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Argomento: Geopolitica

Iran-Usa, negoziato in stallo: ultimatum scaduto, trattative nel caos

Scade oggi l’ennesimo ultimatum imposto da Trump all’Iran per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz. Washington aveva inviato a Teheran, tramite i mediatori pachistani, un piano in quindici punti per chiudere il conflitto. La Repubblica islamica lo ha rifiutato e ha risposto con una controproposta in dieci punti, che Washington considera massimalista. A margine dell’operazione di recupero dei due piloti dell’F-15 abbattuto, Trump ha tenuto una conferenza stampa di oltre un’ora alla Casa Bianca, affiancato dal ministro della Difesa Pete Hegseth e dal direttore della CIA John Ratcliffe, ribadendo la minaccia di radere al suolo ponti e impianti energetici iraniani e di poter distruggere l’intero Paese in quattro ore. Ha detto di sperare di non dover dare l’ordine. Ha anche dichiarato che ogni ponte in Iran sarà decimato entro dodici ore dall’eventuale ordine, e ogni centrale elettrica fuori servizio, bruciata ed esplosa.

Le quindici condizioni americane e le dieci risposte di Teheran

Il piano americano in quindici punti prevede, tra le voci principali: lo smantellamento del programma nucleare con la consegna dell’uranio arricchito al 60%, un limite alla gittata dei missili balistici, lo stop al sostegno ai gruppi regionali da Hamas agli Hezbollah fino alle milizie sciite in Iraq e Siria, e soprattutto la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. La controproposta iraniana in dieci punti include invece: la fine permanente di tutte le ostilità, la revoca delle sanzioni che soffocano i commerci iraniani, il risarcimento dei danni causati dagli attacchi e, come condizione preliminare a qualsiasi discussione sul nucleare, la garanzia che gli Usa non riprenderanno mai a bombardare. Sul nodo centrale di Hormuz, Teheran rilancia con la richiesta di un nuovo ordine per le acque dello Stretto, con un protocollo che consenta di soggettare i transiti ad autorizzazione e pedaggio. Sul nucleare, fonti iraniane hanno dichiarato che le trattative proseguiranno, ma il Paese andrà avanti a combattere finché i leader politici lo giudicheranno necessario.

I mediatori: Pakistan, Egitto e Turchia

L’uomo che sta cercando di tenere aperto un canale tra le parti è il generale pachistano Asim Munir, capo delle forze armate, amico sia di Trump che degli iraniani. Per tutta la notte tra domenica e lunedì ha parlato con gli americani, con l’inviato speciale Steve Witkoff e il vicepresidente JD Vance, trasferendo messaggi a Teheran, cercando di smussare le posizioni e tracciare i contorni di una possibile de-escalation. Lunedì mattina la proposta di tregua è stata fatta filtrare ai media. Anche Egitto e Turchia sono coinvolti nel tentativo di mediazione. Gli europei, invece, non sono stati inclusi in alcun modo nel processo negoziale. Il presidente turco Erdogan si è dichiarato furioso con il governo israeliano, che secondo lui ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra.

L’operazione di recupero del pilota dell’F-15

Uno degli episodi più significativi delle ultime 48 ore è stato il recupero del colonnello americano disperso dopo l’abbattimento del caccia F-15 in territorio iraniano. Per salvarlo sono stati utilizzati 155 mezzi. Uno dei due piloti era stato salvato subito dopo l’abbattimento; il secondo, il colonnello, era disperso da un paio di giorni, braccato dalle forze di Teheran nelle campagne della provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. Il recupero ha dimostrato, secondo diversi analisti citati dalla stampa, la capacità americana di muoversi fisicamente e tecnologicamente all’interno del territorio nemico. Trump ha utilizzato l’operazione come palcoscenico per la conferenza stampa, definendola un’operazione di salvataggio storica.

I raid continuano: colpito il petrolchimico, ucciso il capo dell’intelligence Pasdaran

Sul campo, le operazioni militari non si sono fermate. I jet israeliani hanno colpito l’impianto petrolchimico legato al giacimento di gas naturale di South Pars, uno dei più importanti del Paese. In tre diversi aeroporti hanno distrutto elicotteri e velivoli dell’esercito iraniano. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha condannato l’attacco all’università Sharif, fondata nel 1966 e considerata l’equivalente iraniano del MIT. Nella notte tra domenica e lunedì è stato ucciso in un raid Majid Khademi, capo dei servizi segreti dei Pasdaran: un altro colpo al sistema di comando e controllo dei Guardiani della Rivoluzione, che coordina i lanci di missili contro i Paesi del Golfo e contro Israele. Dal lato iraniano, missili balistici hanno colpito Haifa, causando la morte di quattro israeliani. Dall’inizio della guerra sono 18 i civili tra cittadini dello Stato ebraico e stranieri uccisi in Israele.

Il nodo nucleare: i 450 chili di uranio nascosti

Il dossier nucleare resta uno dei punti di maggiore attrito. Negli accordi entreranno anche 450 chilogrammi di uranio arricchito almeno al 60%, una quantità tale che gli esperti stimano sufficiente, con ulteriore arricchimento al 90%, per costruire una bomba atomica, che si troverebbero ancora in possesso degli scienziati iraniani, nascosti in parti del sito di Isfahan. Washington chiede la consegna di questo materiale come condizione non negoziabile. Trump ha detto che non permetterà mai all’Iran di avere un’arma nucleare, ma le trattative su questo punto sono le più difficili.

La posizione di Israele e il ruolo di Netanyahu

Netanyahu ha dichiarato pubblicamente di essere desideroso di raggiungere un accordo, ma la sua posizione è considerata da Washington difficile da decifrare. Secondo indiscrezioni riportate da Axios, Netanyahu avrebbe incitato Trump a non fermare l’operazione e a non optare per il cessate il fuoco. Ieri ha scritto sulla piattaforma X che Israele continuerà con tutta la forza su tutti i fronti, fino alla rimozione della minaccia e al raggiungimento di tutti gli obiettivi di guerra. Il governo di Tel Aviv teme che il presidente Usa accetti un accordo che impedisca in futuro ulteriori blitz israeliani. La domanda che resta aperta, secondo diversi osservatori, è se Trump e Netanyahu condividano davvero gli obiettivi finali del conflitto.

L’Europa tagliata fuori

In tutto il processo diplomatico, l’Europa resta ai margini. I mediatori sono Pakistan, Egitto e Turchia. Gli europei non sono coinvolti in alcun modo nelle trattative dirette. Gran Bretagna, Francia, Spagna e Italia hanno inviato navi nel Mediterraneo a difesa dei Paesi Nato, ma Trump ha chiesto loro di partecipare alle spese per garantire la sicurezza di Hormuz, richiesta che ha irritato i partner europei. Il portavoce del premier del Qatar, in un colloquio con Repubblica da Doha, ha sintetizzato la posizione dei Paesi del Golfo: ciò che serve per riaprire lo Stretto è una soluzione combinata di politica, economia e sicurezza, e non la sola risposta militare.

Hormuz, l’ultimatum che non finisce: Trump minaccia l’inferno, Teheran resiste

Sul suo social Truth, Trump ha postato il nuovo ultimatum all’Iran: 48 ore per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz, trascorse le quali, ha scritto, si scatenerà l’inferno. Era già il decimo giorno dall’ultimatum originale di dieci giorni, anch’esso ignorato da Teheran. Il regime iraniano ha rispinto la minaccia, affermando che in caso di aggressione estesa l’intera regione si trasformerà in un inferno, e che il vero disperato è Trump. Il presidente americano continua nel frattempo a dichiarare di aver vinto, come aveva fatto l’11 marzo davanti a un comizio in Kentucky, il 20 marzo nel giardino della Casa Bianca e il 25 marzo durante una raccolta fondi. Un sondaggio Reuters/Ipsos dipinge tuttavia uno scenario diverso: il 56% degli americani ritiene che la guerra avrà un impatto negativo sulle proprie finanze, l’86% è molto preoccupato per il rischio di vittime tra i militari Usa, il 52% pensa che la guerra renderà la regione più instabile.

L’arsenale iraniano: metà è ancora intatto

Quaranta giorni di raid non hanno prodotto la resa di Teheran, e i numeri iniziano a fare i conti con la realtà. Secondo fonti dell’intelligence americana citate dalla CNN, l’Iran avrebbe ancora circa la metà dei lanciatori di missili, mentre portavoce militari israeliani avevano annunciato di averne danneggiati due terzi. I Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno ricostruito i siti sotterranei scavando tra le macerie subito dopo i bombardamenti. Il meccanismo che rende difficile neutralizzarli è stato descritto dal Wall Street Journal: le batterie missilistiche iraniane sono alloggiate in camere multispettrali capaci di rilevare le variazioni nel campo elettromagnetico sulle rotte di solito usate dai jet americani o israeliani e spostarsi automaticamente in quella direzione. Risultato: l’esercito iraniano non è più cieco come il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva più volte professato. L’esperto israeliano Danny Citrinowicz ha sintetizzato il paradosso: la campagna si è trasformata in tutto quello che non piace: lunga, non decisiva, senza una chiara immagine della vittoria.

Il caccia abbattuto e la crisi di immagine

Un colpo durissimo all’immagine americana è arrivato venerdì con l’abbattimento di un F-15 Eagle da parte della contraerea iraniana, con un pilota salvato e l’altro disperso per 48 ore. A questo si aggiunge un A-10 Warthog precipitato nei pressi di Hormuz senza danni per il pilota. L’abbattimento di due aerei ha fatto scricchiolare la convinzione Usa di avere il controllo dei cieli. Come ulteriore affronto, una nave per il trasporto merci collegata a Israele, la MSC Ishika, è stata colpita nella zona di Hormuz da droni iraniani. La Casa Bianca ha smentito le voci sempre più insistenti su un ricovero ospedaliero di Trump, con il portavoce Steven Cheung a precisare che il presidente era a lavorare nel suo Studio Ovale.

© Imagoeconomica

Lo Stretto: pedaggi in cripto e transiti a discrezione

Sul fronte navale, lo Stretto non è completamente chiuso ma funziona secondo le regole di Teheran. Secondo i dati Kpler, dal 1° marzo a venerdì sera sono passate circa 240 navi cargo sullo Stretto, a fronte delle circa 120 al giorno in tempo di pace, un calo del 94%. Delle navi transitate, quasi due terzi provenivano o erano diretti in Iran; le altre appartengono a Emirati, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita, Oman, Brasile e Giappone. Secondo fonti diplomatiche europee, per le navi che superano i controlli dei Pasdaran viene richiesto un pedaggio pagabile in stablecoin o in yuan: una prassi che potrebbe diventare la nuova normalità. La Cina occupa una posizione privilegiata: Pechino è acquirente dell’80% delle esportazioni di petrolio iraniane, e il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio ufficiale di tre navi portacontainer del colosso Cosco, che dalla settimana scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche dall’Asia orientale verso il Golfo. Per la prima volta giovedì è passata anche una nave con a bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese Mitsui OSK Lines.

L’Arabia Saudita e il piano per aggirare Hormuz

La crisi sta accelerando piani strategici di lungo periodo che puntano a rendere lo Stretto irrilevante. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, i Paesi del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere da Hormuz. La principale opzione allo studio prevede una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto israeliano di Haifa. L’Arabia Saudita è l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie all’oleodotto East-West che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. Il principale progetto alternativo su scala più ampia è il corridoio IMEC, India-Middle East-Europe Economic Corridor, lanciato al G20 del 2023, che coinvolge Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Unione europea, Italia, Francia, Germania, Grecia e Israele e che con il blocco di Hormuz è tornato centrale perché permetterebbe di bypassare lo Stretto collegando l’India al Mediterraneo attraverso una rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade.

La strategia della coercizione: tensioni USA-Iran e l’instabilità del mercato energetico globale

Le parole usate da Donald Trump per descrivere i contatti con Teheran — “great progress” con un “regime più ragionevole” — si collocano dentro una dinamica ormai riconoscibile: negoziare mentre si alza il livello della minaccia. Anche perché, il primo obiettivo — quel cambio di regime con una leadership più pragmatica — per ora non è riuscito. Mancava un’opposizione realmente organizzata, e non c’è stato per ora neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata.

Il Paese ora è di fatto in mano al controllo, soprattutto militare ma anche politico, dei Pasdaran.

Mentre si apre il secondo mese di guerra regionale in Medio Oriente, la Casa Bianca lascia filtrare l’idea di un possibile accordo, ma allo stesso tempo prepara il terreno per un’escalation che avrebbe al centro non solo obiettivi mirati, ma l’intera infrastruttura economica dell’Iran. La minaccia è esplicita: impianti elettrici, pozzi petroliferi di esportazione come Kharg Island, fino agli impianti di desalinizzazione e potenzialmente al programma nucleare. Un piano di obiettivi redatto al Pentagono è probabilmente oggetto di verifiche dettagliate per missioni delle forze speciali e operazioni mirate.

Si tratta di una strategia che mira a colpire la capacità stessa dello Stato iraniano di funzionare, trasformando luce e acqua in armi negoziali. Al centro di tutto rimane lo Stretto di Hormuz, non solo come “choke point” energetico globale, ma come leva politica. Washington non sembra intenzionata a tornare al vecchio status quo nemmeno nel dopo-conflitto, ma punta a un nuovo equilibrio che controlli i flussi delle navi.

In questo scontro, il prezzo del Brent ha superato i 110 dollari al barile, spingendo al rialzo le aspettative di inflazione in Europa. Le banche osservano i margini di manovra e i dati sui transiti mondiali, mentre i volumi si spostano verso hub come Yanbu nel Mar Rosso e Fujairah.

La resilienza delle rotte rimane appesa al corridoio Suez-Bab El Mandeb, dove i ribelli yemeniti Houthi, con il sostegno dell’Iran, continuano a rappresentare un rischio. Il rafforzamento statunitense punta a una diplomazia coercitiva, ma la linea d’intervento è sottile: un’azione su larga scala avrebbe conseguenze invasive, ed è qui che emerge il dubbio di fondo degli alleati UE.

Guerra in Iran: a che punto siamo dopo un mese dall’inizio del conflitto

La guerra in corso ha ormai superato da tempo i confini iraniani, coinvolgendo pienamente anche il Libano, dove Israele ha intensificato le operazioni militari distruggendo diverse infrastrutture, tra cui ponti strategici nel Sud del Paese. Parallelamente, l’Iran continua a lanciare missili e droni verso obiettivi regionali, mostrando capacità belliche più avanzate rispetto alle stime iniziali. Gli attacchi hanno interessato infrastrutture energetiche e militari in vari Paesi del Golfo, contribuendo a un forte rialzo dei prezzi internazionali di petrolio e gas.

In questo scenario, lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più sensibili: minacciato e parzialmente chiuso in più occasioni, rappresenta un nodo critico per la stabilità dei flussi energetici globali. L’insieme di questi elementi ha trasformato il conflitto in una crisi regionale ad alta intensità, con effetti immediati sui mercati e sulle dinamiche politiche mediorientali.

Negoziati confusi e comunicazione contraddittoria

Sul piano diplomatico, la comunicazione rimane contraddittoria. Gli Stati Uniti sostengono che siano in corso colloqui preliminari con Teheran, definiti “produttivi” dall’amministrazione statunitense, mentre l’Iran continua a negare qualsiasi trattativa. Questa ambiguità crea un clima di incertezza, aggravato dal continuo rinvio degli ultimatum americani sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e dalle smentite incrociate delle parti.

Nel frattempo, si moltiplicano le indicazioni di un possibile intervento via terra. Secondo analisi recenti, il Pentagono sta valutando l’invio di ulteriori forze, fino a 10.000 soldati, pronte a partecipare a operazioni mirate sul territorio iraniano. L’obiettivo potrebbe essere quello di occupare siti strategici, come alcune isole controllate da Teheran, per mettere in sicurezza materiali sensibili come l’uranio arricchito. Sebbene non vi sia conferma ufficiale di un imminente sbarco, la preparazione di queste truppe segnala che l’opzione di un’azione terrestre non è stata esclusa.

Questo scenario convive con paralleli tentativi diplomatici, sostenuti da Paesi mediatori come Egitto, Qatar e Regno Unito, che avrebbero facilitato scambi indiretti di comunicazioni tra Washington e Teheran. Le condizioni fissate dagli Stati Uniti includono lo smantellamento di siti nucleari e limiti severi ai programmi missilistici iraniani, mentre l’Iran pone richieste vincolanti prima di intavolare qualsiasi trattativa, come ad esempio una compensazione economica per i danni subiti finora.

Il coinvolgimento degli attori regionali

Israele continua a essere fortemente coinvolto nelle operazioni militari, con attacchi a obiettivi strategici iraniani e azioni parallele nel Sud del Libano. Anche il Regno Unito ha ampliato il proprio ruolo autorizzando l’uso delle sue basi militari da parte delle forze statunitensi, segnale della crescente dimensione internazionale del conflitto.

All’interno dell’Iran, nel frattempo, emergono segnali di tensione politica: l’assenza prolungata di figure centrali come Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema dell’Iran – proclamata dopo la morte del padre l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso da un bombardamento mirato il primo giorno del conflitto – solleva interrogativi sulla stabilità interna e sulle possibili divisioni nella leadership del Paese.

Prospettive: tra rischi di escalation e spiragli difficili

Le dichiarazioni pubbliche degli attori coinvolti oscillano tra inviti alla calma, minacce di nuovi attacchi e annunci di trattative “ben avviate”, spesso smentite nel giro di poche ore. Mentre si parla di possibili tregue e piani di pace, le operazioni militari continuano su più fronti e non emergono segnali concreti di una de-escalation duratura.

Il rischio di un’espansione ulteriore del conflitto resta elevato: l’ingresso di nuove forze sul campo, l’intensificazione delle operazioni transfrontaliere e la fragilità delle vie diplomatiche indicano un quadro in cui l’uscita dalla crisi appare ancora lontana. Finché negoziati e minacce continueranno a procedere in parallelo, il conflitto resterà sospeso tra la possibilità di un accordo temporaneo e quella di una nuova accelerazione delle ostilità.

Piano Mattei: l’Italia accelera in Africa con quattro nuovi partner strategici

A due anni dal suo lancio ufficiale, il Piano Mattei per l’Africa entra in una nuova fase operativa. Durante l’ultima cabina di regia tenutasi a Palazzo Chigi a marzo 2026, il governo ha ufficializzato l’estensione del programma a quattro nuovi paesi: Gabon, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Salgono così a 18 le nazioni africane coinvolte in un progetto che mira a superare la logica dell’assistenzialismo in favore di un “partenariato paritario” ispirato alla visione di Enrico Mattei.

Una strategia in sei pilastri

Il Piano non è solo un accordo diplomatico, ma una struttura operativa che si muove su direttrici precise per favorire lo sviluppo locale e la stabilità regionale:

  1. Istruzione e formazione: Creazione di centri d’eccellenza per arginare la “fuga dei cervelli”.
  2. Sanità: Rafforzamento dei sistemi sanitari locali, come il recente progetto approvato per il Ciad.
  3. Agricoltura: Implementazione di tecnologie di precisione e contrasto all’insicurezza alimentare (es. progetti in Burkina Faso e Kenya).
  4. Acqua: Gestione delle risorse idriche e potabilizzazione.
  5. Energia: Sviluppo di filiere per i biocarburanti e infrastrutture per la transizione ecologica.
  6. Infrastrutture fisiche e digitali: Potenziamento della connettività satellitare e della logistica.

I numeri e i finanziamenti del 2026

La sostenibilità economica del Piano poggia su un mix di risorse pubbliche e investimenti multilaterali. Nel marzo 2026, il Comitato Congiunto per la Cooperazione allo Sviluppo ha approvato un nuovo pacchetto di iniziative dal valore di 246 milioni di euro.

A queste si aggiungono le leve finanziarie consolidate:

  • Fondo Italiano per il Clima: Il motore principale per i progetti di transizione energetica.
  • Cassa Depositi e Prestiti (CDP): Coinvolta con linee di credito fino a 400 milioni di euro in 5 anni per le PMI africane.
  • Conversione del debito: La Presidenza del Consiglio ha confermato l’intenzione di convertire circa 235 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di sviluppo concreto sul territorio africano nei prossimi dieci anni.

Tra geopolitica e tecnologia

L’edizione 2026 del Piano Mattei pone un’enfasi senza precedenti sull’innovazione. A Roma è stato lanciato il primo AI Hub per lo Sviluppo Sostenibile, pensato per formare specialisti africani nell’uso dell’intelligenza artificiale applicata all’agricoltura e alla gestione dei rischi naturali.

L’obiettivo geopolitico resta chiaro: posizionare l’Italia come il ponte naturale tra l’Europa e l’Africa, collaborando con l’iniziativa europea Global Gateway. Tuttavia, la sfida rimane quella della messa a terra dei progetti: il passaggio dalle dichiarazioni d’intenti ai cantieri aperti sarà il vero termometro del successo di questa strategia nel lungo periodo.

Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili

Il riequilibrio che Donald Trump vuole imporre al mondo, esclusivamente a favore degli Stati Uniti, potrebbe essere riassunto in una battuta: follow the oil, segui il petrolio. Un po’ come quando il giudice Falcone capì che per ricostruire i business delle mafie bisognava seguire il denaro e coniò il famoso “follow the money”, ora, per provare a dare una spiegazione logica a cosa sta accadendo, bisogna interpretare le intenzioni di Trump verso quei paesi che non sono allineati al volere occidentale ma che sono ricchi di petrolio ma anche di terre rare.

Il Blitz di Caracas: L’Operazione “Absolute Resolve”

Tutto inizia i primi di gennaio con l’operazione “Absolute Resolve”, rapido blitz per esfiltrare Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores, da Caracas verso una meno comoda prigione a New York City. Qualche vittima, soprattutto tra le guardie del corpo cubane del dittatore sudamericano, e la sostituzione con una persona non vicina agli Stati Uniti ma sicuramente molto più incline e affabile, ma forse sarebbe meglio dire ricattabile, ad assecondare le richieste americane, Delcy Rodriguez. Con il Venezuela e i suoi 303 miliardi di barili di riserve provate nuovamente nell’orbita d’influenza americana, Trump ha messo in sicurezza il più grande deposito di greggio del pianeta.

Teheran e l’operazione “Ruggito del Leone”

A fine febbraio, l’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” ha portato, a differenza dell’operazione venezuelana, all’eliminazione fisica della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei, di buona parte dei comandanti militari e di alcuni esponenti di governo. Colpire l’Iran significa colpire il terzo serbatoio mondiale di petrolio (209 miliardi di barili), rendendo insicura e costosa ogni goccia di greggio che Teheran tenta di esportare verso est. Per ora però, a differenza del Venezuela, in Iran non si prevede un governo amico ma anzi una continuità in linea familiare con l’elezione, da parte dell’Assemblea degli esperti, di Mojtaba Khamenei secondogenito di Alì Khamenei. Gli USA e soprattutto Israele, quindi, continueranno sicuramente nella loro azione bellica per provare a posizionare politici che rendano l’Iran un paese più amico.

Il “Follow the Oil” come dottrina anti-Cinese

Ma perché, per mettere ordine in questo caos avviato dalla presidenza Trump, bisogna seguire la sottile linea nera del petrolio? I primi dieci paesi con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, nella classifica stilata dall’OPEC, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, troviamo al primo posto il Venezuela con 303 miliardi di barili di riserve provate, a seguire l’Arabia Saudita, 267 miliardi, ma già salda alleata degli Stati Uniti, e poi l’Iran con 209 miliardi. Insieme rappresentano circa il 50% dei trilioni di barili di riserve provate stimati globalmente. Solo questa classifica basta per spiegare ciò che sta accadendo nel mondo in cui la transizione ecologica, a cui Trump non ha mai creduto, fatica ad imporsi e non solo per gli alti costi di produzione, mentre il petrolio e la sua industria, che continuano ad essere il motore del mondo, sono ancora viste in maniera ostile dall’Unione Europea che si è attaccata da tempo alla transizione green con il risultato di trascinare le economie nazionali dei paesi aderenti quasi al collasso. Ma è così che gli Stati Uniti provano a controllare gli equilibri mondiali a partire dalla sicurezza fino all’economia, spezzando l’asse degli stati canaglia, ossia quei paesi che mostrano comportamenti aggressivi e pericolosi, e che non sono “allineati” al resto dell’Occidente. Non esiste una lista ufficiale di questi Stati ma è facile pensare che con le operazioni in Venezuela e Iran, giustificate anche dal fatto che in questo modo sono stati deposti e sostituiti dei pericolosi regimi dittatoriali che minacciavano i diritti umani, sono state colpite (poco) indirettamente le economie di due superpotenze come la Russia, con la quale sotto sotto Trump spera sempre di creare il nuovo ordine mondiale, ma soprattutto della Cina, che si approvvigionava a prezzi scontati di petrolio da Caracas e Teheran, ma che è il principale concorrente commerciale e minaccia militare degli Stati Uniti.

Verso un nuovo ordine mondiale

Trump sta ridisegnando la nuova carta del potere geopolitico e poco gli importa di mettere in difficoltà economiche gli alleati, soprattutto quelli europei. Il petrolio è ancora e sempre un mezzo di controllo, uno strumento di pressione. In questa nuova mappa energetica ridisegnata da quelle che in una prima lettura si presentano come azioni sconclusionate del miliardario presidente degli Stati Uniti, si delinea invece una sottile strategia energetica per controllare i governi. Ora bisogna solo sperare che non ci sia qualcuno che, invece di perdersi in nuovi lunghi e costosi conflitti stile Vietnam, prema subito un tasto per far partire un missile nucleare, potente strumento di deterrenza contro le intenzioni militari espansionistiche di alcuni paesi. Il petrolio invece, paradossalmente, continua a rimanere ancora la principale esigenza intorno a cui continua a girare l’economia mondiale. Trump questo lo ha capito molto bene e lo utilizza per riconquistare spazi e potere.