
Midterm, i democratici si prendono Camera e Senato e conquistano il Texas
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre si sono trasformate in una sconfitta netta per Donald Trump e per il Partito repubblicano, che dopo meno di due anni dal ritorno alla Casa Bianca perde il controllo di entrambe le camere del Congresso. Secondo le proiezioni dell’Associated Press e dei principali network americani, i democratici hanno riconquistato la Camera dei rappresentanti, dove bastava guadagnare tre seggi e, soprattutto, hanno ottenuto la maggioranza al Senato, un risultato che alla vigilia pareva possibile ma non probabile, vista una mappa elettorale considerata favorevole ai repubblicani. La serata è stata segnata da vittorie in Stati che i democratici non vincevano da decenni: In Texas James Talarico ha battuto il procuratore generale Ken Paxton, diventando il primo democratico eletto in una carica statale da oltre trent’anni, e in South Carolina Annie Andrews ha sconfitto la senatrice uscente. Il voto anticipato aveva già segnalato una partecipazione molto alta, con quasi 60 milioni di schede espresse prima del giorno delle elezioni.
Il Senato cambia colore
Al Senato i democratici, che partivano da 47 seggi contro 53, hanno ottenuto la maggioranza quando è stato assegnato a Josh Turek il seggio dell’Iowa. Nel corso della notte la lista dei seggi strappati ai repubblicani è salita a sette. Oltre a Texas e South Carolina, l’ex governatore Roy Cooper ha vinto in Carolina del Nord con un margine di quasi venti punti, l’ex senatore Sherrod Brown è tornato al Senato battendo in Ohio Jon Husted, Adam Hamilton ha sconfitto in Kansas il senatore Roger Marshall e in Maine Troy Jackson ha messo fine alla lunga carriera di Susan Collins. I democratici hanno anche difeso tutti i seggi a rischio. In Georgia Jon Ossoff è stato rieletto, in New Hampshire Chris Pappas ha battuto l’ex senatore John E. Sununu, che ha riconosciuto la sconfitta già in serata, e in Michigan Abdul El-Sayed è in netto vantaggio e potrebbe diventare il primo musulmano eletto al Senato. Secondo l’ultimo conteggio disponibile i democratici hanno 54 seggi contro i 43 dei repubblicani, con tre seggi ancora da assegnare.
La Camera e i governatori
Alla Camera, dove i repubblicani avevano una maggioranza di pochi seggi, i democratici hanno superato la soglia dei 218 deputati necessari, anche se il conteggio definitivo richiederà giorni. Alla vigilia il Cook Political Report stimava un guadagno fino a 25 seggi e i primi risultati vanno in quella direzione. Tra i segnali più netti c’è la conquista di almeno tre collegi della Florida disegnati per favorire i repubblicani, che mostra come il ridisegno delle mappe voluto dai repubblicani in diversi Stati non sia bastato a contenere l’ondata. La conquista della Camera dovrebbe portare alla presidenza Hakeem Jeffries, che sarebbe il primo afroamericano a ricoprire l’incarico. Anche tra i governatori il voto ha premiato i democratici. In Georgia Keisha Lance Bottoms è stata eletta prima governatrice afroamericana della storia degli Stati Uniti, mentre in Illinois JB Pritzker ha ottenuto il terzo mandato e in Florida il repubblicano Byron Donalds ha conservato lo Stato al suo partito, diventandone il primo governatore afroamericano.
Gli Stati ancora in bilico
Tre sfide per il Senato restano aperte: In Mississippi, il democratico Scott Colom e la senatrice repubblicana Cindy Hyde-Smith erano appaiati al 48,9% con oltre il 97% delle schede scrutinate e un margine di poche decine di voti, che potrebbe portare a un riconteggio. In Alaska, dove si vota con il sistema del voto ordinato per preferenze e il conteggio richiede tradizionalmente settimane, l’ex deputata democratica Mary Peltola era avanti di pochi decimi sul senatore Dan Sullivan con poco più della metà dei voti contati. In Nebraska, il repubblicano Pete Ricketts era in vantaggio di circa quattro punti e mezzo sull’indipendente Dan Osborn, con tre quarti delle schede scrutinate. Per la Camera i tempi saranno più lunghi soprattutto in California, dove gran parte del voto arriva per posta e lo scrutinio può durare settimane, e in alcuni collegi dello Stato di New York, dove un guasto agli scanner nella contea di Westchester ha costretto a conservare le schede cartacee per contarle in seguito, rallentando tra gli altri il risultato del repubblicano Mike Lawler.
Un voto contro Trump e il carovita
I dati dell’AP Voter Poll, un sondaggio su circa 80mila elettori, spiegano la portata del risultato. Circa sei elettori su dieci disapprovano l’operato del presidente e circa quattro su dieci hanno detto di aver votato per esprimere opposizione a Trump, contro meno di due su dieci che lo hanno fatto per sostenerlo. Il costo della vita e la corruzione sono stati decisivi per circa la metà degli elettori, più dell’immigrazione e della guerra con l’Iran, e circa tre su dieci hanno indicato lo stato della democrazia come il problema principale del Paese, votando in grande maggioranza per i democratici. Lo spostamento più vistoso riguarda due gruppi che nel 2024 avevano contribuito alla vittoria di Trump: gli elettori sotto i trent’anni, allora divisi a metà, hanno votato per circa sette su dieci per i democratici e, tra gli ispanici, il sostegno ai repubblicani è sceso da circa quattro su dieci a circa un terzo. I democratici hanno guadagnato terreno anche nelle contee vinte da Trump due anni fa, come in South Carolina, dove secondo le prime analisi lo spostamento a sinistra è stato in media di circa venti punti. Il risultato non è però un’adesione piena al Partito democratico, che resta visto con favore da meno della metà degli elettori, e diversi analisti leggono il voto soprattutto come un giudizio sul presidente e sulla debolezza di alcuni candidati repubblicani. Dal 3 gennaio, con un Congresso interamente in mano all’opposizione, Trump dovrà fare i conti con leggi bloccate, commissioni d’inchiesta e un Senato che potrà respingere le sue nomine, nei due anni che lo separano dalla fine del mandato.




