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Argomento: Geopolitica

Abu Dhabi abbandona il cartello del petrolio e cambia le regole del gioco energetico globale

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio nacque il 14 settembre 1960 a Baghdad, da un accordo tra cinque nazioni, Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, con un obiettivo preciso: sottrarre il controllo dei prezzi del greggio alle cosiddette “Sette Sorelle”, le grandi compagnie petrolifere angloamericane che allora dominavano il mercato globale. Per i primi anni l’organizzazione ebbe poco mordente, ma il salto di qualità arrivò con la guerra del Kippur nel 1973, quando i Paesi arabi dell’OPEC dichiararono l’embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i loro alleati, il prezzo del barile passò da 3 a quasi 12 dollari in pochi mesi, mandando in recessione buona parte del mondo occidentale e trasferendo verso il Golfo Persico una quantità di ricchezza senza precedenti nella storia. Da quel momento l’OPEC non fu più soltanto un club di esportatori: divenne uno strumento geopolitico.

Negli anni successivi l’organizzazione si allargò fino a includere 13 membri, controllò oltre il 40% della produzione mondiale e continuò a influenzare i mercati attraverso tagli e aumenti coordinati della produzione. Non senza tensioni interne: ogni Paese ha interessi diversi, orizzonti temporali diversi, debiti da ripagare e popoli da nutrire. L’OPEC ha sempre combattuto contro la propria natura di cartello in cui ogni socio è tentato di imbrogliare gli altri aumentando la produzione di nascosto. Nel 2016, per rafforzare la presa sul mercato, l’organizzazione si allargò ulteriormente con la nascita dell’OPEC+, che includeva la Russia e altri produttori non membri. Ma la coesione è rimasta fragile: il Qatar se n’era già andato nel 2019, l’Angola a inizio 2024. Ora tocca agli Emirati.

La rottura di Abu Dhabi e il colpo all’Arabia Saudita

L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno, nel bel mezzo di un vertice d’emergenza del Consiglio di Cooperazione del Golfo convocato a Gedda proprio per mostrare unità. Il ministro dell’energia emiratino Suhail al-Mazrouei ha detto che si tratta di una decisione presa guardando al futuro, alla “visione strategica ed economica di lungo termine” del Paese. Non ha consultato nessun altro membro del cartello, nemmeno Riad.

La scelta colpisce soprattutto l’Arabia Saudita, che dell’OPEC è da sempre il motore, il garante e il principale beneficiario. Perdere gli Emirati, il terzo produttore del cartello, è uno schiaffo politico oltre che economico. Le ragioni della frattura tra i due Paesi sono antiche e si sono accumulate negli anni: divisioni sullo Yemen, rivalità commerciale, divergenze sulla velocità con cui aumentare la produzione. Abu Dhabi ha una capacità estrattiva enorme, circa 4,8 milioni di barili al giorno, ma il sistema di quote OPEC la costringeva a pompare circa 3,2 milioni, lasciando sul tavolo una quantità enorme di potenziale produttivo e di guadagni mancati. Una frustrazione cresciuta per anni e ora esplosa in un momento di crisi regionale che offriva la copertura politica giusta.

Chi ci guadagna e chi ci perde

La chiave per capire l’impatto economico dell’uscita emiratina è distinguere tra il breve e il lungo periodo.

Nel brevissimo termine, gli Emirati si trovano in una posizione più favorevole rispetto agli altri produttori del Golfo, ma non senza vulnerabilità. Abu Dhabi dispone infatti dell’ADCOP (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline), un oleodotto di 400 chilometri che bypassa completamente Hormuz collegando i campi petroliferi interni al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno. Grazie a questa infrastruttura, le esportazioni emiratine di greggio non si sono fermate anzi, i flussi via Fujairah sono aumentati sensibilmente dalla chiusura dello stretto. Tuttavia il vantaggio è solo parziale. I prodotti raffinati del gigantesco complesso petrolchimico di Ruwais dipendono ancora in larga misura da rotte marittime che transitano per Hormuz. E soprattutto, a marzo l’Iran ha colpito con i droni sia il terminale di Fujairah sia la raffineria di Ruwais, costringendo ADNOC a uno stop temporaneo e dimostrando che nessuna infrastruttura alternativa è al sicuro in questo conflitto. Paradossalmente, il vero vincitore nell’immediato è l’Oman: Teheran lascia passare le navi omanite, e le entrate petrolifere di Muscat sono salite di circa il 50% rispetto a prima della guerra.

Nel medio e lungo periodo, però, lo scenario cambia radicalmente. Quando lo stretto riaprirà Abu Dhabi si troverà libera da ogni vincolo di quota. Gli analisti calcolano che potrebbe aumentare la produzione di quasi un milione di barili al giorno rispetto ai livelli attuali. Quello che è un ottimo affare per gli Emirati è però una pessima notizia per chi vuole mantenere i prezzi alti: più greggio sul mercato significa prezzi più bassi. Donald Trump, che ha sempre accusato l’OPEC di tenere i prezzi artificialmente gonfiati, ne è probabilmente soddisfatto, e la mossa emiratina gli fa comodo politicamente in un momento in cui la sua popolarità segna minimi storici.

Per l’OPEC il danno è strutturale. Gli Emirati erano, insieme all’Arabia Saudita, uno dei pochissimi Paesi con vera capacità di riserva: potevano aumentare o diminuire la produzione rapidamente, e questo era il principale strumento del cartello per gestire le emergenze di mercato. Il rischio concreto è che altri produttori seguano l’esempio, accelerando una dissoluzione lenta che si trascina da anni.

I veri perdenti nel breve termine sono i Paesi del Golfo con costi di estrazione più alti e rotte di esportazione più dipendenti da Hormuz. Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain hanno visto calare i loro introiti dal petrolio mentre il blocco dello stretto mordeva le esportazioni. Chi invece si trova in una posizione di forza inaspettata è l’Iran: nonostante la guerra, Teheran controlla il rubinetto del traffico nello stretto e può scegliere a chi fare passare le navi.

Le nuove alleanze che ridisegnano il Golfo

L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è soltanto una decisione energetica. È la cartina di tornasole di una frantumazione geopolitica in corso nel Golfo Persico e in tutta quella porzione occidentale dell’Asia che si estende dalla Turchia al Pakistan.

Da un lato, Abu Dhabi si muove sempre più apertamente nella direzione di USA e Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020 avevano già segnato una svolta storica nei rapporti tra gli Emirati e Israele. Oggi quel riavvicinamento si è trasformato in un asse strategico più solido, che include cooperazione militare, tecnologica e di intelligence. Netanyahu ha delineato pubblicamente un progetto di “esagono di alleanze” (Israele, India, Grecia, Cipro e altri Paesi arabi e africani) pensato per contenere sia la minaccia sciita iraniana sia quella sunnita turco-pakistana. Gli Emirati sono implicitamente parte di questo disegno, anche se non lo dichiarano esplicitamente per non alienarsi ulteriori partner regionali.

India e Abu Dhabi, nel frattempo, hanno intensificato i rapporti economici in modo significativo: a gennaio New Delhi ha siglato un accordo da tre miliardi di dollari per acquistare gas naturale liquefatto emiratino, con estensioni nel campo dell’energia nucleare civile. Per l’India è un’operazione duplice: diversificare le forniture energetiche in un momento di crisi globale e consolidare i rapporti con un partner che condivide la diffidenza verso l’Iran e la Turchia.

Dall’altro lato si consolida un asse alternativo, che ha la sua spina dorsale nel rapporto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Riad e Islamabad hanno firmato nel settembre 2025 un accordo di difesa reciproca che prevede che un’aggressione a uno dei due Paesi sia considerata un’aggressione a entrambi, una logica di mutua difesa che ricorda l’articolo 5 della NATO. Il Pakistan, mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran, si trova in una posizione delicata ma centrale. Ankara, dal canto suo, ha intensificato i legami con Doha e con Riad, alimentando quello che alcuni analisti già definiscono una sorta di “NATO islamica” informale, che integra la deterrenza nucleare pakistana, la potenza finanziaria saudita e la proiezione militare turca.

In questo quadro già complicato si inserisce anche la Russia, che nell’OPEC+ aveva trovato un canale privilegiato per coordinare la politica energetica con i Paesi del Golfo. La reazione di Mosca all’uscita emiratina è stata diplomaticamente morbida: il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha definito la decisione “sovrana” e degna di rispetto, ha auspicato che il formato OPEC+ non venga messo in discussione e ha assicurato che gli Emirati “continueranno a coordinarsi bilateralmente” con la Russia sul piano energetico. Parole studiate, che nascondono una preoccupazione reale. Mosca sa che Abu Dhabi si stava già allontanando dall’OPEC+ anche per frustrazione nei confronti del sostegno russo all’Iran durante il conflitto, e che la mossa emiratina indebolisce ulteriormente la tenuta del cartello allargato, di cui la Russia è pilastro fondamentale sin dal 2016. Mantenere aperto il canale con Abu Dhabi, anche fuori dall’OPEC+, è per Mosca una necessità tanto economica quanto geopolitica, in un momento in cui il suo isolamento internazionale rende ogni relazione bilaterale rimasta in piedi ancora più preziosa.

Materie prime critiche, il grande assedio. In 15 anni le restrizioni alle esportazioni sono quintuplicate

Prendete un minerale. Qualunque minerale critico: cobalto per le batterie delle auto elettriche, grafite per i semiconduttori, terre rare per i magneti dei motori eolici. Poi immaginate che il Paese che lo estrae decida di limitarne l’esportazione: con una tassa, un divieto, un obbligo di licenza. Questo scenario, fino a quindici anni fa quasi eccezionale, è diventato la norma. Secondo il nuovo Rapporto OCSE sulle restrizioni all’export di materie prime critiche, pubblicato ad aprile 2026, dal 2009 al 2024 le misure di questo tipo sono aumentate di cinque volte. Un’escalation che non ha precedenti nella storia del commercio globale di risorse naturali.

Il dato più significativo non è solo la quantità, ma la direzione di marcia: nel 2024 la crescita si è rallentata rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva fatto impennare i prezzi delle materie prime e ogni governo produttore aveva alzato i propri steccati. Ma il livello rimane storicamente altissimo, e i segnali per il 2025, con Pechino che a dicembre 2024 ha ristretto l’export di gallio, germanio e antimonio verso gli Stati Uniti, seguito da ulteriori annunci nei primi mesi del 2025 su tungsteno, tellurio e sette elementi delle terre rare pesanti, confermano che la tendenza non si è invertita.

Cobalto, grafite, manganese: i materiali più a rischio

Alcuni minerali sono più esposti di altri. Il rapporto OCSE documenta che tra il 2022 e il 2024 circa il 70% delle esportazioni mondiali di cobalto e manganese era già soggetto ad almeno una misura restrittiva. Per la grafite si arriva al 47%, per le terre rare al 45%, per lo stagno al 41%. Non si tratta di quote marginali: significa che quasi la metà del commercio globale di questi materiali avviene in condizioni di accesso vincolato, opaco o potenzialmente revocabile con un decreto ministeriale.

Questi materiali non sono astrazioni: sono dentro le batterie dei veicoli elettrici, nei chip, nelle turbine eoliche, nei sistemi militari. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la concentrazione geografica della raffinazione è aumentata per quasi tutti i minerali critici tra il 2020 e il 2024, con circa il 90% della crescita dell’offerta proveniente da un unico fornitore per ciascun materiale chiave: l’Indonesia per il nichel, la Cina per cobalto, grafite e terre rare. Una dipendenza strutturale che le restrizioni all’export trasformano in una leva di pressione politica ed economica.

Chi restringe, e perché

Il rapporto OCSE mappa con precisione i paesi che hanno introdotto più misure tra il 2009 e il 2024: India, Cina, Argentina, Vietnam e Burundi guidano la classifica, coprendo insieme oltre la metà di tutte le restrizioni adottate nel periodo. Ma nel 2024 il fenomeno si è allargato geograficamente: Myanmar ha introdotto il maggior numero di nuovi prodotti colpiti (21,7%), seguito da Sierra Leone e Nigeria. Africa e Asia centrale emergono come nuovi protagonisti di una politica commerciale sempre più usata come strumento di sviluppo industriale interno.

La ragione dichiarata, in oltre il 47% dei casi nel 2024, è la generazione di entrate pubbliche ed è la motivazione in più rapida crescita nell’intero arco temporale osservato. Ma dietro ci sono anche obiettivi di politica industriale: trattenere la lavorazione in loco, sviluppare industrie a valle, proteggere mercati domestici. Il messaggio ai paesi importatori è semplice: se volete il minerale lavorato, venite a investire qui.

Lo strumento cambia: più divieti, meno tasse

Cambia anche il tipo di misura adottata. Le tasse all’export e i regimi di licenza restano i più diffusi, ma l’OCSE segnala un aumento significativo delle forme più severe: i divieti di esportazione, teoricamente proibiti dalle regole WTO, sono cresciuti dopo il 2019. Nel 2024 hanno rappresentato circa un quarto di tutte le nuove misure introdotte, con le quote di export che aggiungono un altro 12%. Negli ultimi tre anni la Cina ha adottato una serie di misure di controllo delle esportazioni riguardanti materie prime critiche, tra cui gallio, tungsteno, bismuto e terre rare, ma anche prodotti finiti come batterie o apparecchiature per la lavorazione di elementi delle terre rare.

L’Europa corre ai ripari, ma partendo da lontano

Per l’Unione Europea il quadro è preoccupante ma non immobile. Il Regolamento europeo sulle materie prime critiche (UE 2024/1252) è entrato in vigore il 23 maggio 2024, con l’obiettivo di garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile fissando tra le altre cose che non più del 65% del fabbisogno annuale dell’UE dovrebbe provenire da un singolo paese terzo. Un obiettivo ambizioso, considerando che oggi la dipendenza dalla Cina per molti materiali strategici è ben oltre quella soglia.

Il nodo vero è la raffinazione. Il vantaggio più duraturo della Cina sull’industria occidentale non sta sempre nell’estrazione mineraria, ma nel processamento e nella raffinazione: è lì che il minerale grezzo diventa materiale utilizzabile, dove la qualità viene controllata, e dove le catene di approvvigionamento possono essere strozzate in silenzio. Estrarre in Australia o in Congo non basta: se la lavorazione avviene in Cina, la dipendenza rimane.

Il rapporto OCSE conclude con un monito che suona come un appello alla cooperazione internazionale: le restrizioni imposte dai grandi produttori tendono a innescare reazioni a catena, con altri paesi che adottano misure simili, prezzi che salgono e offerta globale che si contrae. La transizione energetica e la competizione tecnologica dipendono da questi materiali. E il modo in cui il mondo li gestirà nei prossimi anni, con accordi multilaterali o con barriere crescenti, potrebbe definire gli equilibri geopolitici del decennio.

Neom e Dubai, le cattedrali nel deserto penalizzate da Hormuz

La situazione di stallo (non proprio alla messicana) tra Iran e Stati Uniti sta avendo delle ripercussioni su tutto il Golfo. Il collo di bottiglia del Medio Oriente ha messo in difficoltà il mercato globale, tra impennate generali dei prezzi e un contesto per niente florido per gli affari. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha trasformato il corridoio logistico in un’area a rischio, che ha fatto lievitare i prezzi delle polizze assicurative sui cantieri strategici e ha messo a rischio le infrastrutture dell’area. Chi ne risente sono gli Stati limitrofi, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che giorno dopo giorno sperano che questa guerra possa finire quanto prima per riprendere gli affari a pieno regime.

Con le rotte marittime deviate il costo dei materiali da costruzione è aumentato del 30%, rendendo obsoleti i piani finanziari di fondi d’investimento enormi come il Public Investment Fund (PIF). Il colosso saudita si è ritrovato a fronteggiare un deficit di finanziamento strutturale, vista la limitata possibilità di spesa (15 miliardi nell’anno corrente rispetto ai 50 del 2025) e si è dovuto adattare. Da qui le decisioni dei governi di Riyadh e Abu Dhabi di ridimensionare i loro progetti, come l’ampliamento di Neom, città futuristica saudita o gli investimenti immobiliari di Dubai.

Neom, un caso più unico che raro

Nel 2017 la annunciò in pompa magna il principe Mohammed bin Salman, nel 2026 è stata fortemente riorganizzata. La città di fondazione Neom nacque nove anni fa come il manifesto di Saudi Vision 2030, un programma promosso dal regno per ridurre la propria dipendenza dal petrolio e diversificare il settore economico. Un progetto con costi stimati intorno ai 500 miliardi di dollari (decuplicati post Hormuz), esteso su 26.500 km² nella provincia di Tabuk. Un’area enorme: per intenderci, più estesa della Sicilia. Concepita per operare al di fuori dei sistemi giudiziari e fiscali statali e alimentata al 100% da energie rinnovabili, il fulcro di Neom è “The Line”, una città lineare lunga circa 170 km.

Un’immagine del progetto originale di The Line. ©Sito ufficiale Neom

Un’impostazione adatta alle nuove tecnologie, che però si è scontrata con l’instabile clima geopolitico. Nel 2026 l’enorme cantiere è stato ridotto notevolmente, si è passati letteralmente dalla megalopoli alla cattedrale nel deserto. I lavori che verranno completati entro il 2030 sono racchiusi in appena 2,4 chilometri per colpa della già citata crisi di liquidità che ha colpito il fondo PIF post-guerra in Iran. Da bin Salman è arrivato l’ordine di una selezione naturale dei cantieri: solo le infrastrutture funzionali all’economia del regno sopravvivono ai tagli.

The Line e Trojena, cambio di marcia

Con il deficit saudita al 3,3% del PIL e i costi di protezione anti-drone che pesano per il 7% sugli appalti, il Regno ha imposto una gerarchia brutale: tutto il cemento e capitali statali vengono drenati dal deserto del Tabuk verso Riyadh per Expo 2030 e i Mondiali 2034.

L’esempio perfetto che fotografa la difficoltà economica araba è la recessione del contratto da 4,7 miliardi da parte di PIF per un appalto assegnato alla multinazionale italiana Webuild, specializzata in costruzioni. L’azienda avrebbe dovuto costruire tre dighe in una delle roccaforti di Neom, Trojena. Pensata per essere la prima destinazione sciistica all’aperto in Arabia Saudita e votata all’unanimità come sede dei X Giochi asiatici invernali del 2029, non si farà più. Una ritirata ufficiale dal 29 marzo, che coinvolge non solo Webuild, ma anche altri colossi come Eversendai, holding malese specializzata nell’acciaio che ha contribuito alla costruzione anche del Burj Khalifa di Dubai e delle Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur.

Il comunicato stampa di Webuild

Tra le grandi aziende che non parteciperanno più alla costruzione di Neom, ci sono anche Samsung e Hyundai. Avevano tra le mani un contratto da 1 miliardo di dollari per i tunnel ferroviari ad alta velocità sotto The Line. Anche per loro è scattata la clausola di recesso e, vista la riduzione dell’opera, il lavoro della cordata sudcoreana è diventato pressoché inutile. Neom quindi ha adottato un aspetto più camaleontico: discostata dall’estetica della città hi-tech, ha abbracciato un approccio più pratico dedicato a data center, risorse idriche e portualità. Un hub più piccolo, concentrato sulla polifunzionalità, che ha saputo sacrificare il sogno avveniristico per garantire la propria sopravvivenza finanziaria.

Dubai, la città degli investimenti milionari rallenta

Oltre a Neom, il prezzo di Hormuz lo sta pagando caro anche Dubai. La città emiratina è estremamente vicina alla linea del fronte e sta attraversando un momento di saturazione del mercato immobiliare. Una grande ondata di consegne di immobili ultimati, circa 120mila unità nel 2026, che si scontra con una scarsa domanda internazionale. Fitch Ratings, agenzia di valutazione leader del settore, conferma una contrazione dei prezzi del 15%. Un campanello d’allarme per il modello di vendita di edifici non ancora costruiti, che sostiene le infrastrutture cittadine. Oppure basti pensare al prezzo dell’acciaio strutturale, aumentato del 40% a causa dei costi di trasporto e costretto a passare via terra dall’Oman.

Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Questa riduzione dei flussi turistici causata dalle restrizioni dello spazio aereo non sta aiutando le tasche dell’economia della città asiatica preferita dai milionari: la liquidità dei costruttori locali è sotto pressione e sta portando al rallentamento di progetti giganti come il rilancio di Palm Jebel Ali.

Il “fattore Hormuz”

Il blocco in Iran sta agendo da deterrente: l’instabilità dello Stretto proietta un’ombra di incertezza che ha già provocato una contrazione del 12% degli investimenti diretti esteri nel mercato del real estate locale, secondo i dati del UNCTAD World Investment Report. I capitali cercano lidi più sicuri (Batumi, Marbella e Cipro) e mercati meno esposti. Il mito dell’invulnerabilità del Golfo è sotto scacco matto dalla chiusura dello stretto iraniano.

Libano, Israele uccide la giornalista Amal Khalil. Trump prolunga la tregua

A due giorni dalla scadenza del “cessate il fuoco” prevista per il 26 aprile, il presidente americano Donald Trump comunica l’estensione di altre tre settimane della tregua tra Israele e Libano. L’annuncio si inserisce in un contesto notevolmente teso, a causa dell’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil da parte dell’esercito israeliano e del continuo infrangere della cosiddetta tregua.

L’uccisione di Amal Khalil

Prima l’attacco alla vettura che precedeva quella della giornalista Amal Khalil e della sua fotografa Zeinab Faraj, per farle uscire allo scoperto. Successivamente il bombardamento dell’edificio dove si erano nascoste. Così l’IDF ha ucciso Khalil, con la tecnica militare double tap, ovvero fare due o più attacchi consecutivi allo stesso bersaglio in un lasso di tempo breve: dapprima si colpisce un obiettivo, successivamente, quando arrivano soccorritori e giornalisti per aiutare o documentare l’accaduto, si colpisce nuovamente per massimizzare il numero delle vittime e per bloccare il loro lavoro. Il double tap costituisce un crimine di guerra, condannato dal diritto internazionale, ma non è la prima volta che Israele lo utilizza, ne ha fatto ampio uso nella Striscia di Gaza.

I soccorritori hanno avuto modo di recuperare il corpo dalle macerie solo molte ore dopo l’esplosione, rendendo vani i tentativi di salvarla. La fotografa Faraj si è salvata ed è stata trasportata d’urgenza all’ospedale di Tebnine, dove si trova in condizioni stabili. Dal 2 marzo a oggi i giornalisti che hanno perso la vita a causa dell’esercito israeliano sono 7, mentre salgono a 20 gli operatori rimasti uccisi che li accompagnavano.

Le continue violazioni

L’uccisione della giornalista libanese non è la prima violazione del “cessate il fuoco” tra Israele e Libano: nei giorni scorsi dei raid aerei israeliani hanno colpito diverse località del Sud del Libano, tra cui Shamaa e Taybeh. Nella settimana scorsa ci sono stati quotidiani attacchi da parte delle forze armate israeliane e Hezbollah ha lanciato a sua volta numerosi razzi contro l’IDF nel Libano meridionale, vicino a Rab al-Thalathine. A oggi, si può dire che la tregua fra i due Paesi esiste solo sulla carta. Del resto la situazione in Libano è particolarmente complicata ed è impensabile che un’accordo calato dall’alto risolva un conflitto nel conflitto che va avanti da anni. Hezbollah nasce nel 1982 come milizia sciita sostenuta dall’Iran, in risposta all’invasione israeliana del paese. Nel tempo si è evoluta in un’organizzazione ibrida che combina una forza armata, un partito politico presente in parlamento e una fitta rete di servizi sociali rivolti alla comunità sciita. Il legame con l’Iran è fondativo e permanente: Teheran ne ha finanziato la nascita tramite i Pasdaran e continua a fornire armi, fondi e addestramento, inserendo Hezbollah nel più ampio “Asse della Resistenza” che include Hamas, milizie irachene e houthi yemeniti. Nel contesto libanese, Hezbollah rappresenta una realtà controversa: per la comunità sciita è storicamente un simbolo di resistenza contro Israele, mentre le altre confessioni lo percepiscono come uno Stato nello Stato che antepone gli interessi iraniani a quelli nazionali. Questa doppia natura ha contribuito a logorare ulteriormente un paese già fragilissimo.

L’estensione

In questo contesto, Trump ha annunciato l’estensione della tregua di altre tre settimane. I negoziati restano affidati all’ambasciatore israeliano negli USA Yechiel Leiter e all’ambasciatrice libanese a Washington Nada Hamadeh-Maawad, le cui posizioni restano distanti. Pur disponibile a prolungare la tregua, Israele ha esplicitamente scritto che “si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie per la propria autodifesa”, insistendo sul disarmo di Hezbollah e sul mantenimento della propria libertà d’azione militare. Beirut dal canto suo, chiede la fine delle operazioni militari nel sud del Paese. “La cosa più urgente è che cessino le violazioni israeliane e la distruzione dei villaggi nel sud del Libano” dichiara l’ambasciatrice ai giornalisti fuori la Casa Bianca.

Tre settimane in più segnate sul calendario, ma finché continuano gli attacchi da parte di Israele e di Hezbollah, parlare di tregua resta un eufemismo.

IMEC, il corridoio da 170 miliardi che la guerra ha messo in pausa

L’IMEC è stato annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, con la firma di un memorandum d’intesa tra otto soggetti: India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Francia, Germania, Unione Europea e Stati Uniti, firmatari che rappresentano oltre metà del PIL mondiale e circa il 40% della popolazione globale. Non si tratta di un singolo gasdotto o di una ferrovia, ma di un sistema intermodale complesso articolato in due corridoi distinti. Uno orientale, marittimo, collegherebbe l’India al Golfo Arabico. L’altro, settentrionale, proseguirebbe dal Golfo verso l’Europa attraverso una rete ferroviaria che taglia la penisola arabica, risale verso Israele e poi riparte via mare verso il Mediterraneo. A questi assi logistici si aggiungono infrastrutture energetiche (cavi elettrici sottomarini e gasdotti per il trasporto di idrogeno verde) e connessioni in fibra ottica. Alcune stime suggeriscono che il corridoio possa essere il 40% più veloce e ridurre i costi del 30% rispetto alla tradizionale rotta per il Canale di Suez. La logica politica era altrettanto esplicita: per Washington si trattava di costruire un contrappeso alla Belt and Road Initiative cinese in un’area dove Pechino ha già messo radici profonde, con un commercio Cina-Arabia Saudita superiore ai 106 miliardi di dollari nel 2022, quasi il doppio del valore degli scambi che i sauditi hanno con gli USA.

A che punto siamo: due velocità, un cantiere fermo

Il problema è che il memorandum è stato firmato tre settimane prima del 7 ottobre 2023 e, da allora, il progetto vive una doppia velocità. La componente energetica procede in modo differenziato a Est e a Ovest del Canale di Suez. Sul lato India-Golfo i commerci bilaterali crescono e alcune infrastrutture di base sono già operative, mentre il segmento mediorientale, quello che dovrebbe saldare la penisola arabica a Israele e poi al Mediterraneo, è di fatto bloccato. Il porto israeliano di Eilat, che doveva fungere da terminale del corridoio orientale, ha registrato un crollo dell’attività dell’85% per effetto degli attacchi di Hezbollah, delle milizie irachene e degli Houthi. La normalizzazione israelo-saudita, che sembrava imminente prima del 7 ottobre, si è interrotta di colpo e la guerra in corso tra USA e Israele contro l’Iran ha peggiorato la situazione.

Sul versante europeo, l’Italia si è mossa con particolare concretezza: ad aprile 2025 Tajani ha nominato l’ambasciatore Francesco Maria Talò inviato speciale per l’IMEC, il porto di Trieste ha avviato lavori di potenziamento infrastrutturale e una nuova stazione ferroviaria a Servola è considerata strategica per l’accesso allo scalo giuliano. A marzo 2026 si è tenuto a Trieste un forum internazionale sull’IMEC, ma la distanza tra le dichiarazioni di intenti e la cantierabilità concreta resta ampia.

Costi, benefici e interessi in campo

Il potenziale economico stimato per l’Italia è di circa 26 miliardi di euro su un flusso complessivo di oltre 170 miliardi, e secondo le stime della Commissione europea il corridoio potrebbe ridefinire le rotte commerciali tra Asia ed Europa. Gli interessi in gioco, però, non sono tutti allineati. Per i paesi del Golfo i collegamenti energetici dell’IMEC rappresentano la possibilità di restare centrali nelle dinamiche energetiche del futuro, quando nel medio e lungo termine la domanda globale di gas e petrolio declinerà. Per l’India il progetto risponde a tre obiettivi: ridurre la dipendenza dalle rotte dominate dalla Cina, sostenere la crescita interna con fonti più pulite e candidarsi come produttore globale di tecnologie net-zero. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la posta è quella di non restare un terminale passivo ma diventare snodo attivo tra Asia, Mediterraneo ed Europa centrale. Se Roma non supererà la frammentazione competitiva fra scali e non costruirà una vera cabina di regia nazionale, il rischio è che l’Italia invochi il corridoio ma non riesca a trattenerne il valore. Sul lato dei costi, gli ostacoli strutturali sono considerevoli: l’IMEC non è una rotta lineare, ma una catena intermodale complessa che vive soltanto se porti, retroporti, ferrovie, dogane, standard digitali ed energia dialogano in modo armonizzato.

Hormuz e la guerra: da acceleratore a blocco

La crisi di Hormuz avrebbe dovuto in teoria rafforzare le ragioni dell’IMEC, dimostrare cioè quanto sia urgente costruire alternative alle rotte che passano per il Golfo. In parte è così: la nuova agenda strategica UE-India del gennaio 2026 colloca la connettività India-Golfo-Europa dentro una cornice più ampia di cooperazione politica, infrastrutturale e digitale e l’accordo di libero scambio recentemente siglato tra India e Unione Europea dà ulteriore spessore politico al progetto. Ma la guerra ha anche mostrato il paradosso centrale dell’IMEC: le infrastrutture non possono esprimere il loro potenziale in un clima di insicurezza, e tutti i partecipanti all’IMEC dovranno contribuire ad affrontare la guerra nel Golfo e il pericolo che l’Iran rappresenta per lo Stretto di Hormuz, lo stesso Hormuz che il corridoio dovrebbe aggirare. Finché la sicurezza regionale non si stabilizza, il segmento più critico del progetto, quello che attraversa Israele, la Giordania e l’Arabia Saudita, resta sospeso. Come ha detto Modi, si tratta di un progetto intergenerazionale. La domanda è se i governi che lo hanno firmato abbiano il tempo politico e la pazienza strategica per aspettare che il Medio Oriente torni praticabile.

Occhi puntati su Islamabad: la tregua sta per scadere e tra USA e Iran non c’è accordo, nemmeno sui negoziati

La giornata di domenica 19 aprile si è chiusa con un evento destinato a complicare ulteriormente una trattativa già in bilico: gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver attaccato e sequestrato una nave da carico battente bandiera iraniana, la Touska, lunga quasi 275 metri, che secondo Washington aveva tentato di eludere il blocco navale nei pressi dello Stretto di Hormuz. Si tratta del primo caso di intercettazione da parte della Marina statunitense dall’avvio del blocco dei porti iraniani. Il Brent ha reagito immediatamente, salendo del 7,3% a 96,94 dollari al barile. Il tempismo è tutt’altro che casuale: il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran scade il 21 aprile e, a poche ore da quella scadenza, la tensione ha raggiunto uno dei livelli più alti dall’inizio del conflitto. Trump, annunciando il sequestro, ha ribadito le sue minacce: ha avvertito che “se l’Iran non accetterà l’accordo, distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran”, aggiungendo di sperare comunque di riuscire a raggiungere un’intesa.

Il caos diplomatico di Islamabad

Sullo sfondo del sequestro navale, il quadro negoziale si è avvitato in una spirale di dichiarazioni contraddittorie. Trump ha annunciato l’invio di una nuova delegazione in Pakistan per il secondo round di negoziati, guidata ancora dal vicepresidente JD Vance affiancato dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Teheran, però, non ha confermato la propria partecipazione. L’agenzia di stampa statale Irna ha elencato le motivazioni del rifiuto: “richieste eccessive di Washington, aspettative irrealistiche, continui cambi di posizione, ripetute contraddizioni e il blocco navale in corso”. I Pasdaran sono stati ancora più espliciti: Tasnim, l’agenzia affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, ha precisato che nessun colloquio avrà luogo finché rimarrà in vigore il blocco navale statunitense. Eppure, in serata, fonti iraniane vicine ai negoziati hanno riferito alla CNN che una delegazione di Teheran arriverà martedì in Pakistan, composta come nel primo round dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, con l’aspettativa che mercoledì venga annunciata una proroga del cessate il fuoco. Il quadro che emerge è quello di un negoziato condotto su più binari, spesso in contraddizione fra loro: dichiarazioni pubbliche bellicose che convivono con canali diplomatici sotterranei ancora attivi.

Hormuz, il nodo che non si scioglie

Al centro di tutto resta lo Stretto di Hormuz. Centinaia di navi restano ferme alle estremità dello stretto, in attesa di autorizzazione al transito. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio passa attraverso Hormuz, insieme a forniture essenziali come gas naturale e fertilizzanti. La BBC ha confermato che il traffico è ancora completamente bloccato e nessuna nave è in transito. Gli Stati Uniti hanno inviato droni marini per ripulire lo stretto dalle mine. Sul fronte iraniano, i Pasdaran hanno nel frattempo sfruttato la tregua per riorganizzarsi e, sempre nella giornata di domenica, le Guardie rivoluzionarie hanno dichiarato apertamente di star ricostruendo missili e droni durante il periodo di cessate il fuoco. I nodi del negoziato restano tre, inconciliabili finora: la riapertura dello Stretto, il destino di quasi 400 chili di uranio altamente arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all’estero. Sull’uranio la distanza è abissale: Washington chiede una moratoria di vent’anni sull’arricchimento, mentre gli iraniani offrono al massimo una sospensione di cinque anni. Le tre opzioni sul tavolo per le prossime ore sarebbero: un accordo che trasformi la tregua in pace, una proroga del cessate il fuoco mentre i negoziati continuano, oppure la ripresa dei bombardamenti.

Mobilità militare, l’UE lavora per una Schengen 2.0

Il 24 febbraio 2022 ha scombussolato i piani dell’Unione europea. Nelle prime ore del mattino in cui Kiev si è svegliata di soprassalto per colpa delle sirene antiaeree a causa dell’invasione russa, il vecchio continente aveva appena scoperto di avere un problema portante: la rete di trasporti europea, pensata per i trasporti civili e commerciali, diventa un groviglio infrastrutturale quando a percorrerla sono forze armate pesanti. Da qui il cambio di mentalità: passare dalla facile circolazione di merci e persone in tempo di pace, alla facilitazione degli spostamenti logistici e militari in tempo di guerra.

L’obiettivo dell’UE per il 2030 è evidente: garantire a mezzi e truppe il transito transfrontaliero entro cinque giorni e trasformare il territorio europeo in un enorme hub logistico pronto a un’immediata capacità di mobilità di massa. Un ingranaggio militare ben oliato che possa fronteggiare la minaccia russa e sostenere ancora di più l’Ucraina. Per attuare questo cambio di marcia finora sono stati stilati due piani d’azione dell’UE sulla mobilità militare, uno del 2018 e l’altro del 2022, seguiti dal Pacchetto sulla mobilità militare pubblicato il 19 novembre 2025 dalla Commissione europea. Inoltre, a marzo 2025 sono stati individuati quattro corridoi di mobilità militare prioritari: settentrionale, centro-settentrionale, centro-meridionale, orientale. Il 25 novembre 2025 le commissioni TRAN (Commissione per i trasporti e il turismo) e SEDE (Sottocommissione per la sicurezza e la difesa) del Parlamento europeo hanno approvato la relazione sulla mobilità militare. Le commissioni sono giunte alla conclusione che rafforzare la mobilità militare è diventato un tema di assoluta urgenza, poiché la Russia rappresenta una grande minaccia per la sicurezza dell’UE.

Oltrepassare il concetto di sovranità nazionale e il problema dei ponti

Il dato attuale è allarmante ed è un problema burocratico: la capacità di dispiegamento rapido verso l’Europa orientale è attualmente ostacolata da procedure doganali che possono richiedere settimane. Il vero ostacolo della creazione di una Schengen 2.0 dedicata alla difesa non è tecnico, ma politico. Questa massiccia integrazione militare richiede uno sforzo da parte degli Stati membri, affinché possano rinunciare a una parte della sovranità nazionale sui confini per favorire una gestione collettiva, come spiegato da una relazione di aprile 2025 della Corte dei Conti Europea (ECA). Rinfoltire il Vecchio continente di ponti, strade, reti ferroviarie, non basterà se le frontiere burocratiche dovessero rimanere chiuse.

In aggiunta, c’è anche un discorso relativo al limite fisico: molti ponti europei, stando ai dati pubblicati dall’Analisi CEPA (Center for European Policy Analysis) e dalla NATO, sono stati progettati per il passaggio di veicoli da 40 tonnellate e crollerebbero sotto il peso di un Leopard2A7, uno dei carri armati più funzionali in commercio, che con il rimorchio ne peserebbe 100.

Un carro armato Leopard in azione ©Imagoeconomica

I dettagli del pacchetto

Il piano di Bruxelles si articola in 5 punti fondamentali:

  • Rimuovere gli ostacoli normativi attraverso formalità semplificate e più rapide.
  • EMERS (European Enhanced Response System for Military Mobility). La creazione di un quadro d’emergenza tramite il sistema europeo di risposta rafforzata per la mobilità militare.
  • Rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto (17,65 miliardi di euro per la mobilità militare nel prossimo quadro finanziario pluriennale per collegare l’Europa).
  • Mettere in comune le capacità e condividerle (riserva di solidarietà e possibilità di creare un sistema di informazione digitale sulla mobilità militare.
  • Rafforzare la governance e il coordinamento.

La nuova strategia europea punta su bolle di protezione elettronica e droni cargo per blindare i rifornimenti, superando il rischio dei grandi depositi facilmente individuabili. Lungo le rotte principali, un “drone wall”, letteralmente un muro di droni, proteggerebbe i convogli in transito da attacchi kamikaze, affinché i rifornimenti possano arrivare a destinazione. Questo piano, come riportato nel terzo punto del Pacchetto, è sostenuto da 17,65 miliardi di euro per infrastrutture a “dual use”: ponti e binari rinforzati che oggi aiutano l’economia civile e il commercio, ma sono pronti a reggere il peso dei carri armati. Tutto verrebbe gestito mettendo in comune vagoni e mezzi tra gli Stati, tagliando gli sprechi e massimizzando la prontezza militare.

Superare la dipendenza dagli USA

Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della NATO Mark Rutte, hanno avuto un incontro a Bruxelles per esaminare gli scenari e hanno concordato sulla necessità di uno schieramento tattico più indipendente dagli USA, anche perché secondo i dati del Sipri di Stoccolma (rapporto 2021-2025), i paesi europei dipendono fortemente dagli Stati Uniti, importando circa il 64% del loro materiale da oltreoceano. Le importazioni di armi in Europa sono aumentate del 210%, rendendo il continente il principale hub di importazione. In più, i rapporti con gli americani si sono deteriorati, complici i rifiuti di Italia e Spagna di utilizzare le basi militari di Sigonella, Moron e Rota per l’offensiva statunitense in Medio Oriente. Infine, il presidente americano Donald Trump ha perso interesse per la questione russo-ucraina e non perde occasione per minacciare l’uscita dalla NATO.

Il caso Ucraina

Il supporto dell’UE all’Ucraina non è solo relativo all’invio di armi, la guerra scatenata dalla Russia si sta trasformando in un laboratorio di guerra moderna che sta influenzando la mobilità militare europea. Sempre secondo il rapporto Sipri, nel quadriennio 2021-2025 l’Ucraina è diventato il primo importatore di armi a livello mondiale (9,7% del totale globale), superando colossi dell’import come Arabia Saudita e India. La spesa militare globale ha toccato il record storico di 2.718 miliardi di dollari, con la Polonia e le repubbliche baltiche che guidano il riarmo europeo investendo oltre il 4% del proprio PIL.

L’Ucraina però, non si limita solo a importare. L’industria bellica ucraina, testata sul campo in questi quattro anni, ha iniziato la fase di export di tecnologie avanzate proprio verso partner strategici come l’Arabia Saudita. Questo scambio, che include soprattutto soluzioni anti-drone e sistemi missilistici, dimostra come Kiev stia consolidando il suo ruolo da attore protagonista nel mercato globale della difesa.

Zelensky e Meloni vogliono progettare droni insieme

Un esempio concreto di questa nuova architettura di difesa è la volontà di siglare un accordo tra Italia e Ucraina per la produzione congiunta di droni, un passo che trasforma la cooperazione da semplice fornitura a vera partnership industriale. Emerge questo dall’incontro di mercoledì 15 aprile a Palazzo Chigi tra il presidente ucraino Volodimir Zelensky e il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. L’intesa mira a rafforzare la superiorità tecnologica di Kiev attraverso il know-how italiano, probabilmente attraverso Leonardo S.p.A., partecipata dallo Stato, sfidando apertamente le pressioni del Cremlino. Un asse Roma-Kiev che conferma la volontà europea di voler seguire uno schema preciso e tecnologicamente avanzato.

Da Varsavia a Tallinn: ecco Rail Baltica

La mappa di Rail Baltica ©RailBaltica.org

I corridoi verso Est potrebbero velocizzarsi grazie al progetto Rail Baltica, una risposta infrastrutturale ai colli di bottiglia dell’Europa orientale: un unico binario, basato su standard europei, che corre senza interruzioni dai porti tedeschi e dalla Polonia fino all’Estonia, eliminando l’obbligo di cambiare treno al confine. Pensato anche per i cittadini, ma soprattutto per la difesa, è un progetto molto valido soprattutto dal punto di vista pratico: grazie allo scartamento europeo (1.435 mm), un convoglio militare che parte dalla Francia o dalla Germania può arrivare dritto in Estonia. Senza Rail Baltica, oggi i carri armati devono essere scaricati e caricati su treni diversi al confine polacco perché i binari baltici sono più larghi a causa degli ex standard sovietici. I binari e i ponti della Rail Baltica sono progettati per sostenere il passaggio dei mezzi più pesanti al mondo, come gli Abrams americani o i già citati Leopard tedeschi, che i vecchi binari locali spesso non reggono.

Medio Oriente sospeso: due tregue e mille incognite

Dalla sera di giovedì 17 aprile è entrato in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e il governo libanese, mediato dagli Stati Uniti e annunciato personalmente da Donald Trump con un post sul social Truth dopo telefonate ravvicinate con il presidente libanese Joseph Aoun e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. A Beirut, e in particolare nella periferia sud dove Hezbollah ha una presenza radicata, la notizia è stata accolta con fuochi d’artificio e colpi di celebrazione sparati in aria. La tregua, che scade il 26 aprile, secondo il Dipartimento di Stato americano è pensata per consentire negoziati verso un accordo permanente di sicurezza tra i due Paesi. Ma lo stesso annuncio lampo con cui Trump l’ha imposta rivela quanto sia stata controversa: secondo varie ricostruzioni giornalistiche, Netanyahu avrebbe preferito continuare le operazioni militari ed è stato messo davanti al fatto compiuto dal suo alleato americano.

Una tregua dentro l’altra

Questo secondo cessate il fuoco si inserisce in un quadro già molto instabile, quello della tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, annunciata l’8 aprile con la mediazione del Pakistan dopo quaranta giorni di attacchi che avevano spinto la regione sull’orlo di una guerra più ampia. Il cessate il fuoco in Libano era stato fin dall’inizio una delle condizioni poste da Teheran come prerequisito per qualsiasi accordo con Washington, e la sua esclusione dal primo accordo aveva generato tensioni immediate: Israele aveva continuato a bombardare il Libano, e l’Iran aveva risposto bloccando nuovamente il traffico nello stretto di Hormuz. Negli ultimi giorni prima della tregua libanese, l’esercito israeliano dichiarava di aver colpito oltre 380 obiettivi di Hezbollah nel sud del Paese nell’arco di ventiquattro ore, mentre il bilancio delle vittime libanesi dall’inizio di marzo aveva superato quota 2.196.

I nodi tra Washington e Teheran

Il fronte diplomatico più caldo resta però quello tra Washington e Teheran. L’11 aprile il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Witkoff e Jared Kushner erano arrivati a Islamabad per colloqui diretti con la delegazione iraniana, che includeva il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del parlamento Ghalibaf. I negoziati, durati circa venti ore tra sabato e domenica, non hanno prodotto un accordo: Vance ha detto che gli iraniani si erano avvicinati alle posizioni americane, ma non abbastanza. Araghchi ha parlato di parti “a pochi centimetri” da un’intesa, salvo poi scontrarsi con quello che ha definito un irrigidimento dell’altra parte. I nodi principali restano gli stessi dall’inizio: gli USA vogliono lo stop all’arricchimento dell’uranio per almeno vent’anni e la piena riapertura di Hormuz; l’Iran chiede garanzie di sicurezza, revoca delle sanzioni e riconoscimento della propria sovranità sullo stretto. Pakistan e Turchia stanno lavorando per organizzare un secondo round di colloqui diretti prima della scadenza della tregua, fissata al 22 aprile.

Le condizioni che Israele impone al Libano

L’accordo si fonda su un memorandum in sei punti. Beirut si impegna ad adottare misure concrete per impedire a Hezbollah e a tutti gli altri gruppi armati non statali di compiere attacchi contro obiettivi israeliani, e le forze di sicurezza libanesi vengono riconosciute come unico garante della sovranità e della difesa nazionale del Libano, escludendo esplicitamente qualsiasi altro Paese o gruppo da quel ruolo. Netanyahu ha precisato che durante i dieci giorni le truppe israeliane rimarranno schierate in una zona di sicurezza rafforzata nel sud del Libano, larga circa dieci chilometri dal Mediterraneo al confine siriano, e ha posto due condizioni fondamentali per qualsiasi accordo duraturo: il disarmo completo di Hezbollah e una pace formale tra i due Stati. Israele mantiene intanto il diritto di adottare tutte le misure necessarie per l’autodifesa, pur impegnandosi a non condurre operazioni offensive contro obiettivi libanesi via terra, aria o mare per la durata della tregua.

Scadenze ravvicinate, scenari incerti: il rischio del domino al contrario

Gli scenari restano aperti e per nulla scontati. Trump ha dichiarato che un accordo con Teheran è “molto vicino” e che nuovi colloqui potrebbero riprendere a Islamabad già questo fine settimana. Ma l’ottimismo del presidente americano si scontra con la realtà di un negoziato ancora lontano dall’approdo. Gli esperti militari americani hanno avvertito che l’Iran conserva ancora migliaia di missili e droni d’attacco nonostante la campagna di bombardamenti, e che le milizie sciite finanziate da Teheran hanno condotto centinaia di attacchi contro le forze USA dall’inizio del conflitto. Sul fronte libanese, la tregua di dieci giorni è accolta con sollievo dalle popolazioni civili, ma la sua tenuta dipende da variabili difficilmente controllabili: la volontà di Hezbollah di rispettarla, la pressione interna israeliana per riprendere le operazioni, e soprattutto l’esito delle trattative con l’Iran, da cui il dossier libanese non può essere separato. Il rischio concreto è che, senza progressi reali entro fine aprile, entrambe le tregue si sgretolino trascinandosi dietro la finestra diplomatica più favorevole degli ultimi mesi.

Stretto di Hormuz, le risorse che passano non sono solo gas e petrolio

Sicurezza alimentare, produzione agricola e materie prime industriali. Non sono solo gas e petrolio le risorse che passano per lo Stretto di Hormuz. Certo, è vero che ogni giorno passano più o meno 20 milioni di barili di greggio, ma è anche vero che si tratta di un tratto marittimo fondamentale per l’economia reale globale, ben oltre il settore legato all’energia. La chiusura del 13 aprile del presidente americano Donald Trump ha quasi paralizzato questa arteria vitale per il commercio mondiale. Nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran, gli USA hanno sigillato i traffici iraniani e scortano il resto del mondo verso il lato omanita.

Immagine generata dall’intelligenza artificiale.

Oltre al blocco marittimo che sta innescando una crisi dei prezzi dei carburanti, potrebbe manifestarsi una paralisi della produzione industriale, seguita da una possibile catastrofe alimentare. Da questo collo di bottiglia transitano le basi chimiche della vita moderna: minerali utili per la transizione ecologica, nutrienti per i suoli agricoli e, banalmente, beni utili per l’economia dei Paesi mediorientali.

L’escalation militare sta anche minacciando i cavi sottomarini, sia quelli presenti nello Stretto di Hormuz, sia quelli presenti nello Stretto di Bab el-Mandeb. Infrastrutture critiche dove transita circa il 90% del traffico dei dati tra Europa e Asia. I cavi, oltre al rischio di sabotaggi diretti a causa delle guerre ibride, subiscono danni indiretti provocati dalle ancore delle navi che vengono colpite nei conflitti. Tutto ciò mette a rischio la stabilità dell’economia digitale globale e delle comunicazioni strategiche.

Il blocco che spaventa alluminio, cemento e acciaio

Il Golfo si è trasformato in un hub metallurgico globale grazie alla capacità di riuscire a trasformare il gas naturale in energia a basso costo. Multinazionali come la EGA, Emirates Global Aluminium, producono alluminio purissimo, che è un materiale centrale sia per la costruzione della parte anteriore delle fusoliere degli aeroplani e per l’automotive occidentale, ma soprattutto per il mondo green, poiché essenziale per i pannelli solari e le reti elettriche. In parallelo all’importanza al settore verde, le zone industriali di Jebel Ali (porto di Dubai) e Abu Dhabi esportano 365 giorni l’anno enormi quantità di acciaio e cemento verso l’India e il sud-est asiatico (Vietnam, Thailandia e Indonesia come principali clienti), contribuendo al boom infrastrutturale della zona. Un blocco duraturo di Hormuz congelerebbe la produzione di auto elettriche e i cantieri delle metropoli emergenti.

Golfo, pericolo crescita tecnologica e urbana

E ci sarebbe un rischio di interruzione delle catene di approvvigionamento nel porto di Jebel Ali. Lo scalo di Dubai è uno dei primi dieci hub container al mondo e smista il comparto tecnologico e meccanico provenienti da Cina, Corea del Sud e Giappone verso mercati cruciali come Arabia Saudita, Iraq e Kuwait. Con il traffico marino interdetto non solo si frena il consumo quotidiano, ma la crescita tecnologica e urbana del Medio Oriente.

La FAO avverte: problemi per il passaggio di zolfo e urea, vitali per le piante. Pericolo disastro agroalimentare mondiale

Poi c’è l’appello della FAO. Secondo il report pubblicato il 3 aprile scorso, le previsioni di semina globale sono a rischio per i prezzi altissimi dei fertilizzanti. Un tema di cui si sta parlando ancora troppo poco e che merita attenzione, perché potenzialmente molto pericoloso in termini di impatto globale. I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo non esportano solo idrocarburi, ma anche i sottoprodotti chimici come lo zolfo, soprattutto da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, con l’utilizzo del gas come materia prima, l’intera regione è un enorme polo per la produzione di urea, il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. Le piante hanno bisogno di azoto per crescere, ma non possono assorbire quello presente nell’aria. L’urea dà loro azoto in forma solida molto concentrata facile da trasportare e distribuire sui campi. Secondo la FAO c’è una correlazione diretta tra la stabilità dei prezzi alimentari mondiali e il costo e la disponibilità dei fertilizzanti. Ed ecco perché lo Stretto di Hormuz ha un’importanza strategica: da lì passa circa il 40% del commercio marittimo mondiale di urea e oltre il 45% dello zolfo, insostituibile per i concimi fosfatici.

La chiusura porrebbe fine temporaneamente alle forniture vitali verso i mercati agricoli africani e asiatici, con l’India come nazione maggiormente danneggiata (importa ogni anno dal Golfo 2,2 milioni di tonnellate di urea). Essendo queste aree alquanto vulnerabili, la mancanza di questi nutrienti potrebbe abbattere la produzione di cereali e mais fino al 40% in una sola stagione e, di conseguenza, ogni aumento del costo dei fertilizzanti si tradurrebbe secondo le stime in un aumento del 3/5% dei prezzi alimentari locali.

Da un lato i fertilizzanti, dall’altro la FAO segue con interesse e preoccupazione le scorte di cibo in entrata. I paesi del CCG sono tra i meno autosufficienti al mondo e devono importare circa il 90% del loro fabbisogno alimentare da altre zone. Tramite Hormuz transita quasi la totalità di riso, grano e mais che proviene dalle Americhe e dall’Europa. La minaccia catastrofe alimentare e umanitaria è dietro l’angolo.

Pechino al centro del Golfo: la strategia di Xi tra Iran e Washington

Più della metà dell’energia cinese transita dallo Stretto di Hormuz, che in condizioni normali veicola un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. Nei primi due mesi del 2026 la Cina ha importato circa 12 milioni di barili di greggio al giorno ed è esposta in modo rilevante sia ai flussi del Golfo sia al petrolio iraniano, di cui è il principale acquirente. Il blocco di Hormuz, prima iraniano e poi anche americano dal 14 aprile, colpisce dunque interessi vitali di Pechino. Ma la crisi genera anche opportunità che la diplomazia cinese non intende lasciarsi sfuggire.

La reazione cinese al blocco navale americano è rimasta misurata rispetto alle posizioni assunte in passato di fronte ad azioni americane giudicate scorrette. Pechino si è presentata come potenza stabile e rispettosa delle norme internazionali, in implicito contrasto con Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito il blocco americano dei porti iraniani “pericoloso e irresponsabile”, mentre Xi Jinping ha messo in guardia contro un “ritorno alla legge della giungla”. Si tratta tuttavia di un’equidistanza studiata: la diplomazia cinese è costretta a restare equidistante perché Pechino è partner privilegiato anche di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non solo dell’Iran.

La settimana diplomatica di Pechino

Il 14 aprile Xi Jinping ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, presentando quattro proposte per la pace e la stabilità regionale, legate alla sua visione di riforma della sicurezza internazionale. Le proposte prevedono il sostegno alla coesistenza pacifica degli Stati del Golfo, alla sovranità nazionale, allo stato di diritto internazionale e al coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Nello stesso giorno sono arrivati a Pechino il premier spagnolo Pedro Sánchez e il ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier spagnolo ha dichiarato di non riuscire a trovare “altri interlocutori, oltre alla Cina, in grado di risolvere questa situazione”.

Il 31 marzo Cina e Pakistan avevano annunciato congiuntamente un piano in cinque punti che includeva la richiesta di cessate il fuoco e la ripresa della normale navigazione a Hormuz. Secondo Associated Press, la Cina ha svolto un ruolo chiave nel convincere l’Iran ad accettare la proposta di tregua di due settimane avanzata dal Pakistan il 7 aprile. Washington ha definito l’atteggiamento americano verso la mediazione sino-pakistana come “agnostico”, cioè né di approvazione né di rifiuto. La Casa Bianca ha tuttavia confermato che tra i due Paesi si sono tenuti colloqui ad alto livello mentre si definivano i termini della tregua.

La posta finanziaria: yuan contro dollaro

La crisi ha una dimensione valutaria che i media occidentali tendono a sottovalutare. Il regime di Teheran ha strutturato i pedaggi di Hormuz in modo da sfidare la supremazia del dollaro: i pagamenti vengono accettati in yuan digitale o in Bitcoin, non in stablecoin agganciati alle riserve in dollari. I volumi di transazioni commerciali transfrontaliere sulla piattaforma di pagamento cinese Cips (alternativa al sistema Swift) sono raddoppiati in poche settimane, passando da 619,7 miliardi di yuan al giorno in febbraio a 1.220 miliardi a metà aprile.

Gli scenari possibili

Tre traiettorie si profilano nelle settimane a venire. La prima è quella di un accordo diplomatico prima del summit Xi-Trump previsto a metà maggio a Pechino: entrambe le potenze hanno interesse ad arrivare all’incontro in condizioni di relativa stabilità, ma il blocco americano aggiunge incertezza e rischia di trasformare il vertice da occasione di stabilizzazione a nuovo terreno di scontro. La seconda è un’escalation militare nel Golfo, con la possibilità concreta che navi cinesi vengano intercettate dalla marina americana. Se gli Stati Uniti decidessero di bloccare una petroliera cinese, le conseguenze diplomatiche potrebbero essere gravi. La terza è uno stallo prolungato, favorevole a Mosca per via dei prezzi energetici elevati, mentre la Cina cerca di compensare con rotte alternative via terra e acquisti strategici di riserve.

La guerra in Iran è anche un osservatorio: la Cina sta seguendo con attenzione le capacità americane, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle decisioni militari e i tempi di riassestamento degli arsenali. Sul piano interno, la situazione economica cinese appare meno solida rispetto al decennio scorso, quando la crescita era alta e la bolla immobiliare in espansione: questa fragilità frena le ambizioni di Pechino e spiega la scelta di non interrompere l’avversario mentre commette errori. La crisi non è ancora un ordine cinese, ma è sempre meno un ordine americano.

Il momento peggiore per dipendere dal petrolio

C’è qualcosa di contradditorio nell’attuale crisi energetica. I contratti a termine del prossimo anno indicano valori a 70 dollari al barile, lo stesso livello di prima della guerra, mentre il greggio oscilla intorno ai 100 dollari nelle quotazioni spot. I mercati stanno scontando il rischio geopolitico, non una vera scarsità strutturale. Mai come adesso c’è stato tanto petrolio e gas, più facilmente accessibile, meglio distribuito, certo molto è ancora in Medio Oriente, ma con la possibilità di fare velocemente, nell’arco di pochi mesi, nuovi oleodotti per collegare i giacimenti al Mar Rosso al Mediterraneo.

Hormuz: quanto dura lo shock

L’EIA, cioè la United States Energy Information Administration, l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America che raccoglie, analizza e diffonde informazioni sull’energia, stima che Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain abbiano collettivamente ridotto la produzione di 7,5 milioni di barili al giorno a marzo, con una previsione di 9,1 milioni a aprile. È un numero enorme, ma non permanente. L’EIA prevede anche che il Brent raggiunga un picco nel secondo trimestre 2026 a circa 115 dollari al barile prima di allentarsi gradualmente, con un valore attorno ai 76 dollari nel 2027. Lo shock, insomma, ha un orizzonte temporale misurabile. Inoltre, sono state riviste al ribasso le previsioni di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026: ora ci si aspetta un aumento di circa 640.000 barili al giorno, rispetto alle stime precedenti di 850.000. La domanda si distrugge quando i prezzi salgono troppo: è un meccanismo doloroso, ma funziona.

L’Europa e il gas russo: il problema che non va via

Il nodo più complicato riguarda il gas. Negli ultimi mesi l’UE ha incrementato gli acquisti di gas dalla Russia il cui GNL è quasi raddoppiato fra i tre mesi estivi del 2025 e i primi tre mesi del 2026. Il Qatar, possibile alternativa, è tagliato fuori dalle forniture verso l’Europa dall’inizio del 2026. Il risultato è che la Russia rappresenta il 6% dell’offerta mondiale di metano liquido nel 2024 e, se l’Europa non lo comprasse, lo farebbe la Cina a prezzi scontati. Un mercato globale, dove le interdipendenze non si tagliano con un tratto di penna.

I numeri che contano davvero

La crisi di Hormuz, per quanto grave, è avvenuta in un momento in cui la struttura degli investimenti energetici mondiali stava cambiando rapidamente. Secondo il rapporto annuale dell’International Energy Agency (IEA) sull’investimento energetico globale, nel 2025 le tecnologie pulite (rinnovabili, nucleare, reti, stoccaggio ed efficienza) hanno attratto capitali pari a circa il doppio di quelli destinati ai combustibili fossili, con 2.200 miliardi di dollari contro 1.100 miliardi. L’investimento in solare, sia utility-scale che residenziale, è previsto che raggiunga 450 miliardi di dollari nel 2026, rendendolo la singola voce più grande nell’inventario degli investimenti energetici globali.

La finestra che si apre

Ogni crisi del petrolio ha storicamente accelerato qualcosa. Il 1973 spinse il Giappone e l’Europa verso l’efficienza industriale. Il 2022 ha fatto raddoppiare le installazioni di rinnovabili in Europa. Questo episodio non fa eccezione: solare e eolico coprono ormai oltre il 90% della crescita della domanda elettrica globale e la generazione combinata di queste due fonti toccherà i 6.000 TWh nel 2026. La Commissione europea sta elaborando misure strutturali: acquisti coordinati di gas per evitare che i Paesi si facciano concorrenza reciproca, maggiore uso dei fondi di coesione per l’efficienza energetica, e un’accelerazione degli investimenti in solare, eolico e biometano. Sono misure di emergenza che, se mantenute, diventano politica industriale.

Cosa serve per non “sprecare” la crisi

Il rischio è noto: passata l’emergenza, i prezzi calano, l’urgenza svanisce e gli investimenti rallentano. Le riserve strategiche dei paesi consumatori durano 90 giorni, una quantificazione sufficiente per uno shock di breve durata, non per una crisi strutturale. La vera partita non è sopravvivere a Hormuz, è decidere che questa volta i fondi straordinari non tornano nel cassetto. Una decade fa gli investimenti nei combustibili fossili erano superiori del 30% a quelli nell’elettricità. Oggi gli investimenti elettrici superano del 50% il totale speso per portare petrolio, gas e carbone al mercato. La direzione è giusta. La velocità, ancora no.

Iran, al via il blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Trump

Blocco navale nei porti iraniani, parola di Donald Trump. Il presidente americano la scorsa notte ha pubblicato su Truth un post inequivocabile: “Gli USA bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle 10 del mattino”, le 16 italiane.  Le tensioni in Medio Oriente continuano imperterrite ed è entrato in vigore un blocco totale per navi cargo e petroliere, con il presidente americano che su Truth minaccia: “Se una qualsiasi delle navi veloci dovesse anche solo avvicinarsi lontanamente al nostro blocco, sarà eliminata, utilizzando lo stesso metodo di eliminazione che impieghiamo contro gli spacciatori sulle imbarcazioni in mare: rapido e brutale”.

Il monito di Trump su Truth. ©realDonaldTrump

Accordo saltato in Pakistan. Nodi uranio arricchito e pedaggi

La decisione del tycoon segna il collasso dei negoziati di Islamabad di qualche giorno fa, nei quali lo stato islamico ha rifiutato la richiesta di non arricchire ulteriormente l’uranio e di consegnare le quantità possedute finora, circa 400 kg. Agli USA non è andata giù nemmeno la questione pedaggi, ritenuti illegali dall’amministrazione Trump, in cui Teheran ha imposto fino a due milioni di dollari a nave per il transito sicuro tra le mine.

Netanyahu approva, Starmer contrario

Alla decisione della chiusura totale degli scali marittimi si è opposto uno dei grandi alleati degli USA, la Gran Bretagna. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato alla BBC: “Il Regno Unito non sostiene il blocco navale dello Stretto di Hormuz. Siamo stati chiari sul fatto che non ci saremmo lasciati trascinare in questa guerra”. Il premier, alla Camera dei Comuni, ha poi chiesto che venga esteso con urgenza il cessate il fuoco anche in Libano, definendo sbagliati i bombardamenti israeliani. Da Tel Aviv invece pieno appoggio, con il premier israeliano Benjamin Netanyahu che approva il blocco: “L’Iran ha violato le regole, sosteniamo questa posizione ferma e siamo in costante coordinamento con gli Stati Uniti”. Il primo ministro ha pure sottolineato che dal suo punto di vista, per adesso il conflitto in Iran è stato un successo: “Teheran è più debole che mai, Israele è più forte che mai”.

Regge il cessate il fuoco di due settimane, in corso sforzi per un nuovo accordo

Un primo round di negoziati fallito quindi tra Stati Uniti e Iran, con il Pakistan che vuole nuovamente mediare in prima linea tra le due nazioni, come confermato dal ministro pakistano della Difesa Khawaia Asif: “C’è ancora possibilità di negoziare”. Il suo omologo iraniano Seyyed Majid però non è così ottimista: “L’Iran è pronto a qualsiasi scenario e le forze armate sono in massima allerta. Qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva”. La tregua di due settimane però prosegue, come ha fatto sapere il premier pakistano Shehbaz Sharif: “Il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran sta tenendo, stiamo dedicando tutti i nostri sforzi per risolvere”.

Trump vs Leone XIV, a sostegno del Pontefice a sorpresa arriva Pezeshkian. Per il Papa solidarietà anche da Giorgia Meloni

Nella notte c’è stato poi l’attacco di Trump al Papa Leone XIV. In un post su Truth, Trump ha scritto: “Il Papa è debole sulla criminalità e pessimo in politica estera. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Non voglio un Pontefice che ritenga accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare”.  Immediata la risposta del Papa, che ai microfoni di alcuni giornalisti con lui in volo per l’Algeria, ha dichiarato: “Non considero il mio ruolo come politico, non voglio entrare in un dibattito con lui”. Arrivato nel Paese nordafricano si è poi espresso sulle situazioni attuali nel Sahara e nel Medio Oriente: “Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni – conclude il Papa – quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile”.

Paradossalmente, a prendere le difese di Leone XIV, è arrivato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha condannato severamente una foto caricata da Trump su Truth, poi rimossa, ritenendola blasfema: “A nome della grande nazione dell’Iran, dichiaro che la profanazione di Gesù, il profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera. Vi auguro – chiosa il presidente dell’Iran – gloria da parte di Allah”.  

L’immagine caricata da Trump su Truth. ©realDonaldTrump

Anche il premier italiano Giorgia Meloni è intervenuto a difesa del Papa: “Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”.

Pechino minaccia contromisure contro il blocco. Xi Jinping a Pechino incontra il principe di Abu Dhabi Khaled e propone quattro punti per la pace e la stabilità.

La Cina guarda lo stallo con interesse, confermando il suo dissenso nella decisione di Trump. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito il blocco dello stretto “pericoloso e irresponsabile” e ha poi dichiarato: “Gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari e intrapreso un’azione di blocco mirata, che non farà altro che esacerbare le tensioni e minare il già fragile accordo di cessate il fuoco, mettendo ulteriormente a repentaglio la sicurezza del passaggio attraverso lo Stretto”. Dopo ha rivolto delle minacce non troppo velate agli americani: “Se gli Stati Uniti insistono nell’usare questo come pretesto per imporre dazi aggiuntivi alla Cina, la Cina adotterà sicuramente contromisure risolute”.

A Pechino il leader cinese Xi Jinping ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan. I due hanno discusso di un piano strategico proposto dal presidente cinese, una proposta di quattro punti per promuovere la pace in Medio Oriente: rispetto del principio della coesistenza pacifica, rispetto del principio della sovranità nazionale, rispetto del principio dello Stato di diritto internazionale e rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.