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Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili
© Imagoeconomica
12 Marzo 2026

Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili

Dall’esfiltrazione lampo di Maduro in Venezuela all’eliminazione chirurgica dei vertici iraniani: la geopolitica di Donald Trump abbandona le sottigliezze diplomatiche per seguire la “sottile linea nera” del greggio. Mentre l’Europa si arrocca su una transizione green dai costi insostenibili, Washington punta al controllo diretto delle riserve mondiali per spezzare l’asse dei “paesi canaglia” e mettere all’angolo i giganti cinese e russo. Un’analisi del ritorno alla Realpolitik energetica, dove il petrolio non è solo carburante, ma il vero telecomando dei governi globali.

Il riequilibrio che Donald Trump vuole imporre al mondo, esclusivamente a favore degli Stati Uniti, potrebbe essere riassunto in una battuta: follow the oil, segui il petrolio. Un po’ come quando il giudice Falcone capì che per ricostruire i business delle mafie bisognava seguire il denaro e coniò il famoso “follow the money”, ora, per provare a dare una spiegazione logica a cosa sta accadendo, bisogna interpretare le intenzioni di Trump verso quei paesi che non sono allineati al volere occidentale ma che sono ricchi di petrolio ma anche di terre rare.

Il Blitz di Caracas: L’Operazione “Absolute Resolve”

Tutto inizia i primi di gennaio con l’operazione “Absolute Resolve”, rapido blitz per esfiltrare Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores, da Caracas verso una meno comoda prigione a New York City. Qualche vittima, soprattutto tra le guardie del corpo cubane del dittatore sudamericano, e la sostituzione con una persona non vicina agli Stati Uniti ma sicuramente molto più incline e affabile, ma forse sarebbe meglio dire ricattabile, ad assecondare le richieste americane, Delcy Rodriguez. Con il Venezuela e i suoi 303 miliardi di barili di riserve provate nuovamente nell’orbita d’influenza americana, Trump ha messo in sicurezza il più grande deposito di greggio del pianeta.

Teheran e l’operazione “Ruggito del Leone”

A fine febbraio, l’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” ha portato, a differenza dell’operazione venezuelana, all’eliminazione fisica della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei, di buona parte dei comandanti militari e di alcuni esponenti di governo. Colpire l’Iran significa colpire il terzo serbatoio mondiale di petrolio (209 miliardi di barili), rendendo insicura e costosa ogni goccia di greggio che Teheran tenta di esportare verso est. Per ora però, a differenza del Venezuela, in Iran non si prevede un governo amico ma anzi una continuità in linea familiare con l’elezione, da parte dell’Assemblea degli esperti, di Mojtaba Khamenei secondogenito di Alì Khamenei. Gli USA e soprattutto Israele, quindi, continueranno sicuramente nella loro azione bellica per provare a posizionare politici che rendano l’Iran un paese più amico.

Il “Follow the Oil” come dottrina anti-Cinese

Ma perché, per mettere ordine in questo caos avviato dalla presidenza Trump, bisogna seguire la sottile linea nera del petrolio? I primi dieci paesi con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, nella classifica stilata dall’OPEC, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, troviamo al primo posto il Venezuela con 303 miliardi di barili di riserve provate, a seguire l’Arabia Saudita, 267 miliardi, ma già salda alleata degli Stati Uniti, e poi l’Iran con 209 miliardi. Insieme rappresentano circa il 50% dei trilioni di barili di riserve provate stimati globalmente. Solo questa classifica basta per spiegare ciò che sta accadendo nel mondo in cui la transizione ecologica, a cui Trump non ha mai creduto, fatica ad imporsi e non solo per gli alti costi di produzione, mentre il petrolio e la sua industria, che continuano ad essere il motore del mondo, sono ancora viste in maniera ostile dall’Unione Europea che si è attaccata da tempo alla transizione green con il risultato di trascinare le economie nazionali dei paesi aderenti quasi al collasso. Ma è così che gli Stati Uniti provano a controllare gli equilibri mondiali a partire dalla sicurezza fino all’economia, spezzando l’asse degli stati canaglia, ossia quei paesi che mostrano comportamenti aggressivi e pericolosi, e che non sono “allineati” al resto dell’Occidente. Non esiste una lista ufficiale di questi Stati ma è facile pensare che con le operazioni in Venezuela e Iran, giustificate anche dal fatto che in questo modo sono stati deposti e sostituiti dei pericolosi regimi dittatoriali che minacciavano i diritti umani, sono state colpite (poco) indirettamente le economie di due superpotenze come la Russia, con la quale sotto sotto Trump spera sempre di creare il nuovo ordine mondiale, ma soprattutto della Cina, che si approvvigionava a prezzi scontati di petrolio da Caracas e Teheran, ma che è il principale concorrente commerciale e minaccia militare degli Stati Uniti.

Verso un nuovo ordine mondiale

Trump sta ridisegnando la nuova carta del potere geopolitico e poco gli importa di mettere in difficoltà economiche gli alleati, soprattutto quelli europei. Il petrolio è ancora e sempre un mezzo di controllo, uno strumento di pressione. In questa nuova mappa energetica ridisegnata da quelle che in una prima lettura si presentano come azioni sconclusionate del miliardario presidente degli Stati Uniti, si delinea invece una sottile strategia energetica per controllare i governi. Ora bisogna solo sperare che non ci sia qualcuno che, invece di perdersi in nuovi lunghi e costosi conflitti stile Vietnam, prema subito un tasto per far partire un missile nucleare, potente strumento di deterrenza contro le intenzioni militari espansionistiche di alcuni paesi. Il petrolio invece, paradossalmente, continua a rimanere ancora la principale esigenza intorno a cui continua a girare l’economia mondiale. Trump questo lo ha capito molto bene e lo utilizza per riconquistare spazi e potere.  

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