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Argomento: Geopolitica

Mobilità militare, l’UE lavora per una Schengen 2.0

Il 24 febbraio 2022 ha scombussolato i piani dell’Unione europea. Nelle prime ore del mattino in cui Kiev si è svegliata di soprassalto per colpa delle sirene antiaeree a causa dell’invasione russa, il vecchio continente aveva appena scoperto di avere un problema portante: la rete di trasporti europea, pensata per i trasporti civili e commerciali, diventa un groviglio infrastrutturale quando a percorrerla sono forze armate pesanti. Da qui il cambio di mentalità: passare dalla facile circolazione di merci e persone in tempo di pace, alla facilitazione degli spostamenti logistici e militari in tempo di guerra.

L’obiettivo dell’UE per il 2030 è evidente: garantire a mezzi e truppe il transito transfrontaliero entro cinque giorni e trasformare il territorio europeo in un enorme hub logistico pronto a un’immediata capacità di mobilità di massa. Un ingranaggio militare ben oliato che possa fronteggiare la minaccia russa e sostenere ancora di più l’Ucraina. Per attuare questo cambio di marcia finora sono stati stilati due piani d’azione dell’UE sulla mobilità militare, uno del 2018 e l’altro del 2022, seguiti dal Pacchetto sulla mobilità militare pubblicato il 19 novembre 2025 dalla Commissione europea. Inoltre, a marzo 2025 sono stati individuati quattro corridoi di mobilità militare prioritari: settentrionale, centro-settentrionale, centro-meridionale, orientale. Il 25 novembre 2025 le commissioni TRAN (Commissione per i trasporti e il turismo) e SEDE (Sottocommissione per la sicurezza e la difesa) del Parlamento europeo hanno approvato la relazione sulla mobilità militare. Le commissioni sono giunte alla conclusione che rafforzare la mobilità militare è diventato un tema di assoluta urgenza, poiché la Russia rappresenta una grande minaccia per la sicurezza dell’UE.

Oltrepassare il concetto di sovranità nazionale e il problema dei ponti

Il dato attuale è allarmante ed è un problema burocratico: la capacità di dispiegamento rapido verso l’Europa orientale è attualmente ostacolata da procedure doganali che possono richiedere settimane. Il vero ostacolo della creazione di una Schengen 2.0 dedicata alla difesa non è tecnico, ma politico. Questa massiccia integrazione militare richiede uno sforzo da parte degli Stati membri, affinché possano rinunciare a una parte della sovranità nazionale sui confini per favorire una gestione collettiva, come spiegato da una relazione di aprile 2025 della Corte dei Conti Europea (ECA). Rinfoltire il Vecchio continente di ponti, strade, reti ferroviarie, non basterà se le frontiere burocratiche dovessero rimanere chiuse.

In aggiunta, c’è anche un discorso relativo al limite fisico: molti ponti europei, stando ai dati pubblicati dall’Analisi CEPA (Center for European Policy Analysis) e dalla NATO, sono stati progettati per il passaggio di veicoli da 40 tonnellate e crollerebbero sotto il peso di un Leopard2A7, uno dei carri armati più funzionali in commercio, che con il rimorchio ne peserebbe 100.

Un carro armato Leopard in azione ©Imagoeconomica

I dettagli del pacchetto

Il piano di Bruxelles si articola in 5 punti fondamentali:

  • Rimuovere gli ostacoli normativi attraverso formalità semplificate e più rapide.
  • EMERS (European Enhanced Response System for Military Mobility). La creazione di un quadro d’emergenza tramite il sistema europeo di risposta rafforzata per la mobilità militare.
  • Rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto (17,65 miliardi di euro per la mobilità militare nel prossimo quadro finanziario pluriennale per collegare l’Europa).
  • Mettere in comune le capacità e condividerle (riserva di solidarietà e possibilità di creare un sistema di informazione digitale sulla mobilità militare.
  • Rafforzare la governance e il coordinamento.

La nuova strategia europea punta su bolle di protezione elettronica e droni cargo per blindare i rifornimenti, superando il rischio dei grandi depositi facilmente individuabili. Lungo le rotte principali, un “drone wall”, letteralmente un muro di droni, proteggerebbe i convogli in transito da attacchi kamikaze, affinché i rifornimenti possano arrivare a destinazione. Questo piano, come riportato nel terzo punto del Pacchetto, è sostenuto da 17,65 miliardi di euro per infrastrutture a “dual use”: ponti e binari rinforzati che oggi aiutano l’economia civile e il commercio, ma sono pronti a reggere il peso dei carri armati. Tutto verrebbe gestito mettendo in comune vagoni e mezzi tra gli Stati, tagliando gli sprechi e massimizzando la prontezza militare.

Superare la dipendenza dagli USA

Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della NATO Mark Rutte, hanno avuto un incontro a Bruxelles per esaminare gli scenari e hanno concordato sulla necessità di uno schieramento tattico più indipendente dagli USA, anche perché secondo i dati del Sipri di Stoccolma (rapporto 2021-2025), i paesi europei dipendono fortemente dagli Stati Uniti, importando circa il 64% del loro materiale da oltreoceano. Le importazioni di armi in Europa sono aumentate del 210%, rendendo il continente il principale hub di importazione. In più, i rapporti con gli americani si sono deteriorati, complici i rifiuti di Italia e Spagna di utilizzare le basi militari di Sigonella, Moron e Rota per l’offensiva statunitense in Medio Oriente. Infine, il presidente americano Donald Trump ha perso interesse per la questione russo-ucraina e non perde occasione per minacciare l’uscita dalla NATO.

Il caso Ucraina

Il supporto dell’UE all’Ucraina non è solo relativo all’invio di armi, la guerra scatenata dalla Russia si sta trasformando in un laboratorio di guerra moderna che sta influenzando la mobilità militare europea. Sempre secondo il rapporto Sipri, nel quadriennio 2021-2025 l’Ucraina è diventato il primo importatore di armi a livello mondiale (9,7% del totale globale), superando colossi dell’import come Arabia Saudita e India. La spesa militare globale ha toccato il record storico di 2.718 miliardi di dollari, con la Polonia e le repubbliche baltiche che guidano il riarmo europeo investendo oltre il 4% del proprio PIL.

L’Ucraina però, non si limita solo a importare. L’industria bellica ucraina, testata sul campo in questi quattro anni, ha iniziato la fase di export di tecnologie avanzate proprio verso partner strategici come l’Arabia Saudita. Questo scambio, che include soprattutto soluzioni anti-drone e sistemi missilistici, dimostra come Kiev stia consolidando il suo ruolo da attore protagonista nel mercato globale della difesa.

Zelensky e Meloni vogliono progettare droni insieme

Un esempio concreto di questa nuova architettura di difesa è la volontà di siglare un accordo tra Italia e Ucraina per la produzione congiunta di droni, un passo che trasforma la cooperazione da semplice fornitura a vera partnership industriale. Emerge questo dall’incontro di mercoledì 15 aprile a Palazzo Chigi tra il presidente ucraino Volodimir Zelensky e il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. L’intesa mira a rafforzare la superiorità tecnologica di Kiev attraverso il know-how italiano, probabilmente attraverso Leonardo S.p.A., partecipata dallo Stato, sfidando apertamente le pressioni del Cremlino. Un asse Roma-Kiev che conferma la volontà europea di voler seguire uno schema preciso e tecnologicamente avanzato.

Da Varsavia a Tallinn: ecco Rail Baltica

La mappa di Rail Baltica ©RailBaltica.org

I corridoi verso Est potrebbero velocizzarsi grazie al progetto Rail Baltica, una risposta infrastrutturale ai colli di bottiglia dell’Europa orientale: un unico binario, basato su standard europei, che corre senza interruzioni dai porti tedeschi e dalla Polonia fino all’Estonia, eliminando l’obbligo di cambiare treno al confine. Pensato anche per i cittadini, ma soprattutto per la difesa, è un progetto molto valido soprattutto dal punto di vista pratico: grazie allo scartamento europeo (1.435 mm), un convoglio militare che parte dalla Francia o dalla Germania può arrivare dritto in Estonia. Senza Rail Baltica, oggi i carri armati devono essere scaricati e caricati su treni diversi al confine polacco perché i binari baltici sono più larghi a causa degli ex standard sovietici. I binari e i ponti della Rail Baltica sono progettati per sostenere il passaggio dei mezzi più pesanti al mondo, come gli Abrams americani o i già citati Leopard tedeschi, che i vecchi binari locali spesso non reggono.

Medio Oriente sospeso: due tregue e mille incognite

Dalla sera di giovedì 17 aprile è entrato in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e il governo libanese, mediato dagli Stati Uniti e annunciato personalmente da Donald Trump con un post sul social Truth dopo telefonate ravvicinate con il presidente libanese Joseph Aoun e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. A Beirut, e in particolare nella periferia sud dove Hezbollah ha una presenza radicata, la notizia è stata accolta con fuochi d’artificio e colpi di celebrazione sparati in aria. La tregua, che scade il 26 aprile, secondo il Dipartimento di Stato americano è pensata per consentire negoziati verso un accordo permanente di sicurezza tra i due Paesi. Ma lo stesso annuncio lampo con cui Trump l’ha imposta rivela quanto sia stata controversa: secondo varie ricostruzioni giornalistiche, Netanyahu avrebbe preferito continuare le operazioni militari ed è stato messo davanti al fatto compiuto dal suo alleato americano.

Una tregua dentro l’altra

Questo secondo cessate il fuoco si inserisce in un quadro già molto instabile, quello della tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, annunciata l’8 aprile con la mediazione del Pakistan dopo quaranta giorni di attacchi che avevano spinto la regione sull’orlo di una guerra più ampia. Il cessate il fuoco in Libano era stato fin dall’inizio una delle condizioni poste da Teheran come prerequisito per qualsiasi accordo con Washington, e la sua esclusione dal primo accordo aveva generato tensioni immediate: Israele aveva continuato a bombardare il Libano, e l’Iran aveva risposto bloccando nuovamente il traffico nello stretto di Hormuz. Negli ultimi giorni prima della tregua libanese, l’esercito israeliano dichiarava di aver colpito oltre 380 obiettivi di Hezbollah nel sud del Paese nell’arco di ventiquattro ore, mentre il bilancio delle vittime libanesi dall’inizio di marzo aveva superato quota 2.196.

I nodi tra Washington e Teheran

Il fronte diplomatico più caldo resta però quello tra Washington e Teheran. L’11 aprile il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Witkoff e Jared Kushner erano arrivati a Islamabad per colloqui diretti con la delegazione iraniana, che includeva il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del parlamento Ghalibaf. I negoziati, durati circa venti ore tra sabato e domenica, non hanno prodotto un accordo: Vance ha detto che gli iraniani si erano avvicinati alle posizioni americane, ma non abbastanza. Araghchi ha parlato di parti “a pochi centimetri” da un’intesa, salvo poi scontrarsi con quello che ha definito un irrigidimento dell’altra parte. I nodi principali restano gli stessi dall’inizio: gli USA vogliono lo stop all’arricchimento dell’uranio per almeno vent’anni e la piena riapertura di Hormuz; l’Iran chiede garanzie di sicurezza, revoca delle sanzioni e riconoscimento della propria sovranità sullo stretto. Pakistan e Turchia stanno lavorando per organizzare un secondo round di colloqui diretti prima della scadenza della tregua, fissata al 22 aprile.

Le condizioni che Israele impone al Libano

L’accordo si fonda su un memorandum in sei punti. Beirut si impegna ad adottare misure concrete per impedire a Hezbollah e a tutti gli altri gruppi armati non statali di compiere attacchi contro obiettivi israeliani, e le forze di sicurezza libanesi vengono riconosciute come unico garante della sovranità e della difesa nazionale del Libano, escludendo esplicitamente qualsiasi altro Paese o gruppo da quel ruolo. Netanyahu ha precisato che durante i dieci giorni le truppe israeliane rimarranno schierate in una zona di sicurezza rafforzata nel sud del Libano, larga circa dieci chilometri dal Mediterraneo al confine siriano, e ha posto due condizioni fondamentali per qualsiasi accordo duraturo: il disarmo completo di Hezbollah e una pace formale tra i due Stati. Israele mantiene intanto il diritto di adottare tutte le misure necessarie per l’autodifesa, pur impegnandosi a non condurre operazioni offensive contro obiettivi libanesi via terra, aria o mare per la durata della tregua.

Scadenze ravvicinate, scenari incerti: il rischio del domino al contrario

Gli scenari restano aperti e per nulla scontati. Trump ha dichiarato che un accordo con Teheran è “molto vicino” e che nuovi colloqui potrebbero riprendere a Islamabad già questo fine settimana. Ma l’ottimismo del presidente americano si scontra con la realtà di un negoziato ancora lontano dall’approdo. Gli esperti militari americani hanno avvertito che l’Iran conserva ancora migliaia di missili e droni d’attacco nonostante la campagna di bombardamenti, e che le milizie sciite finanziate da Teheran hanno condotto centinaia di attacchi contro le forze USA dall’inizio del conflitto. Sul fronte libanese, la tregua di dieci giorni è accolta con sollievo dalle popolazioni civili, ma la sua tenuta dipende da variabili difficilmente controllabili: la volontà di Hezbollah di rispettarla, la pressione interna israeliana per riprendere le operazioni, e soprattutto l’esito delle trattative con l’Iran, da cui il dossier libanese non può essere separato. Il rischio concreto è che, senza progressi reali entro fine aprile, entrambe le tregue si sgretolino trascinandosi dietro la finestra diplomatica più favorevole degli ultimi mesi.

Stretto di Hormuz, le risorse che passano non sono solo gas e petrolio

Sicurezza alimentare, produzione agricola e materie prime industriali. Non sono solo gas e petrolio le risorse che passano per lo Stretto di Hormuz. Certo, è vero che ogni giorno passano più o meno 20 milioni di barili di greggio, ma è anche vero che si tratta di un tratto marittimo fondamentale per l’economia reale globale, ben oltre il settore legato all’energia. La chiusura del 13 aprile del presidente americano Donald Trump ha quasi paralizzato questa arteria vitale per il commercio mondiale. Nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran, gli USA hanno sigillato i traffici iraniani e scortano il resto del mondo verso il lato omanita.

Immagine generata dall’intelligenza artificiale.

Oltre al blocco marittimo che sta innescando una crisi dei prezzi dei carburanti, potrebbe manifestarsi una paralisi della produzione industriale, seguita da una possibile catastrofe alimentare. Da questo collo di bottiglia transitano le basi chimiche della vita moderna: minerali utili per la transizione ecologica, nutrienti per i suoli agricoli e, banalmente, beni utili per l’economia dei Paesi mediorientali.

L’escalation militare sta anche minacciando i cavi sottomarini, sia quelli presenti nello Stretto di Hormuz, sia quelli presenti nello Stretto di Bab el-Mandeb. Infrastrutture critiche dove transita circa il 90% del traffico dei dati tra Europa e Asia. I cavi, oltre al rischio di sabotaggi diretti a causa delle guerre ibride, subiscono danni indiretti provocati dalle ancore delle navi che vengono colpite nei conflitti. Tutto ciò mette a rischio la stabilità dell’economia digitale globale e delle comunicazioni strategiche.

Il blocco che spaventa alluminio, cemento e acciaio

Il Golfo si è trasformato in un hub metallurgico globale grazie alla capacità di riuscire a trasformare il gas naturale in energia a basso costo. Multinazionali come la EGA, Emirates Global Aluminium, producono alluminio purissimo, che è un materiale centrale sia per la costruzione della parte anteriore delle fusoliere degli aeroplani e per l’automotive occidentale, ma soprattutto per il mondo green, poiché essenziale per i pannelli solari e le reti elettriche. In parallelo all’importanza al settore verde, le zone industriali di Jebel Ali (porto di Dubai) e Abu Dhabi esportano 365 giorni l’anno enormi quantità di acciaio e cemento verso l’India e il sud-est asiatico (Vietnam, Thailandia e Indonesia come principali clienti), contribuendo al boom infrastrutturale della zona. Un blocco duraturo di Hormuz congelerebbe la produzione di auto elettriche e i cantieri delle metropoli emergenti.

Golfo, pericolo crescita tecnologica e urbana

E ci sarebbe un rischio di interruzione delle catene di approvvigionamento nel porto di Jebel Ali. Lo scalo di Dubai è uno dei primi dieci hub container al mondo e smista il comparto tecnologico e meccanico provenienti da Cina, Corea del Sud e Giappone verso mercati cruciali come Arabia Saudita, Iraq e Kuwait. Con il traffico marino interdetto non solo si frena il consumo quotidiano, ma la crescita tecnologica e urbana del Medio Oriente.

La FAO avverte: problemi per il passaggio di zolfo e urea, vitali per le piante. Pericolo disastro agroalimentare mondiale

Poi c’è l’appello della FAO. Secondo il report pubblicato il 3 aprile scorso, le previsioni di semina globale sono a rischio per i prezzi altissimi dei fertilizzanti. Un tema di cui si sta parlando ancora troppo poco e che merita attenzione, perché potenzialmente molto pericoloso in termini di impatto globale. I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo non esportano solo idrocarburi, ma anche i sottoprodotti chimici come lo zolfo, soprattutto da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, con l’utilizzo del gas come materia prima, l’intera regione è un enorme polo per la produzione di urea, il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. Le piante hanno bisogno di azoto per crescere, ma non possono assorbire quello presente nell’aria. L’urea dà loro azoto in forma solida molto concentrata facile da trasportare e distribuire sui campi. Secondo la FAO c’è una correlazione diretta tra la stabilità dei prezzi alimentari mondiali e il costo e la disponibilità dei fertilizzanti. Ed ecco perché lo Stretto di Hormuz ha un’importanza strategica: da lì passa circa il 40% del commercio marittimo mondiale di urea e oltre il 45% dello zolfo, insostituibile per i concimi fosfatici.

La chiusura porrebbe fine temporaneamente alle forniture vitali verso i mercati agricoli africani e asiatici, con l’India come nazione maggiormente danneggiata (importa ogni anno dal Golfo 2,2 milioni di tonnellate di urea). Essendo queste aree alquanto vulnerabili, la mancanza di questi nutrienti potrebbe abbattere la produzione di cereali e mais fino al 40% in una sola stagione e, di conseguenza, ogni aumento del costo dei fertilizzanti si tradurrebbe secondo le stime in un aumento del 3/5% dei prezzi alimentari locali.

Da un lato i fertilizzanti, dall’altro la FAO segue con interesse e preoccupazione le scorte di cibo in entrata. I paesi del CCG sono tra i meno autosufficienti al mondo e devono importare circa il 90% del loro fabbisogno alimentare da altre zone. Tramite Hormuz transita quasi la totalità di riso, grano e mais che proviene dalle Americhe e dall’Europa. La minaccia catastrofe alimentare e umanitaria è dietro l’angolo.

Pechino al centro del Golfo: la strategia di Xi tra Iran e Washington

Più della metà dell’energia cinese transita dallo Stretto di Hormuz, che in condizioni normali veicola un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. Nei primi due mesi del 2026 la Cina ha importato circa 12 milioni di barili di greggio al giorno ed è esposta in modo rilevante sia ai flussi del Golfo sia al petrolio iraniano, di cui è il principale acquirente. Il blocco di Hormuz, prima iraniano e poi anche americano dal 14 aprile, colpisce dunque interessi vitali di Pechino. Ma la crisi genera anche opportunità che la diplomazia cinese non intende lasciarsi sfuggire.

La reazione cinese al blocco navale americano è rimasta misurata rispetto alle posizioni assunte in passato di fronte ad azioni americane giudicate scorrette. Pechino si è presentata come potenza stabile e rispettosa delle norme internazionali, in implicito contrasto con Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito il blocco americano dei porti iraniani “pericoloso e irresponsabile”, mentre Xi Jinping ha messo in guardia contro un “ritorno alla legge della giungla”. Si tratta tuttavia di un’equidistanza studiata: la diplomazia cinese è costretta a restare equidistante perché Pechino è partner privilegiato anche di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non solo dell’Iran.

La settimana diplomatica di Pechino

Il 14 aprile Xi Jinping ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, presentando quattro proposte per la pace e la stabilità regionale, legate alla sua visione di riforma della sicurezza internazionale. Le proposte prevedono il sostegno alla coesistenza pacifica degli Stati del Golfo, alla sovranità nazionale, allo stato di diritto internazionale e al coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Nello stesso giorno sono arrivati a Pechino il premier spagnolo Pedro Sánchez e il ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier spagnolo ha dichiarato di non riuscire a trovare “altri interlocutori, oltre alla Cina, in grado di risolvere questa situazione”.

Il 31 marzo Cina e Pakistan avevano annunciato congiuntamente un piano in cinque punti che includeva la richiesta di cessate il fuoco e la ripresa della normale navigazione a Hormuz. Secondo Associated Press, la Cina ha svolto un ruolo chiave nel convincere l’Iran ad accettare la proposta di tregua di due settimane avanzata dal Pakistan il 7 aprile. Washington ha definito l’atteggiamento americano verso la mediazione sino-pakistana come “agnostico”, cioè né di approvazione né di rifiuto. La Casa Bianca ha tuttavia confermato che tra i due Paesi si sono tenuti colloqui ad alto livello mentre si definivano i termini della tregua.

La posta finanziaria: yuan contro dollaro

La crisi ha una dimensione valutaria che i media occidentali tendono a sottovalutare. Il regime di Teheran ha strutturato i pedaggi di Hormuz in modo da sfidare la supremazia del dollaro: i pagamenti vengono accettati in yuan digitale o in Bitcoin, non in stablecoin agganciati alle riserve in dollari. I volumi di transazioni commerciali transfrontaliere sulla piattaforma di pagamento cinese Cips (alternativa al sistema Swift) sono raddoppiati in poche settimane, passando da 619,7 miliardi di yuan al giorno in febbraio a 1.220 miliardi a metà aprile.

Gli scenari possibili

Tre traiettorie si profilano nelle settimane a venire. La prima è quella di un accordo diplomatico prima del summit Xi-Trump previsto a metà maggio a Pechino: entrambe le potenze hanno interesse ad arrivare all’incontro in condizioni di relativa stabilità, ma il blocco americano aggiunge incertezza e rischia di trasformare il vertice da occasione di stabilizzazione a nuovo terreno di scontro. La seconda è un’escalation militare nel Golfo, con la possibilità concreta che navi cinesi vengano intercettate dalla marina americana. Se gli Stati Uniti decidessero di bloccare una petroliera cinese, le conseguenze diplomatiche potrebbero essere gravi. La terza è uno stallo prolungato, favorevole a Mosca per via dei prezzi energetici elevati, mentre la Cina cerca di compensare con rotte alternative via terra e acquisti strategici di riserve.

La guerra in Iran è anche un osservatorio: la Cina sta seguendo con attenzione le capacità americane, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle decisioni militari e i tempi di riassestamento degli arsenali. Sul piano interno, la situazione economica cinese appare meno solida rispetto al decennio scorso, quando la crescita era alta e la bolla immobiliare in espansione: questa fragilità frena le ambizioni di Pechino e spiega la scelta di non interrompere l’avversario mentre commette errori. La crisi non è ancora un ordine cinese, ma è sempre meno un ordine americano.

Il momento peggiore per dipendere dal petrolio

C’è qualcosa di contradditorio nell’attuale crisi energetica. I contratti a termine del prossimo anno indicano valori a 70 dollari al barile, lo stesso livello di prima della guerra, mentre il greggio oscilla intorno ai 100 dollari nelle quotazioni spot. I mercati stanno scontando il rischio geopolitico, non una vera scarsità strutturale. Mai come adesso c’è stato tanto petrolio e gas, più facilmente accessibile, meglio distribuito, certo molto è ancora in Medio Oriente, ma con la possibilità di fare velocemente, nell’arco di pochi mesi, nuovi oleodotti per collegare i giacimenti al Mar Rosso al Mediterraneo.

Hormuz: quanto dura lo shock

L’EIA, cioè la United States Energy Information Administration, l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America che raccoglie, analizza e diffonde informazioni sull’energia, stima che Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain abbiano collettivamente ridotto la produzione di 7,5 milioni di barili al giorno a marzo, con una previsione di 9,1 milioni a aprile. È un numero enorme, ma non permanente. L’EIA prevede anche che il Brent raggiunga un picco nel secondo trimestre 2026 a circa 115 dollari al barile prima di allentarsi gradualmente, con un valore attorno ai 76 dollari nel 2027. Lo shock, insomma, ha un orizzonte temporale misurabile. Inoltre, sono state riviste al ribasso le previsioni di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026: ora ci si aspetta un aumento di circa 640.000 barili al giorno, rispetto alle stime precedenti di 850.000. La domanda si distrugge quando i prezzi salgono troppo: è un meccanismo doloroso, ma funziona.

L’Europa e il gas russo: il problema che non va via

Il nodo più complicato riguarda il gas. Negli ultimi mesi l’UE ha incrementato gli acquisti di gas dalla Russia il cui GNL è quasi raddoppiato fra i tre mesi estivi del 2025 e i primi tre mesi del 2026. Il Qatar, possibile alternativa, è tagliato fuori dalle forniture verso l’Europa dall’inizio del 2026. Il risultato è che la Russia rappresenta il 6% dell’offerta mondiale di metano liquido nel 2024 e, se l’Europa non lo comprasse, lo farebbe la Cina a prezzi scontati. Un mercato globale, dove le interdipendenze non si tagliano con un tratto di penna.

I numeri che contano davvero

La crisi di Hormuz, per quanto grave, è avvenuta in un momento in cui la struttura degli investimenti energetici mondiali stava cambiando rapidamente. Secondo il rapporto annuale dell’International Energy Agency (IEA) sull’investimento energetico globale, nel 2025 le tecnologie pulite (rinnovabili, nucleare, reti, stoccaggio ed efficienza) hanno attratto capitali pari a circa il doppio di quelli destinati ai combustibili fossili, con 2.200 miliardi di dollari contro 1.100 miliardi. L’investimento in solare, sia utility-scale che residenziale, è previsto che raggiunga 450 miliardi di dollari nel 2026, rendendolo la singola voce più grande nell’inventario degli investimenti energetici globali.

La finestra che si apre

Ogni crisi del petrolio ha storicamente accelerato qualcosa. Il 1973 spinse il Giappone e l’Europa verso l’efficienza industriale. Il 2022 ha fatto raddoppiare le installazioni di rinnovabili in Europa. Questo episodio non fa eccezione: solare e eolico coprono ormai oltre il 90% della crescita della domanda elettrica globale e la generazione combinata di queste due fonti toccherà i 6.000 TWh nel 2026. La Commissione europea sta elaborando misure strutturali: acquisti coordinati di gas per evitare che i Paesi si facciano concorrenza reciproca, maggiore uso dei fondi di coesione per l’efficienza energetica, e un’accelerazione degli investimenti in solare, eolico e biometano. Sono misure di emergenza che, se mantenute, diventano politica industriale.

Cosa serve per non “sprecare” la crisi

Il rischio è noto: passata l’emergenza, i prezzi calano, l’urgenza svanisce e gli investimenti rallentano. Le riserve strategiche dei paesi consumatori durano 90 giorni, una quantificazione sufficiente per uno shock di breve durata, non per una crisi strutturale. La vera partita non è sopravvivere a Hormuz, è decidere che questa volta i fondi straordinari non tornano nel cassetto. Una decade fa gli investimenti nei combustibili fossili erano superiori del 30% a quelli nell’elettricità. Oggi gli investimenti elettrici superano del 50% il totale speso per portare petrolio, gas e carbone al mercato. La direzione è giusta. La velocità, ancora no.

Iran, al via il blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Trump

Blocco navale nei porti iraniani, parola di Donald Trump. Il presidente americano la scorsa notte ha pubblicato su Truth un post inequivocabile: “Gli USA bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle 10 del mattino”, le 16 italiane.  Le tensioni in Medio Oriente continuano imperterrite ed è entrato in vigore un blocco totale per navi cargo e petroliere, con il presidente americano che su Truth minaccia: “Se una qualsiasi delle navi veloci dovesse anche solo avvicinarsi lontanamente al nostro blocco, sarà eliminata, utilizzando lo stesso metodo di eliminazione che impieghiamo contro gli spacciatori sulle imbarcazioni in mare: rapido e brutale”.

Il monito di Trump su Truth. ©realDonaldTrump

Accordo saltato in Pakistan. Nodi uranio arricchito e pedaggi

La decisione del tycoon segna il collasso dei negoziati di Islamabad di qualche giorno fa, nei quali lo stato islamico ha rifiutato la richiesta di non arricchire ulteriormente l’uranio e di consegnare le quantità possedute finora, circa 400 kg. Agli USA non è andata giù nemmeno la questione pedaggi, ritenuti illegali dall’amministrazione Trump, in cui Teheran ha imposto fino a due milioni di dollari a nave per il transito sicuro tra le mine.

Netanyahu approva, Starmer contrario

Alla decisione della chiusura totale degli scali marittimi si è opposto uno dei grandi alleati degli USA, la Gran Bretagna. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato alla BBC: “Il Regno Unito non sostiene il blocco navale dello Stretto di Hormuz. Siamo stati chiari sul fatto che non ci saremmo lasciati trascinare in questa guerra”. Il premier, alla Camera dei Comuni, ha poi chiesto che venga esteso con urgenza il cessate il fuoco anche in Libano, definendo sbagliati i bombardamenti israeliani. Da Tel Aviv invece pieno appoggio, con il premier israeliano Benjamin Netanyahu che approva il blocco: “L’Iran ha violato le regole, sosteniamo questa posizione ferma e siamo in costante coordinamento con gli Stati Uniti”. Il primo ministro ha pure sottolineato che dal suo punto di vista, per adesso il conflitto in Iran è stato un successo: “Teheran è più debole che mai, Israele è più forte che mai”.

Regge il cessate il fuoco di due settimane, in corso sforzi per un nuovo accordo

Un primo round di negoziati fallito quindi tra Stati Uniti e Iran, con il Pakistan che vuole nuovamente mediare in prima linea tra le due nazioni, come confermato dal ministro pakistano della Difesa Khawaia Asif: “C’è ancora possibilità di negoziare”. Il suo omologo iraniano Seyyed Majid però non è così ottimista: “L’Iran è pronto a qualsiasi scenario e le forze armate sono in massima allerta. Qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva”. La tregua di due settimane però prosegue, come ha fatto sapere il premier pakistano Shehbaz Sharif: “Il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran sta tenendo, stiamo dedicando tutti i nostri sforzi per risolvere”.

Trump vs Leone XIV, a sostegno del Pontefice a sorpresa arriva Pezeshkian. Per il Papa solidarietà anche da Giorgia Meloni

Nella notte c’è stato poi l’attacco di Trump al Papa Leone XIV. In un post su Truth, Trump ha scritto: “Il Papa è debole sulla criminalità e pessimo in politica estera. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Non voglio un Pontefice che ritenga accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare”.  Immediata la risposta del Papa, che ai microfoni di alcuni giornalisti con lui in volo per l’Algeria, ha dichiarato: “Non considero il mio ruolo come politico, non voglio entrare in un dibattito con lui”. Arrivato nel Paese nordafricano si è poi espresso sulle situazioni attuali nel Sahara e nel Medio Oriente: “Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni – conclude il Papa – quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile”.

Paradossalmente, a prendere le difese di Leone XIV, è arrivato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha condannato severamente una foto caricata da Trump su Truth, poi rimossa, ritenendola blasfema: “A nome della grande nazione dell’Iran, dichiaro che la profanazione di Gesù, il profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera. Vi auguro – chiosa il presidente dell’Iran – gloria da parte di Allah”.  

L’immagine caricata da Trump su Truth. ©realDonaldTrump

Anche il premier italiano Giorgia Meloni è intervenuto a difesa del Papa: “Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”.

Pechino minaccia contromisure contro il blocco. Xi Jinping a Pechino incontra il principe di Abu Dhabi Khaled e propone quattro punti per la pace e la stabilità.

La Cina guarda lo stallo con interesse, confermando il suo dissenso nella decisione di Trump. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito il blocco dello stretto “pericoloso e irresponsabile” e ha poi dichiarato: “Gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari e intrapreso un’azione di blocco mirata, che non farà altro che esacerbare le tensioni e minare il già fragile accordo di cessate il fuoco, mettendo ulteriormente a repentaglio la sicurezza del passaggio attraverso lo Stretto”. Dopo ha rivolto delle minacce non troppo velate agli americani: “Se gli Stati Uniti insistono nell’usare questo come pretesto per imporre dazi aggiuntivi alla Cina, la Cina adotterà sicuramente contromisure risolute”.

A Pechino il leader cinese Xi Jinping ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan. I due hanno discusso di un piano strategico proposto dal presidente cinese, una proposta di quattro punti per promuovere la pace in Medio Oriente: rispetto del principio della coesistenza pacifica, rispetto del principio della sovranità nazionale, rispetto del principio dello Stato di diritto internazionale e rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.

Mario Mauro: “Corridoi europei e Balcani: non è più una sfida ingegneristica, ma una necessità geopolitica”

Il completamento delle reti TEN-T e lo sviluppo dei corridoi nei Balcani Occidentali non sono più semplici sfide ingegneristiche, ma pilastri della sicurezza continentale. In questa intervista Mario Mauro, Coordinatore Europeo per il Corridoio-Baltico Mar-Nero Egeo, analizza il nuovo “cambiamento d’epoca” che trasforma i trasporti in uno strumento di stabilità geopolitica e l’Italia in un ponte strategico verso l’Est.

Presidente Mauro in che misura il completamento delle infrastrutture nei Balcani non è più solo una sfida tecnica, ma il collante per l’integrazione definitiva dell’area?

Dobbiamo renderci conto che è cambiata la motivazione profonda della strategia dei corridoi UE. Inizialmente erano nati per aumentare la ricchezza comune, favorendo il mercato unico e la mobilità. Oggi non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca: la motivazione è diventata geopolitica. Connettere in una rete solida i Paesi che un tempo gravitavano nella sfera d’influenza sovietica è diventata una priorità necessaria. Il mio compito, su questo corridoio che va dalla Finlandia a Cipro, è quello del “terzo porcellino”: costruire una casa di mattoni, solida e sicura. Dobbiamo far sì che le infrastrutture, attraverso la metodologia del dual use e della mobilità militare, rendano il fronte Est dell’Unione finalmente protetto.

In questo scenario, come si inseriscono i porti adriatici italiani (Trieste, Ancona, Bari, Brindisi) nella competizione per i mercati balcanici?

La questione ripropone il tema della centralità adriatico-balcanica. Guardando alle tensioni recenti, penso alle dichiarazioni serbe sui missili supersonici, capiamo che l’Europa non può permettersi un upgrade di tensione in quello scacchiere. L’Italia deve riaffermare il suo ruolo storico di ponte. Infrastrutture lungo la dorsale adriatica come Trieste, Ancona e Brindisi possono garantire il rilancio di una responsabilità italiana che si estende fino a Bulgaria, Romania, Grecia e Macedonia. Questo affida all’Italia una sorta di priorità politica nello sviluppo di questi Paesi.

Esiste il rischio che i ritardi europei lascino spazio ad attori come Cina o Russia?

Non è un rischio, è un dato di fatto. Quando porti come il Pireo finiscono in mani cinesi e quello di Salonicco entra in un’orbita ambigua, l’Unione Europea deve interrogarsi non solo sulla velocità delle proprie strategie, ma sul valore degli investimenti in campo. In questo senso, è encomiabile il lavoro della Banca Europea degli Investimenti (BEI), che ha compreso i rischi e sta sostenendo progetti di lungo periodo. Quanto alla Via della Seta, è uno strumento che pone seri problemi politici; bisogna analizzare le controindicazioni derivanti dall’aprire opportunità privilegiate a Pechino, specialmente in una fase in cui il “Dragone” cercherà di riguadagnare terreno approfittando di eventuali incertezze strategiche occidentali.

Lei è stato Ministro della Difesa. Quanto è cruciale oggi la “Military Mobility” nella progettazione dei corridoi ferroviari?

È un tema essenziale che poggia su tre criticità. La prima riguarda il nodo normativo perché la difesa resta una competenza nazionale. Oggi, per spostare un mezzo militare da Lisbona alla Polonia, servono 44 permessi diversi, quindi urge una sorta di “Schengen militare”. Poi c’è lo scartamento ferroviario: paradossalmente gli unici che avrebbero via libera rapida nell’Est sono i russi, perché lo scartamento di quelle aree è il “15-20”, lo standard sovietico, diverso da quello europeo. Infine l’integrazione tecnica: uniformare gli scartamenti, superando anche le peculiarità della penisola iberica, è un salto di qualità necessario sia per il civile che per il militare. Un tempo si tenevano scartamenti diversi per paura delle invasioni mentre oggi dobbiamo integrarli perché condividiamo un destino comune.

In termini di resilienza, quanto sono vulnerabili i collegamenti verso i Balcani rispetto alle minacce ibride e cyber?

Il livello di vulnerabilità è alto. Abbiamo visto nel 2007 come la guerra ibrida russa abbia paralizzato la Lettonia. Oggi l’Italia subisce circa 4 milioni di attacchi cyber quotidiani che colpiscono ospedali, carceri e persino il patrimonio culturale, come accaduto agli Uffizi di Firenze. Poiché i Balcani sono un’area turbolenta, le infrastrutture digitali devono essere prioritarie e protette: la sicurezza delle reti deve correre di pari passo con quella dei binari.

Come si collegano le direttrici balcaniche con il “Mediterraneo allargato” e il Piano Mattei?

L’autonomia strategica è il nostro leitmotiv. Non possiamo più dipendere dagli USA per la sicurezza, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per il commercio. Questo ci impone una leadership nel Sud del Mediterraneo e in Africa. L’Italia è il punto di aggancio: raccogliamo a valle i benefici dei corridoi che scendono da Nord. Non a caso, il corridoio che seguo arriva fino a Cipro e vede snodi cruciali tra Bulgaria e Grecia. L’Italia è il lievito di questa prospettiva futura.

Una riflessione finale: le infrastrutture creano pace o è la pace che permette le infrastrutture?

Le infrastrutture sono, per definizione, “costruzione di ponti”. Dove ci sono connessioni, c’è comunicazione tra popoli e classi dirigenti. Dove mancano, regnano dubbio e diffidenza. L’abbiamo visto con l’invasione dell’Ucraina: la prima cosa a cadere è stata la disponibilità del treno tra San Pietroburgo e Helsinki. Le infrastrutture sono un moltiplicatore di pace, ma devono essere concepite con una valenza dual use: devono garantire la relazione, ma anche la sicurezza dei cittadini, offrendo vie di fuga credibili e approvvigionamenti sicuri in momenti di crisi. Questa è la vera sfida nel progettare i porti, gli aeroporti e gli hub energetici di domani.

Finisce l’era Orban: Magyar trionfa in Ungheria

La sera del 12 aprile 2026 ha consegnato alla storia una sconfitta che pochi avrebbero immaginato possibile appena due anni fa. Oltre 8,1 milioni di cittadini ungheresi sono stati chiamati al voto per quelle che si sono rivelate elezioni storiche, che hanno segnato la fine dell’era di Viktor Orban dopo 16 anni. I seggi hanno chiuso alle 19, e già dalle prime proiezioni il quadro era inequivocabile: sulla base del 72,44% dei voti scrutinati, Tisza ottiene 138 seggi in Parlamento, cinque in più dei 133 necessari per la maggioranza dei due terzi. Il partito Fidesz di Orban si ferma a 54, su un totale di 199. Un risultato che va ben oltre la vittoria: è un’inversione totale dei rapporti di forza, con il partito del premier uscente ridotto a meno di un terzo dell’Assemblea nazionale.

L’affluenza che ha cambiato tutto

Il segnale più forte è arrivato a urne ancora aperte Alle 17 aveva votato il 74,2% degli aventi diritto, superando già l’affluenza complessiva del 2022, ferma al 69,5% a fine giornata. Il dato va oltre anche il precedente storico del 1990, quando alle prime elezioni libere e multipartitiche dopo la caduta del Muro di Berlino il 65,1% degli ungheresi si recò alle urne. Un’affluenza finale del 77,8% che non ha precedenti nella storia democratica del Paese e che ha di fatto travolto un sistema elettorale costruito negli anni da Orban per favorire il partito di maggioranza relativa attraverso collegi uninominali disegnati su misura.

Orban ammette: risultato chiaro e doloroso

Orban ha telefonato a Magyar per congratularsi della vittoria, poi ha parlato ai suoi sostenitori definendo il risultato delle elezioni chiaro e doloroso, aggiungendo che continuerà a servire il Paese dall’opposizione. Poche ore prima, al momento del voto mattutino, Orban aveva detto ai giornalisti che non sarebbe stata la sua ultima elezione. La realtà della notte ha consegnato una risposta diversa. Magyar, rivolgendosi alla folla in festa a Budapest, ha detto: abbiamo liberato l’Ungheria. Nelle strade della capitale ungherese cori e abbracci hanno accompagnato l’annuncio.

Chi è Magyar e da dove viene

Peter Magyar non è un outsider della politica ungherese. È un ex uomo di sistema, cresciuto nell’orbita di Fidesz, ex marito di una ministra del governo Orban. Ha rotto con il partito di governo nel 2024, accusando pubblicamente il sistema di corruzione e illiberalismo che lo aveva formato. In poco più di un anno ha costruito Tisza, attorno a una piattaforma pro-europea, anticorruzione e in discontinuità netta con le politiche dell’era orbaniana. La sua storia personale, le sue accuse dirette al potere e la sua capacità di mobilitare un elettorato deluso, inclusi molti ex sostenitori di Fidesz, hanno prodotto un risultato che i sondaggi anticipavano come possibile ma non come schiacciante.

L’Europa torna a respirare

Le reazioni internazionali sono arrivate immediate. Von der Leyen ha scritto su X: stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria. Macron ha telefonato direttamente a Magyar per congratularsi, definendo la vittoria un segnale dell’attaccamento del popolo ungherese ai valori dell’Unione europea. Il cancelliere tedesco Merz ha augurato una cooperazione per un’Europa forte, sicura e unita. Zelensky ha definito la vittoria di Magyar schiacciante, esprimendo la disponibilità dell’Ucraina a riprendere relazioni di buon vicinato con Budapest. Non è un dettaglio: Orban aveva bloccato per mesi il prestito europeo di 90 miliardi di euro destinato a Kiev, e a Bruxelles si aspetta che uno dei primi atti del nuovo governo sia rimuovere quel veto.

Lo scenario geopolitico: cosa cambia in Europa

La sconfitta di Orban non è solo un fatto ungherese. È un dato che modifica l’equilibrio politico dell’Unione europea in modo rilevante, proprio nel momento in cui il continente affronta la guerra in Medio Oriente, la crisi energetica e le tensioni con Washington sulla NATO. Orban era da anni il principale vettore di influenza russa all’interno dell’UE: il suo veto ripetuto sulle sanzioni a Mosca, i suoi legami con Putin, la sua opposizione agli aiuti all’Ucraina avevano reso Budapest un ostacolo strutturale alla coesione europea. Con Magyar al governo, l’UE si aspetta che l’Ungheria si allinei alla posizione comune europea, sbloccando non solo il prestito all’Ucraina ma anche le procedure di infrazione per violazione dello stato di diritto che avevano congelato fondi europei destinati al Paese.

Sul piano più largo, la vittoria ungherese si inserisce in una sequenza di risultati elettorali che negli ultimi mesi hanno punito i partiti nazional-populisti vicini all’orbita Trump in Europa: una tendenza che ha riguardato anche il Canada e che indica una possibile inversione della marea che aveva portato queste forze al successo tra il 2016 e il 2022. La maggioranza dei due terzi conquistata da Tisza è però anche un elemento che richiede attenzione: consente a Magyar di modificare la Costituzione, il che è uno strumento potente per smontare l’architettura istituzionale costruita da Orban in sedici anni, ma che pone anche interrogativi sul come verrà usato. L’Ungheria post-orbaniana dovrà dimostrare nei fatti che il cambiamento invocato è quello di uno stato di diritto più solido, non semplicemente di un potere che cambia mani.

Islamabad, il primo round tra Usa e Iran si chiude senza accordo

Il vicepresidente americano JD Vance, a capo della delegazione Usa, ha detto ai giornalisti che le due parti non hanno raggiunto un accordo, nel primo incontro dei negoziati a Islamabad. L’annuncio è arrivato nel pieno della notte italiana, prima che Vance salisse sull’Air Force Two per rientrare negli Stati Uniti. In una breve conferenza stampa, il vicepresidente ha detto di aver presentato all’Iran la propria offerta finale e migliore possibile, aggiungendo di non essere riusciti a raggiungere una situazione in cui gli iraniani fossero disposti ad accettare le condizioni americane.

Le delegazioni e il formato dei colloqui

A rappresentare gli Stati Uniti erano il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente Jared Kushner, il vice consigliere per la sicurezza nazionale Andrew Baker e il consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Vance, Michael Vance. Per l’Iran erano presenti il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva guidato la delegazione di Teheran. Le trattative si sono svolte alla Serena Hotel, con sessioni protratte fino alle prime ore del mattino, in un’alternanza di momenti distesi e fasi di forte tensione tra le due parti.

I nodi irrisolvibili: nucleare, Hormuz, sanzioni

I principali scogli che hanno impedito un accordo sono stati lo Stretto di Hormuz, il programma nucleare, le sanzioni, gli asset congelati, le riparazioni di guerra e il fronte del Libano. Sul nucleare, Vance ha precisato che la domanda semplice è se esiste un impegno fondamentale da parte degli iraniani a non sviluppare un’arma nucleare, non solo adesso e non solo tra due anni, ma a lungo termine. Su Hormuz, la distanza è rimasta abissale: l’Iran ha chiesto il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto e il diritto a proseguire l’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici, oltre alla revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, il rilascio degli asset iraniani congelati e la fine degli attacchi israeliani in Libano. Washington, dal canto suo, ha insistito sulla libertà di navigazione. Funzionari iraniani hanno inoltre chiesto che le petroliere paghino un pedaggio fino a due milioni di dollari a passaggio, il che potrebbe generare fino a 100 miliardi di dollari l’anno per i Pasdaran.

Le versioni opposte del fallimento

Washington e Teheran raccontano il naufragio dei colloqui in modo diametralmente opposto. Vance ha dichiarato che l’Iran non ha accettato le condizioni americane, dopo oltre 20 ore di discussioni. La tv di Stato iraniana ha ribaltato la narrazione: le richieste eccessive dell’America hanno impedito qualunque accordo. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baqaei ha poi cercato di ammorbidire i toni: era evidente fin dall’inizio che non si doveva aspettarsi di raggiungere un accordo in una sola sessione, e nessuno se lo aspettava. Una retromarcia rispetto alle aspettative create dalla tregua dell’8 aprile, ma utile per non far apparire Islamabad come un fallimento totale.

La tregua regge, ma a stento

Il cessate il fuoco annunciato l’8 aprile era già entrato in crisi prima ancora che i negoziati cominciassero. La fragile tregua era stata messa alla prova quando l’Iran aveva rifiutato di riaprire lo Stretto di Hormuz, adducendo come giustificazione i violenti raid israeliani su Beirut che avevano ucciso oltre 300 persone. Al 9 aprile non c’era nessun segnale che l’accordo per la riapertura dello Stretto fosse in corso di attuazione, con le navi nuovamente impossibilitate a transitare. Il Pakistan, che ha ospitato e mediato i colloqui, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare comunque il cessate il fuoco nonostante il fallimento delle trattative. I Pasdaran hanno risposto che Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà un accordo ragionevole.

Mentre i negoziati erano ancora in corso, navi da guerra americane hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in un’operazione rischiosa per tentare di riaprire la via d’acqua. Secondo un comunicato del Comando Centrale americano, i cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno condotto operazioni per gettare le basi della bonifica dei mine posate dalla Marina iraniana. Trump ha dichiarato che tutte le 28 imbarcazioni iraniane addette alla posa di mine si trovano ormai sul fondo del mare. L’Iran ha smentito, e l’operazione ha contribuito a irrigidire ulteriormente la posizione di Teheran al tavolo.

Cosa succede adesso

L’Iran non ha fretta di avviare un nuovo round di negoziati, e Teheran non ha in programma di fissare nuove date per i colloqui. La palla, secondo Teheran, è nel campo americano. Il Pakistan continua a tenersi disponibile come mediatore e chiede a entrambe le parti di preservare il cessate il fuoco. Trump, in modo apparentemente contraddittorio, ha dichiarato che gli Stati Uniti vincono in ogni caso. Indipendentemente dall’esito, ha detto, gli Usa hanno già sconfitto totalmente il Paese. E quindi si vedrà. Una retorica che lascia aperte tutte le opzioni, compresa la ripresa dei raid, mentre la tregua regge formalmente, ma lo Stretto rimane di fatto sotto controllo iraniano.

Ungheria al voto: il test elettorale che agita gli equilibri dell’Europa

L’Ungheria si appresta a vivere la tornata elettorale più incerta degli ultimi sedici anni con i cittadini chiamati alle urne per decidere se confermare il mandato di Viktor Orbán o premiare la coalizione d’opposizione guidata da Péter Magyar, ex fedelissimo del premier oggi in netto vantaggio nei sondaggi con il 41% contro il 35% di Fidesz.

Un leader tra due mondi

Negli ultimi anni, la politica estera di Budapest ha destato crescenti preoccupazioni a Bruxelles. Sebbene membro dell’Unione Europea e della NATO, l’Ungheria di Orbán è stata spesso descritta come una “quinta colonna” russa o un “utile idiota” al servizio di potenze extra-UE. Orbán ha mantenuto legami stretti con il Cremlino, ottenendo deroghe sulle sanzioni per l’acquisto di gas e petrolio russo, mentre il suo Ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, è stato accusato di aver riferito informazioni riservate del Consiglio UE a Mosca. Parallelamente, il legame con l’asse Trump-Vance negli Stati Uniti e le aperture verso la Cina hanno consolidato l’immagine di un’Ungheria che utilizza il proprio diritto di veto in Europa come strumento di pressione geopolitica. Questo atteggiamento ha portato al congelamento di circa 20 miliardi di euro di fondi europei a causa delle violazioni dello Stato di diritto.

L’incognita Péter Magyar

L’ascesa di Péter Magyar ha rotto il mito dell’invincibilità di Orbán. Magyar, cresciuto nel sistema di potere di Fidesz, propone un ritorno alla via europea, promettendo di chiudere la stagione di ostilità con l’Ucraina e di ripristinare la piena collaborazione con l’UE. In caso di vittoria dell’opposizione, lo scenario cambierebbe radicalmente:

  • Sblocco dei fondi UE: Un governo guidato da Magyar si è impegnato a ripristinare l’indipendenza giudiziaria, condizione necessaria per riottenere i finanziamenti oggi congelati.
  • Politica Estera: Verrebbe meno l’ostruzionismo sistematico verso gli aiuti militari a Kiev e l’integrazione europea dell’Ucraina, isolando ulteriormente le posizioni filorusse nel continente.
  • Equilibri Sovranisti: Una sconfitta di Orbán priverebbe la destra sovranista globale del suo principale “laboratorio politico” in Europa, indebolendo l’asse che unisce Budapest a figure come Donald Trump e Matteo Salvini.

Mentre il vicepresidente USA JD Vance è volato a Budapest per sostenere Orbán, definendolo il partner “più utile” per comprendere le dinamiche del conflitto ucraino, il voto di oggi resta un test cruciale non solo per l’Ungheria, ma per la tenuta stessa del progetto di integrazione europea.

Hormuz, uno shock globale che ha rivelato la fragilità energetica europea

L’arresto dei carichi di gas e petrolio provenienti dal Golfo sta avendo impatti drammatici su molti paesi asiatici, che assorbono la grandissima maggioranza delle commodities che attraversano Hormuz. In diversi paesi, quali India, Filippine, Thailandia o Vietnam, le conseguenze sono già visibili e, in molti casi, drammatiche, con razionamenti, chiusure industriali, aumento vertiginoso dei costi e misure straordinarie di contenimento dei consumi. Interi settori produttivi, dalla ceramica indiana all’agricoltura del Sud-Est asiatico , sono stati costretti a fermarsi. Una crisi energetica “reale”, che colpisce direttamente la disponibilità fisica di combustibili.

L’Europa e la vulnerabilità silenziosa

L’Europa, che è meno dipendente dal Golfo, affronta una crisi più sottile ma non meno insidiosa. Le importazioni di gas dal Qatar coprono appena il 4% della domanda di gas europea mentre gran parte dell’export di petrolio dal Golfo è destinato all’Asia. Quindi, a differenza della crisi del 2022 innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, non esiste un rischio immediato di interruzione delle forniture. Ciononostante, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili si traduce in una significativa vulnerabilità economica. Una riduzione dell’offerta globale comporta infatti effetti sistemici sul mercato internazionale del GNL e del petrolio, generando una competizione più aggressiva tra acquirenti. In questo contesto, l’Europa si trova a dover pagare prezzi più elevati per assicurarsi forniture alternative. È qui che emerge la nostra fragilità strutturale: non controllando né i flussi né i prezzi, dipendiamo da un mercato globale altamente interconnesso e da decisioni geopolitiche completamente esogene. Secondo uno studio di Bruegel, se i prezzi del gas dovessero raddoppiare, la bolletta energetica europea aumenterebbe di circa 100 miliardi di euro in un anno. A ciò si aggiunge la dinamica del petrolio il cui mercato, ancora più globale, trasmette immediatamente ogni shock ai consumatori, siano essi famiglie o imprese. L’aumento dei prezzi energetici comporta pressione inflazionistica, riduzione del potere d’acquisto, rallentamento della crescita fino al rischio di recessione: l’energia è il primo canale attraverso cui la geopolitica si trasmette all’economia reale. In questo contesto, in uno scenario caratterizzato da navi ferme, carichi deviati, mercati in attesa degli sviluppi diplomatici, l’Europa resta spettatrice, senza strumenti di intervento se non politiche di mitigazione.

La diversificazione non basta

Negli ultimi anni, dopo lo shock russo, l’UE ha compiuto uno sforzo significativo di diversificazione, aumentando le importazioni di GNL, in particolare dagli Stati Uniti, che oggi rappresentano circa due terzi del totale. E, ragionevolmente, la Commissione sembra orientata ad allentare alcuni dei vincoli che gravano oggi sugli importatori in modo da allargare per quanto possibile la platea di fornitori globali. Tuttavia, questa stessa strategia espone il continente alla competizione globale per le forniture. In caso di crisi prolungata, una quota crescente di GNL americano potrebbe essere deviata verso l’Asia, disposta a pagare prezzi più alti pur di garantire la sicurezza energetica. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: le limitate possibilità di diversificazione. Le nuove capacità di esportazione globale sono insufficienti nel breve periodo, mentre le alternative via tubo sono problematiche: l’idea di un ritorno al gas russo, oltre a essere politicamente controversa, riprodurrebbe le stesse vulnerabilità che l’Europa ha cercato di superare.

Non ci sono soluzioni immediate

Le leve esistono, ma sono interne e di medio-lungo periodo: riduzione della domanda di gas, accelerazione delle rinnovabili, elettrificazione dei consumi, maggiore integrazione fisica dei mercati, misure coordinate di efficienza e utilizzo delle risorse a livello europeo. E, su tempi ancora più lunghi, un rilancio a livello continentale del nucleare, fonte il cui contributo al mix elettrico si è più che dimezzato a partire dagli anni ’90. Paesi come la Spagna, che sono riusciti a ridurre la dipendenza dal gas nella generazione elettrica grazie alla crescita di eolico e solare, vedono prezzi più bassi e meno permeabili agli shock globali. Economie come quella italiana, che usano il gas come fonte principale per la produzione di elettricità, subiscono il contagio della volatilità nel prezzo del gas anche sulle bollette elettriche. La crisi attuale ci ricorda una realtà già nota: diversificare le fonti è necessario ma non basta a garantire la sicurezza energetica se non si riduce strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili. Altrimenti, ogni nuova crisi imporrà all’Europa di pagare il prezzo di decisioni prese altrove.

Islamabad blindata, Vance avverte l’Iran: “Non prendeteci in giro”

Il presidente Trump ha motivato la decisione di sospendere i bombardamenti sull’Iran sostenendo di essere arrivato a “un punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine” che potrà essere “finalizzato nelle prossime due settimane”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha confermato che il cessate il fuoco “rispetta i principi generali dell’Iran”, con un effetto immediato sui mercati: borse in rialzo e petrolio in caduta. Tuttavia, la durata limitata dell’accordo e le condizioni ancora poco chiare rendono il processo altamente fragile.

Islamabad si blinda: 10.000 agenti in campo

La posta in gioco si misura anche dal livello di sicurezza dispiegato nella capitale pakistana. Le autorità di Islamabad hanno schierato oltre 10.000 agenti delle forze dell’ordine e imposto severe restrizioni alla circolazione in tutta la città. Il piano prevede circa 6.000 agenti della polizia locale, 3.000 della polizia del Punjab e centinaia di agenti di frontiera, oltre a truppe dell’esercito. Le autorità hanno sigillato tutte le vie di accesso alla “zona rossa”, con percorsi speciali per le delegazioni in arrivo dall’aeroporto secondo un protocollo di protezione di massimo livello.

Sul fronte delle delegazioni, però, emergono già le prime contraddizioni. Il Wall Street Journal ha riferito che una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Ghalibaf sarebbe arrivata giovedì sera a Islamabad. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim ha tuttavia definito la notizia “completamente falsa”, una smentita ripresa anche da altri media statali di Teheran.

Vance parte ma avverte l’Iran

Prima ancora di salire sull’aereo per il Pakistan, il vicepresidente americano JD Vance ha alzato il tono in modo netto. Partendo per Islamabad, ha avvertito Teheran di non “prendere in giro” gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati: “Se vogliono giocare, sappiano che noi non ci staremo”. Un segnale che Washington intende presentarsi ai colloqui con la stessa fermezza mostrata nelle settimane di escalation. Nelle ore successive, tuttavia, Vance ha anche dichiarato di attendersi un esito positivo dai colloqui, lasciando aperto uno spiraglio.

Il piano mediato dal Pakistan prevede una trattativa per un accordo complessivo, che includa il dossier Hormuz e le scorte di uranio, con l’Iran e un gruppo di mediatori regionali, tra cui egiziani e turchi. L’Unione Europea ha espresso apprezzamento per il ruolo di Islamabad, con l’alta rappresentante Kaja Kallas che a nome dei 27 ha ringraziato “il Pakistan e gli altri partner regionali per la loro mediazione”.

Le tensioni che minacciano l’accordo

Sul fronte iraniano la frattura sui termini è già emersa con chiarezza. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Ghalibaf, ha denunciato che tre dei dieci punti della proposta iraniana sarebbero stati “apertamente e chiaramente violati”, avvertendo che “in questa situazione una tregua bilaterale e i colloqui sono irragionevoli”. Nel frattempo Teheran ha rivendicato che il proprio piano in dieci punti sarebbe stato concordato come base dei negoziati, una versione che Washington non ha confermato.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, la situazione è altrettanto bloccata. Lo stretto è rimasto sostanzialmente chiuso e Teheran avrebbe autorizzato il passaggio di sole 15 navi al giorno, previo benestare dei pasdaran e dietro pagamento in bitcoin di un dollaro per ogni barile trasportato.

Il Libano, il nodo che rischia di far saltare tutto

Il punto di maggiore frizione resta il fronte libanese. Nonostante l’accordo tra Washington e Teheran, Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi aerei su Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, causando almeno 254 morti e oltre 1.165 feriti in poche ore. Il capo dell’Idf ha dichiarato esplicitamente che Israele si trova “in stato di guerra in Libano, non in cessate il fuoco.”

Trump ha chiesto a Netanyahu di ridurre l’intensità dei raid per contribuire a mantenere la tregua con l’Iran e garantire il successo dei negoziati. Netanyahu ha poi annunciato di aver “incaricato il governo di avviare negoziati diretti con il Libano il prima possibile”, specificando che si concentreranno “sul disarmo di Hezbollah e sulla creazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano.” Ma non si è impegnato a cessare il fuoco contro Hezbollah.