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Argomento: Geopolitica

Tregua saltata, riprende la guerra in Medio Oriente

In Medio Oriente non sembra esserci pace. Nell’ultima notte tra USA e Iran, dopo i bombardamenti americani del 7 luglio, è stata guerra vera e, ovviamente, a rimetterci è stato in primis lo Stretto di Hormuz, arteria commerciale vitale. Fino a pochi giorni fa, i riflettori internazionali erano puntati sui progressi dei colloqui a Doha, in Qatar. Il memorandum d’intesa firmato lo scorso 17 giugno sembrava reggere e offriva la speranza di una tregua duratura. Ma la crisi è riesplosa in seguito ai ripetuti attacchi iraniani contro le navi commerciali nello Stretto, ai quali Washington ha risposto con una violenza senza precedenti.

Gli attacchi del Centcom

Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha completato una massiccia ondata di bombardamenti nel sud dell’Iran, colpendo città strategiche affacciate sul Golfo come Bushehr, Chabahar, Bandar Abbas e Sirik. Secondo fonti di intelligence rilanciate da Axios, questi ultimi raid sono stati per portata e potenza ben 4 o 5 volte superiori a quelli sferrati alla fine di giugno. Il bilancio provvisorio fornito dal ministero della Salute di Teheran parla di almeno 14 morti e 78 feriti distribuiti in cinque province iraniane. Dal Pentagono arrivano conferme sull’obiettivo primario: azzerare le capacità dei Pasdaran di minacciare i marinai civili e la libertà di navigazione.

Controffensiva dei Pasdaran, droni e missili contro le basi USA

La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Dopo aver accusato gli Stati Uniti di aver ripetutamente violato gli accordi, la Repubblica Islamica ha fatto scattare la rappresaglia, con i Guardiani della Rivoluzione che hanno lanciato una pioggia di droni e missili contro le basi militari statunitensi dislocate nella regione del Golfo. Esplosioni e intercettazioni sono state registrate in Kuwait, Qatar e Bahrein. Sebbene le autorità del Bahrein abbiano riferito di aver respinto gran parte degli attacchi aerei, il livello di allerta nei paesi alleati di Washington è ai massimi storici.

I funerali dell’Ayatollah

Sul piano interno iraniano, la tensione è esasperata anche dal clima patriottico e dai fermenti politici legati ai funerali pubblici del defunto leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei. Mentre la fazione ultraconservatrice di Teheran incita al conflitto aperto arrivando a chiedere l’assassinio dei leader nemici, il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è quasi completamente paralizzato e ha scatenato un’immediata impennata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali.

Le mosse di Trump

Dal palcoscenico internazionale del vertice NATO di Ankara, il presidente americano Donald Trump ha risposto in maniera glaciale a una domanda sulla tregua in Medio Oriente: “Per me il cessate il fuoco è finito”. Ha poi rivendicato i raid e ha avvertito che a ogni attacco contro le navi occidentali gli USA risponderanno “dieci volte più duramente”. Trump ha definito le operazioni militari “un enorme successo” e ribadito che l’Iran non otterrà mai l’arma nucleare e paventando persino opzioni estreme come il blocco navale totale di Hormuz o il controllo dell’isola di Kharg. Sul piano diplomatico, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che Teheran ha cercato un contatto telefonico con Washington per negoziare un accordo, specificando di non ritenere probabile un ritorno alla guerra aperta e prevedendo una rapida risoluzione della crisi. Nel frattempo, sul fronte della sicurezza internazionale, la Marina militare italiana sta pianificando il potenziale invio preventivo di quattro unità navali nello Stretto di Hormuz per effettuare operazioni di sminamento e garantire la protezione diretta delle rotte commerciali.

La NATO 3.0 comincia ad Ankara

Il 7 e l’8 luglio nella capitale turca di Ankara avrà luogo il 36° vertice della NATO. Un incontro che si preannuncia cruciale per la definizione degli asset occidentali e per la distribuzione delle risorse da destinare all’interno dell’Alleanza, soprattutto in Ucraina, che freme. A fare gli onori di casa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che, insieme al segretario generale della NATO Mark Rutte, avrà il compito di far stemperare la tensione visto il quadro geopolitico complesso in cui si ritrovano i 32 stati membri, complici soprattutto le ultime parole al vetriolo del presidente americano Donald Trump nei confronti di alcuni Paesi (Italia e Spagna in primis). Sarà dunque una kermesse diversa dalle altre, con l’obiettivo di ricostruire i rapporti transatlantici e di passare a quella che alcuni analisti statunitensi chiamano “NATO 3.0”.

Nuovo attacco di Trump a Giorgia Meloni

Il tema cardine del summit ruota attorno al parziale disimpegno militare degli USA, voluto dal tycoon. Apparentemente distratto dai Mondiali di calcio che sta ospitando, Trump ha fatto il Trump. Nel suo social network Truth ha nuovamente attaccato Giorgia Meloni con le parole: “Serve un ordine restrittivo”. Palazzo Chigi ha scelto di non commentare, però i due leader si ritroveranno faccia a faccia nella due giorni turca. Il premier rivendicherà di aver raggiunto il 2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza complessiva e pianificato incrementi programmati fino al 2028 per un valore di quasi 18 miliardi di euro. C’è un però: lo spazio di manovra economico per ulteriori balzi in avanti è veramente risicato. Il governo confida nell’attuazione del SAFE, il fondo di prestito europeo per la difesa, e sulla possibilità di detrarre gli investimenti strategici dai vincoli di bilancio europei.

Parola d’ordine: ridimensionamento

Ma torniamo agli Stati Uniti. Washington spinge con forza per un ridimensionamento della sua presenza in Europa, scottata dai rifiuti italiani e spagnoli di usufruire delle loro basi per partire alla volta del Medio Oriente. E anzi, Trump aveva pure minacciato l’uscita degli USA. Secondo alcune indiscrezioni, questi tagli riguarderanno assetti di guerra di primo livello: i caccia F-15 schierati nel Vecchio Continente potrebbero rientrare, con una discesa da 150 a 99 unità ei droni da ricognizione strategica potrebbero essere dimezzati, da 24 a 12. Pure sul fronte marittimo si pronostica uno parziale abbandono tra il Mar Mediterraneo e il Mare del Nord, con i cacciatorpedinieri americani dedicati alla difesa balistica antiaerea pronti a passare da 17 a 9 unità.  

Immagine generata dall’intelligenza artificiale

Il 5% come obiettivo

In questo scenario, la Casa Bianca spinge i partner europei ad aumentare i bilanci della difesa. L’obiettivo a lungo termine approvato dalla NATO prevede il raggiungimento di una spesa complessiva pari al 5% del PIL entro il 2035. La quota verrebbe suddivisa così: 3,5% destinato ad armamenti e personale; 1,5% destinato alla sicurezza “multidominio”, comparto che include la protezione delle infrastrutture critiche, lo scudo cibernetico e l’intelligence tecnologica. Un traguardo importante che ha provocato delle spaccature tra le capitali europee, divise tra chi invoca quest’autonomia strategica (soprattutto Francia, Polonia, Grecia e Repubbliche baltiche) e chi teme una forte ricaduta sui bilanci interni (Italia, Spagna e Belgio).

Turchia: il crocevia tra Occidente e Oriente

Oltre a questo, la scelta di Ankara come sede del summit non è affatto casuale. Erdogan vuole valorizzare il ruolo geografico strategico della Turchia come chiave di volta tra Oriente e Occidente, nonché custode degli stretti e mediatore nei conflitti regionali. Ankara sfrutterà il tavolo bilaterale con Trump per cercare di ridefinire la cooperazione industriale militare e la gestione delle rotte energetiche, con l’Europa posta difronte alla necessità di negoziare la propria sicurezza collettiva in un asse sempre più transatlantico e transcontinentale.

La fusione tra Leonardo e Rheinmetall: NMBT

A fare da contraltare alle tensioni politiche del vertice c’è la partita dell’autonomia industriale europea, che vede come protagonista la neonata joint venture paritetica LRMV (Leonardo Rheinmetall Military Vehicles), nata dalla fusione di Leonardo SpA e di Rheinmetall, colossi rispettivamente italiano e tedesco della difesa. Alla vigilia del summit di Ankara, l’asse Roma-Düsseldorf ha svelato il prototipo del carro armato pesante NMBT, un progetto che punta sia ai requisiti nazionali sia all’esportazione verso gli alleati. Il dossier si presenta come la risposta concreta all’appello di Trump per la NATO 3.0 a trazione europea. Ci sono dei dubbi però riguardo la sostenibilità finanziaria dell’operazione e le tempistiche: sul programma dei blindati per la fanteria (AICS), i fondi stanziati coprono solo la metà dei 16 miliardi necessari (8,3). In più i rincari e le complessità ingegneristiche hanno già fatto slittare le prime consegne dei tank dal 2027 al 2030, con il conseguente rallentamento per l’ammodernamento dell’Esercito.

Ad Ankara, quindi, l’Europa si gioca dunque la sua reale sopravvivenza e autonomia strategica. Il vertice misurerà la compattezza dell’Occidente di fronte a una situazione geopolitica incerta.

Il carburante mette al tappeto Mosca, che rilancia con la flotta ombra

A Kiev le chiamano “sanzioni con i droni”, a Mosca si leccano le ferite. La guerra tra Russia e Ucraina, a quattro anni e mezzo dall’inizio, continua imperterrita e il Paese del presidente Volodymyr Zelensky dopo aver subito il contraccolpo per i primi anni, ha deciso di rispondere con controffensive mirate. Complice l’incremento delle spese militari, l’Ucraina si è specializzata nella creazione di droni e di apparecchi relativamente piccoli, ma che causano danni enormi. Da qualche mese ha deciso di colpire il territorio russo in punti nevralgici: le raffinerie. Tutto questo ha comportato gravi ritardi nell’estrazione del Cremlino, che ricordiamo essere il secondo esportatore mondiale di petrolio greggio e il terzo di prodotti petroliferi raffinati. Il risultato è chiaro: carenza di carburante raffinato e sicurezza energetica interna violata. Una doccia fredda per Vladimir Putin.

Code lunghissime alle stazioni di servizio

Le offensive condotte di recente, culminate con il massiccio raid contro la strategica raffineria di Mosca, hanno permesso di penetrare anche le zone che teoricamente erano più protette dai sistemi di difesa aerea. L’ex dirigente di Gazprom Neft, Sergey Valulenko, intervistato dal Wall Street Journal, ha detto che le incursioni di Kiev hanno compromesso più di un quarto della capacità complessiva di raffinazione della Federazione russa, il 28%. Numeri importantissimi, che fotografano i danni alla produzione di benzina soprattutto e, in maniera minore, anche di gasolio. I risultati ricadono direttamente sulla popolazione, con lunghe code registrate alle stazioni di servizio, compresa la Crimea occupata e Mosca stessa.

L’ammissione dello Zar

Putin è intervenuto pubblicamente e ha ammesso una contrazione delle riserve nazionali di carburante, pari a circa il 4% rispetto al 2025. Un’ammissione che nessuno si aspettava dal numero uno del Cremlino, che ha sempre mantenuto uno stile prettamente sovietico con la paura più grande che qualcuno potesse sbeffeggiare la Russia. La gravità della situazione è stata confermata dalle dichiarazioni del portavoce Dmitry Peskov, che ha riconosciuto l’esistenza di trattative riservate con vari Paesi esteri per avviare l’importazione di prodotti petroliferi. Un paradosso geopolitico per uno dei più grandi colossi energetici globali, che ora è costretto a drenare il suo bilancio statale e ad acquistare carburante dall’estero.

Export bloccato

Il governo russo ha deciso di varare delle misure d’emergenza drastiche, nel tentativo di garantire l’approvvigionamento interno in vista delle elezioni di settembre. L’export di carburante che tanto ha reso economicamente in questi anni al momento è stato sospeso. In parallelo, si è deciso di puntare sulla quantità rispetto alla qualità. È al vaglio l’autorizzazione alla produzione di carburanti di fattura inferiore, come la benzina Euro-2, bandita dal 2013 poiché rischiosa per i motori moderni e idonea soltanto per i mezzi più obsoleti. Nelle aree periferiche e più esposte, come la Crimea, il razionamento informale ha già dato vita a un mercato parallelo con prezzi speculativi e gonfiati.

La flotta ombra

Se però da un lato la Russia sta facendo un’enorme fatica a raffinare i propri prodotti per il mercato domestico, dall’altro ha dovuto ricalibrare le modalità di esportazione del proprio greggio per aggirare l’embargo e il tetto al prezzo di sessanta dollari al barile imposto dal G7 alla fine del 2022. Da qui nasce la cosiddetta flotta ombra, un’armata navale che conta tra le 600 e le 1000 unità complessive.

La flotta ombra è costata al Cremlino 10 miliardi e si basa sul riciclo di navi prossime alla rottamazione che battono bandiere di comodo come quelle di Panama, Liberia, Camerun, Malta o Isole Cook. Secondo l’inchiesta giornalistica dell’OCCRP, Organized Crime and Corruption Reporting Project, la maggior parte di queste imbarcazioni erano di proprietà di armatori occidentali, soprattutto greci, che avrebbero incassato più di 6 miliardi di dollari con la vendita di navi decadenti a società collegate a Mosca da qualche prestanome.

Come operano

Una volta che sono entrate nel circuito fantasma russo, cambiano nome, vengono registrate in paradisi normativi e operano infrangendo le leggi internazionali di navigazione. La prima cosa che fanno spegnere il trasponder AIS, poi falsificano i dati di navigazione e trasferiscono il carico da una nave all’altra in acque internazionali, mescolando il greggio russo, specialmente quello proveniente dalla Siberia, con altre tipologie per nasconderne l’origine. Un network che ha permesso a Mosca di mantenere i legami commerciali soprattutto in Asia e Medio Oriente, in primis con India, Turchia e Cina, e che ha generato profitti per oltre 8 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

Il cambio di strategia

Adesso per stanarle si è deciso di cambiare strategia: dall’attendismo al blitz diretto, come accaduto di recente con la petroliera Deliver. L’imbarcazione, che batteva la bandiera camerunense e intercettata a largo delle coste siciliane, è stata bloccata e abbordata dalla Marina militare francese. L’operazione è stata annunciata dal presidente transalpino Emmanuel Macron, che ha spiegato che i militari sono intervenuti in acque internazionali e hanno applicato l’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che permette l’ispezione a bordo di navi sospettate di non avere una nazionalità reale e valida.

Il bombardamento più pesante a Kiev dall’inizio della guerra

30 morti, decine di feriti gravi e quartieri di Kiev distrutti. Dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il raid russo che ha attaccato la capitale nelle prime ore del 2 luglio è il più pesante attacco dall’inizio dell’invasione russa. Catalogato così dalle autorità locali, l’offensiva di Mosca ha raso al suolo zone intere di Kiev, dove oggi è stato proclamato il lutto cittadino. Una pioggia di missili di precisione e di 500 droni ad ala fissa. Nel centro storico, nel quartiere Shevchenkivsky, le fiamme hanno letteralmente avvolto palazzi residenziali di oltre 20 metri. Sventrato parzialmente anche un pronto soccorso, in cui cinque operatori sanitari sono rimasti feriti, tra cui un paramedico in condizioni gravissime. Oltre all’oblast di Kiev, gli attacchi si sono concentrati anche nella regione di Sumy; un drone suicida ha centrato in pieno un condominio e ha provocato la morte di quattro persone, tra cui una bambina di nemmeno due anni.

La risposta agli attacchi ucraini alle raffinerie

Questi bombardamenti però non sono casuali, ma la diretta risposta russa alle controffensive ucraine che hanno colpito il cuore del Cremlino: gli attacchi alle raffinerie dei giorni scorsi. L’Ucraina, da quando ha potenziato il suo arsenale, sta puntando a colpire Mosca nel posto in cui fa più male. Il ministro della Difesa russo Andrej Belousov, ha voluto giustificare l’operazione e ha parlato di un “attacco di ritorsione di precisione a lungo raggio necessario”, in risposta alle incursioni ucraine contro le infrastrutture civili e i depositi energetici nel territorio russo. Il Cremlino inoltre ha dichiarato di aver preso di mira volutamente, e colpito, l’azienda elettronica “Radioniks”, impianto di massima importanza per la produzione di sistemi di guida missilistica terrestre, oltre a infrastrutture aeroportuali e logistiche dislocate a Dnipropetrovsk, Poltava e Chernihiv.

La reazione ucraina

La reazione dell’esercito ucraino non si è fatta attendere e ha scatenato una controffensiva con droni a corto e lungo raggio, che sono stati però intercettati in gran parte dalla contraerea russa, circa 155 al confine e in Crimea. Alcuni però in Russia ci sono arrivati e hanno inflitto colpi strutturali pesanti; a Kstovo, nell’oblast di Nizhny Novgorod, un drone ha colpito la raffineria Lukoil e ha provocato un vasto incendio, che ha fortemente danneggiato uno degli hub petroliferi più importanti per il sostentamento energetico russo.

I raid che hanno danneggiato Kiev però non hanno propriamente colto impreparata l’intelligence. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, avvisato dagli 007 europei di un imminente attacco, ha interrotto immediatamente la sua visita in Irlanda per tornare in patria. Una volta rientrato, si è rivolto duramente nei confronti degli USA, chiedendo un cambio di passo immediato nelle forniture militari degli alleati: “Gli Stati Uniti ci permettano di produrre i sistemi Patriot direttamente sul nostro territorio per difenderci”.

Nuove elezioni?

Le tensioni però non sono solamente esterne. È vero che l’attacco a Kiev è la notizia del giorno in Ucraina e non potrebbe essere altrimenti, ma è anche vero che il raid si colloca in un momento di profondo dibattito istituzionale. Le testate locali, tra cui l’Ukrainska Pravda, rivelano che nella capitale si sta consumando un confronto accesissimo tra Zelensky e l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito, nonché ex capo delle forze armate e simbolo della resistenza, il generale Valerii Zaluzhny. Al centro dei colloqui ci sarebbe la concreta possibilità di indire nuove elezioni presidenziali per il prossimo autunno, congelate dal 2024 a causa della legge marziale imposta dall’attuale presidente. La mossa, caldeggiata dal generale che parrebbe intenzionato a correre per la massima carica, ha l’obiettivo di offrire un nuovo mandato democratico al Paese, anche se c’è il rischio di spaccare l’opinione pubblica interna in un momento di oggettiva vulnerabilità a causa della guerra.

Le dichiarazioni di Kallas e Peskov

Una guerra che ha fatto scattare le istituzioni, soprattutto dopo l’ultimo raid. Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, è tornata nuovamente a chiedere sanzioni finanziarie più stringenti per Mosca in un post su X di ieri: “Le parole non fermano il Cremlino. Proporrò di sanzionare ulteriori entità che sostengono il complesso militare-industriale russo in risposta agli attacchi. Più Mosca attacca i civili, più sanzioni devono essere imposte. Continueremo – ha concluso – ad aumentare il costo dell’operazione fino a quando la Russia non capirà che non può vincere”. Immediata la risposta russa, riportata dalla Tass, con un telegrafico Dmitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin: “La Russia continuerà ad aumentare la pressione sul regime di Kiev per arrivare ai suoi obiettivi”.

I numeri inquietanti del CSIS

I numeri dell’attacco, purtroppo provvisori perché potrebbero ancora salire, vanno ad aggiungersi a un quadro sconcertante. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dal think tank americano CSIS, Center for Strategic and International Studies, il conflitto ha superato la cifra impressionante di due milioni di vittime militari complessive tra morti, civili e dispersi. Finora ad aver pagato il prezzo più alto sono i soldati russi, con una stima che oscilla tra i 400mila e i 450mila militari deceduti su un totale di 1,4 milioni di perdite. Dal canto suo, l’Ucraina conta la morte di circa 125mila soldati, a cui si aggiungono più di mezzo milione di feriti.

Il bluff di Hormuz e il nodo Libano

Il paradosso geopolitico continua a imperversare in Medio Oriente. Se da un lato le delegazioni siglano accordi di non belligeranza, dall’altro le ostilità continuano. Al centro delle contese c’è sempre lui: lo Stretto di Hormuz. Nonostante ci sia stata una firma siglata lo scorso 18 giugno dagli Stati Uniti e dall’Iran, la crisi è esplosa nuovamente. E la causa è la visione totalmente opposta dei due Paesi sul controllo delle rotte marittime che transitano nella porzione di mare posta tra lo stesso Iran e l’Oman. Teheran pretende di monitorare il traffico navale nello stretto, Washington invece vuole la totale e libera navigazione internazionale. 

Botta e risposta

La scintilla è scattata una volta che i militari iraniani hanno intercettato la nave portacontainer Ever Lovely della Evergreen Marine, una compagnia navale di Taiwan, colpevole, secondo Teheran, di viaggiare lungo una rotta non autorizzata vicino all’Oman. La Casa Bianca ha risposto immediatamente bombardando i radar costieri e i depositi di droni iraniani. A questi attacchi sono seguiti quelli dei Guardiani della rivoluzione, che hanno replicato attaccando otto obiettivi militari americani con missili e droni. Tra le basi colpite ci sono due roccaforti statunitensi nel Golfo: la Quinta flotta in Bahrain e Ali Al Salem in Kuwait. 

Prezzi dei materiali aumentati e il vertice di Doha

E di nuovo i due Paesi che si puntano il dito a vicenda. L’Iran accusa il presidente americano Donald Trump di aver violato il memorandum d’intesa e di star cercando di imporre dei corridoi di navigazione alternativi per aggirare il controllo dello Stretto da parte di Teheran, che rivendica invece la gestione esclusiva dello Stretto fino al 17 agosto, ovvero i 60 giorni previsti dai negoziati. Questa situazione estremamente volatile fa male soprattutto ai mercati finanziari: il prezzo del petrolio è nuovamente salito (+0,55%), seguito dal gas (+1,71%) e in più si è registrato un aumento considerevole dei premi assicurativi per le navi mercantili in transito. La situazione sul campo è di stallo puro. Le rotte storiche di transito sono impraticabili per le mine navali presenti nell’insenatura e inoltre i Pasdaran impongono alla manciata di navi in transito di seguire fedelmente delle corsie strettissime a ridosso dell’isola di Larak con la minaccia di pagare pedaggi arbitrari per presunti servizi di sicurezza. L’Iran poi, infastidito dalla situazione generale, ha deciso di respingere un piano dell’ONU e dell’Oman, che proponevano di far evacuare centinaia di navi cargo rimaste intrappolate nel Golfo Persico. Teheran ha definito “inaccettabili” le rotte proposte dall’IMO, l’Organizzazione marittima internazionale. 

USA e Iran, consapevoli che una nuova escalation militare non porterebbe a nessuno dei vantaggi, hanno deciso di congelare i reciproci attacchi. Potere alla diplomazia, con un vertice convocato per martedì 30 giugno a Doha, in Qatar. Un incontro bilaterale che ha come scopo quello di affrontare i nodi strutturali dell’ultimo accordo. Teheran utilizza il blocco e le minacce sullo Stretto per costringere la Casa Bianca a revocare le sanzioni e sbloccare i fondi congelati, Washington, di contro, offre concessioni economiche in cambio della libera navigazione.

Ancora distanza siderale tra Israele e Libano

Se da una parte USA e Iran cercano una tregua armata, l’altra faccia della medaglia meriorientale è una continua polveriera. Tra Israele e Libano stanno per esplodere nuovamente le ostilità. L’accordo quadro, concepito inizialmente per una pace duratura e per imporre lo smantellamento militare di Hezbollah, c’è il rischio che possa naufragare per colpa dei dettagli che sono emersi da un documento riservato. L’emittente israeliana Channel 12 ha infatti svelato i contenuti di un testo che il governo di Beirut aveva chiesto di mantenere segreto proprio per la sua enorme sensibilità politica. Il documento rivela che l’IDF, l’esercito israeliano, non ha nessun obbligo di ritirare le sue truppe dal Libano meridionale entro una data prestabilita. Israele, d’altro canto, potrà condurre operazioni militari ogni volta che individuerà una minaccia concreta. Da Tel Aviv considerano queste condizioni come indispensabili per la propria sicurezza, mentre per Beirut si tratta di una violazione permanente del proprio territorio. Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e leader del partito sciita Amal (alleato di Hezbollah), ha stracciato l’intesa e ha dichiarato che non sarà mai applicata in queste condizioni. 

A dimostrazione della precarietà della tregua, l’IDF, con la sua operazione “Sof Pasuk”, ha distrutto un sito sotterraneo di Hezbollah nel villaggio di Majdal Zoun. Un’area enorme profonda 25 metri, che ospitava un grosso arsenale del “Partito di Dio”. La vendetta non è tardata ad arrivare, con Hezbollah che ha avvertito: “Pronti all’autodifesa”. 

Il rilancio dell’asse italo-francese passa da Antibes

Ad Antibes, sulla Costa Azzurra, si è tenuto il 36° vertice intergovernativo tra Italia e Francia, il primo da quello di Napoli del febbraio 2020 e il primo in assoluto dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Era anche il primo bilaterale ufficiale tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron da quando la premier italiana è entrata a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Un incontro lungamente atteso e più volte rinviato, reso necessario da un’agenda internazionale che lasciava poco spazio alle incomprensioni bilaterali: il G7 di Evian, il vertice E5 di Berlino e il prossimo summit Nato di Ankara rendevano il coordinamento tra Roma e Parigi non più rinviabile.

I due leader si sono ritrovati a Villa Eilenroc, sul promontorio di Cap d’Antibes, dopo una visita congiunta al Museo Picasso. Il clima era quello della ritrovata cordialità. Alla domanda sui “rapporti glaciali”, Macron ha risposto che “non c’è più nulla di glaciale”, e Meloni ha aggiunto che le loro relazioni sono sempre state “tra persone serie che parlano di politica”, non tra nemici. Un disgelo certificato anche dai numeri: nel 2025 l’interscambio commerciale tra i due Paesi ha superato i 112 miliardi di euro, con la Francia primo investitore estero in Italia.

Difesa e nucleare al centro degli accordi

Il capitolo più sostanzioso riguarda la difesa. I due governi hanno adottato una tabella di marcia bilaterale 2026-2031 con le priorità della cooperazione militare, incentrata sui missili Aster e sul sistema SAMP/T, l’unico sistema europeo di difesa aerea e antimissile a lungo raggio. Meloni ha sottolineato che l’esperienza ucraina e la crisi del Golfo hanno dimostrato l’efficacia del sistema: “Una cooperazione che vogliamo rendere sempre più forte”. Crosetto e la sua omologa francese Catherine Vautrin hanno dato il via all’adozione del Cronoprogramma di Difesa Italia-Francia 2026-2031, insieme a un documento sulla sicurezza nel Mediterraneo. Previsto anche lo scambio di ufficiali interforze tra i due stati maggiori.

Sul nucleare civile, la novità è destinata a fare discutere. Edison ha sottoscritto insieme a EDF, Nuward e agli operatori della filiera nucleare italiana una dichiarazione di intenti per lo sviluppo congiunto di un impianto nucleare di terza generazione basato sulla tecnologia Small Modular Reactor, con l’obiettivo di avere i primi impianti operativi entro il 2035. L’accordo coinvolge Ansaldo Energia, Ansaldo Nucleare, Maire, Framatome, Saipem, WeBuild e altri operatori chiave della filiera. Macron ha ricordato che “la Francia anni fa ha fatto una scelta netta con il nucleare” e che con l’Italia si punta a sviluppare “un nuovo tipo di reattore civile”. Per Meloni si tratta di un passo verso la maggiore indipendenza energetica che Roma persegue ormai da tempo.

Spazio e infrastrutture nel pacchetto italo-francese

Nel settore spaziale, Macron e Meloni hanno riaffermato il sostegno al Progetto Bromo, la joint venture tra Thales Alenia Space, Airbus e Leonardo destinata a creare un polo europeo dei satelliti, in parallelo al programma IRIS per la connettività satellitare. “Nel settore spaziale la nostra cooperazione è stata un motore storico per l’Europa e deve restarlo”, ha detto Macron, evocando la necessità di rafforzare l’accesso autonomo allo spazio e la difesa orbitale. I due Paesi partecipano congiuntamente ai lanciatori Vega C e Ariane 6, ultima garanzia europea di autonomia di accesso allo spazio.

Sul versante infrastrutturale, i dossier prioritari riguardano la seconda canna del Fréjus, il tunnel del Colle di Tenda e il collegamento ferroviario Marsiglia-Genova. Viene ribadito anche l’impegno comune sulla linea Torino-Lione e la tratta Cuneo-Breil-Ventimiglia, che potrà beneficiare di finanziamenti europei. In campo economico, Bpifrance e Cassa Depositi e Prestiti hanno siglato un protocollo per investimenti nella deep tech, mentre ICE e Business France hanno stretto un accordo per favorire gli investimenti incrociati. La Camera Nazionale della Moda Italiana ha infine avviato una cooperazione con la Fédération de la Haute Couture et de la Mode.

Il dossier Libano e la polemica con Rutte

Sul piano internazionale, l’intesa più rilevante riguarda il Libano. Con la scadenza del mandato Unifil prevista per fine 2024, Macron e Meloni hanno annunciato l’avvio di una coalizione internazionale, sostenuta da UE e ONU, per garantire una presenza continuativa nel cosiddetto Paese dei Cedri. “Aprire un vuoto sarebbe pericoloso”, ha avvertito Meloni. L’obiettivo è una forza multinazionale con un mandato il più chiaro possibile, che possa coinvolgere Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi europei e regionali. “Italia e Francia possono fare molto”, ha aggiunto la premier. Anche lo Stretto di Hormuz figura tra le priorità strategiche condivise, in vista del vertice Nato di Ankara.

La conferenza stampa ha offerto a Meloni l’occasione per rispondere alle dichiarazioni del segretario generale della NATO Mark Rutte sul presunto utilizzo delle basi italiane per i raid americani contro l’Iran. “Non abbiamo partecipato al conflitto in Iran”, ha detto la premier, precisando che le basi sono state cedute esclusivamente per attività logistiche e di rifornimento non cinetiche, nel rispetto degli accordi vigenti. “Nella sua entusiastica ricostruzione il segretario NATO ha messo insieme cose diverse tra loro”, ha aggiunto, invitando alla prudenza su questi temi.

Un asse strutturale tra divergenze tattiche

Il vertice di Antibes ha prodotto in tutto sette accordi bilaterali, ai quali si aggiungono le intese siglate al Business Forum di Le Cannet. La stampa internazionale ha riletto l’incontro soprattutto come un riposizionamento dei due leader in chiave anti-trumpiana: con Macron che punta a presentarsi come interlocutore unico capace di dialogare con tutti, compresa Mosca, e Meloni che consolida la propria proiezione europea senza rinunciare al rapporto con Washington. Il Foglio ha scritto di un “capolavoro involontario di Donald Trump”, che nel tentativo di dividere l’Europa ha spinto ad abbracciarsi anche gli opposti.

Restano le divergenze. Sull’immigrazione i toni dei due leader sono stati diversi, anche se hanno concordato sulla costituzione di una squadra mista per il contrasto alla clandestinità. Sull’Ucraina Meloni esclude l’invio di truppe in caso di accordo di pace, posizione non condivisa da Parigi. Sul futuro dell’Europa i due continuano a esprimere visioni differenti. Ma sul piano della cooperazione industriale, energetica e di sicurezza, Roma e Parigi hanno dimostrato che il Trattato del Quirinale può essere qualcosa di più di un documento diplomatico. Il prossimo test sarà il vertice Nato di Ankara.

Il terremoto in Venezuela è il più potente degli ultimi 126 anni

Morti, feriti, almeno 25mila dispersi, interi palazzi crollati e un numero altissimo di sfollati. Il Venezuela sta vivendo le ore più drammatiche della sua storia recente. Un Paese sfortunato, che nella serata di ieri, 24 giugno, nel bel mezzo delle celebrazioni della festa nazionale della Battaglia di Carabobo, è stato investito da un catastrofico terremoto. Due scosse violentissime a distanza di pochi secondi l’una dall’altra che hanno devastato lo Stato di Yaracuy, nella zona settentrionale del Paese. I dati sono in continuo aggiornamento, ma i numeri provvisori, comunicati dai canali ufficiali del governo, sono di almeno 164 morti e un migliaio di feriti.

Proclamato lo stato di emergenza nazionale

Delcy Rodriguez, la presidente ad interim, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale e ha sospeso le lezioni nell’intero Venezuela. Interrotto anche il servizio della metropolitana della capitale Caracas. Dagli Stati Uniti e dai rilievi del suo Istituto geologico (USGS), la prima scossa di magnitudo 7.2 è stata registrata alle 18:05 locali (le 00:05 italiane) nell’area di San Felipe. In quel momento la gente che si è riversata per strada non sapeva che 40 secondi dopo sarebbe arrivata una seconda scossa ancora più potente, che ha fatto registrare il livello di 7.5. Questa è stata localizzata a pochi chilometri dal centro abitato di Yumaré, distante poco meno di 200 km da Caracas.

Con un ipocentro molto superficiale, stimato a 10 chilometri di profondità, gli esperti dell’USGS e dell’INGV, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, hanno tracciato un parallelismo piuttosto inquietante con quanto avvenuto nel terremoto in Turchia e Siria nel 2023: la rottura simultanea di grandi segmenti di faglia ha liberato un’energia spaventosa e ha potenziato le scosse in modo definitivo. Questo è il sisma più potente registrato nel territorio venezuelano negli ultimi 126 anni.

L’area colpita con il suo epicentro segnato con il puntino rosso

La situazione vicino a Caracas

Nonostante la distanza dell’epicentro, le onde sismiche hanno fatto tremare Caracas con una violenza inaudita. Crolli di palazzi di più di 10 piani, edifici residenziali distrutti, soprattutto nei quartieri di Altamira e Las Minas (nel comune di Baruta). Si continua a scavare sotto le macerie, con i dati che sono sempre in aumento. Al momento nella capitale si contano 3 morti accertati nella zona periferica, anche se i quasi 6 milioni di abitanti dell’area metropolitana fanno presagire un aumento repentino nelle prossime ore. Oltre a ciò, la città è stata investita da un quasi totale blackout e l’aeroporto internazionale Simón Bolívar è stato pesantemente danneggiato e di conseguenza chiuso immediatamente.

La situazione più tragica però si registra sul litorale settentrionale, nello Stato costiero di La Guaira, poco sopra Caracas. È stata dichiarata la “zona di disastro”. Con migliaia di bagnanti in spiaggia a causa della festa nazionale, l’impatto è stato devastante. Interi isolati del complesso residenziale “Hugo Chávez” sono stati sventrati e si registrano violenti incendi causati dall’esplosione delle condutture di gas. Gravi danni anche alle storiche strutture della Scuola Navale a Playa Grande.

I messaggi di cordoglio internazionali

La fitta rete di solidarietà internazionale si è già attivata, con i primi aiuti umanitari partiti dall’Ecuador. In Italia, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’ambasciatore a Caracas, Giovanni De Vito, seguono l’evolversi della situazione minuto per minuto. La Farnesina ha confermato che, dai controlli effettuati sulla vasta comunità italiana residente nel Paese al momento non risultano connazionali tra le vittime o tra i feriti. Cordoglio anche da USA, India, Pakistan, Cile, Messico e così via. Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto esprimere così su Truth il suo dispiacere per l’accaduto: “I due grandi terremoti che hanno appena colpito il grande popolo del Venezuela sono entrambi di enorme portata e hanno lasciato un numero devastante di morti. Gli Stati Uniti sono pronti, disposti e in grado di aiutare! Ho dato istruzioni a tutte le agenzie del nostro governo di tenersi pronte a muoversi rapidamente. Saremo lì per i nostri nuovi e grandi amici. I primi rapporti non sono buoni”.

Iran, due accordi a confronto. Cosa cambia tra il patto di Obama e quello di Trump

Confrontare due accordi internazionali firmati a undici anni di distanza, in contesti geopolitici radicalmente diversi, richiede cautela. Il primo, il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) del 2015, è un trattato multilaterale di oltre 160 pagine, frutto di due anni di negoziati tra Iran, Stati Uniti e altre cinque potenze (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia), con l’avallo dell’Unione europea e del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il secondo, il memorandum d’intesa firmato da Donald Trump nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, è un documento bilaterale di circa una pagina e mezza, descritto dallo stesso vicepresidente USA JD Vance come un testo sintetico. Si tratta, in sostanza, di un quadro preliminare che apre una finestra negoziale di sessanta giorni, non di un accordo tecnico definitivo. Questa asimmetria nella natura dei due documenti va tenuta presente in ogni comparazione: il JCPOA fissava limiti puntuali e verificabili al programma nucleare iraniano, mentre il memorandum del 2026 rinvia a trattative future la definizione dei dettagli più delicati. Detto questo, è possibile confrontare i due testi su alcuni punti chiave, anche sulla base di quanto reso noto finora dalle parti.

Il programma nucleare

Il JCPOA limitava lo stock di uranio arricchito dell’Iran a 300 chilogrammi e ne consentiva l’arricchimento fino al 3,67%, una soglia compatibile con un programma civile ma lontanissima dal 90% necessario per un’arma nucleare. Il nuovo memorandum, invece, si limita a stabilire che lo stock di uranio quasi a livello di arma “dovrà essere adeguatamente affrontato”, senza specificare soglie né scadenze, lasciando la questione ai negoziati dei prossimi sessanta giorni. Resta inoltre incerto se e in che misura l’Iran potrà continuare ad arricchire uranio, un punto che il testo del 2015 disciplinava in modo dettagliato.

Le verifiche internazionali

Uno degli elementi più innovativi del JCPOA era il sistema di ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che includeva la possibilità di richiedere controlli a sorpresa nei siti sospetti. Il nuovo memorandum non prevede, almeno per ora, il ripristino di un meccanismo di verifica paragonabile, lasciando aperta la questione del controllo internazionale sul rispetto degli impegni assunti da Teheran.

Le sanzioni e gli aspetti economici

Sul fronte sanzionatorio, l’amministrazione Obama aveva previsto un alleggerimento progressivo, condizionato alla verifica step by step del rispetto degli impegni iraniani. Il memorandum di Trump, al contrario, anticipa un sollievo immediato, comprese esenzioni statunitensi per l’export di petrolio iraniano, rinviando a un secondo momento la definizione del pacchetto sanzionatorio completo. Il nuovo testo prevede inoltre la fine di tutte le sanzioni contro la Repubblica islamica, incluse le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e un accesso a 300 miliardi di dollari per la “riabilitazione e lo sviluppo economico” del Paese, oltre alla ripresa delle esportazioni petrolifere.

Le dichiarazioni e il confronto politico

Durante le interviste a margine del G7 di Évian, Trump ha definito il proprio accordo nettamente migliore di quello negoziato da Barack Obama nel 2015, arrivando a sostenere, in risposta a un giornalista, che il testo del 2015 fosse talmente sfavorevole agli Stati Uniti che gli iraniani avrebbero riso dell’allora presidente americano. Una lettura che le principali analisi internazionali, da CNN ad Al Jazeera fino a Bloomberg, non confermano: secondo queste ricostruzioni, il nuovo memorandum concederebbe a Teheran più di quanto previsto dal JCPOA, proprio sui punti più delicati, ovvero i limiti all’arricchimento dell’uranio e i meccanismi di verifica.

Conclusioni

Dal confronto emerge un quadro complesso. Da un lato, il memorandum del 2026 ha il merito politico di essere stato raggiunto in tempi rapidissimi e di porre fine, almeno temporaneamente, a un conflitto aperto, includendo anche la riapertura dello Stretto di Hormuz, elemento assente nel JCPOA. Dall’altro, sul piano tecnico, il nuovo testo appare meno stringente del documento del 2015 proprio sui punti che più contano per la non proliferazione, cioè i limiti quantitativi all’arricchimento dell’uranio e un sistema di ispezioni internazionali verificabile. Va detto che il giudizio definitivo non potrà essere dato prima della conclusione dei negoziati tecnici dei prossimi sessanta giorni, da cui dipenderà la trasformazione di un quadro ancora generico in un accordo vincolante e dettagliato. Fino ad allora, il confronto tra i due testi resta asimmetrico per definizione, tra un trattato concluso e verificato sul campo per anni, e un’intesa che esiste ancora, in larga parte, sulla carta.

Cuba e le sue riforme economiche per scongiurare il collasso

Una ventata di aria fresca a Cuba e non sono i Frentes Fríos che quasi congelano l’isola durante i mesi invernali. Il governo ha varato un insieme di riforme economiche volte a rilanciare il Paese per provare a uscire da questa situazione di povertà evidente. A guidare il cambiamento è stato il presidente cubano in persona, Miguel Diaz-Canel, che, grazie al voto unanime dell’Assemblea nazionale, ha potuto ufficializzare 175 nuove misure per rinvigorire il tessuto economico e produttivo dell’Avana. I più critici accusano il governo di essersi calato le braghe in favore del sistema capitalistico, anche se sono una piccola parte. Questa riforma è stata accolta abbastanza bene dalla popolazione e non si tratta di una scelta ideologica, ma di una ritirata strategica verso i meccanismi dell’economia di mercato per evitare il collasso.

I problemi dell’isola

Le riforme arrivano dopo un quinquennio macroeconomico terrificante. Tra il 2020 e il 2025 il PIL dell’isola è crollato del 15% e questa contrazione è figlia di alcuni fattori: in primis, pesanti errori interni nella pianificazione economica a lungo termine, poi l’asfissia commerciale causata dalle sanzioni degli USA e poi il mancato recupero del turismo nel periodo post-pandemico. Il Paese è sull’orlo del collasso a causa di un’inflazione altissima, con prezzi alle stelle; inoltre molto spesso manca la luce e si verificano dei blackout elettrici strutturali su tutta Cuba e mancano beni di prima necessità come cibo, carburante e farmaci. Su questi ultimi c’è un mercato nero sviluppatissimo. Prendiamo come esempio delle semplici pillole di ibuprofene: in farmacia, utilizzando la moneta locale, costano pochi centesimi di pesos cubani (CUP), sottobanco invece tra i 100 e i 200 CUP. Una cifra considerevole, visto il prezzo da listino, che però riflette il quadro attuale dell’isola.

I punti principali

Il piano del premier Manuel Marrero si articola su alcuni punti principali: privatizzazioni e finanza, dove le imprese statali vengono trasformate in società commerciali azionarie e il settore finanziario apre alle banche private e strizza l’occhio a un mercato dei cambi digitale in tempo reale; imprenditoria, cade il vincolo burocratico sulla dimensione aziendale e i privati potranno possedere più imprese contemporaneamente e assumere oltre 100 dipendenti; investimenti e immobiliare, in cui il settore immobiliare statale apre all’edilizia privata e al suo sviluppo. Viene rimosso il monopolio delle agenzie statali sul commercio estero e viene concessa l’autorizzazione degli investimenti diretti dei cittadini stranieri e cubani residenti all’estero, poco più di 3 milioni; ultima, ma non meno importante, la burocrazia. I ministeri statali passano da 27 a 20, un taglio che snellisce l’amministrazione e trasferisce il budget economico direttamente ai singoli comuni. Con questa autonomia si riduce così il controllo rigido del governo centrale di L’Avana.

Il governo, in risposta ai critici, ha chiarito fin da subito che queste misure non impongono una sottomissione al capitalismo selvaggio tanto bistrattato finora. Gli organi statali mantengono la proprietà dei principali mezzi di produzione, il controllo della pianificazione strategica generale e il monopolio sui settori sociali più importanti: sanità, istruzione e grandi industrie.

La diaspora cubana

Mosse chiave che puntano sull’equilibrio economico interno e sul territorio, per evitare una diaspora incontrollata. Il regista Brian De Palma nel blockbuster Scarface del 1983 apre proprio così il film: migliaia di cittadini cubani alla ricerca disperata di un posto in nave per gli Stati Uniti. Scene reali, crude, che rappresentano una diaspora che va avanti da oltre 40 anni e che l’esecutivo di Diaz-Canel sta cercando di fermare con queste nuove misure.

Dalla liberalizzazione al possibile incremento delle disuguaglianze sociali: gli aspetti positivi e negativi delle riforme

Questa liberalizzazione vuole sbloccare le forze produttive cubane, stimolando la produzione interna di cibo e beni. L’apertura ai capitali proprio della diaspora e ai nuovi tour operator può innanzitutto immettere velocemente la valuta estera, di vitale importanza per la stabilizzazione del tasso di cambio e per rinvigorire il settore turistico dell’isola. Oltre a questi aspetti positivi, ci sono le agevolazioni fiscali e i finanziamenti, che permettono ai giovani di sviluppare progetti tecnologici all’avanguardia e, conseguentemente, di poter restare a Cuba.

Sul fronte opposto c’è il rischio di un incremento delle disuguaglianze sociali. La nuova tassazione, l’eliminazione graduale dei sussidi statali e le dinamiche di mercato potrebbero penalizzare le fasce più vulnerabili della popolazione. In più c’è la questione dell’effettiva velocità di attuazione delle misure, spesso e volentieri fermate in passato a causa delle resistenze della burocrazia di partito.

La posizione degli USA

E il grande vicino che dice? Gli Stati Uniti, da sempre interessati a Cuba, per adesso si limitano a osservare gli sviluppi. Il presidente Diaz-Canel ha fatto sapere che queste aperture non sono l’esito di negoziati con Washington, ma la mossa ha l’obiettivo di allentare l’asfissia derivata dall’embargo. L’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, storicamente ostile nei confronti dell’isola, mantiene un atteggiamento di attesa e non ha fatto modifiche per quanto riguarda le sanzioni. Da un lato, Washington valuta positivamente l’erosione del monopolio statale comunista a favore delle microimprese private; dall’altro, l’incriminazione formale emessa dai tribunali USA a maggio contro Raúl Castro, fratello di Fidel ed ex presidente cubano, congela l’ipotesi di una vera distensione diplomatica nel breve periodo.

Iran-USA, rinviati i negoziati in Svizzera. Sul tavolo c’è il Libano

I negoziati tra Stati Uniti e Iran previsti in Svizzera, al Bürgenstock vicino Lucerna, sono stati rinviati a tempo indeterminato. Lo ha comunicato il ministero degli Esteri elvetico in una nota inviata all’AFP, precisando che i colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati, mentre la Svizzera resta pienamente disponibile a facilitare tali colloqui e il relativo lavoro preparatorio prosegue, senza tuttavia fornire una nuova data.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo la decisione del vicepresidente statunitense JD Vance di cancellare il proprio viaggio nel Paese alpino, dove avrebbe dovuto guidare la delegazione americana per avviare i colloqui tecnici con Teheran insieme ai mediatori di Qatar e Pakistan. Il Dipartimento federale degli affari esteri svizzero ha precisato che i piani per le prossime discussioni tecniche non sono stati ancora definiti, mentre la delegazione statunitense si è detta pronta a partire alla prima occasione utile.

Le trattative dovevano dare avvio a una fase negoziale di 60 giorni prevista dal memorandum siglato nei giorni scorsi tra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, finalizzato a consolidare il cessate il fuoco nella guerra in Iran, garantire la piena riapertura dello Stretto di Hormuz e affrontare i nodi strategici ancora aperti, a partire dal programma nucleare di Teheran.

Il nodo Libano

Dietro il rinvio ci sarebbe principalmente la situazione in Libano, dove Israele ha proseguito nella notte i raid contro Hezbollah nonostante l’accordo tra Washington e Teheran prevedesse formalmente la fine delle ostilità su tutti i fronti regionali. Secondo quanto riportato da NBC News, le trattative previste per venerdì sulle Alpi svizzere sono state temporaneamente rinviate dopo che Teheran ha chiesto garanzie sulla fine delle ostilità in Libano, come previsto dall’intesa siglata con Washington, mentre i mediatori starebbero lavorando per risolvere la questione.

Sulla stessa linea anche CNN, secondo cui l’Iran ha chiesto garanzie sulla fine delle ostilità in Libano prima che possano tenersi i colloqui pianificati in Svizzera con il vicepresidente Vance e gli altri alti funzionari, mentre Israele ha condotto una nuova ondata di attacchi mortali in tutto il Libano in risposta a un attacco di Hezbollah che ha ucciso quattro soldati nel sud del Paese. Secondo l’emittente statunitense, Israele avrebbe colpito anche centri di comando di Hezbollah nella valle della Beqaa nelle ore successive.

Anche fonti regionali citate da media arabi avevano segnalato nelle scorse ore difficoltà sul fronte libanese. Secondo quanto riferito da ABC News, la decisione di Vance sarebbe arrivata dopo un’indiscrezione del canale satellitare panarabo Al-Mayadeen, vicino a Hezbollah, secondo cui l’Iran avrebbe rallentato l’invio della propria delegazione in Svizzera proprio a causa della campagna militare israeliana in corso nel Paese dei cedri.

Vittime nei raid notturni

Secondo i media libanesi, gli ultimi raid dell’IDF nel sud del Libano avrebbero causato almeno 16 morti, con alcune fonti che parlano di un bilancio salito a 18 vittime. Gli attacchi sarebbero scattati in risposta alla morte di quattro soldati israeliani, uccisi in un attacco attribuito a Hezbollah nella notte. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato l’operazione, sottolineando come l’esercito israeliano resterà nella zona cuscinetto nel sud del Libano “finché sarà necessario”.

A complicare ulteriormente il quadro diplomatico, Trump è tornato a parlare del memorandum siglato con l’Iran definendolo, secondo quanto riportato dalla stampa italiana, una sostanziale resa di Teheran, ribadendo al contempo la propria fermezza nella gestione del dossier mediorientale.

Medio Oriente, ecco i 14 punti del memorandum d’intesa tra USA e Iran

“Il memorandum d’intesa è firmato, l’ho firmato a Versailles”. Esordisce così il presidente americano Donald Trump con il media americano Bloomberg. Una firma digitale figlia dei tempi che stiamo vivendo, arrivata mentre il tycoon si trovava nell’Alta Savoia francese, a Evian, per il G7. Un passo in avanti di estrema importanza per gli equilibri geopolitici, che sancisce l’inizio di un nuovo corso. Gli USA e la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnano dunque a trasformare il cessate il fuoco in un’intesa duratura. Un Trump fermo, che ha commentato la giornata storica sottolineando di aver voluto evitare “un disastro economico” e che ha poi ribadito che qualora Teheran dovesse violare l’accordo, la Casa Bianca sarebbe pronta a ritornare sui suoi passi. Il Pakistan, mediatore insieme al Qatar, ospiterà la cerimonia ufficiale della firma dell’accordo venerdì 19 giugno in Svizzera.

Intanto al G7 è stata diffusa la bozza di accordo, articolata in 14 punti:

  1. Gli USA e l’Iran dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari, incluso il Libano.
  2. I due Stati si impegnano a rispettare ciascuno la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei reciproci affari interni.
  3. Washington e Teheran prendono l’impegno di negoziare e raggiungere l’accordo finale entro 60 giorni, estendibili qualora ci fosse l’accordo reciproco.
  4. Subito dopo la firma del memorandum, gli Stati Uniti inizieranno la rimozione del blocco navale e porranno fine completamente al blocco entro 30 giorni. Gli USA, oltre a ciò, rimuoveranno le loro forze dall’area dalla prossimità del perimetro iraniano entro 30 giorni dall’accordo finale.
  5. La Repubblica Islamica dell’Iran farà tutti gli sforzi per consentire il passaggio sicuro di navi commerciali senza pedaggi per due mesi solo dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa.
  6. Trump e la sua amministrazione si impegnano con i partner regionali a sviluppare un piano di comune accordo di 300 milioni di dollari, utili alla ricostruzione e allo sviluppo economico dell’Iran. L’implementazione di questo piano verrà finalizzato come parte dell’accordo finale entro 60 giorni.
  7. Gli USA si impegnano a porre fine a qualsiasi tipologia di sanzione contro l’Iran, incluse quelle previste dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, del Consiglio dei governatori dell’AIEA e tutte le sanzioni americane unilaterali.
  8. Teheran ha ribadito che non acquisirà, né svilupperà armi nucleari.
  9. In attesa dell’accordo finale, i due Paesi concordano di mantenere lo status quo. L’Iran manterrà lo stato attuale del suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno sanzioni, né dispiegheranno ulteriori forze nella regione.
  10. Subito dopo la firma del memorandum d’intesa e fino alla cessazione delle sanzioni, il dipartimento del Tesoro americano emetterà deroghe che autorizzano l’esportazione dei prodotti petroliferi iraniani.
  11. Gli USA renderanno pienamente disponibili per l’uso tutti i fondi e i beni dell’Iran congelati o soggetti a restrizioni.
  12. Verrà istituito un meccanismo esecutivo per monitorare l’attuazione con successo del presente memorandum d’intesa e la futura ottemperanza dell’accordo finale.
  13. Dopo la firma del presente memorandum d’intesa e subordinatamente all’avvio dell’applicazione dei punti 1, 4, 5, 10 e 11 e alla continua applicazione di queste misure, gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran inizieranno negoziati relativi all’accordo finale esclusivamente sugli altri paragrafi.  
  14. L’accordo finale avrà l’obbligo di essere approvato attraverso una risoluzione vincolante dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

G7, ultimo giorno a Evian fra intelligenza artificiale e nuova stretta su Mosca

Il G7 di Évian-les-Bains si avvia oggi verso la conclusione con una giornata che intreccia economia globale, intelligenza artificiale e gli esiti delle trattative geopolitiche maturate nelle ultime ore. Dopo due giorni dedicati ai principali fronti di crisi internazionali, i leader delle sette maggiori economie mondiali hanno aperto la mattinata con una sessione di lavoro allargata ai Paesi partner, al Fondo monetario internazionale e all’Ocse, dedicata alle prospettive della crescita economica mondiale.

La giornata dell’intelligenza artificiale

Il momento più atteso resta il pranzo di lavoro che riunisce i leader del G7, i Paesi invitati e i vertici delle principali aziende tecnologiche. Al centro del confronto la diffusione dell’intelligenza artificiale in modo sicuro, rapido ed efficace, con un’attenzione particolare alla protezione dei minori online.

Più armi a Kiev e nuove sanzioni a Mosca

La notte ha portato il documento più atteso della tre giorni francese. Nella dichiarazione congiunta sulle questioni geopolitiche, i leader del G7 si sono detti uniti nel sostegno all’Ucraina nella difesa di libertà, sovranità e integrità territoriale, impegnandosi ad aumentare la fornitura di sistemi di difesa aerea, intercettori e capacità a lungo raggio. Annunciata anche una nuova stretta sulla Russia, con sanzioni rafforzate sui settori del petrolio e del gas, in un quadro che vede gli alleati occidentali provare a ricompattarsi dopo mesi di tensioni interne.

Resta apertissimo il capitolo dei contatti diretti tra Kiev e Washington. Dopo l’incontro di lavoro tra Trump e Zelensky della giornata precedente, non è escluso un nuovo faccia a faccia nelle prossime ore, mentre il presidente ucraino ha parlato di squadre tecniche al lavoro su più livelli durante tutto il summit.

Iran, Hormuz e gli altri dossier

Il vertice ha registrato un’apertura comune sull’accordo raggiunto da Washington con Teheran, accolto con favore dai leader del G7 come passo sotto la guida statunitense, con la disponibilità a contribuire alla sua attuazione. Sostegno condiviso anche all’iniziativa franco-britannica per la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz, dove la tensione resta comunque alta nonostante l’intesa diplomatica. Spazio anche ai richiami alla denuclearizzazione della Corea del Nord, alla fine delle violenze in Cisgiordania e al sostegno per il disarmo di Hezbollah in Libano.

Le dichiarazioni dei protagonisti

Nel tardo pomeriggio ci sono state le conferenze stampa dei protagonisti del vertice. Il presidente di casa, Emmanuel Macron ha prima elogiato l’accordo tra USA e Iran, poi si è concentrato sulla situazione in Ucraina: “Tutti hanno potuto constatare che l’Ucraina ha resistito molto meglio di quanti alcuni avrebbero potuto pensare, che la Russia si trova in una situazione difficile e tutti noi abbiamo affermato che aumenteremo il nostro sostegno all’Ucraina”. Macron ha parlato di sviluppo di meccanismi di collaborazione e ha anche detto che “non c’è una volontà seria della Russia di parlare di pace”.

Soddisfatto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “È stato un vertice significativo, ma voglio dirvi soprattutto che ho trovato un ottimo clima. Credo che chiaramente abbia influito positivamente l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, per il quale chiaramente tutti quanti ci siamo congratulati col Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Però – ha concluso – è un fatto che abbiamo lavorato bene insieme con una convergenza che non era scontata su tutti i temi che sono stati trattati”.

Verso la chiusura

Il vertice, il cinquantaduesimo della storia del G7, si chiude in un clima di relativo allineamento tra gli alleati occidentali, dopo settimane di incertezza sulla tenuta del fronte comune su Ucraina e dazi commerciali. Le conferenze del pomeriggio, a partire da quella di Macron, hanno chiarito i contorni definitivi degli impegni assunti, soprattutto dal punto di vista geopolitico.