
Quattro voti in dieci giorni, la democrazia alla prova da Brasilia a Washington
Il Guardian ha scelto un titolo che prende in prestito John Reed e la rivoluzione russa, “Dieci giorni che potrebbero sconvolgere il mondo” e, a guardare il calendario, l’esagerazione è meno grande di quanto sembri. Tra domenica 25 ottobre e martedì 3 novembre vanno al voto il Brasile, la più grande democrazia dell’America Latina, la Serbia, crocevia dei Balcani conteso tra Bruxelles, Mosca e Pechino, Israele, al centro di una guerra regionale che coinvolge l’Iran, e gli Stati Uniti, che con il voto di metà mandato decideranno quanto margine lasciare a Donald Trump negli ultimi due anni della sua presidenza. Sono quattro Paesi lontanissimi per storia, dimensioni e problemi, ma il filo che li lega è riconoscibile. In ciascuno di essi il voto non riguarda soltanto chi governerà, ma se le regole del gioco democratico, dal rispetto dei risultati all’indipendenza dei giudici e della stampa, reggeranno alla pressione di leader che le considerano un ostacolo più che una garanzia.
Brasile, la vittoria di Lula e il risultato non riconosciuto
Il primo verdetto è arrivato domenica sera da Brasilia. dove Luiz Inácio Lula da Silva, ottant’anni, ha conquistato il quarto mandato battendo al ballottaggio Flávio Bolsonaro con il 51,8 per cento contro il 48,2, ribaltando un primo turno in cui il figlio dell’ex presidente era arrivato davanti di quasi due punti. È una rimonta che ha sorpreso molti analisti e che deve parecchio al Nordest, dove Lula ha costruito il suo consenso fin dagli anni Ottanta, ma anche a un sentimento nazionale che il presidente ha saputo cavalcare, quello di un Paese che “não aceita ser quintal de ninguém”, che non accetta di essere il cortile di nessuno. Il riferimento era a Washington, che nel 2025 aveva imposto dazi del 50 per cento sulle merci brasiliane anche per protestare contro il processo a Jair Bolsonaro, poi condannato a ventisette anni di carcere per il tentato colpo di Stato del 2022. Flávio aveva incontrato Trump alla Casa Bianca e promesso di portare il Brasile nella sua architettura di sicurezza per le Americhe, ma nel ballottaggio aveva preferito non chiedere un sostegno esplicito che rischiava di costargli voti. La sconfitta non è però bastata a chiudere la partita: poche ore dopo la proclamazione lo sfidante sconfitto ha detto che è impossibile riconoscere il risultato nel contesto in cui si è svolto il voto e ha annunciato che chiederà di annullarlo. È una ferita che il Paese conosce bene, perché quattro anni fa il mancato riconoscimento della sconfitta da parte del padre fu seguito dall’assalto ai palazzi delle istituzioni dell’8 gennaio 2023. Per il resto del mondo la conferma di Lula significa anche la continuità di un Brasile che tiene il piede in due staffe, membro dei Brics accanto a Russia e Cina, con Pechino primo partner commerciale, e allo stesso tempo deciso a non rompere con l’Occidente. A risultato acquisito, il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che in Brasile “hanno appena applicato il manuale di Joe Biden”, ricordando che Bolsonaro era in vantaggio dopo il primo turno e aggiungendo che “i comunisti non lasciano il potere una volta che lo hanno conquistato”. È lo stesso schema con cui Trump non ha mai riconosciuto la propria sconfitta del 2020, applicato ora alle elezioni di un altro Paese.
Serbia, la piazza che diventa maggioranza
Nelle stesse ore a Belgrado accadeva qualcosa che fino a un anno fa pochi avrebbero creduto possibile. Aleksandar Vučić, che domina la politica serba da quattordici anni e che a settembre si era dimesso da presidente della Repubblica per guidare la campagna e candidarsi a primo ministro, ha ammesso la sconfitta nelle elezioni parlamentari anticipate. Secondo le sue stesse stime la Lista degli studenti otterrà tra 135 e 140 dei 250 seggi, contro i circa 105 del suo Partito progressista, con un’affluenza vicina al 70 per cento, la più alta dalla fine della Jugoslavia. È l’approdo politico di un movimento nato dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, che nel novembre 2024 uccise sedici persone e divenne per migliaia di giovani il simbolo di un sistema di potere percepito come corrotto e impunito. Vučić ha accettato il risultato ma non ha rinunciato alla narrazione che lo ha accompagnato per due anni, attribuendo la vittoria degli avversari a ingerenze europee, mentre gli osservatori indipendenti segnalavano pressioni sugli elettori in quasi un terzo dei seggi monitorati. La partita ora si sposta sulla politica estera, che gli studenti hanno finora evitato con cura. La Serbia è candidata all’ingresso nell’Unione europea, che è il suo primo partner commerciale, ma dipende dalla Russia per il gas e dalla Cina per gli investimenti, e Vladimir Putin non aveva fatto mistero di preferire Vučić. Per Bruxelles, che si è subito congratulata con i vincitori, è un’occasione che arriva pochi mesi dopo la caduta di Viktor Orbán in Ungheria, ma un governo di esordienti dovrà dimostrare di saper tenere insieme riforme interne e un equilibrio internazionale molto più fragile di quanto appaia dalle piazze in festa.
Israele, il voto su Netanyahu
Domani tocca a Israele, e qui la posta è insieme interna e regionale. Il voto è il primo dopo il 7 ottobre 2023 e si è trasformato in un referendum su Benjamin Netanyahu, che governa con la coalizione più a destra della storia del Paese, è sotto processo per corruzione e porta su di sé la responsabilità politica dell’attacco di Hamas del 7 ortobre 2023 e di tre anni di guerra. Gli ultimi sondaggi descrivono una sostanziale parità tra il Likud e Yashar, il partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, e due blocchi fermi a 51 seggi ciascuno, lontani dai 61 necessari per governare, con i partiti arabi che potrebbero risultare decisivi ma che quasi nessuno vuole come alleati. In questo equilibrio è entrato con tutto il suo peso Donald Trump, che il 18 ottobre ha annunciato il suo “Complete and Total Endorsement” a Netanyahu, definendolo un grande primo ministro di guerra e il partner indispensabile contro l’Iran, dopo mesi di rapporti tutt’altro che lineari tra i due. È un’ingerenza esplicita nella scelta di un Paese alleato, alla quale Eisenkot ha risposto ricordando che a scegliere il primo ministro saranno gli israeliani. Sullo sfondo restano la Cisgiordania, chiusa dopo l’attacco al checkpoint di Hebron e attraversata dalla violenza dei coloni, e la guerra con Teheran, che secondo diverse ricostruzioni Stati Uniti e Israele sarebbero pronti a riprendere dopo il voto americano.
Stati Uniti, il test che decide tutto
L’ultimo passaggio, il 3 novembre, è quello da cui dipendono in parte anche gli altri. I sondaggi arrivano al voto di metà mandato con Trump vicino ai minimi del suo secondo mandato, intorno al 37 per cento di approvazione, e con i democratici in vantaggio di oltre sette punti nelle intenzioni di voto generiche, abbastanza per essere considerati favoriti alla Camera, dove basta loro conquistare tre seggi, e competitivi anche al Senato, dove ne servono quattro. Ma la vera incognita non riguarda tanto i numeri quanto il clima in cui verranno contati. Nei mesi scorsi l’amministrazione ha provato a cambiare le regole del voto per corrispondenza, bloccata dalla Corte suprema, e non ha escluso la presenza di agenti federali vicino ai seggi. Gli esperti di sistemi elettorali interpellati dal progetto indipendente Votebeat ritengono improbabile che i risultati vengano ribaltati, ma considerano molto probabili denunce di brogli da parte di chi perde e ricorsi in tribunale. È qui che il filo dei dieci giorni si chiude: dalla capacità delle istituzioni americane di garantire un voto ordinato e risultati rispettati dipende la credibilità con cui Washington potrà ancora chiedere ad altri di fare lo stesso. Se in Brasile e in Serbia gli elettori hanno dimostrato che le urne possono ancora correggere poteri che si credevano inamovibili, la tenuta della democrazia che per decenni ha fatto da modello a molte altre è la prova che il mondo osserverà con più attenzione.


