni

I principali scogli che hanno impedito un accordo sono stati lo Stretto di Hormuz, il programma nucleare, le sanzioni, gli asset congelati, le riparazioni di guerra e il fronte del Libano. Sul nucleare, Vance ha precisato che la domanda semplice è se esiste un impegno fondamentale da parte degli iraniani a non sviluppare un’arma nucleare, non solo adesso e non solo tra due anni, ma a lungo termine. Su Hormuz, la distanza è rimasta abissale: l’Iran ha chiesto il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto e il diritto a proseguire l’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici, oltre alla revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, il rilascio degli asset iraniani congelati e la fine degli attacchi israeliani in Libano. Washington, dal canto suo, ha insistito sulla libertà di navigazione. Funzionari iraniani hanno inoltre chiesto che le petroliere paghino un pedaggio fino a due milioni di dollari a passaggio, il che potrebbe generare fino a 100 miliardi di dollari l’anno per i Pasdaran.

Le versioni opposte del fallimento

Washington e Teheran raccontano il naufragio dei colloqui in modo diametralmente opposto. Vance ha dichiarato che l’Iran non ha accettato le condizioni americane, dopo oltre 20 ore di discussioni. La tv di Stato iraniana ha ribaltato la narrazione: le richieste eccessive dell’America hanno impedito qualunque accordo. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baqaei ha poi cercato di ammorbidire i toni: era evidente fin dall’inizio che non si doveva aspettarsi di raggiungere un accordo in una sola sessione, e nessuno se lo aspettava. Una retromarcia rispetto alle aspettative create dalla tregua dell’8 aprile, ma utile per non far apparire Islamabad come un fallimento totale.

La tregua regge, ma a stento

Il cessate il fuoco annunciato l’8 aprile era già entrato in crisi prima ancora che i negoziati cominciassero. La fragile tregua era stata messa alla prova quando l’Iran aveva rifiutato di riaprire lo Stretto di Hormuz, adducendo come giustificazione i violenti raid israeliani su Beirut che avevano ucciso oltre 300 persone. Al 9 aprile non c’era nessun segnale che l’accordo per la riapertura dello Stretto fosse in corso di attuazione, con le navi nuovamente impossibilitate a transitare. Il Pakistan, che ha ospitato e mediato i colloqui, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare comunque il cessate il fuoco nonostante il fallimento delle trattative. I Pasdaran hanno risposto che Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà un accordo ragionevole.

Mentre i negoziati erano ancora in corso, navi da guerra americane hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in un’operazione rischiosa per tentare di riaprire la via d’acqua. Secondo un comunicato del Comando Centrale americano, i cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno condotto operazioni per gettare le basi della bonifica dei mine posate dalla Marina iraniana. Trump ha dichiarato che tutte le 28 imbarcazioni iraniane addette alla posa di mine si trovano ormai sul fondo del mare. L’Iran ha smentito, e l’operazione ha contribuito a irrigidire ulteriormente la posizione di Teheran al tavolo.

Cosa succede adesso

L’Iran non ha fretta di avviare un nuovo round di negoziati, e Teheran non ha in programma di fissare nuove date per i colloqui. La palla, secondo Teheran, è nel campo americano. Il Pakistan continua a tenersi disponibile come mediatore e chiede a entrambe le parti di preservare il cessate il fuoco. Trump, in modo apparentemente contraddittorio, ha dichiarato che gli Stati Uniti vincono in ogni caso. Indipendentemente dall’esito, ha detto, gli Usa hanno già sconfitto totalmente il Paese. E quindi si vedrà. Una retorica che lascia aperte tutte le opzioni, compresa la ripresa dei raid, mentre la tregua regge formalmente, ma lo Stretto rimane di fatto sotto controllo iraniano.

Ungheria al voto: il test elettorale che agita gli equilibri dell’Europa

L’Ungheria si appresta a vivere la tornata elettorale più incerta degli ultimi sedici anni con i cittadini chiamati alle urne per decidere se confermare il mandato di Viktor Orbán o premiare la coalizione d’opposizione guidata da Péter Magyar, ex fedelissimo del premier oggi in netto vantaggio nei sondaggi con il 41% contro il 35% di Fidesz.

Un leader tra due mondi

Negli ultimi anni, la politica estera di Budapest ha destato crescenti preoccupazioni a Bruxelles. Sebbene membro dell’Unione Europea e della NATO, l’Ungheria di Orbán è stata spesso descritta come una “quinta colonna” russa o un “utile idiota” al servizio di potenze extra-UE. Orbán ha mantenuto legami stretti con il Cremlino, ottenendo deroghe sulle sanzioni per l’acquisto di gas e petrolio russo, mentre il suo Ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, è stato accusato di aver riferito informazioni riservate del Consiglio UE a Mosca. Parallelamente, il legame con l’asse Trump-Vance negli Stati Uniti e le aperture verso la Cina hanno consolidato l’immagine di un’Ungheria che utilizza il proprio diritto di veto in Europa come strumento di pressione geopolitica. Questo atteggiamento ha portato al congelamento di circa 20 miliardi di euro di fondi europei a causa delle violazioni dello Stato di diritto.

L’incognita Péter Magyar

L’ascesa di Péter Magyar ha rotto il mito dell’invincibilità di Orbán. Magyar, cresciuto nel sistema di potere di Fidesz, propone un ritorno alla via europea, promettendo di chiudere la stagione di ostilità con l’Ucraina e di ripristinare la piena collaborazione con l’UE. In caso di vittoria dell’opposizione, lo scenario cambierebbe radicalmente:

  • Sblocco dei fondi UE: Un governo guidato da Magyar si è impegnato a ripristinare l’indipendenza giudiziaria, condizione necessaria per riottenere i finanziamenti oggi congelati.
  • Politica Estera: Verrebbe meno l’ostruzionismo sistematico verso gli aiuti militari a Kiev e l’integrazione europea dell’Ucraina, isolando ulteriormente le posizioni filorusse nel continente.
  • Equilibri Sovranisti: Una sconfitta di Orbán priverebbe la destra sovranista globale del suo principale “laboratorio politico” in Europa, indebolendo l’asse che unisce Budapest a figure come Donald Trump e Matteo Salvini.

Mentre il vicepresidente USA JD Vance è volato a Budapest per sostenere Orbán, definendolo il partner “più utile” per comprendere le dinamiche del conflitto ucraino, il voto di oggi resta un test cruciale non solo per l’Ungheria, ma per la tenuta stessa del progetto di integrazione europea.

Hormuz, uno shock globale che ha rivelato la fragilità energetica europea

L’arresto dei carichi di gas e petrolio provenienti dal Golfo sta avendo impatti drammatici su molti paesi asiatici, che assorbono la grandissima maggioranza delle commodities che attraversano Hormuz. In diversi paesi, quali India, Filippine, Thailandia o Vietnam, le conseguenze sono già visibili e, in molti casi, drammatiche, con razionamenti, chiusure industriali, aumento vertiginoso dei costi e misure straordinarie di contenimento dei consumi. Interi settori produttivi, dalla ceramica indiana all’agricoltura del Sud-Est asiatico , sono stati costretti a fermarsi. Una crisi energetica “reale”, che colpisce direttamente la disponibilità fisica di combustibili.

L’Europa e la vulnerabilità silenziosa

L’Europa, che è meno dipendente dal Golfo, affronta una crisi più sottile ma non meno insidiosa. Le importazioni di gas dal Qatar coprono appena il 4% della domanda di gas europea mentre gran parte dell’export di petrolio dal Golfo è destinato all’Asia. Quindi, a differenza della crisi del 2022 innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, non esiste un rischio immediato di interruzione delle forniture. Ciononostante, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili si traduce in una significativa vulnerabilità economica. Una riduzione dell’offerta globale comporta infatti effetti sistemici sul mercato internazionale del GNL e del petrolio, generando una competizione più aggressiva tra acquirenti. In questo contesto, l’Europa si trova a dover pagare prezzi più elevati per assicurarsi forniture alternative. È qui che emerge la nostra fragilità strutturale: non controllando né i flussi né i prezzi, dipendiamo da un mercato globale altamente interconnesso e da decisioni geopolitiche completamente esogene. Secondo uno studio di Bruegel, se i prezzi del gas dovessero raddoppiare, la bolletta energetica europea aumenterebbe di circa 100 miliardi di euro in un anno. A ciò si aggiunge la dinamica del petrolio il cui mercato, ancora più globale, trasmette immediatamente ogni shock ai consumatori, siano essi famiglie o imprese. L’aumento dei prezzi energetici comporta pressione inflazionistica, riduzione del potere d’acquisto, rallentamento della crescita fino al rischio di recessione: l’energia è il primo canale attraverso cui la geopolitica si trasmette all’economia reale. In questo contesto, in uno scenario caratterizzato da navi ferme, carichi deviati, mercati in attesa degli sviluppi diplomatici, l’Europa resta spettatrice, senza strumenti di intervento se non politiche di mitigazione.

La diversificazione non basta

Negli ultimi anni, dopo lo shock russo, l’UE ha compiuto uno sforzo significativo di diversificazione, aumentando le importazioni di GNL, in particolare dagli Stati Uniti, che oggi rappresentano circa due terzi del totale. E, ragionevolmente, la Commissione sembra orientata ad allentare alcuni dei vincoli che gravano oggi sugli importatori in modo da allargare per quanto possibile la platea di fornitori globali. Tuttavia, questa stessa strategia espone il continente alla competizione globale per le forniture. In caso di crisi prolungata, una quota crescente di GNL americano potrebbe essere deviata verso l’Asia, disposta a pagare prezzi più alti pur di garantire la sicurezza energetica. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: le limitate possibilità di diversificazione. Le nuove capacità di esportazione globale sono insufficienti nel breve periodo, mentre le alternative via tubo sono problematiche: l’idea di un ritorno al gas russo, oltre a essere politicamente controversa, riprodurrebbe le stesse vulnerabilità che l’Europa ha cercato di superare.

Non ci sono soluzioni immediate

Le leve esistono, ma sono interne e di medio-lungo periodo: riduzione della domanda di gas, accelerazione delle rinnovabili, elettrificazione dei consumi, maggiore integrazione fisica dei mercati, misure coordinate di efficienza e utilizzo delle risorse a livello europeo. E, su tempi ancora più lunghi, un rilancio a livello continentale del nucleare, fonte il cui contributo al mix elettrico si è più che dimezzato a partire dagli anni ’90. Paesi come la Spagna, che sono riusciti a ridurre la dipendenza dal gas nella generazione elettrica grazie alla crescita di eolico e solare, vedono prezzi più bassi e meno permeabili agli shock globali. Economie come quella italiana, che usano il gas come fonte principale per la produzione di elettricità, subiscono il contagio della volatilità nel prezzo del gas anche sulle bollette elettriche. La crisi attuale ci ricorda una realtà già nota: diversificare le fonti è necessario ma non basta a garantire la sicurezza energetica se non si riduce strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili. Altrimenti, ogni nuova crisi imporrà all’Europa di pagare il prezzo di decisioni prese altrove.

Islamabad blindata, Vance avverte l’Iran: “Non prendeteci in giro”

Il presidente Trump ha motivato la decisione di sospendere i bombardamenti sull’Iran sostenendo di essere arrivato a “un punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine” che potrà essere “finalizzato nelle prossime due settimane”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha confermato che il cessate il fuoco “rispetta i principi generali dell’Iran”, con un effetto immediato sui mercati: borse in rialzo e petrolio in caduta. Tuttavia, la durata limitata dell’accordo e le condizioni ancora poco chiare rendono il processo altamente fragile.

Islamabad si blinda: 10.000 agenti in campo

La posta in gioco si misura anche dal livello di sicurezza dispiegato nella capitale pakistana. Le autorità di Islamabad hanno schierato oltre 10.000 agenti delle forze dell’ordine e imposto severe restrizioni alla circolazione in tutta la città. Il piano prevede circa 6.000 agenti della polizia locale, 3.000 della polizia del Punjab e centinaia di agenti di frontiera, oltre a truppe dell’esercito. Le autorità hanno sigillato tutte le vie di accesso alla “zona rossa”, con percorsi speciali per le delegazioni in arrivo dall’aeroporto secondo un protocollo di protezione di massimo livello.

Sul fronte delle delegazioni, però, emergono già le prime contraddizioni. Il Wall Street Journal ha riferito che una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Ghalibaf sarebbe arrivata giovedì sera a Islamabad. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim ha tuttavia definito la notizia “completamente falsa”, una smentita ripresa anche da altri media statali di Teheran.

Vance parte ma avverte l’Iran

Prima ancora di salire sull’aereo per il Pakistan, il vicepresidente americano JD Vance ha alzato il tono in modo netto. Partendo per Islamabad, ha avvertito Teheran di non “prendere in giro” gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati: “Se vogliono giocare, sappiano che noi non ci staremo”. Un segnale che Washington intende presentarsi ai colloqui con la stessa fermezza mostrata nelle settimane di escalation. Nelle ore successive, tuttavia, Vance ha anche dichiarato di attendersi un esito positivo dai colloqui, lasciando aperto uno spiraglio.

Il piano mediato dal Pakistan prevede una trattativa per un accordo complessivo, che includa il dossier Hormuz e le scorte di uranio, con l’Iran e un gruppo di mediatori regionali, tra cui egiziani e turchi. L’Unione Europea ha espresso apprezzamento per il ruolo di Islamabad, con l’alta rappresentante Kaja Kallas che a nome dei 27 ha ringraziato “il Pakistan e gli altri partner regionali per la loro mediazione”.

Le tensioni che minacciano l’accordo

Sul fronte iraniano la frattura sui termini è già emersa con chiarezza. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Ghalibaf, ha denunciato che tre dei dieci punti della proposta iraniana sarebbero stati “apertamente e chiaramente violati”, avvertendo che “in questa situazione una tregua bilaterale e i colloqui sono irragionevoli”. Nel frattempo Teheran ha rivendicato che il proprio piano in dieci punti sarebbe stato concordato come base dei negoziati, una versione che Washington non ha confermato.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, la situazione è altrettanto bloccata. Lo stretto è rimasto sostanzialmente chiuso e Teheran avrebbe autorizzato il passaggio di sole 15 navi al giorno, previo benestare dei pasdaran e dietro pagamento in bitcoin di un dollaro per ogni barile trasportato.

Il Libano, il nodo che rischia di far saltare tutto

Il punto di maggiore frizione resta il fronte libanese. Nonostante l’accordo tra Washington e Teheran, Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi aerei su Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, causando almeno 254 morti e oltre 1.165 feriti in poche ore. Il capo dell’Idf ha dichiarato esplicitamente che Israele si trova “in stato di guerra in Libano, non in cessate il fuoco.”

Trump ha chiesto a Netanyahu di ridurre l’intensità dei raid per contribuire a mantenere la tregua con l’Iran e garantire il successo dei negoziati. Netanyahu ha poi annunciato di aver “incaricato il governo di avviare negoziati diretti con il Libano il prima possibile”, specificando che si concentreranno “sul disarmo di Hezbollah e sulla creazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano.” Ma non si è impegnato a cessare il fuoco contro Hezbollah.

Petrodollaro sotto pressione? Il petroyuan avanza, ma non sostituisce

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, da mercoledì messa in pausa per quindici giorni, ha riportato al centro dello scenario globale un nodo spesso sottovalutato: il legame tra energia, finanza e geopolitica. Non solo per il rischio di shock sull’offerta, ma per una dinamica più strutturale che si sta lentamente consolidando: l’uso selettivo di valute alternative al dollaro nel commercio energetico. Scelta tutta di carattere politico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, non è soltanto un choke point logistico. In condizioni di crisi, diventa una leva sistemica. E dunque anche monetaria.

È in questo spazio che si inserisce il dibattito sul cosiddetto “petroyuan”. Secondo diverse ricostruzioni, Teheran ha iniziato a richiedere il pagamento di alcune tariffe di transito nello stretto in yuan, mentre Pechino ha rafforzato il proprio ruolo di acquirente dominante del greggio iraniano, spesso regolato nella valuta cinese. Il messaggio è politico prima ancora che economico: ridurre la dipendenza dal dollaro e, con essa, l’esposizione alle sanzioni statunitensi.

La convergenza tra Teheran e Pechino e la resistenza del dollaro

Per Iran e Cina si tratta di un’operazione convergente. Teheran cerca margini di manovra per aggirare un sistema finanziario dominato da Washington. Pechino, che ha fatto le dovute pressioni su Teheran per raggiungere la tregua last-minute, prosegue nel tentativo di internazionalizzare il renminbi e costruire un sistema commerciale più autonomo. Non a caso, il rafforzamento di questi meccanismi si inserisce nel quadro più ampio della cooperazione strategica tra i due Paesi, formalizzata nel partenariato venticinquennale del 2021.

Eppure, parlare di una vera e propria sfida sistemica al petrodollaro è, allo stato attuale, prematuro. I numeri restano inequivocabili. Circa l’80% delle transazioni petrolifere globali continua a essere denominato in dollari. Nelle riserve valutarie internazionali, il biglietto verde rappresenta ancora circa il 57%, contro una quota intorno al 2% per lo yuan. Anche nei pagamenti transfrontalieri, la valuta cinese rimane marginale, pur in crescita. Addirittura, anche nel riequilibrio lungo Hormuz che la tregua sembra poter costruire, si parla di dollari: Teheran potrebbe infatti ottenere di ricevere una tassa di passaggio lungo Hormuz pari a un dollaro al barile, sebbene pagato in criptovalute.

Il limite non è solo quantitativo dunque, ma strutturale. Il renminbi non è pienamente convertibile, è soggetto a controlli sui capitali e si inserisce in un sistema finanziario percepito come meno trasparente e prevedibile rispetto a quello statunitense. Il dollaro, al contrario, non è semplicemente una valuta: è un ecosistema globale che integra mercati finanziari profondi, strumenti di copertura, infrastrutture di pagamento e un livello di fiducia istituzionale difficilmente replicabile nel breve periodo.

Erosione selettiva e circuiti paralleli

Questo non significa che nulla stia cambiando. Al contrario, il fenomeno più rilevante è proprio nella sua gradualità. Più che una sostituzione, si osserva una dinamica di erosione selettiva. L’uso dello yuan in specifiche transazioni energetiche, soprattutto in contesti politicamente sensibili o soggetti a sanzioni, contribuisce a normalizzare alternative al dollaro tra Paesi che sentono la necessità di costruire una governance internazionale alternativa a quella occidente-centrica. Non si tratta di “de-dollarizzazione” globale, ma di una progressiva regionalizzazione del sistema. In questo schema, emergono circuiti paralleli che coesistono con quello dominante.

La Cina, forte della sua posizione come principale hub manifatturiero globale, è uno dei pochi attori in grado di sostenere questi circuiti offrendo ai partner non solo un mercato di sbocco per le materie prime, ma anche un sistema completo di approvvigionamento industriale. L’Iran, dal canto suo, sembra utilizzare Hormuz come uno strumento di leva selettiva. Più che chiudere lo stretto per sempre, mira a gestire l’accesso, premiando partner strategici e trasformando il transito in uno strumento di negoziazione. In questo contesto, la valuta diventa una componente della trattativa: un mezzo per ridurre la vulnerabilità finanziaria, non un fine in sé.

Prospettive future e il ruolo dell’Europa

Il vero punto di svolta, semmai, non dipenderà da Teheran o Pechino, ma dal Golfo. Il sistema del petrodollaro nasce negli anni Settanta dall’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, fondato su uno scambio tra sicurezza e denominazione in dollari del petrolio. Senza un cambiamento in questo equilibrio, è difficile immaginare una trasformazione strutturale del sistema monetario energetico, visto il ruolo dominante del Golfo. Nel breve periodo, quindi, il dollaro resta dominante. Ma il suo monopolio appare meno incontestato. Nel medio-lungo termine, molto dipenderà dall’evoluzione del contesto geopolitico. Un rafforzamento dell’asse tra economie emergenti, con un ruolo centrale anche della Russia (viste le capacità produttive e il peso nel sistema OPEC+), o una crescente percezione di vulnerabilità legata all’uso politico delle sanzioni, potrebbe incentivare altri Paesi a diversificare. Al contrario, un consolidamento della posizione statunitense rafforzerebbe lo status quo.

Per l’Europa, la questione è meno teorica di quanto sembri. La crisi di Hormuz evidenzia una vulnerabilità strutturale: la dipendenza da rotte energetiche e infrastrutture finanziarie globali non controllate da Bruxelles. In questo contesto, rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, diversificare le fonti energetiche e investire nella sicurezza marittima non sono opzioni strategiche, ma necessità. Il “petroyuan”, oggi, non sostituisce il petrodollaro. Ma contribuisce a ridefinire il contesto in cui esso opera. Non è la fine di un sistema. È l’inizio di una sua trasformazione in una dimensione frammentata, dove il potere monetario si gioca sempre più lungo le linee della competizione internazionale e della geopolitica.

Tregua fragile in Medio Oriente: accordo tra USA e Iran, ma il Libano brucia e Hormuz resta chiuso

Il conflitto tra Iran, USA e Israele è iniziato il 28 febbraio 2026 e si è protratto per quaranta giorni di bombardamenti reciproci. La svolta diplomatica è arrivata a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum imposto da Donald Trump. A meno di due ore dallo scadere dell’ultimatum, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo iniziale per un cessate il fuoco di due settimane, condizionato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Decisivo il ruolo del Pakistan: a giocare un ruolo centrale nelle trattative è stato il Pakistan, attivo come mediatore tra le parti. A dirigere lo sforzo diplomatico è stato il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir. Trump ha affidato l’annuncio al suo social Truth: lo stop ai bombardamenti è stato posto “a condizione che la Repubblica islamica acconsenta all’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz”. In cambio l’Iran si è impegnato a riaprire lo Stretto di Hormuz per lo stesso periodo e a sospendere gli attacchi verso Israele e i paesi del Golfo.

Il nodo del Libano: un accordo già contestato

Fin dall’annuncio dell’intesa è emersa una contraddizione fondamentale sulla portata geografica del cessate il fuoco. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif aveva dichiarato che la tregua avrebbe avuto “effetto immediato” e sarebbe valsa anche per il Libano e “altrove”. Ma Israele ha immediatamente smentito questa interpretazione: in una conferenza stampa premier Netanyahu ha comunicato che “il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano“. Lo stesso giorno, Israele ha sferrato quello che ha definito “la più grossa ondata di raid su Hezbollah”, concentrando il fuoco su Beirut e sul sud del Paese e causando 254 morti e 1.165 feriti. Di conseguenza, Hezbollah ha dichiarato di aver lanciato razzi contro Israele “in risposta alla violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte del nemico”, prendendo di mira il kibbutz israeliano di Manara, vicino al confine con il Libano. Anche Teheran sostiene che il cessate il fuoco debba essere rispettato anche in Libano.

Hormuz richiuso: la condizione principale vacilla

Dopo il raid israeliano, lo Stretto di Hormuz è stato di nuovo chiuso, costringendo le petroliere che si accingevano ad attraversarlo a fare inversione. I dati di tracciamento marittimo hanno confermato la situazione: la petroliera Aurora, in rotta verso l’uscita dello Stretto, ha improvvisamente cambiato direzione vicino alla costa di Musandam (in Oman) eseguendo una virata di 180 gradi tornando nel Golfo Persico. Sul nucleare, il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran ha inviato un segnale inequivocabile: Mohammad Eslami ha affermato che le richieste degli avversari di limitare il programma di arricchimento dell’uranio sono “illusioni”. “Nessuna legge o individuo può fermarci”, ha detto.

Le posizioni delle parti: tutti cantano vittoria

Sia Washington sia Teheran hanno rivendicato l’accordo come una propria vittoria. Trump ha dichiarato: “Abbiamo distrutto non solo i missili esistenti, ma anche le fabbriche che li producono. Abbiamo danneggiato gravemente il programma nucleare iraniano, distruggendo le infrastrutture critiche”. I media statali iraniani hanno invece parlato di una “umiliante ritirata di Trump”. L’Iran ha inviato ai mediatori un piano di pace in dieci punti che di fatto ripropone le rivendicazioni fatte nelle settimane precedenti, compreso il diritto a ottenere risarcimenti di guerra. Trump lo ha definito “una buona base di partenza”, ma è difficile ipotizzare che possa essere accettato.

Verso i negoziati di Islamabad: un percorso accidentato

Il primo round dei colloqui di pace si terrà sabato a Islamabad venerdì 10. Per gli USA ci saranno Jared Kushner, Steve Witkoff e JD Vance, mentre la delegazione iraniana sarà guidata dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. La partecipazione iraniana rimane però condizionata alla questione libanese. Il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ha contestato agli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco e ha scritto sui social: “In questa situazione, un cessate il fuoco bilaterale o negoziati sono irragionevoli”.

La reazione dell’Italia e il caso Unifil

La tregua ha avuto un’eco immediata anche in Italia, dove la situazione si è complicata per l’incidente che ha coinvolto il contingente italiano. Un mezzo militare italiano dell’Unifil in Libano è stato danneggiato da colpi di avvertimento israeliani. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un atto “irresponsabile”, dopo che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva già convocato l’ambasciatore israeliano. Tajani ha definito la tregua “molto fragile” e ha aggiunto che “Israele ha sbagliato ad attaccare il Libano”. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha avvertito che “la prosecuzione dell’attività militare in Libano rappresenta un grave pericolo per il cessate il fuoco e per gli sforzi volti a una pace duratura”.

Tregua a due velocità: accordo USA-Iran, ma in Libano la guerra non si ferma

L’8 aprile 2026 passerà alla storia come una giornata di profonda ambivalenza per le sorti del Medio Oriente, con la diplomazia e le armi che marciano su binari opposti. Mentre all’alba Washington e Teheran hanno ufficializzato una tregua bilaterale di quattordici giorni, il Libano è rimasto escluso da ogni forma di cessate il fuoco, subendo una delle ondate di raid più violente dall’inizio del conflitto. L’intesa tra le grandi potenze, mediata dal Pakistan, ha garantito l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz e un primo allentamento delle sanzioni petrolifere, ma non ha fermato i caccia israeliani che, a partire dalle dieci di questa mattina, hanno colpito duramente Beirut, Tiro e Sidone, causando oltre duecento vittime.

Colpito un mezzo del contingente italiano

Il fragile equilibrio della giornata è stato ulteriormente scosso da un incidente che ha coinvolto il contingente italiano di UNIFIL. Alcuni colpi d’arma da fuoco sono caduti a breve distanza da un convoglio della missione internazionale impegnato in operazioni logistiche. Nonostante l’assenza di feriti tra i militari italiani, l’episodio ha scatenato un’immediata reazione diplomatica a Roma, dove il Ministero degli Esteri ha chiesto chiarimenti urgenti a Israele per quella che appare come una pericolosa pressione sulle forze di interposizione delle Nazioni Unite.

La conferenza stampa di Netanyahu

Il chiarimento definitivo sulla strategia di Tel Aviv è arrivato alle 19:15, durante la conferenza stampa del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Il Premier ha confermato che Israele non si considera parte in causa nell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran. Netanyahu ha ribadito che la libertà d’azione delle forze di difesa israeliane non verrà limitata e che le operazioni in Libano proseguiranno senza sosta fino a quando le infrastrutture militari di Hezbollah non saranno state smantellate.

Gli scenari

In questo scenario si delineano prospettive incerte per le prossime settimane. Se da un lato il canale diplomatico tra Washington e Teheran sembra tenere, con l’obiettivo di stabilizzare i prezzi del greggio e ridurre il rischio di uno scontro diretto nel Golfo, dall’altro la situazione in Libano rischia di diventare il terreno di uno scontro per procura sempre più cruento. La tregua atomizzata, che protegge le grandi potenze ma ignora il fronte libanese, mette alla prova la tenuta dei rapporti tra gli Stati Uniti e il loro principale alleato nella regione. La comunità internazionale guarda ora ai colloqui di Islamabad come all’ultima spiaggia per trasformare questo cessate il fuoco parziale in una stabilità duratura, prima che la scadenza dei quattordici giorni riporti l’intera area verso un conflitto totale.

Ecco quali sono i 10 punti proposti dall’Iran e accettati dagli USA

Un accordo arrivato in piena notte iraniana e nel pomeriggio di Washington. Grazie alla decisiva intermediazione del premier pakistano Shehbaz Sharif, ci sarà una tregua di due settimane nel conflitto in Iran. Dopo un lungo braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz, il presidente Donald Trump e lo Stato islamico hanno trovato un compromesso: stretto riaperto, ma sotto controllo iraniano.

Questo è uno dei 10 punti che sono stati proposti dall’Iran e che gli USA hanno accettato, ecco quali sono:

1. Gli Stati Uniti devono impegnarsi in modo fondamentale a garantire la non aggressione.

2. Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.

3. Accettazione della possibilità per l’Iran di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare.

4. Revoca di tutte le sanzioni primarie contro l’Iran.

5. Revoca di tutte le sanzioni secondarie contro entità straniere che intrattengono rapporti commerciali con istituzioni iraniane.

6. Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro l’Iran.

7. Abrogazione di tutte le risoluzioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) sul programma nucleare iraniano.

8. Risarcimento all’Iran per i danni di guerra.

9. Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione.

10. Cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano.

La dichiarazione di Donald Trump al termine dei negoziati. ©Profilo X WhiteHouse

Iran-Usa, tregua in extremis: due settimane per trattare, Hormuz riapre

Accordo in extremis di cessate il fuoco di due settimane per evitare una devastante escalation della guerra contro l’Iran. Donald Trump ha annunciato l’intesa un’ora e 28 minuti prima della scadenza del suo ultimatum, alle 8 di sera ora americana, con il quale aveva minacciato la distruzione di un’intera civiltà se Teheran non scendeva a patti. Prima dell’annuncio, durante una giornata di tensione altissima, i raid erano continuati: le forze della coalizione avevano colpito l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano nel Golfo, le ferrovie e otto ponti, tra cui uno vicino a Qom. Israele aveva avvisato i civili iraniani di restare lontani dai treni.

I termini della tregua

Trump ha specificato che la sospensione dei bombardamenti è a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, e ha dichiarato che si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale. Ha aggiunto di aver ricevuto una proposta in 10 punti dall’Iran, ritenuta una base praticabile su cui negoziare, e che è stato raggiunto un accordo su quasi tutti i punti oggetto di contrasto in passato. La tregua, secondo il premier pachistano Shehbaz Sharif, vale per tutti i fronti, incluso il Libano. I negoziati formali tra le delegazioni di Usa e Iran si apriranno venerdì 10 aprile a Islamabad.

La mediazione del Pakistan e il ruolo della Cina

Decisiva la mediazione del Pakistan, che ha fatto appello a una tregua di due settimane osservata da entrambe le parti mentre nel periodo stabilito la Repubblica islamica consentirà il passaggio di navi per lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha accettato la proposta di cessate il fuoco del Pakistan anche grazie all’intervento dell’ultimo minuto della Cina, che ha esortato l’Iran a mostrare flessibilità e stemperare le tensioni. Il Pakistan ha mantenuto un canale diplomatico continuo nelle ore più critiche, con il generale Asim Munir come interlocutore diretto sia di Washington che di Teheran.

Le interpretazioni divergenti

Le due parti leggono l’accordo in modo opposto. Trump ha dichiarato all’AFP di aver ottenuto una vittoria totale e completa, al 100%. Il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica islamica ha invece annunciato che gli Stati Uniti hanno accettato tutti i 10 punti del piano proposto da Teheran per porre fine alla guerra. Teheran ha dunque rivendicato che Washington si è di fatto piegata al suo progetto, definendola una ritirata umiliante per gli Usa. Bandiere tricolori dell’Iran sono scese in piazza nella notte a Teheran e in altre città in seguito all’annuncio. Questa lettura duale dell’accordo, entrambe le parti che dichiarano di aver vinto, prefigura le difficoltà che attendono i negoziati di Islamabad.

Israele: sì alla tregua, sorpresa per la virata americana

Anche Israele è parte della parziale tregua. Secondo CNN, Tel Aviv è d’accordo nel sospendere i bombardamenti mentre le trattative continuano. Secondo media locali, tuttavia, pur allineandosi alla decisione, il governo di Netanyahu sarebbe rimasto sorpreso dalla virata americana. Netanyahu non ha rinunciato alla formula che Israele “continuerà su tutti i fronti” fino al raggiungimento dei propri obiettivi di guerra, lasciando aperta la questione di come la tregua si applicherà concretamente al fronte israeliano nelle settimane a venire.

Le incognite dopo l’annuncio

L’accordo resta fragile. In Bahrein sono scattate nuovamente le sirene d’allarme missilistico nonostante l’annuncio della tregua, e dopo l’accordo l’Iran ha lanciato missili contro gli stati arabi del Golfo e Israele. Resta aperto il nodo fondamentale: la tregua di due settimane è solo una pausa operativa, non un accordo di pace. I punti più spinosi (il programma nucleare iraniano, i 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, il futuro dello Stretto di Hormuz e le sanzioni) sono tutti rinviati ai negoziati di Islamabad. Il petrolio ha reagito immediatamente all’annuncio del cessate il fuoco con un calo del 15 per cento. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha accolto con favore la tregua, esortando tutte le parti a impegnarsi per un accordo definitivo.

Basi militari americane in Italia, Crosetto alla Camera: “Nessun processo alle intenzioni, abbiamo seguito la legge”

Venerdì 27 marzo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato l’autorizzazione di atterraggio sulla base siciliana di Sigonella ad alcuni bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente, soprattutto in Iran. La decisione del ministro è scattata perché il piano di volo statunitense è stato comunicato alle autorità italiane troppo tardi, solamente quando gli aerei erano già in volo e senza la consultazione preventiva prevista nei protocolli. Per Crosetto nessun dubbio: per operazioni di questo tipo che si discostano dai normali trattati bilaterali è necessario un passaggio politico e la conseguente autorizzazione da parte del Parlamento italiano.

Il ministro della Difesa questo pomeriggio ha voluto fugare ogni dubbio nella sua informativa alla Camera: “Nessun governo ha mai messo in discussione il contenuto degli accordi con gli USA. Nessun governo ha mai cercato di cambiarli, li ha applicati. Siamo parte della Nato e alleati degli Stati Uniti, ma sappiamo far rispettare le nostre leggi e i passaggi che le vincolano. Rispettare gli accordi non significa essere coinvolti nella guerra, ma rispettare gli impegni. La strada in cui ci muoviamo è quella della legge. Noi questa abbiamo seguito, la legge ci indica la strada su cui agire. Questo Paese ha bisogno dell’unità, bisogna difendersi dalla follia che sta travolgendo il mondo. Nel solco della nostra Costituzione – conclude Crosetto – abbiamo un’agenda chiara: rispetteremo gli accordi che abbiamo sottoscritto”.

La sinergia Italia-USA: il NATO SOFA e il Bilateral Infrastructure Agreement

Oltre a quella di Sigonella, sono presenti diverse infrastrutture statunitensi lungo lo stivale. Accordi militari presi dopo la fine della Seconda guerra mondiale che rimandano al 1951 con il NATO SOFA, Status of Forces Agreement, un trattato internazionale che stabilisce lo statuto giuridico delle forze armate di una nazione NATO (stato d’origine, in questo caso gli USA), di stanza sul territorio di un altro stato membro (Italia). A questo, si aggiunge un altro trattato, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, un accordo secretato che regolamenta l’utilizzo delle infrastrutture in Italia.

Due accordi che stabiliscono i modi in cui le basi militari possono essere utilizzate. La sovranità è dello Stato italiano, vale a dire che su quel determinato territorio viene applicata la legge italiana, con alcune deroghe delineate da entrambi i trattati, che a loro volta regolamentano: numero massimo di soldati americani nelle basi (in Italia sono 13mila, ma il limite è attualmente ignoto), i margini degli addestramenti e delle attività logistiche e operative, e l’utilizzo effettivo delle basi.

La mappa delle principali basi americane in Italia

Immagine generata con intelligenza artificiale ©Imagoeconomica
  • Aviano (Air Base): si trova in Friuli-Venezia Giulia e ospita la 31st Fighter Wing dell’USAF, l’unico stormo di caccia statunitensi permanentemente a sud delle Alpi. La sua posizione ai piedi delle Dolomiti la rende un hub operativo e logistico strategico per le operazioni NATO nei Balcani. Vi operano circa 4.000 militari americani. È anche un centro nevralgico per l’addestramento congiunto con l’Aeronautica Militare Italiana, integrando tattiche avanzate di difesa dello spazio aereo europeo.
  • Vicenza (Caserma Ederle e Del Din): pensato all’inizio per l’esercito italiano, dal 1955 è il quartier generale della 173rd Airborne Brigade (paracadutisti) e dell’US Army Southern European Task Force. È il centro di comando per tutte le operazioni dell’esercito a stelle e strisce in Africa e anche la base veneta ospita circa 4mila soldati. Qui vengono pianificate missioni in contrasto al terrorismo nell’area sub-sahariana.
  • Camp Derby (Tra Pisa e Livorno): in Toscana troviamo il più grande deposito logistico dell’US Army fuori dagli Stati Uniti. A metà strada tra il porto livornese e l’aeroporto pisano, permette lo stoccaggio e l’invio immediato di armi e munizioni via mare o aria. È molto importante, data la sua posizione, per i rifornimenti per le operazioni in Medio Oriente e Africa.
  • Napoli (Capodichino e JFC Naples): ospita il comando della Sesta Flotta (Naval Support Activity Naples) e il Joint Force Command (JFC) della NATO a Lago Patria. È il cuore amministrativo della presenza militare USA e NATO nel Mediterraneo. Dal capoluogo campano si gestisce la logistica navale e la cooperazione tra le marine alleate.
  • Gaeta (Base Navale): importante appoggio logistico per la flotta USA, è il porto di armamento della USS Mount Whitney, la nave ammiraglia della Sesta Flotta degli Stati Uniti. Dalla base del basso Lazio vengono controllati il comando e il controllo delle operazioni navali del Mediterraneo. Nonostante sia il più piccolo hub americano in Italia, la USS Mount Whitney è un centro elettronico sofisticato che garantisce di gestire situazioni belliche complesse.
  • Sigonella (Naval Air Station): la famigerata base siciliana teatro di incomprensioni diplomatiche tra Italia e USA, prima nel 1985, poi una decina di giorni fa. Ospita reparti americani della Marina e dell’Aviazione. Viene considerato uno dei poli mondiali più importanti per i droni, a causa della costante attività dei velivoli a pilotaggio remoto che pattugliano il Nord Africa e il Medio Oriente.