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Spari al checkpoint di Hebron, la Cisgiordania chiusa a pochi giorni dal voto in Israele
© Imagoeconomica
23 Ottobre 2026

Spari al checkpoint di Hebron, la Cisgiordania chiusa a pochi giorni dal voto in Israele

Due palestinesi sparano a un posto di blocco vicino a Hebron, cinque israeliani feriti e Cisgiordania chiusa. Il territorio arriva al voto del 27 ottobre dopo settimane di violenze dei coloni, mentre USA e Israele discutono nuovi raid sull’Iran.

La sparatoria è cominciata intorno alle sette e mezza di venerdì 23 ottobre a un posto di blocco temporaneo dell’esercito israeliano all’uscita di Hebron, nel sud della Cisgiordania. Due uomini armati di un fucile M16 e di una pistola hanno sparato contro i soldati da una strada laterale, riparandosi dietro gli edifici, e lo scontro a fuoco è durato più di venti minuti. Cinque israeliani sono rimasti feriti, due in modo grave mentre gli assalitori, identificati come Mohammad e Firas Jaaba, entrambi di 27 anni e residenti a Hebron, sono stati uccisi. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha detto che nella loro auto è stata trovata una grande quantità di munizioni e che l’intervento delle truppe ha evitato un attacco ancora più grave, forse contro i civili in transito sulla strada 35. Hamas non ha rivendicato l’azione ma l’ha elogiata. Benjamin Netanyahu ha disposto un cordone di sicurezza attorno a Hebron e ha ordinato di preparare la chiusura totale della Cisgiordania, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha reagito chiedendo la fine dell’ANP: “L’Autorità palestinese deve essere smantellata e smilitarizzata”.

La stagione delle olive

L’attacco arriva al termine di settimane in cui la Cisgiordania è stata scossa soprattutto dalle violenze dei coloni durante la raccolta delle olive, da cui dipendono decine di migliaia di famiglie palestinesi. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, a metà ottobre gli attacchi legati alla raccolta che avevano causato feriti o danni erano già quasi duecento, più dei 185 registrati in tutta la stagione 2025, con un palestinese ucciso, oltre 120 feriti e più di 2.500 alberi danneggiati. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din aveva contato 109 episodi di violenza in 75 comunità tra il 27 settembre e il 6 ottobre, una media di undici al giorno. Il 16 ottobre ad Abu Falah decine di coloni a volto coperto hanno incendiato campi e lanciato pietre contro i contadini, e una fotografa americana è stata picchiata a terra e derubata dell’attrezzatura. Il giorno dopo, vicino al villaggio cristiano di Taybeh, sette coloni mascherati hanno assalito una delegazione di diplomatici europei, tra cui il console generale del Belgio. L’esercito ha condannato l’aggressione e la polizia ha aperto un’indagine, ma il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha chiesto nuove sanzioni europee, avvertendo che “l’impunità per i coloni violenti deve finire”. Per il responsabile dell’ufficio ONU per i diritti umani nei Territori, Ajith Sunghay, gli attacchi agli uliveti sono “l’ennesimo strumento di sfollamento e di espropriazione”.

Un Paese alle urne

Su questo sfondo Israele si prepara al voto di martedì 27 ottobre, il primo dopo il 7 ottobre 2023 e la scadenza naturale di una legislatura arrivata a fine mandato per la prima volta dal 1988. Il voto è diventato di fatto un referendum su Netanyahu e gli ultimi sondaggi indicano un testa a testa tra il Likud e Yashar, il nuovo partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, entrambi intorno ai venti seggi, mentre il blocco di governo e l’opposizione si fermano attorno ai 52 seggi ciascuno, lontani dai 61 necessari per la maggioranza alla Knesset. Il clima è teso: Netanyahu ha disertato la commemorazione di Yitzhak Rabin, dove il presidente Isaac Herzog ha ammonito che “le parole uccidono”, e la scorta di Naftali Bennett è stata raddoppiata dopo alcune minacce. Le dichiarazioni di Ben Gvir e del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che considera “inevitabile” una vasta campagna militare in Cisgiordania nel prossimo governo, sono rivolte anche agli elettori dell’estrema destra. Nei giorni del voto Cisgiordania e Gaza dovrebbero restare comunque chiuse.

L’ombra dell’Iran

Sulla campagna elettorale pesa anche la guerra con l’Iran, cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele e mai davvero chiusa. Gli ultimi raid americani risalgono all’8 settembre, ma Teheran continua a colpire le petroliere e a bloccare lo Stretto di Hormuz. Secondo indiscrezioni pubblicate negli ultimi giorni dalla stampa internazionale, Netanyahu aveva preparato per il fine settimana del 10 ottobre una campagna di bombardamenti di più giorni contro centrali elettriche, impianti nucleari e obiettivi del regime, bloccata da Donald Trump, contrario a riaprire il conflitto prima delle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth è stato in Israele questa settimana e i due alleati, sempre secondo le stesse ricostruzioni, starebbero mettendo a punto piani per colpire infrastrutture energetiche, siti nucleari e arsenali missilistici subito dopo il voto americano. Trump non avrebbe ancora dato il via libera e continua a dire di sperare in un accordo. Teheran ha già risposto che anche un attacco limitato provocherebbe una grave crisi energetica. Secondo quanto riferito, il capo di stato maggiore israeliano ha detto che al momento non ci sono segnali che rendano necessaria un’azione prima del voto del 27, ma che l’esercito resta pronto.

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