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Argomento: Geopolitica

Trump frena i raid, ma l’accordo con l’Iran è ancora lontano

La notizia sembrava definitiva: Trump aveva convocato lo staff militare per la notte, i preparativi per i raid erano in corso, Netanyahu aveva riunito per il secondo giorno consecutivo il consiglio di sicurezza ristretto. Poi, nel cuore della notte italiana, il presidente americano ha scritto su Truth: “Ho sospeso l’attacco pianificato contro l’Iran in programma per domani”. La ragione, indicata dallo stesso Trump, è la pressione dei tre paesi del Golfo (Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) che hanno chiesto di fermare i raid perché “i negoziati si stanno facendo seri”.

È la terza volta che un attacco americano viene sospeso all’ultimo momento dall’inizio di questa guerra. Lo schema si ripete: minaccia, preparativi, frenata. Ogni volta la ragione ufficiale è diversa, ma il meccanismo è lo stesso: gli alleati regionali, che dipendono dalla stabilità del Golfo quanto ne beneficiano geopoliticamente, frenano Washington prima che la spirale diventi incontrollabile. Questa volta però qualcosa è cambiato: esiste una proposta concreta sul tavolo, consegnata dall’Iran agli Stati Uniti attraverso la mediazione pachistana.

I 14 punti e il nodo del nucleare

La nuova proposta di Teheran, in 14 punti, si concentra su tre grandi capitoli: la fine delle ostilità, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni marittime. Le questioni più controverse, cioè il programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio, sono state rinviate ai successivi cicli di colloqui.

Sul nucleare, le distanze restano abissali. Secondo Al Arabiya, l’Iran sarebbe pronto ad accettare un lungo periodo di congelamento del suo programma anziché uno smantellamento completo, a condizione che i 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito vengano trasferiti in Russia e non negli Stati Uniti. Washington, che chiede una moratoria di vent’anni, ha già dichiarato la proposta “insufficiente”.

Su altri punti delle 14 controproposte iraniane gli americani sono d’accordo, ma sul nucleare non transigono. La Casa Bianca ha valutato le proposte come non sufficienti a raggiungere un’intesa definitiva. Eppure i negoziati continuano, il che significa che un margine, per quanto stretto, esiste ancora.

C’è anche un capitolo economico. L’Iran chiede la cancellazione delle sanzioni e la restituzione dei beni congelati all’estero, miliardi di dollari bloccati da decenni. Gli americani, secondo fonti citate da Reuters, sarebbero disposti a sbloccare solo il 25% di quei fondi. Una forbice enorme tra domanda e offerta che rende ogni ottimismo prematuro.

Un regime che tiene, a che prezzo

Ottanta giorni dopo l’inizio della guerra, il primo dato politico è che l’Iran non è crollato. Non è imploso dopo la decapitazione di parte della leadership militare, non si è spezzato dopo l’uccisione della Guida Suprema. Ha mantenuto, almeno finora, la capacità di colpire, minacciare, ricostruire, assorbire. Sul piano militare, la resilienza ha sorpreso. Secondo valutazioni di intelligence statunitensi, l’Iran avrebbe recuperato l’accesso a circa il 90% delle strutture sotterranee di stoccaggio e lancio missilistico e conserverebbe circa il 70% dei lanciatori mobili e una quota analoga dell’arsenale prebellico. Numeri che contraddicono la narrazione di una potenza militare neutralizzata.

La situazione, però, è diversa sul piano economico. Le prime stime del Programma delle Nazioni Unite indicano una riduzione del PIL iraniano del 9-10% rispetto alle previsioni di gennaio. L’inflazione a marzo ha raggiunto il 72%, quella alimentare il 134%. Riso, olio, carne e pollo sono triplicati. L’ONU stima che 3,5-4 milioni di iraniani siano finiti sotto la soglia della povertà. Il blocco navale americano sta costando all’Iran circa 430 milioni di dollari al giorno in mancate esportazioni di idrocarburi. Le industrie petrolchimiche, che valevano quasi 18 miliardi di dollari di export annuo, sono quasi completamente ferme. La base industriale della difesa è stata colpita in profondità: materie prime, componentistica, carburanti, assemblaggio. Ricostruirla richiederà tempo, risorse ed accesso a canali esterni, in un’economia strozzata da sanzioni e blocco. Ma sul piano tattico-operativo Teheran può ancora prepararsi a un nuovo round.

Hormuz come leva permanente

Prima della guerra, la deterrenza iraniana si reggeva principalmente su missili, droni e rete di alleati regionali. Oggi è lo Stretto di Hormuz il principale strumento. L’Iran non deve necessariamente chiuderlo per renderlo efficace: può selezionarlo, rallentarlo, minacciarlo, imporre costi. È questa ambiguità, non il blocco totale, ma la possibilità permanente del blocco, a trasformarlo in una deterrenza quasi equivalente al nucleare.

Teheran ha formalizzato questa strategia istituendo l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, un organismo incaricato di gestire i transiti e riscuotere tariffe di passaggio. Le navi che vogliono transitare devono presentare dati di proprietà, assicurazione, elenco dell’equipaggio e rotta prevista, e ottenere il permesso dell’autorità previo pagamento. Alcune navi avrebbero già pagato fino a 2 milioni di dollari per singolo transito.

Trump al bivio, con i sondaggi in caduta

Il problema di Washington non è solo militare. Secondo un sondaggio del New York Times pubblicato ieri, la popolarità di Trump è scesa al 37%, livelli simili a quelli di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi iraniana del 1979. Il 64% degli americani considera l’intervento in Iran una scelta sbagliata, e il 52% si dice contrario a riprendere i bombardamenti anche nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo.

Trump si trova davanti a un bivio: può scegliere tra la prosecuzione dello stallo, che forse lo aiuterebbe in vista delle elezioni di midterm ma non gli consentirebbe di raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, oppure scommettere sull’azzardo di riprendere la guerra con un’intensità ancora maggiore, che potrebbe dargli la vittoria tattica del regime ma anche costargli l’eredità storica, per non parlare del risentimento degli elettori americani colpiti dalle conseguenze economiche delle sue decisioni. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito del 56% dall’inizio dei bombardamenti, passando in media da 2,89 a 4,51 dollari al gallone. Un dato che pesa sui bilanci delle famiglie americane e che si traduce direttamente in voti persi.

Lo stallo, per ora, regge. Ma ogni giorno che passa consuma risorse, militari in Iran, politiche negli Stati Uniti, più difficili da rigenerare.

Cuba, l’isola sull’orlo del baratro

Il 3 gennaio 2026, forze speciali americane hanno prelevato Nicolás Maduro da Caracas e lo hanno trasferito a New York per rispondere di accuse federali. È stata un’operazione militare senza precedenti nell’America Latina del dopoguerra, e i suoi effetti si sono propagati istantaneamente verso nord, attraverso il Mar dei Caraibi, fino all’Avana. Il Venezuela forniva a Cuba circa 26.500 barili di greggio al giorno, quasi il 24% del consumo energetico totale dell’isola. Con la caduta di Maduro, quei barili hanno smesso di arrivare.

Trump aveva già annunciato che Cuba sarebbe stata “la prossima”. Il 29 gennaio 2026, il presidente ha firmato l’ordine esecutivo 14380, che dichiarava l’emergenza nazionale e autorizzava l’imposizione di dazi sui Paesi che fornissero petrolio a Cuba direttamente o indirettamente: il blocco navale più stringente che Washington abbia imposto all’isola dai tempi della Crisi dei Missili del 1962. Il Messico, fino a quel momento principale fornitore dell’isola con quasi il 44% delle importazioni totali, si rè ritrovato sotto pressione e ha ridotto progressivamente le consegne. A marzo, un’unica petroliera russa ha raggiunto l’Avana con un carico di greggio donato. Poi il silenzio.

Buio sull’isola

Cuba dispone di otto centrali termoelettriche, alcune operative da oltre quarant’anni, che si guastano di frequente e devono essere messe offline per manutenzione. Già prima del blocco, i blackout erano diventati una costante dolorosa della vita quotidiana. Con il taglio delle forniture, il sistema è semplicemente crollato.

In alcune zone dell’Avana, i residenti hanno trascorso periodi con appena due ore di elettricità nell’arco di trentasei ore. Le interruzioni colpiscono gli ospedali, le pompe dell’acqua, la catena del freddo, le comunicazioni. Il 16 marzo 2026, l’intera rete elettrica nazionale è collassata, lasciando undici milioni di persone al buio. Il 14 maggio, il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha dichiarato in televisione che l’isola aveva esaurito le scorte di gasolio e olio combustibile. Non era retorica: era una resa dei conti con la realtà fisica.

Il prezzo della benzina sul mercato nero è passato da circa un dollaro al litro a dieci dollari nel giro di pochi mesi. Il governo ha cancellato le vendite di diesel e razionato la benzina. I camion dell’immondizia si sono fermati: a febbraio, solo 44 dei 106 veicoli della nettezza urbana dell’Avana riuscivano ancora a operare, mentre i rifiuti si accumulavano agli angoli delle strade. Le scaffalature dei negozi sono vuote. I supermercati privati nati dopo le riforme del 2021 resistono a fatica: i costi di trasporto sono quintuplicati, il costo di movimentare un container al porto dell’Avana è passato da 100-150 dollari a oltre 600.

Il 91,5% dei medicinali e del materiale sanitario risulta mancante secondo le autorità cubane. Almeno 96.000 persone sono in lista d’attesa per interventi chirurgici non salvavita. I prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 21% nei soli primi tre mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2025.

La CIA all’Avana e l’incriminazione di Castro

Il 14 maggio, è accaduta una cosa insolita all’aeroporto José Martí dell’Avana: un aereo ufficiale della Casa Bianca è atterrato sull’isola con a bordo il direttore della CIA John Ratcliffe, che guidava una delegazione americana per incontrare i vertici del governo cubano. Non era la prima volta che funzionari americani si recavano all’Avana (Barack Obama lo aveva fatto dieci anni prima) ma era la prima volta che la CIA pubblicizzava un proprio incontro con le autorità cubane, diffondendo perfino una foto della riunione.

John Ratcliffe, Direttore CIA © Imagoeconomica

A fare gli onori di casa c’era Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto «el Cangrejo», nipote prediletto dell’ex presidente Raúl Castro e figura chiave di GAESA, il potente consorzio militare che controlla almeno il 40% dell’economia cubana. Ratcliffe avrebbe offerto 100 milioni di dollari in aiuti umanitari, a condizione che il governo accetti “riforme significative”. La situazione è così grave che, secondo il Corriere della Sera, il governo Díaz-Canel aveva già accettato di veicolarne una parte attraverso la Chiesa cattolica.

Poche ore dopo la visita di Ratcliffe, è emersa la notizia che la procura federale del distretto meridionale della Florida stava preparando un atto di incriminazione contro Raúl Castro, 94 anni, ex presidente del Consiglio di Stato dal 2008 al 2018. Le accuse in esame riguarderebbero la responsabilità di Castro nell’abbattimento, nel 1996, di due aerei civili dell’organizzazione di esuli cubani Brothers to the Rescue: quattro uomini (di cui tre cittadini americani) furono uccisi in quell’operazione militare. L’atto di accusa è stato reso pubblico il 20 maggio, in coincidenza con una cerimonia commemorativa per le vittime organizzata dai procuratori federali di Miami (anche se la data di anniversario dell’abbattimento cadeva il 24 febbraio) Un calendario che non sembra casuale.

Secondo Richard Feinberg, professore di America Latina all’Università della California, un’eventuale incriminazione difficilmente convincerà i generali del Pentagono ad aprire un altro fronte a 150 chilometri dalle coste americane: “A Cuba è difficile immaginare un cambio di regime senza truppe statunitensi sul terreno”. Ma la mossa giudiziaria, comunque vada, altera il campo. L’incriminazione di Maduro è rimasta per anni una carta diplomatica. Poi è diventata il pretesto per un blitz.

Chi comanda davvero

La figura di Díaz-Canel, presidente formale della Repubblica, appare sempre più sbiadita nel racconto che emerge dall’isola. Il potere reale a Cuba risiede nel clan Castro, in Raúl e nella sua famiglia, e poi in GAESA, il conglomerato militare che controlla circa il 60% dell’economia. Díaz-Canel, nella lettura di molti analisti, detiene formalmente le cariche ma non le leve. È Raúl, che pure ha ceduto il timone del Partito Comunista nel 2021, a esercitare ancora un’influenza determinante, soprattutto attraverso il nipote “Raulito”. È lo stesso Raulito che avrebbe accolto Ratcliffe insieme al ministro dell’Interno e al direttore dell’intelligence locale, Lázaro Álvarez Casas. Non ha un ruolo istituzionale formale, ma è l’interlocutore scelto dagli americani per trattare con l’isola. Un’anomalia che rivela la struttura reale del potere cubano: non lo Stato, non il Partito, ma una rete familiare e militare che si sovrappone a entrambi e li attraversa.

In questo contesto, il termine “Cubastroika” (riforme economiche senza apertura politica, sul modello di ciò che Gorbaciov tentò in Urss) circola sempre più frequentemente tra gli analisti come ipotesi di lavoro per Havana. Il decreto-legge 144, varato alla fine del 2025, che consente partnership tra imprese statali e private, è letto da alcuni economisti come un segnale al mondo esterno. Non una riforma strutturale: un’apertura tattica per guadagnare tempo e capitali.

Gli scenari

La maggior parte degli analisti identifica oggi tre scenari principali per il futuro prossimo dell’isola: una transizione negoziata, con rilascio di prigionieri politici, legalizzazione dell’opposizione e apertura economica graduale; un collasso disordinato, con implosione del sistema senza accordo preventivo e rischio di vuoto di potere; un’imposizione esterna, innescata da una crisi migratoria o da un’insurrezione interna che giustifichi un intervento americano.

Lo scenario più probabile resta per ora quello di un rimpasto interno ai vertici che lasci il sistema sostanzialmente intatto. Díaz-Canel potrebbe essere rimosso come parte di un accordo negoziato, mentre rimarrebbero in piedi il Partito Comunista, il complesso militare e le reti di affari statali che dominano l’economia. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha parlato esplicitamente di un possibile “regime change al rallentatore”, simile al processo venezuelano ma più graduale.

Il modello Venezuela, tuttavia, non si replica facilmente: a Cuba non esiste alcuno scenario di transizione rapida in cui la democrazia venga ripristinata nel breve termine: le infrastrutture e l’organizzazione dell’opposizione non esistono; qualsiasi cambio di leadership o di regime produrrà nel breve periodo un esito meno che democratico. Il rischio, avvertono i ricercatori del CSIS di Washington, è che la pressione economica prolungata produca non una transizione ordinata, ma un collasso caotico, con conseguenze migratorie di proporzioni ingestibili per gli Stati Uniti stessi.

Da marzo, Trump ha consentito a una petroliera russa di consegnare greggio all’isola: un gesto che può essere letto come volontà di non precipitare la situazione umanitaria oltre il punto di non ritorno, o come segnale che i negoziati segreti con l’Avana stiano procedendo meglio di quanto appaia in pubblico. Quello che è certo è che il tempo stringe. Il governo cubano non ha un piano credibile per affrontare la crisi, non ha la volontà politica di ricostruire il vecchio patto sociale né, almeno ufficialmente, di negoziare con Washington. Ma l’unica opzione rimasta è quella trattativa. L’isola che per oltre sessant’anni ha resistito a tutto, all’embargo, al crollo dell’Unione Sovietica, al Covid, si trova oggi di fronte a un nemico che non si può combattere con la retorica: il buio.

L’Europa che serve: mercato, difesa e autonomia strategica. Parla Enrico Letta

Quando Enrico Letta ha consegnato il suo rapporto sul Mercato Unico alla Commissione europea, la posta in gioco era chiara: o l’Europa impara a funzionare come un sistema coeso, oppure continuerà a perdere terreno rispetto ai grandi blocchi globali. A distanza di mesi, con la proposta di regolamento EU Inc. sul tavolo e un piano di riarmo che ridisegna le priorità del continente, torniamo a chiedergli quanto di quella visione si stia davvero traducendo in realtà. Il risultato è una conversazione che tocca i nervi scoperti dell’integrazione europea, dalla mobilità delle imprese alla dipendenza energetica, dalla governance dei trasporti al rapporto con l’Africa, e che restituisce il ritratto di un’Europa a un bivio, ancora capace di scegliere la strada giusta, ma con poco tempo a disposizione per farlo.

Gentile Presidente, l’idea di un mercato unico era uno dei punti cardine del suo report “Much More Than a Market”. Guardando alla proposta di regolamento Eu Inc., quanto delle sue idee è sopravvissuto al lavoro della Commissione?

Direi che l’impostazione di fondo è stata recepita in misura molto soddisfacente. Il cuore del mio ragionamento era che il Mercato Unico ha bisogno di strumenti che permettano alle imprese di operare davvero a scala europea, senza incontrare ostacoli ogni volta che attraversano un confine nazionale. EU Inc. si muove esattamente in questa direzione.

Un elemento che mi sta particolarmente a cuore è che la proposta della Commissione non limita il proprio campo di applicazione alle sole startup innovative, seppur è evidente che sia stata costruita per rivolgersi principalmente a loro. Nel Rapporto sostenevo con forza che qualsiasi strumento di questo tipo debba essere disponibile per tutte le imprese che incontrano barriere nel Mercato Unico e il testo presentato dalla Commissione ha sposato questo approccio. Se EU Inc. rimanesse accessibile solo a una nicchia di imprese, perderebbe gran parte del suo potenziale trasformativo. La sfida ora è assicurarsi che, nel percorso legislativo, questa impostazione sia preservata.

Eu Inc. dà la libertà di scegliere il Paese di incorporazione dell’azienda, questo potrebbe favorire Paesi con un livello basso di tassazione e penalizzare  strutturalmente Paesi, come l’Italia per esempio, che hanno livelli alti di tassazione? Oppure favorire le grandi multinazionali che hanno già i mezzi per ottimizzare le tasse a scapito delle startup o delle piccole imprese?

È una preoccupazione legittima e capisco perché venga sollevata, ma la Commissione europea è pienamente consapevole dei rischi che una misura mal calibrata potrebbe sollevare e mi sembra si sia mossa in maniera tale da scongiurarli. Innanzitutto c’è infatti da considerare che la proposta ha deliberatamente escluso la dimensione fiscale dal suo perimetro e questa scelta non è stata un caso. Ma soprattutto, bisogna ricordare che in questi anni le istituzioni europee hanno dimostrato di avere una strategia complessiva per contrastare le distorsioni dei sistemi fiscali. Le discussioni in sede OCSE sul progetto BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), così come la proposta BETIF (Business in Europe: Framework for Income Taxation), ne sono la dimostrazione. EU Inc. va analizzata all’interno di questo quadro complessivo, non come una misura isolata.

In un contesto che favorisce la mobilità delle imprese, secondo Lei, non c’è un alto rischio che Eu Inc. possa essere sfruttata per finalità opache, come riciclaggio e corruzione? E in quel caso, a chi spetterebbe la competenza delle verifiche, ai singoli Stati o a un organo sovranazionale apposito?

La risposta è simile alla precedente. Anche in questo caso la preoccupazione è legittima, ma la Commissione si è impegnata ad affrontarla seriamente e le diverse iniziative che le istituzioni europee hanno o stanno adottando fa sì che esistano tutte le condizioni per evitare criticità. La proposta deve infatti essere letta nel contesto più ampio dell’agenda della Commissione su legalità, trasparenza e digitalizzazione. L’AMLA, la nuova Autorità europea per la lotta al riciclaggio, è un passo concreto verso una supervisione sovranazionale in un campo. Non dico che il problema sia risolto, ma l’impegno complessivo della Commissione fa pensare che la direzione sia quella giusta. La domanda non è se il rischio esiste, ma se gli strumenti di presidio cresceranno di pari passo con la mobilità.

Passando dalla mobilità delle imprese a quella delle persone, nel suo report Lei ha sottolineato come sia quasi impossibile viaggiare agevolmente in treno tra le grandi capitali del continente. Questa frammentazione non è il fallimento più visibile del Mercato Unico? L’Italia, leader nell’Alta Velocità, potrebbe esportare questo modello o rischia di restare un’isola efficiente ma isolata? Serve un’Agenzia Europea dei Trasporti con poteri reali o dobbiamo ancora fidarci della buona volontà dei singoli governi?

Non direi che è il più grande fallimento del Mercato Unico in termini assoluti, dal momento che ci sono lacune nei mercati dei capitali, nei servizi, nell’energia o nelle telecomunicazioni che hanno un impatto economico forse maggiore. Ma certamente è uno dei fallimenti più visibili per i cittadini europei. Nel Rapporto ho raccontato la mia esperienza personale: durante i mesi di ascolto che hanno accompagnato l’elaborazione del Rapporto, ho cercato sistematicamente di viaggiare tra capitali europee in treno e mi sono scontrato ogni volta con l’impossibilità pratica di farlo.  Ma anche in questo scenario, il modello italiano si è già costruito una capacità di espansione su scala europea: il Gruppo FS non solo opera con successo in Francia e Spagna con l’Alta Velocità, ma è già un player importante anche in Germania e nel Regno Unito. Parallelamente, Italo, sta pianificando un’espansione europea su larga scala, puntando a mercati strategici come quello tedesco.

Un coordinamento europeo potrebbe sicuramente aiutare operazioni che vanno in tal senso, ma non è detto che serva necessariamente una nuova Agenzia. Nel rapporto ho insistito sulla necessità di un framework regolatorio comune per il trasporto ferroviario internazionale, perché senza di esso le singole iniziative commerciali restano limitate.

Nel piano AccelerateEu, promosso dalla Presidente Ursula von der Leyen, si  parla di rafforzare l’autonomia energetica europea. In parte possiamo riuscirci con un aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nel nucleare di nuova generazione; tuttavia, siamo ancora pesantemente dipendenti da petrolio e GNL, fonti energetiche per cui possiamo diversificare i fornitori, ma questo non rischia di sostituire una dipendenza energetica con un’altra? Qual è, secondo Lei, il confine tra diversificazione e una reale autonomia strategica?

Permettetemi di partire da una premessa che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticata: l’Europa sarà strutturalmente dipendente da fornitori energetici esteri fintanto che la sua economia sarà basata sulle fonti fossili, perché il nostro continente ne è semplicemente povero. Non c’è diversificazione dei fornitori che cambi questa realtà di fondo. Per questo, ho sostenuto nel rapporto che la transizione verde è un imperativo di autonomia strategica, oltre che una scelta ambientale. Investire nelle rinnovabili significa ridurre la dipendenza da qualunque fornitore estero, non soltanto da quelli inaffidabili.

Detto questo, sul breve periodo, diversificare i fornitori è necessario, perché un conto è dipendere da un unico fornitore con cui il rapporto fiduciario si è rotto, un altro è avere partnership con molti fornitori con cui si hanno relazioni strategiche solide. Ma sul medio-lungo periodo, come detto, la vera autonomia strategica passa per la transizione energetica: ogni gigawatt di rinnovabili installato in Europa è un gigawatt sottratto alla dipendenza estera.

In un contesto globale organizzato in grandi blocchi (Stati Uniti, Cina e Russia, Medio Oriente e India) e, a fronte dell’inverno demografico che l’Europa sta attraversando, ritiene realistico immaginare un blocco Eur-Africano come soggetto geopolitico? E con quali stati dell’Africa avrebbe più senso avanzare  questo tipo di ragionamento?

Un blocco geopolitico formale, con strutture istituzionali integrate e politiche comuni, mi sembra difficile da immaginare nel prossimo futuro. Ma il dialogo strategico serve assolutamente e mi concentrerei in particolare sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il Mediterraneo è storicamente uno spazio di contatto, di scambio, di interdipendenza. L’Europa ha tutto l’interesse a costruire relazioni strutturate con il Nord Africa e con i Paesi del Corno d’Africa e del Sahel, non in una logica paternalistica ma in una logica di partenariato reciproco. Energia, infrastrutture, formazione, governance: sono i filoni su cui costruire questi legami. Nel rapporto ho sottolineato ad esempio il potenziale dell’Africa come global energy powerhouse e l’interesse europeo a offrire un’alternativa credibile alle sirene di Russia e Cina. In questo quadro, l’Italia è naturalmente un hub. La nostra posizione geografica, le nostre relazioni storiche con molti Paesi africani e mediorientali e la nostra esperienza infrastrutturale sono tutti asset che possono fare dell’Italia il perno di una strategia europea verso il Sud del Mediterraneo.

Alla luce delle tensioni internazionali e delle possibili evoluzioni della politica estera statunitense, quale dovrebbe essere oggi il ruolo dell’Europa all’interno  della NATO? Più integrazione o maggiore indipendenza? Considerando anche il piano di riarmo europeo, è ipotizzabile un “Mercato Unico della Difesa” dove gli Stati membri accettano di comprare europeo anche a costo di sacrificare i  propri campioni nazionali? L’Italia è pronta a questo passo?

La NATO resta uno strumento indispensabile per la sicurezza europea. Non c’è ambiguità su questo punto. Ma la discussione che sento spesso — “più NATO o più Europa” — mi sembra impostata in maniera sbagliata. Un’Europa più forte non indebolisce la NATO: la rafforza. Se gli europei contribuiscono di più e meglio alla propria difesa, l’Alleanza Atlantica diventa più equilibrata e più solida.

La strada verso un Mercato Unico della Difesa è allora assolutamente auspicabile, ma sarà necessariamente graduale. Non si può chiedere a nessun Paese di fare scelte che potrebbero essere lette come il sacrificio di asset industriali strategici. Ma si può invece cominciare a costruire partnership industriali, a sincronizzare i cicli di approvvigionamento, a sviluppare programmi comuni su specifiche capacità. L’Italia penso sia pronta a questo passo. Ha un’industria della difesa con eccellenze riconosciute e una tradizione di partecipazione a programmi multilaterali. Esistono riflessi protezionistici che fanno fatica a cedere, ma il  punto è che il mondo è cambiato: nessun Paese europeo può pensare di difendersi da solo. L’integrazione è oggi una necessità strategica per tutti, Italia compresa.

Albania, il mercato che l’Italia non può permettersi di ignorare

Fiorentino, classe 1976, dottorato in Telematica e Società dell’Informazione all’Università di Firenze, Davide Rogai non è il classico imprenditore italiano nei Balcani. È arrivato in Albania nel 2014 con tre giorni di agenda, pochi contatti e un’intuizione: creare un polo tecnologico sull’altra sponda dell’Adriatico. Da quella scommessa è nata Commit Software, oggi Growing Tree, parte del gruppo Dilaxia, e da lì un percorso che nel marzo 2025 lo ha portato alla presidenza di Confindustria Albania, eletto per il quadriennio 2025-2029. L’associazione che guida rappresenta 170 imprese italiane e oltre 15.000 dipendenti in un Paese dove le aziende a partecipazione italiana sono più di 2.600,  il 40% di tutte le imprese straniere attive sul territorio. Un sistema-Italia sull’Adriatico che vale quasi 4 miliardi di euro di interscambio annuo, e che Rogai considera tanto un primato da difendere quanto un’occasione ancora largamente inesplorata.

Come descriverebbe oggi i rapporti tra Italia e Albania sul piano economico e industriale?

Storicamente sono rapporti ottimi, con una visione preferenziale dell’Albania verso l’Italia. Ma non voglio cadere nella trappola di chi si addormenta sul primato. Uso spesso una battuta: dobbiamo stare attenti a non prendere la doccia fredda dell’Italia che non va più ai mondiali da dodici anni. La geopolitica è cambiata, l’Albania è un Paese emergente in rapida trasformazione, e io ci sono da oltre undici anni: l’ho vista cambiare già diverse volte. Ci sono competitor forti, altri Paesi europei, ma anche Asia e Stati Uniti, che guardano all’Albania con crescente interesse.

Quindi la posizione italiana è preferenziale, non dominante?

Esattamente. L’imprenditore albanese vede l’Italia come un partner naturale, per la storia condivisa, per la vicinanza culturale, per lo stile di fare impresa. Ma quando si guardano le opportunità concrete, non è detto che l’Italia di oggi sia ancora quell’America che era per l’Albania venti o trent’anni fa, quando la famosa nave Vlora arrivò a Bari. È un’altra stagione. Detto questo, il Made in Italy mantiene un valore straordinario: man mano che il tenore di vita albanese sale, cresce la ricerca di prodotti di eccellenza, e lì siamo ancora primi.

Dove siamo più forti e dove invece siamo meno presenti di quanto potremmo?

Siamo molto presenti nel manifatturiero, tessile, calzature, materiali da costruzione, nell’ICT e nei servizi. Sull’energia abbiamo una storia lunga: il potenziale idroelettrico albanese è enorme e per anni abbiamo portato know how, tant’è che alcune delle principali centrali idroelettriche del Paese sono ancora gestite da società italiane. Dove invece siamo meno sviluppati è nelle infrastrutture in senso stretto. Non c’è stata quella proliferazione che abbiamo avuto nel manifatturiero o nell’ICT. Eppure, è esattamente lì che si aprono le opportunità più grandi, perché l’Albania si sta dotando di infrastrutture che prima non aveva.

Ce ne dà un esempio concreto?

Il caso più evidente è la rete stradale. Io ho visto l’autostrada verso Valona crescere e adeguarsi agli standard nel corso degli anni. Adesso c’è anche una nuova connessione autostradale verso nord, verso Scutari, ancora in costruzione, che collegherà le due aree più distanti da Tirana, entrambe con un polo economico rilevante. È nell’interesse dell’Albania distribuire lo sviluppo fuori dalla capitale, che ha ormai un effetto metropoli: la chiamo la New York dell’Albania, con prezzi e volumi completamente diversi dal resto del Paese.

L’Albania viene spesso descritta come un ponte verso i Balcani. È una lettura che condivide?

Assolutamente, e non è una metafora: è una realtà logistica. Molti nostri associati usano Tirana come base per commerciare con Serbia, Nord Macedonia, Kosovo. Il porto di Durazzo garantisce un collegamento quasi diretto con le coste adriatiche italiane. Quando Rama e Meloni si sono incontrati a novembre, uno dei temi centrali è stato proprio il rilancio del Corridoio 8, quella grande infrastruttura che attraversando l’Albania e i Balcani orientali arriva fino al Mar Nero e all’Asia Minore. È un’opera strategica per aprire mercati che oggi guardiamo poco, ma che sono in forte crescita e culturalmente molto vicini a noi. Pensando ai traffici su ferro, su strada e via mare, c’è un enorme lavoro da fare.

I Balcani orientali sono un mercato sottovalutato dall’Italia?

Sì, e mi dispiace. Ci concentriamo sul Mercosur, sull’America Latina, su mercati vastissimi e lontani. Se invece mettiamo insieme i Paesi balcanici sudorientali, costruiamo un mercato interessante, vicino, con un gap culturale minimo e infrastrutture che migliorano ogni anno. Non ha la vastità dell’Asia, ma ha una competitività logistica che nessun altro mercato emergente ci può offrire.

Sul fronte delle infrastrutture digitali, qual è il potenziale albanese?

È uno dei settori più promettenti. L’Albania ha sviluppato in parallelo, come altri Paesi dell’Est Europa, una forte cultura del lavoro remoto, sviluppatori, sistemisti, tecnici ICT che hanno iniziato a lavorare con clienti di tutto il mondo. C’è un’attitudine naturale alle lingue, c’è una generazione di giovani che ha già interagito col mercato globale pur restando in Albania. Esiste poi un progetto specifico, il Durana Tech Park, un parco tecnologico con procedure di defiscalizzazione e decontribuzione per attrarre investimenti in ingegneria del software e intelligenza artificiale. Ci sono già startup albanesi che lavorano sull’AI con livelli di investimento contenuti ma con una proposizione di valore notevole. È un incubatore naturale per chi voglia costruire team con una vocazione internazionale.

C’è anche un flusso interessante sul fronte della formazione universitaria?

È uno degli elementi che mi sta più a cuore. Abbiamo istituzioni universitarie di matrice italiana che fanno un lavoro straordinario. Ne cito una che è partner storico di Confindustria Albania: l’Università di Nostra Signora del Buonconsiglio, che ha percorsi di doppia laurea con Bari, Tor Vergata e Firenze. Per le nostre aziende associate è una risorsa strategica: significa trovare personale già formato secondo lo stile manageriale italiano, che conosce le nostre logiche di conduzione aziendale. E poi c’è un fenomeno che trovo molto interessante: tanti ragazzi albanesi che hanno studiato in Italia, hanno fatto esperienze lavorative qui, e adesso tornano in Albania perché vedono un’opportunità di costruirsi un futuro che i loro genitori non hanno mai potuto immaginare.

Una sorta di remigrazione qualificata

Esatto. E questo ci differenzia molto dai nostri competitor europei. La Germania, per esempio, fa operazioni di formazione molto strutturate ma con l’obiettivo di portare tecnici specializzati in Germania, un approccio più coloniale, diciamo. Noi no, anche perché non ne abbiamo la necessità: per un’azienda italiana fare un impianto in Albania è come aprire una sede in una nuova regione italiana. La prossimità è totale.

Come cambierà il quadro con l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea, previsto entro il 2030?

C’è una forte propensione verso l’Europa da parte di tutto il sistema albanese, governo, imprese, cittadini. E l’Italia è il primo sponsor dell’Albania nel percorso di adesione. Non credo che l’ingresso in Europa cambierà radicalmente la natura dei rapporti con noi: semmai li consoliderà e li renderà più fluidi. Il tema più concreto è quello doganale e logistico, che oggi rappresenta uno dei principali costi per i nostri associati, tant’è che il primo accordo che abbiamo sottoscritto come Confindustria Albania è stato proprio con le dogane albanesi. Sul tema valutario, il lek ha già percorso gran parte della strada: quando sono arrivato, un euro valeva 140 lek; oggi siamo intorno a 95. Il rapporto 1 a 100 è ormai realtà.

Il Paese sta anche adeguando il proprio quadro normativo agli standard europei?

L’Albania sta adeguando progressivamente il proprio quadro normativo agli standard europei, soprattutto nel contesto del percorso di integrazione nell’Unione Europea. Un esempio concreto è l’allineamento della normativa sulla protezione dei dati personali ai principi del GDPR europeo, attraverso il rafforzamento delle regole sulla privacy, sulla trasparenza e sulla tutela dei dati dei cittadini. Prima non esisteva nulla di paragonabile. Uno dei nostri associati storici, lo studio Tonucci and Partners, è in Albania dal 1994 proprio perché fu chiamato ad aiutare ad adeguare l’ordinamento giuridico del Paese in quegli anni di transizione. Quel percorso continua.

C’è ancora spazio per nuovi investitori e imprese italiane?

Ampio spazio, sì. Il business climate è positivo, i fondamentali ci sono: costo dell’energia, sistema fiscale, risorse umane qualificate, vicinanza geografica e culturale. Come Confindustria Albania lavoriamo per ridurre i rischi e rimuovere gli ostacoli: ci sono lati grigi, dalla giustizia ancora in evoluzione alle criticità con le amministrazioni locali fuori dalla capitale. Ma l’opportunità è reale, e chi sa leggerla correttamente trova un mercato che premia. Come dice il nostro ambasciatore Alberti: gli imprenditori le opportunità le trovano da soli, se correttamente informati. Il nostro compito è garantire che le informazioni siano quelle giuste.

Italia e Albania, una storia a due sponde

Nelle giornate più limpide, dalla costa del Salento si vede l’Albania. Non è una metafora: sono meno di cento chilometri, e quella vicinanza fisica ha condizionato secoli di storia, di scambi, di conflitti e di migrazioni. Il rapporto tra Italia e Albania è, in fondo, la storia di due Paesi che non hanno mai smesso di guardarsi.

Le radici lunghe

Le relazioni tra i due Paesi risalgono almeno ai moti per l’indipendenza albanese, cui seguirono l’impegno militare italiano nella Grande Guerra, il tentativo di protettorato e le ambigue relazioni politiche ed economiche intrattenute dal fascismo fino all’invasione del 1939 e alla successiva occupazione. Un passato intricato, fatto di ambizioni coloniali e di una posizione geografica che Roma non ha mai smesso di considerare strategica.

Esistono peraltro in Italia comunità albanesi (gli Arbëreshë) risalenti al XIV secolo, esito della fuga dall’occupazione turca ottomana. Sono tracce antiche che, nel bene o nel male, hanno costruito un substrato culturale comune. Anche durante gli anni del regime comunista albanese, le difficoltà economiche causate dalla interruzione degli aiuti cinesi spinsero il Paese a ricercare uno sviluppo ulteriore delle relazioni commerciali con l’Italia, e nel 1979 i due Paesi si scambiarono visite reciproche dei ministri del Commercio con l’Estero.

La nave Vlora e l’inizio di una nuova storia

Poi arrivò il 1991. Il 7 agosto, durante le operazioni di sbarco nel porto di Durazzo, la nave mercantile Vlora venne assalita da una folla di circa 20.000 persone che costrinsero il comandante a salpare per l’Italia. La nave attraccò al porto di Bari la mattina del giorno dopo, carica di circa 20.000 albanesi. L’evento è ricordato come l’episodio più significativo dell’ondata di immigrazione che si ebbe in Italia negli anni Novanta, ma anche come l’inizio di un processo che alcuni storici descrivono come “virtuoso”: un esodo evolutosi in un cammino fatto di aiuti esterni e di stimoli interni che ha portato a un livello di buono sviluppo della società e dell’economia.

Il processo migratorio albanese in Italia si è delineato sostanzialmente in tre fasi: la prima nel 1991, distinta in due ondate, quella di marzo e quella di agosto; la seconda nel 1997, quando il fallimento della maggior parte delle società finanziarie nazionali condusse il Paese alla miseria; la terza legata alla guerra del Kosovo nel 1999. Proprio a seguito degli sbarchi albanesi del 1991 si sviluppò il primo tentativo di approvazione di una legge organica su immigrazione e asilo in Italia, che sfociò nell’approvazione della legge Turco-Napolitano nel 1998. La storia migratoria albanese ha dunque lasciato tracce profonde anche nell’ordinamento giuridico italiano.

Oggi la popolazione albanese in Italia è di circa 421.000 unità, la seconda comunità straniera nel Paese dopo quella rumena. Gli immigrati albanesi sono più presenti nel settore industriale, seguiti dai servizi e dall’agricoltura, e nel 2020 si contavano quasi 50.000 imprenditori albanesi in Italia.

Il partenariato strategico

Sul piano politico, i due Paesi hanno formalizzato la propria vicinanza con un accordo quadro. Il 12 febbraio 2010 è stata firmata a Roma la “Dichiarazione sullo stabilimento di un Partenariato Strategico” tra i due Paesi, incentrata su sette aspetti cruciali della cooperazione tra Italia e Albania. L’Italia è stata il primo donatore bilaterale negli ultimi vent’anni, il principale partner commerciale, un importante investitore e ospita la più fiorente comunità albanese all’estero.

Dopo l’ingresso nella NATO nel 2009, la priorità della politica estera albanese riguarda l’integrazione nell’Unione Europea. Dal giugno 2014 l’Albania è Paese candidato all’adesione all’UE, e il percorso ha conosciuto un passo avanti significativo nel marzo 2020, con la decisione del Consiglio europeo di aprire i negoziati di adesione. L’Italia è sempre stata tra i sostenitori più convinti di questo percorso. Nel novembre 2025 si è tenuto il primo vertice intergovernativo Italia-Albania, nel corso del quale i governi Meloni e Rama hanno siglato sedici accordi per intensificare la cooperazione economica bilaterale.

I numeri di uno scambio solido

Sul piano commerciale, il legame tra i due Paesi è misurabile con precisione. In base ai dati dell’Istituto nazionale di statistica albanese, nel 2024 l’Italia si è confermata come il primo partner commerciale dell’Albania, con il 27,8% del totale dell’interscambio albanese con il resto del mondo, circa 3,6 miliardi di euro. Le esportazioni albanesi verso l’Italia hanno raggiunto 1,65 miliardi di euro, pari al 43,7% del totale delle esportazioni albanesi, con prodotti tessili e calzature a fare la parte del leone.

Sul fronte degli investimenti diretti esteri, il totale degli investimenti italiani in Albania ha raggiunto 1,68 miliardi di euro, mentre per le nuove società fondate nel 2023 con capitale straniero, l’Italia detiene il primato con 386 società, pari al 9,36% del totale, e possiede il 39% del totale del capitale delle nuove imprese.

Il salario medio in Albania si attesta a 790 euro al mese e l’aliquota sulle società è del 15% per fatturati superiori alla soglia minima, fattori che contribuiscono ad attrarre imprese straniere. L’Albania ha anche un record di 11,7 milioni di turisti nel 2024, con il turismo che rappresenta il 26% del PIL.

Il protocollo sui migranti

La questione che negli ultimi anni ha più di ogni altra alimentato il dibattito pubblico nei due Paesi è quella migratoria, ma in un senso inedito: non più gli albanesi che sbarcano in Italia, ma i migranti di altri Paesi trattenuti in Albania su mandato italiano.

L’accordo Rama-Meloni, annunciato il 6 novembre 2023, prevede che l’Albania ospiti piattaforme di sbarco per persone intercettate durante attraversamenti non autorizzati e soccorse in mare dalla Guardia Costiera italiana. L’Albania ha concesso due aree del proprio territorio, Shëngjin e Gjadër, al governo italiano, che vi ha costruito strutture sotto giurisdizione italiana. Secondo le stime iniziali del governo italiano, le strutture avrebbero potuto gestire un flusso annuale fino a 36-39.000 persone. I risultati effettivi sono stati più contenuti: il centro di Gjadër ospita oggi circa 80 persone, mentre quello di Shëngjin è praticamente vuoto.

Il futuro del protocollo è oggi al centro di un confronto diplomatico. L’accordo quinquennale è stato ratificato all’inizio del 2024. Con l’ingresso dell’Albania nell’UE, obiettivo che Tirana punta a raggiungere entro il 2030, il meccanismo perderebbe la sua natura extraterritoriale e dunque la sua funzione politica e giuridica originaria. Il ministro degli Esteri albanese Hoxha ha dichiarato di non essere sicuro che ci sarà un rinnovo, ma il premier Rama ha poi precisato che il protocollo è destinato a durare “per tutto il tempo che l’Italia lo vorrà”.

Il dibattito sul protocollo riflette, in scala, una delle costanti della relazione tra i due Paesi: la capacità di costruire accordi ambiziosi, e la difficoltà di portarli a compimento senza che le vicende interne, politiche, giuridiche, istituzionali. ne modifichino i contorni. Due sponde vicine, un canale che continua a essere attraversato in entrambe le direzioni.

Taiwan, l’isola che vale tutto

Durante l’ultimo incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino, il presidente cinese ha chiarito subito le sue priorità: prima ancora di parlare di dazi o di commercio, ha messo sul tavolo Taiwan, definendola “la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”. Non è stato un gesto retorico. È la fotografia di un’isola di 36.000 chilometri quadrati che, per ragioni storiche, industriali e militari, è diventata il luogo dove si misura l’equilibrio del mondo.

La guerra che non finì mai

Taiwan è situata a circa 150 km dalle coste della Cina continentale. La sua storia moderna comincia nel 1949, quando Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese dopo aver vinto la guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang. Il leader nazionalista Chiang Kai-shek si rifugiò a Taiwan insieme a circa due milioni di cinesi collegati al regime nazionalista, continuando a usare il nome Repubblica di Cina e ritenendo di rappresentare il solo governo legittimo di tutto il territorio cinese.

Nel 1971, la risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite espulse i rappresentanti di Taipei dall’ONU e riconobbe Pechino come unico governo legale della Cina. Nel 1979, anche gli Stati Uniti spostarono il loro riconoscimento da Taipei a Pechino. Eppure non interruppero i legami con l’isola, e continuarono a venderle armi.

Da quel momento, la politica americana su Taiwan è stata governata da un’ambiguità costruita a tavolino. Washington riconosce che esiste “una sola Cina”, ma non specifica di quale Cina Taiwan faccia parte, e continua a considerare l’isola un partner economico e strategico. È un equilibrio sottile, che ha retto per quasi mezzo secolo e che oggi scricchiola.

Un’identità che si è costruita da sola

Nel frattempo, Taiwan ha smesso di essere soltanto il residuo di una guerra civile. Dopo la morte di Chiang Kai-shek, nel 1975, l’isola ha cominciato a democratizzarsi, diventando oggi una delle democrazie più libere di tutta l’Asia. Nel 1986 fu formato il Partito Democratico Progressista come primo partito di opposizione, e nel 1987 la legge marziale fu tolta da Chiang Ching-kuo, figlio del fondatore. Parallelamente, si è formata un’identità taiwanese distinta da quella cinese. Secondo i sondaggi dell’università nazionale di Chengchi, nel 1992 soltanto il 17% della popolazione si definiva taiwanese; oggi quella cifra è salita al 62%. Chi vive sull’isola non si sente cinese, almeno non nel senso che Pechino attribuisce a quella parola.

La maggior parte dei taiwanesi non vuole né l’indipendenza formale né l’annessione alla Cina, ma preferirebbe mantenere lo status quo, in cui l’isola continua a governarsi autonomamente in maniera democratica, benché il suo status giuridico rimanga incerto. Per Xi Jinping questo non basta.

Il chip che muove il mondo

C’è però una ragione più concreta, e per certi versi più decisiva, che spiega perché nessuno può permettersi di ignorare Taiwan. L’isola produce la materia prima dell’economia digitale: i semiconduttori avanzati, i chip che stanno dentro ogni smartphone, ogni server di intelligenza artificiale, ogni automobile moderna, ogni elettrodomestico di nuova generazione.

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è la più grande fonderia di chip dedicata al mondo, con circa il 70% della quota di mercato nel 2025. Fu fondata nel 1987 come joint venture tra Philips, il governo di Taiwan e investitori privati.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. TSMC ha chiuso il 2024 con un fatturato di quasi 88 miliardi di dollari, in crescita del 34% rispetto all’anno precedente. Tra i suoi clienti principali ci sono Apple e Nvidia: senza i chip di TSMC non esistono iPhone né i processori che fanno girare i modelli di intelligenza artificiale. Il calcolo ad alte prestazioni genera già oltre la metà del fatturato di TSMC dalla produzione di wafer, e la produzione di massa di dispositivi a 2 nanometri entro la fine del 2025 rafforzerà ulteriormente questo vantaggio.

Nessun altro paese al mondo è in grado di sostituire Taiwan in questo ruolo nel breve periodo. I programmi di nearshoring avviati in Giappone, Germania e Stati Uniti stanno accelerando il trasferimento tecnologico, ma la ricerca e sviluppo all’avanguardia e i progetti pilota rimangono ancorati sull’isola. TSMC ha annunciato investimenti multimiliardari in Arizona, ma gli impianti americani producono chip meno avanzati di quelli taiwanesi, con costi strutturali più elevati.

La posizione che non si può cedere

Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Oltre all’industria, Taiwan ha un valore geopolitico che si misura sulla carta geografica. L’isola è collocata al centro della cosiddetta “prima catena di isole”, la linea che va dalle isole giapponesi alle Filippine e che separa il Pacifico aperto dai mari interni cinesi. Se Taiwan fosse assorbita dalla Cina, gli Stati Uniti perderebbero un baluardo collocato a metà tra il Mar Cinese Meridionale e Orientale. La marina militare cinese avrebbe accesso diretto al Pacifico, cambiando la geometria strategica dell’intera regione. Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia ne sarebbero direttamente investiti.

Il Giappone ha progressivamente esplicitato il legame tra la propria sicurezza nazionale e la stabilità dello Stretto di Taiwan. Anche l’Unione Europea ha intensificato le relazioni con l’isola in ambiti funzionali come commercio, tecnologia e sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Il confronto che non si risolve

Xi Jinping ha definito la “riunificazione” con Taiwan un obiettivo storico della sua leadership. La pressione militare cinese nello Stretto è aumentata negli ultimi anni, con esercitazioni sempre più frequenti e aggressive. La deterrenza militare dal lato taiwanese si è progressivamente erosa in parallelo con la rapida modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Dal lato americano, la posizione oscilla tra impegno e ambiguità. Biden aveva detto più volte che gli Stati Uniti avrebbero difeso Taiwan in caso di attacco. Trump è stato meno esplicito, più interessato a usare la questione taiwanese come carta negoziale nei confronti di Pechino sul dossier commerciale.

È questa l’equazione che rende la questione di Taiwan così difficile da risolvere e così pericolosa da ignorare. Il conflitto rimane sospeso non per convergenza politica tra le parti, bensì perché i costi di una rottura aperta dello status quo sarebbero insostenibili per tutti. Un’isola che non si può conquistare senza distruggere ciò che la rende preziosa, che non si può abbandonare senza spostare gli equilibri globali, e che non si può ignorare perché dentro ogni dispositivo che usiamo c’è qualcosa che viene da lì.

Pechino sorride, Washington porta a casa la soia

Dopo nove anni dall’ultima visita di un presidente americano, Pechino ha accolto Donald Trump con la massima solennità protocollare: 21 colpi di cannone in piazza Tienanmen, una visita carica di simbolismo storico al Tempio del Cielo e un tè privato a Zhongnanhai, il cuore blindato del potere comunista. Un’accoglienza imperiale tesa a dare il massimo riconoscimento pubblico all’ospite, senza però fare concessioni strategiche.

Il vertice fotografa un ordine globale in transizione, definendo una tregua fragile ma utile a evitare crisi immediate. Da un lato, Xi Jinping ha annunciato una “relazione costruttiva di stabilità strategica” e ha citato Tucidide per ricordare che l’ascesa cinese è ormai inarrestabile e paritaria rispetto a quella americana. Dall’altro, Trump ha parlato di “accordi fantastici”, muovendosi con il suo tipico approccio transazionale: per lui la Cina non è un nemico ideologico (come nella visione strutturata da Biden), ma un avversario commerciale con cui trattare in vista delle scadenze elettorali interne.

Quello che si è fatto

Sul fronte commerciale, qualcosa di concreto è stato annunciato, anche se i dettagli operativi restano da definire. La Cina si impegna ad acquistare petrolio, soia e 200 aerei Boeing dagli Stati Uniti, e i due leader hanno concordato di istituire un Board of Trade per discutere la riduzione dei dazi su prodotti “non sensibili”. Il rappresentante al commercio Jamieson Greer ha dichiarato di aspettarsi acquisti agricoli cinesi per un valore superiore a 10 miliardi di dollari all’anno nei prossimi tre anni.

La commessa Boeing merita qualche precisazione. Trump ha precisato che Xi è stato “particolarmente d’accordo” sull’acquisto di 200 aerei, aggiungendo però: “credo che si tratti piuttosto di un impegno. Una distinzione non da poco. Si tratta comunque di una cifra inferiore all’ordine di 500 velivoli, tra 737 MAX e aerei a fusoliera larga, di cui la stampa parlava da mesi. Sul fronte tecnologico, l’accordo più atteso, cioè la riapertura delle forniture di chip avanzati Nvidia al mercato cinese, è rimasto in una zona grigia: l’intesa tecnologica è rimasta congelata, anche se Jensen Huang di Nvidia era presente a Pechino su esplicita richiesta di Trump.

Il dossier Iran

Il tema su cui Trump aveva bisogno di risultati visibili era lo Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran dall’inizio della guerra. Secondo la Casa Bianca, i due leader hanno concordato che lo Stretto debba rimanere aperto per sostenere il libero flusso delle materie prime energetiche, e Xi ha ribadito l’opposizione della Cina alla militarizzazione del corridoio marittimo. Trump ha riferito che Xi gli avrebbe dichiarato “con forza” che la Cina non avrebbe fornito materiale militare all’Iran, e che “se può essere d’aiuto in qualche modo, sarà lieto di farlo”.

Ma il New York Times e altri osservatori hanno notato che non sono emersi segnali di un impegno cinese concreto a collaborare per convincere Teheran a riaprire lo Stretto. La posizione cinese, come sottolineato da analisti di Pechino, è che la crisi iraniana non sia responsabilità della Cina. E la dipendenza cinese dal petrolio che transita per Hormuz, circa il 50% delle importazioni energetiche, rende Pechino più vittima del problema che arbitro della soluzione.

Taiwan: la voce che manca

Il dato politicamente più significativo del vertice è, forse, quello che non appare nel comunicato americano. Il resoconto ufficiale della Casa Bianca ha evitato di citare Taiwan, nonostante Xi abbia insistito in modo ossessivo sulla questione nei colloqui a porte chiuse. Già nella prima giornata, il presidente cinese aveva messo le cose in chiaro: Taiwan è “la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti” e una sua cattiva gestione potrebbe portare a “scontri o perfino conflitti”.

Il segretario di Stato Rubio ha assicurato che la politica americana su Taiwan “non cambia”, mentre Bessent, il segretario al Tesoro, ha fatto sapere che di Taiwan si parlerà “dopo”. Un rinvio che a Pechino è stato letto come un contentino all’ospite cinese, e a Taipei come un segnale preoccupante. Il governo taiwanese ha dichiarato di non voler diventare “una nuova Ucraina” e di puntare a rafforzare le proprie difese autonome, inclusa la produzione di droni.

Chi ha vinto ai punti

Il quadro complessivo che emerge da Pechino è quello di un vertice fortemente asimmetrico nelle aspettative di partenza. Trump arrivava con tre urgenze: sbloccare Hormuz, strappare accordi commerciali da esibire prima delle elezioni di medio termine di novembre e ridurre le tensioni tecnologiche. Xi aveva un’agenda più lunga e più paziente: guadagnare tempo, presentarsi al mondo come potenza responsabile e stabile, e ottenere da Washington ammorbidimenti su Taiwan senza concedere nulla di strategico.

Trump riparte con contratti Boeing e promesse sulla soia, ma con il sapore di chi ha capito di non essere più l’unico sceriffo in città. Il vertice ha sancito una tregua fragile, utile a evitare crisi prima delle elezioni di novembre, ma che non risolve i problemi strutturali. Il deficit commerciale resta enorme. La rivalità tecnologica è intatta. E Taiwan, come sempre, è rimasta lì: al centro di tutto, nominata da tutti, risolta da nessuno.

Draghi lancia l’ultimatum: “Rifondare l’Europa”

Mario Draghi ha ricevuto ad Aquisgrana, in Germania, il Premio Carlo Magno 2026. Un riconoscimento importante che è stata l’occasione per un discorso analitico sul futuro dell’Unione Europea. Quasi un manifesto quello dell’ex presidente del Consiglio italiano, che ha parlato di “Europa sola” e ha invocato una rifondazione quasi totale del progetto comune. Per l’ex presidente della BCE, il paradigma che ha sostenuto l’integrazione europea negli ultimi decenni (energia russa, protezione americana ed esportazioni cinesi) è arrivato al capolinea e lancia una proposta: superare l’attuale paralisi decisionale attraverso un “federalismo pragmatico”. Non solo una riforma burocratica, ma il potenziamento di settori strategici come difesa, energia e politica industriale.

“Siamo davvero soli insieme”

Il cuore del messaggio di Draghi è racchiuso in un’espressione che suona da monito esistenziale: “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”. Secondo l’ex banchiere centrale, il mondo che per decenni ha alimentato la prosperità e garantito la sicurezza del Vecchio Continente è svanito definitivamente. Non esiste più quel contesto internazionale fatto di multilateralismo, mercati aperti e, soprattutto, protezione atlantica garantita a costo zero. Poi si concentra sugli ultimi anni, con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente: “Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà – ha concluso Draghi – le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni”.

USA e Cina, due prospettive diverse

Si concentra poi sui due giganti: USA e Cina. Da un lato, gli Stati Uniti, storici garanti dell’ordine dal 1949, sono diventati “più imprevedibili e conflittuali”, con una postura che spinge l’Europa a non poter più dare per scontata la propria difesa. Dall’altro, la Cina non rappresenta un’alternativa, bensì una sfida competitiva senza precedenti. In questo scenario, l’Europa non può più permettersi il lusso di essere un “osservatore passivo”.

La critica sulla strategia difensiva

Draghi ha criticato apertamente la strategia europea degli ultimi anni, definendola troppo “difensiva” e reattiva. L’UE ha cercato di proteggersi dai cambiamenti, ha rimandato alcuni investimenti cruciali e ha cercato una de-escalation che ha avuto l’effetto contrario, ovvero un aumento delle offensive.  Il risultato di questa cautela non è stato un controllo maggiore, ma una crescita della dipendenza dall’esterno: per l’energia (GNL americano) e per le materie prime critiche (Cina). “Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL”, ha dichiarato l’ex premier.

Il federalismo pragmatico

Per uscire da questa situazione, Draghi invoca un “federalismo pragmatico”. La sua proposta di rifondazione parte da un presupposto rivoluzionario per i trattati attuali: non serve che tutti e 27 i Paesi si muovano all’unisono se questo significa restare paralizzati dal diritto di veto o dalla lentezza dei processi decisionali. Bisogna tornare agli anni ’90 e riproporre il “modello Euro” o il “modello Schengen”: un nucleo di Paesi disposti a una politica d’avanguardia, che mettono a disposizione risorse in settori cruciali come difesa, innovazione tecnologica ed energia. Per sopravvivere tra colossi come USA e Cina, l’Europa deve superare le divisioni interne e agire come un unico blocco.

“I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Il compito – ha concluso Draghi – ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”.

Trump da Xi con le mani (quasi) vuote

Donald Trump è atterrato a Pechino per la prima visita di un presidente americano in Cina da nove anni, l’ultima era stata sua, nel novembre 2017. Il summit con Xi Jinping, previsto per il 14 e 15 maggio, era stato annunciato già nell’ottobre 2025 a margine del G20 di Busan, in Corea del Sud, ed era inizialmente fissato per aprile, poi rinviato a causa della guerra in Iran. Un rinvio che non è passato inosservato: ogni settimana in più di conflitto nel Golfo ha eroso la posizione negoziale americana e rafforzato quella cinese.

Trump arriva a Pechino con indici di gradimento ai minimi storici, con i prezzi della benzina in rialzo per effetto del conflitto iraniano e con una delegazione di uomini d’affari di primo piano al seguito, tra cui Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Larry Fink di BlackRock e Kelly Ortberg, CEO di Boeing. Una scelta che dice molto sulle priorità della Casa Bianca: questo è, prima di tutto, un vertice commerciale.

Cosa vuole Trump

Il presidente americano vuole dimostrare che il suo rapporto personale con Xi può produrre risultati concreti in termini economici e di sicurezza. Sul piano commerciale, cerca impegni cinesi per acquisti significativi di beni e servizi statunitensi, con particolare attenzione ai settori agricolo, aerospaziale ed energetico, in vista delle elezioni di midterm di novembre. Sul tavolo c’è soprattutto la creazione di due organismi bilaterali: un “Board of Trade” per gestire gli scambi commerciali e un “Board of Investment” per le questioni legate agli investimenti. L’obiettivo concreto è portare a casa acquisti reciproci di beni per circa 30 miliardi di dollari, tra cui aerei Boeing e prodotti agricoli. Un’ambizione ridimensionata rispetto ai proclami iniziali, ma politicamente utile in patria.

Il secondo grande obiettivo è l’Iran. Washington cerca il sostegno di Pechino per convincere Teheran ad accettare un accordo che metta fine al conflitto e riapra lo Stretto di Hormuz, chiuso dal 13 aprile con conseguenze pesanti sui mercati energetici globali. Terzo punto all’ordine del giorno: le terre rare. La decisione cinese di sospendere le esportazioni di terre rare e magneti correlati ha sconvolto le catene di approvvigionamento dell’industria automobilistica globale e della difesa americana, e Washington punta a un alleggerimento di queste restrizioni.

Cosa vuole Xi

Pechino arriva al vertice in una posizione di relativa forza, consapevole dei propri punti di leva. Nei primi due mesi del 2026, le esportazioni cinesi sono cresciute del 21,8% su base annua, riflettendo un riorientamento verso mercati non americani che ha attutito l’impatto del calo degli scambi con gli Stati Uniti. La priorità di Xi è la stabilità, nel senso più ampio del termine cinese, e il riconoscimento implicito dello status di Pechino come interlocutore indispensabile nell’ordine globale. Su Taiwan, il leader cinese punterà a ottenere da Trump un impegno esplicito a limitare le vendite di armi all’isola, o quanto meno una modifica nel linguaggio ufficiale americano sulla questione, che Pechino potrebbe presentare come una vittoria interna.

Xi comprende l’inclinazione di Trump per la lusinga, anche se non può permettersi le manifestazioni di deferenza ostentate da paesi più piccoli. Sa però che la Cina ha dimostrato, nella guerra commerciale dell’anno scorso, una capacità di resistenza superiore alle aspettative: quando Trump impose dazi al 145%, Xi ordinò la restrizione delle esportazioni di minerali critici e i mercati americani crollarono in pochi giorni, costringendo Washington a fare marcia indietro.

Sull’Iran, la posizione cinese è sofisticata: Pechino cercherà di non apparire come soggetto che fa pressione su Teheran per conto degli Stati Uniti, pur incoraggiando Trump a raggiungere un accordo che riapra Hormuz, la cui chiusura, sul lungo periodo, pesa anche sull’economia cinese e sui suoi mercati di esportazione.

La guerra in Iran cambia i rapporti di forza

Il conflitto in Medio Oriente è la variabile che più di ogni altra ha ridisegnato la geometria di questo vertice. Alcuni esperti vedono la Cina in posizione di vantaggio proprio per questo motivo: Pechino è il principale partner commerciale di Teheran e il maggiore acquirente del suo petrolio, il che le conferisce una leva negoziale significativa. La Cina ha saputo sfruttare la situazione su più fronti. Da un lato, il traffico ferroviario dalla Cina all’Iran è aumentato da quando è scattato il blocco americano sullo Stretto, con Pechino che fornisce a Teheran componenti elettronici, generatori e potenzialmente pezzi di droni, ricevendo in cambio prodotti petrolchimici. Dall’altro, Pechino si è posizionata come potenziale mediatore: la visita del ministro degli Esteri iraniano Araghchi a Pechino, pochi giorni prima del summit, è parte di questa regia.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva ottenuto, già ad aprile, l’assicurazione da parte di Pechino che la Cina non avrebbe fornito armi all’Iran, escludendo esplicitamente il trasferimento di missili terra-aria. Un impegno formale, ma che lascia fuori un’area grigia molto ampia. Perché se Pechino si è impegnata a non trasferire armamenti, sul fronte del supporto indiretto il quadro è ben diverso. Il dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni su tre aziende satellitari cinesi accusate di aver fornito all’Iran immagini satellitari che hanno facilitato attacchi contro forze statunitensi. Una risposta che Washington ha definito dura, ma che Pechino ha ignorato, ordinando alle proprie aziende di non riconoscere quelle sanzioni. È questo doppio binario, no alle armi dichiarate, sì al supporto sistemico, che rende la posizione cinese così difficile da aggredire per Washington, e così utile a Xi come leva negoziale al tavolo di Pechino.

La delegazione americana e il nodo Taiwan

La visita di Trump include incontri bilaterali, un banchetto di Stato nella Grande Sala del Popolo, una visita al Tempio del Cielo e un pranzo di lavoro con Xi prima della partenza. Il programma scenografico serve a entrambi: Xi vuole mostrare di ricevere il presidente americano come ospite d’onore, Trump vuole immagini di forza da riportare in patria.

Ma il dossier più delicato resta Taiwan. Il capo della diplomazia cinese Wang Yi, in una telefonata con il segretario di Stato Rubio alla fine di aprile, aveva definito Taiwan come il “maggiore punto di rischio” nella relazione bilaterale, invitando Washington a “mantenere le proprie promesse”. Trump, prima di partire, aveva dichiarato di voler discutere con Xi la questione delle vendite di armi a Taipei, un’uscita che ha suscitato allarme a Taiwan e tra gli alleati regionali, perché rischia di intaccare le cosiddette “Sei Assicurazioni” stabilite dall’amministrazione Reagan nel lontano 1982.

Gli esperti avvertono che anche una semplice variazione linguistica, per esempio il passaggio da “non sosteniamo” a “ci opponiamo” all’indipendenza taiwanese, potrebbe essere sfruttata da Pechino come una vittoria strategica di lungo periodo.

Cosa ci si può attendere

Secondo i principali analisti, questo vertice difficilmente produrrà una svolta storica. Cinquant’anni di incontri tra presidenti americani e leader cinesi insegnano che questi summit raramente trasformano la relazione. Quello che possono fare, se gestiti bene, è rendere una rivalità potenzialmente pericolosa meno volatile. Ed è già molto, in questo momento.

Sul fronte commerciale è probabile un annuncio di acquisti cinesi di soia e aeromobili Boeing. Sul fronte diplomatico, ci si attende la creazione di canali di comunicazione più strutturati, in particolare sull’intelligenza artificiale e la sicurezza informatica. Sull’Iran, una mediazione cinese formale sarebbe una novità rilevante, ma Xi non vuole apparire come il gendarme di Washington nel Golfo.

Quello che emerge con chiarezza, al netto della retorica e delle strette di mano, è una relazione bilaterale che si è stabilizzata, non normalizzata. Due potenze che si guardano con diffidenza crescente, che si misurano su ogni dossier, e che hanno entrambe tutto l’interesse a evitare che la rivalità si trasformi in collisione aperta. Per ora, questo basta a tenere in piedi il dialogo. Ma non a risolverlo.

La Cina che avanza zoppicando

Il 5% è il totem della politica economica cinese. È l’obiettivo di crescita del PIL che Pechino si è dato nel 2024, confermato nel 2025 e riproposto per il 2026 con una lieve sfumatura al ribasso, “intorno al 5%”, formula semanticamente più flessibile. E il 5%, ufficialmente, viene raggiunto. Pechino celebra i dati, i mercati reagiscono, i comunicati stampa escono puntuali. Ma basta grattare la superficie per trovare una realtà più incerta.

La realtà del Dragone è quella di un Paese in deflazione, con una crescita a uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni, crisi demografica inarrestabile e numeri di espansione sostenuti soprattutto dall’export. Logan Wright, partner di Rhodium Group, ha stimato che la crescita reale cinese si aggira tra il 2,4 e il 2,8%, una cifra che rende la narrativa ufficiale del 5% quanto meno difficile da sostenere. La transizione verso un nuovo modello di sviluppo è segnata dall’incoerenza tra obiettivi economici e fiscali: il governo non affronta il nodo centrale della debolezza della domanda interna, e la crescita continua a dipendere dall’export.

Il paradosso è strutturale: sul piano interno le riforme annunciate non decollano e i consumi non crescono alla velocità di un tempo; sul piano esterno Pechino domina i mercati grazie a un eccesso di capacità produttiva in settori ad alto valore aggiunto. Tra il 2014 e il 2019 la crescita media annua delle vendite al dettaglio era del 10,46%; tra il 2020 e il 2024 è scesa al 5,14%. Il mercato immobiliare, che per decenni ha trainato l’economia insieme all’export, è in crisi profonda e non dà segnali di recupero solido.

Una popolazione che invecchia senza rete

Se la crescita stenta, la demografia è il problema che nessuna misura di stimolo può aggirare. La popolazione cinese è diminuita di 1,4 milioni nel 2024, a causa dei bassi tassi di natalità e di una forza lavoro che invecchia. È il terzo anno consecutivo di calo demografico assoluto, e il governo risponde puntando sull’automazione e sulla robotica per mantenere i livelli di produttività.

Ma la Cina sta invecchiando a una velocità che sarebbe sostenibile solo in un Paese con un sistema di welfare avanzato, e questo non è il caso. La copertura sanitaria e previdenziale è frammentata, profondamente diseguale tra aree urbane e rurali, sistematicamente sottofinanziata rispetto ai bisogni reali di una popolazione anziana in rapida crescita. Il modello degli ultimi decenni ha privilegiato produzione ed export rispetto al consumo e alla protezione sociale: il risultato è un Paese in cui le famiglie risparmiano per precauzione, deprimendo i consumi e rendendo più difficile la transizione verso un’economia trainata dalla domanda interna che Xi Jinping dice di voler costruire.

Nel 2024 il salario medio è salito solo del 2,8%, rispetto a ritmi medi del 7,5% nel periodo 2019-2023 e quasi al 10% nel quinquennio pre-pandemia. I lavoratori migranti (la spina dorsale della “fabbrica del mondo”)vedono i propri redditi stagnare proprio nel momento in cui il Paese chiede loro di diventare consumatori. Si chiede alla stessa generazione che ha costruito la ricchezza cinese con bassi salari di cambiare identità economica e trainare la ripresa con i propri acquisti. La contraddizione non è piccola.

Armi e chip, non ospedali e scuole

È in questo contesto che si capisce meglio dove va il denaro pubblico cinese. Il governo ha stanziato 398 miliardi di yuan, circa 54,7 miliardi di dollari, per le spese in scienza e tecnologia nel 2025, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. La spesa per la difesa pianificata supera i 249 miliardi di dollari, con un aumento del 7,2 per cento. Secondo il rapporto del Dipartimento della Difesa americano al Congresso del 2025, Pechino ha speso in realtà tra i 304 e i 377 miliardi di dollari per la difesa nel 2024, dal 32 al 63% in più rispetto al bilancio dichiarato ufficialmente. Le voci escluse dal dato comunicato includono il programma spaziale militare, le pensioni dei soldati, i fondi per la ricerca sulle tecnologie dual use e le organizzazioni paramilitari.

Sul piano della capacità bellica, i progressi sono impressionanti. Al 2024 la Cina è diventata la più grande costruttrice navale del mondo, con una capacità circa 230 volte superiore a quella degli USA. Tra il 2021 e l’inizio del 2024 ha prodotto più di 400 moderni aerei da combattimento e 20 grandi navi da guerra, ha raddoppiato le testate nucleari in scorta e più che raddoppiato i missili balistici e da crociera. Xi Jinping punta a completare la modernizzazione militare entro il 2035.

Tutto questo mentre sanità e istruzione restano sottodimensionati rispetto alle medie delle economie comparabili. Il sistema sanitario cinese, pur avendo compiuto progressi enormi rispetto agli anni Novanta, presenta coperture assicurative insufficienti nelle aree rurali e ospedali di qualità concentrati nelle grandi città. Il sistema universitario subisce la pressione distorta del gaokao, l’esame di ammissione che produce anni di formazione iperspecializzata, e una fuga di cervelli verso l’estero che Xi ha cercato di invertire con risultati parziali.

Stabilimento produzione semiconduttori in Cina © Imagoeconomica

La tecnologia come leva di potere

La Cina è un Paese spaccato a metà: da un lato le campagne ancora non del tutto modernizzate con una popolazione che svolge lavori manuali simbolo della vecchia “Cina-fabbrica”, dall’altro le grandi metropoli dove si sperimentano tecnologie e forme di convivenza futuristiche. Xi ha scelto da che parte stare. Il progetto “Made in China 2025” e le successive strategie di autonomia tecnologica (semiconduttori, intelligenza artificiale, auto elettriche, costruzione navale) puntano all’indipendenza dal sistema produttivo e tecnologico occidentale. È stato istituito un fondo statale da 344 miliardi di yuan, circa 46 miliardi di dollari, per potenziare l’industria dei chip. Il governo sta mobilitando capitali di rischio interni per sostenere le imprese nazionali, riducendo la dipendenza dai finanziamenti esteri.

DeepSeek, il modello di intelligenza artificiale cinese che all’inizio del 2025 ha scosso i mercati tecnologici globali dimostrando capacità competitive con i migliori sistemi americani a costi molto più bassi, è il simbolo più visibile di questa strategia. Non è un caso isolato: è il frutto di anni di investimento statale mirato e di formazione ingegneristica su scala industriale. La capacità cinese di produrre risultati tecnologici rilevanti è reale. Quello che resta aperto è se questa tecnologia servirà anche a migliorare la vita dei cittadini o resterà uno strumento di controllo e competizione geopolitica.

La diplomazia del vuoto

È sul piano internazionale che il paradosso cinese diventa più clamoroso. Un Paese con fragilità economiche strutturali, demograficamente in declino, con tensioni sociali latenti e un sistema politico che non tollera il dissenso si è trasformato nell’ultimo anno e mezzo nell’interlocutore più cercato della diplomazia globale. Questo non accade perché Pechino sia diventata un campione del diritto internazionale. Accade perché il disordine prodotto dall’amministrazione Trump ha creato un vuoto che la Cina ha rapidamente occupato. Diversi leader internazionali hanno cercato un contatto diretto con Xi Jinping nelle ultime settimane: il presidente cinese ha ricevuto almeno cinque interlocutori di alto livello, tra cui il premier spagnolo Pedro Sánchez, alla sua quarta visita in quattro anni, segnando un’accelerazione evidente dell’attivismo diplomatico di Pechino.

La mediazione tra Arabia Saudita e Iran del 2023 è stata il colpo diplomatico più spettacolare. Il 30 maggio 2025, con la firma ad Hong Kong da parte di 33 Paesi e l’appoggio di oltre 20 organizzazioni internazionali della convenzione istitutiva dell’Organizzazione internazionale per la mediazione (IOMed), Pechino ha dato forma concreta alla propria visione di una governance globale alternativa a quella occidentale, fondata sulla mediazione invece che sull’arbitrato. La strategia è accreditarsi come potenza responsabile davanti al Sud globale, proporre un ordine fondato su sovranità e non ingerenza.

Il filo che tiene insieme le contraddizioni

Come si tengono insieme tutte queste contraddizioni? La risposta è che Xi Jinping ha fatto una scommessa precisa: che la tenuta del sistema non richieda benessere diffuso ma controllo efficace; che la proiezione internazionale sia più urgente della redistribuzione interna; che la tecnologia possa sostituire il lavoro umano prima che il calo demografico eroda la forza produttiva.

È una scommessa rischiosa, e i segnali di tensione sono già visibili. La disoccupazione giovanile ha toccato livelli record nel 2023, prima che il governo smettesse di pubblicare il dato. La crisi immobiliare resta irrisolta. Le pressioni deflazionistiche persistono. “Dovremo far fronte a un ambiente più complesso e risolvere contraddizioni più radicate”, ha ammesso Xi Jinping parlando ai delegati dello Jiangsu: una delle rare ammissioni di fragilità da parte di un leader che ha costruito la propria legittimità sull’immagine di una Cina che vince. Il nuovo piano quinquennale fino al 2030 indica nell’espansione della domanda interna la prima priorità, riconoscendo implicitamente che il modello precedente ha raggiunto i propri limiti. Ma espandere la domanda interna significa distribuire più reddito, costruire una rete di sicurezza sociale credibile: operazioni che richiedono risorse che oggi vanno altrove.

La Cina avanza. Ma avanza zoppicando, con un peso sempre più grande sulle spalle e un terreno sempre meno stabile sotto i piedi. La partita si gioca sulla tenuta di un contratto sociale mai scritto tra partito e cittadini, fondato sulla promessa di prosperità crescente. Quando quella promessa vacilla, il sistema non ha valvole di sfogo istituzionali. Ed è lì che la contraddizione principale della Cina di Xi si fa più acuta.

Perché i negoziati tra Washington e Teheran arrancano

Quando Trump ha scritto su Truth Social che la risposta iraniana al memorandum americano era “totalmente inaccettabile”, a molti è sembrato di essere immersi in un loop senza fine. Eppure, poche ore dopo l’affondo presidenziale, i canali diplomatici sono rimasti aperti: il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani era a Miami per incontrare Rubio e l’inviato Witkoff; il Pakistan continuava a fare la spola. E lo stesso Rubio aveva detto, la settimana precedente, che non era necessario avere tutto scritto in un giorno. La guerra continua sul binario parallelo che da settimane contrappone il tavolo negoziale e le schermaglie nello Stretto. Il quadro che emerge è quello di due parti che hanno entrambe buone ragioni per chiudere e altrettante per resistere. Capire chi ha più fretta, e perché, è la chiave per leggere i prossimi giorni.

I punti di forza e debolezza di Teheran

L’Iran entra in questa fase negoziale con una leva potente e una fragilità strutturale difficile da nascondere. La leva è lo Stretto di Hormuz, un corridoio di 55 chilometri attraverso il quale passano (anzi passavano) ogni giorno oltre un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali. Dall’inizio della guerra Teheran lo controlla militarmente in modo sufficientemente credibile da rendere qualsiasi escalation una catastrofe economica globale. La Marina iraniana ha dispiegato sottomarini capaci di stazionare sul fondale e colpire navi ostili. Il messaggio è chiaro: l’Iran può alzare il prezzo della riapertura quando e quanto vuole.
A questo si aggiunge una postura negoziale che ha sorpreso gli analisti: gli iraniani hanno presentato sul tavolo sostanzialmente le stesse richieste che avevano prima che iniziassero i bombardamenti del 28 febbraio, resistendo alle pressioni per un accordo affrettato. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, mai apparsa in pubblico, ferita, operante attraverso corrieri e messaggi filtrati, rappresenta paradossalmente un vantaggio: attribuirle posizioni consente ai negoziatori di proteggersi dalle critiche interne dei falchi.

Ma la fragilità è altrettanto reale. Prima della guerra, l’economia iraniana era già compressa da anni di sanzioni, con un’inflazione che aveva superato il 40% nel 2025. Il blocco navale imposto dagli Usa il 13 aprile sui porti iraniani ha tagliato la principale fonte di valuta estera di un paese che dipende quasi esclusivamente dalle esportazioni petrolifere. Trump sostiene che l’Iran perda milioni di dollari al giorno. E il blocco di internet, imposto dai Pasdaran già prima delle operazioni militari, ha piegato il settore tecnologico: le aziende licenziano, riducono gli orari, non rinnovano i contratti. A tutto questo si aggiunge la frammentazione interna: i Pasdaran, ora istituzione dominante secondo la descrizione di chi conosce Teheran, sembrano convinti di poter resistere ancora; i politici temono che la crisi economica si trasformi in rivolta; e la struttura di comando, con una Guida Suprema mai pienamente visibile, rende difficile presentare proposte congiunte ai negoziatori americani.

I punti di forza e debolezza di Washington

Sul fronte americano, gli Stati Uniti hanno conseguito una vittoria militare significativa: la decapitazione del vertice iraniano nella prima notte, con l’uccisione di Ali Khamenei, del ministro della Difesa e del comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha disorientato il regime per settimane. I bombardamenti sulle infrastrutture nucleari (Natanz, Isfahan, Fordow) hanno ridotto la capacità di arricchimento, anche se la stima esatta di quanto sia rimasto nelle mani degli ayatollah è ancora oggetto di dibattito tra gli analisti americani: il Pentagono ritiene che l’Iran conservi circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, a un passo dal livello utile per una bomba.
Ma Washington ha i suoi punti deboli. Trump è a un anno dalle elezioni di midterm con consensi in calo, e il costo della guerra (oltre 200 miliardi di dollari secondo le prime stime, con scorte di missili che si esauriscono) pesa sulla sua capacità di sostenere una campagna prolungata. Il viaggio in Cina, previsto per il 14 e 15 maggio per incontrare Xi Jinping, crea una pressione temporale: chiudere prima di Pechino, o almeno mostrarsi in una posizione di forza. Anche Netanyahu è una variabile: il premier israeliano ha dichiarato che la guerra non è finita finché esistono siti di arricchimento in Iran, e la sua presenza costante sulle spalle di Trump è la costante di un negoziato che non riesce a essere solo bilaterale.

Il nodo nucleare e gli scenari possibili

Il punto che non si riesce a risolvere è il nucleare. Teheran ha dichiarato con ogni mezzo disponibile che l’arricchimento dell’uranio non è negoziabile nella fase attuale: prima si discute la fine della guerra, poi il resto. Washington sostiene che il nucleare debba essere sul tavolo fin dall’inizio. In pratica, qualsiasi accordo che Trump potrà ottenere sarà sostanzialmente lo stesso di quello raggiunto da Obama nel 2015, ma senza la struttura multilaterale che ne garantiva la tenuta. E per Trump sarà comunque un fallimento.

Tre scenari sembrano plausibili. Il primo è un’intesa a breve termine con un cessate il fuoco, la riapertura graduale di Hormuz e trenta giorni di negoziato sul nucleare: un accordo che lascerebbe aperte le questioni fondamentali ma darebbe respiro a entrambe le economie. Il secondo è una fase di stallo prolungata, in cui la guerra rimane congelata senza una vera risoluzione: Hormuz parzialmente bloccato, schermaglie ricorrenti, negoziati che avanzano e arretrano in sincrono con le esigenze politiche interne di Washington e Teheran. Il terzo, il meno probabile ma non impossibile, è una nuova escalation militare, che nessuna delle due parti dichiara di volere ma che entrambe continuano a evocare come deterrente.

La diplomazia parallela, intanto, non si ferma. Qatar, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto lavorano su binari distinti ma convergenti, con una strategia dei piccoli passi: prima fermare le bombe, poi discutere il resto. La Cina osserva, pronta a raccogliere i dividendi di una crisi che conferma quanto il Golfo resti indispensabile e quanto l’America ne abbia bisogno per uscirne.

Bollette, benzina e carrello: l’estate più cara degli ultimi anni

Quando il gasolio ha sfiorato i 2,19 euro al litro il 9 aprile scorso, toccando il picco più alto dell’anno, molti automobilisti hanno smesso di fare il pieno e hanno cominciato a fare i conti. Da quel giorno qualcosa è cambiato nei comportamenti di spesa degli italiani: non è panico, ma è qualcosa di più concreto di una semplice preoccupazione. È un adattamento silenzioso, fatto di acquisti rimandati, offerte cercate con più cura, ristoranti frequentati meno. A un mese e mezzo dall’inizio della fiammata energetica innescata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, il quadro che emerge dai dati più recenti, elaborati tra il 9 e l’11 maggio da CGIA di Mestre, CNA, ISTAT e Confcommercio, racconta di un paese che stringe i denti ma non si è ancora arreso.

Il governo ha prorogato fino al 22 maggio il taglio delle accise sui carburanti, una misura che vale circa un miliardo al mese ma che, agli occhi di molti analisti, è diventata una trappola politica da cui è difficile uscire: riduce l’incentivo a risparmiare energia, costa cara alle casse pubbliche e, soprattutto, non spegne il fuoco ma lo copre. Nel frattempo, la benzina self si assesta attorno a 1,77 euro al litro e il gasolio intorno ai 2,10, valori che rimangono sensibilmente superiori a quelli pre-crisi. La vera partita, però, si gioca altrove.

Ventinove miliardi di euro, il conto che arriva a casa

L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ha messo in fila i numeri dello shock energetico e il risultato è impressionante: famiglie e imprese italiane dovranno sostenere nel 2026 un costo aggiuntivo di quasi 29 miliardi di euro tra luce, gas e carburanti. La fetta più grande riguarda benzina e diesel, con 13,6 miliardi di extracosti rispetto al 2025, un incremento del 20,4%. Seguono i rincari sull’elettricità, stimati in 10,2 miliardi (+12,9%), e quelli sul gas, per altri 5 miliardi (+14,6%). Sono cifre che a livello territoriale colpiscono in modo disomogeneo: la Lombardia paga il conto assoluto più alto (5,4 miliardi), mentre in termini percentuali sono le regioni del Sud a soffrire di più, con la Basilicata che registra un aumento del 21,6% e Campania e Puglia al 21,3%.

A tradurre tutto questo in linguaggio quotidiano ha pensato la CNA: una famiglia media rischia di spendere fino a mille euro in più nel 2026 tra luce, gas, carburanti e spesa alimentare. Per i nuclei con figli e consumi energetici più elevati, il conto può arrivare a 1.200-1.300 euro. Codacons aveva già stimato in 622 euro l’aggravio annuo per una coppia con due figli solo tenendo conto del carrello della spesa e delle bollette; le stime più recenti, che incorporano anche i rincari successivi al picco di aprile, portano quella cifra decisamente più in alto.

Sul fronte delle bollette energetiche, chi ha contratti a mercato libero con indicizzazione si trova di fronte a una spesa media annua per la sola elettricità stimata intorno agli 877 euro. Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL per il 2026, portandole allo 0,5%, e stima un’inflazione al consumo del 2,6% per l’anno in corso. Confcommercio proietta per aprile un’inflazione al 2,3% su base annua, il dato più alto dalla fine del 2023, trainata quasi esclusivamente da energia e trasporti. Nell’Eurozona, l’inflazione annuale ha raggiunto il 3% ad aprile, il livello più alto da settembre 2023.

Dal carrello ai fertilizzanti: la filiera che trasferisce la crisi sugli scaffali

Il punto più sottovalutato della crisi è forse quello che riguarda il cibo. L’inflazione alimentare in Italia ha raggiunto il 2,8% su base annua a marzo 2026, con gli alimentari non lavorati (frutta, verdura, carne fresca) che accelerano al 4,7%, il valore più alto da luglio scorso. Non è solo una questione di gasolio che alimenta i camion dei trasporti, anche se quello pesa. C’è un nodo che viene da più lontano: i fertilizzanti. L’urea, il principale concime azotato, è passata dai 46 euro al quintale del 2025 agli attuali 70 euro, e la Banca Mondiale prevede per il 2026 un ulteriore rialzo dei prezzi agricoli globali del 31%, trascinato da un balzo del 60% dell’urea stessa. Il principale fornitore mondiale di questi prodotti si trova proprio nell’area del Golfo, il che significa che la crisi geopolitica si trasmette ai campi prima ancora che ai distributori di benzina.

L’indice FAO dei prezzi alimentari mondiali è salito ad aprile per il terzo mese consecutivo, attestandosi a 130,7 punti, l’1,6% in più rispetto a marzo. A spingere il paniere sono soprattutto gli oli vegetali, cresciuti del 5,9% in un solo mese, ma il rialzo comincia a trasmettersi anche a cereali e riso. Per l’Italia, i dati dei mercati all’ingrosso rilevati da Borsa Merci Telematica Italiana mostrano come nella fase più acuta della crisi i rincari su alcuni prodotti ortofrutticoli abbiano superato il 30% su base mensile. Da inizio maggio alcune voci dell’ortofrutta hanno registrato parziali correzioni al ribasso (gli asparagi, ad esempio, risultano in calo anche del 40% rispetto a dodici mesi fa per effetto di condizioni climatiche favorevoli) ma la situazione rimane volatile, e i fertilizzanti continuano a pesare sui costi degli agricoltori in modo strutturale.