
Inflazione alimentare, l’allarme FAO: caldo e geopolitica spingono i prezzi
Mentre l’estate si avvia alla conclusione con la questione caro carburanti che interessa milioni di italiani, ci sono anche altri rincari previsti che faranno storcere il naso al singolo consumatore. Stiamo facendo riferimento al settore agroalimentare, sia nazionale che globale. Il mix tra shock climatici, dinamiche energetiche e tensioni geopolitiche ha innescato e innescherà una nuova fiammata dei prezzi delle materie prime agricole, il cui impatto rischia di riflettersi nel breve periodo con forza sui prezzi al consumo.
A lanciare l’allarme è la FAO, con il suo consueto “Food Price Index”, l’indice di riferimento che misura le variazioni mensili dei prezzi internazionali di un paniere di commodity alimentari, salito a 133,3 punti nella rilevazione di agosto. Si tratta di un incremento dell’1,9% su luglio e del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, toccando il livello più alto dal novembre 2022. Una salita trainata dal ritorno del premio di rischio sui mercati globali, dove la prospettiva di un’offerta più rigida incontra una domanda che non accenna a flettere.
Tutta colpa del clima
A guidare i rincari è in prima battuta il comparto dei cereali, il cui sottoindice è salito del 2,2%. Il grano registra un balzo del 2,6% in un mese (+15% su base annua), appesantito dalle revisioni al ribasso sulle stime di produzione in Europa. Anche il mais cresce del 2,5%, complice il calo delle rese previsto sia nella Corn Belt statunitense sia nei Paesi dell’Unione europea. A soffrire maggiormente sono poi gli oli vegetali (+1,1%) e lo zucchero, protagonista di una vera e propria impennata dell’11,9% su base mensile a causa delle prospettive sfavorevoli per la barbabietola da zucchero in Europa e dell’impatto dei fenomeni climatici estremi, tra cui El Niño, sulle produzioni asiatiche e sudamericane.
Non si tratta solo di coltivazioni campo aperto, perché l’ondata di calore estiva ha colpito duramente anche il comparto zootecnico e lattiero-caseario. L’indice FAO dei latticini ha interrotto quattro mesi di calo segnando un +2,3%, spinto dalla contrazione stagionale dell’offerta di latte nell’UE, fortemente aggravata dalle alte temperature. Il caldo estremo ha inoltre rallentato la crescita degli animali, soprattutto negli allevamenti europei di suini, e ha ridotto la disponibilità di capi pronti per la macellazione.
In Italia l’estate più calda dal 1950
Per l’Italia il contesto è abbastanza volatile. Il CNR ha ufficialmente certificato che quella del 2026 è stata l’estate più calda dell’intera serie storica nazionale dal 1950, con un mese di agosto che ha registrato anomalie termiche fino a +3,5 °C rispetto alla media degli ultimi trent’anni. L’impatto sul settore primario è immediato: lo stress idrico e le temperature estreme hanno ridotto le rese, accelerato la maturazione delle colture e compromesso parte dei raccolti estivi. Se per i prodotti altamente deperibili come ortaggi e frutta fresca il trasferimento dei maggiori costi all’origine verso i banchi dei supermercati è quasi immediato, per i cereali il Meccanismo di trasmissione è più profondo. Grano e mais rappresentano la base dell’alimentazione umana e dei mangimi per gli allevamenti: l’aumento delle quotazioni di base rischia quindi di propagarsi a cascata su trasformati, pasta, prodotti da forno, carni e derivati del latte.
Il fattore energia
In aggiunta a ciò anche il canale dei costi di produzione e logistica. In Italia, i dati ISTAT confermano come ad agosto i costi energetici abbiano registrato un’accelerazione significativa, alimentando l’inflazione generale risalita al 3,3%. Carburanti, elettricità per l’irrigazione, refrigerazione lungo la catena del freddo, fertilizzanti e trasporti costituiscono voci di spesa insostituibili per le aziende agricole e le industrie di trasformazione. A questo si sommano le criticità geopolitiche: le perturbazioni alle rotte commerciali nel Mar Nero, i colli di bottiglia nei transiti marittimi (come lo Stretto di Hormuz) e la volatilità dei tassi di cambio complicano il reperimento degli input agricoli e dei prodotti finiti.
Come ricordato dalle recenti analisi della Banca Centrale Europea, gli shock di offerta di matrice agricola ed energetica tendono a trasferirsi sui prezzi al consumo con un differenziale temporale, prolungando i loro effetti ben oltre la fine dell’evento climatico. Con le stime della BCE che ipotizzano un’inflazione alimentare nell’Eurozona in grado di mantenersi su livelli elevati nel medio periodo, l’autunno si prospetta come un banco di prova cruciale per le tenuta del potere d’acquisto delle famiglie italiane e per la competitività della filiera agroalimentare.
