
Falsi allarmi bomba sui voli, tre piste e ancora nessun colpevole
Non c’è ancora un nome dietro i falsi allarmi bomba che da lunedì stanno costringendo decine di aerei in Europa a deviazioni, atterraggi sotto la scorta dei caccia e lunghe ispezioni a bordo. Secondo Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza della navigazione aerea, le minacce hanno riguardato 7 voli il 3 novembre e 14 il 5 novembre, appena lo 0,049% dei voli di quella giornata e senza ritardi sulla rete. Venerdì mattina altri due casi hanno toccato Roma, con un Ryanair partito da Fiumicino e atterrato a Lisbona e un Wizz Air da Praga dirottato su Venezia dopo una telefonata anonima alla torre di controllo. È probabile che nei prossimi giorni gli episodi continuino, e la domanda resta la stessa: chi c’è dietro e perché.
Le tracce lasciate dalle mail
Le minacce sono arrivate soprattutto via mail, inviate ad aeroporti, compagnie, ministeri e società di servizi negli scali. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti italiani, i messaggi sarebbero partiti da caselle compromesse o da servizi di posta che garantiscono l’anonimato, come Proton Mail, e per questo sono stati attivati i canali di cooperazione internazionale per risalire ai server e agli indirizzi IP. Nelle mail arrivate a Fiumicino, scritte in un italiano incerto, compariva la firma dei “combattenti dello Stato Maschile”, che richiama un movimento misogino nato in Russia nel 2016, dichiarato estremista da un tribunale russo nel 2021. Il suo fondatore ha negato qualsiasi coinvolgimento, sostenendo che chi usa quel nome sta di fatto sventolando la bandiera di qualcun altro, e una minaccia con la stessa firma è arrivata anche all’aeroporto di Birmingham.
Tre piste e nessuna certezza
Le ipotesi sono sostanzialmente tre: la prima è quella di uno o più individui, mossi da rancori personali o dal gusto di provocare il caos, a cui si aggiungerebbero gli emulatori; la seconda è una campagna coordinata a livello europeo, che gli investigatori italiani considerano concreta per la simultaneità degli invii e la precisione nell’indicare voli e orari; la terza è quella della guerra ibrida, la strategia con cui attori statali cercano di destabilizzare gli avversari senza un conflitto aperto. Danimarca, Polonia e Romania hanno già attribuito a Mosca altre azioni di questo tipo e la coincidenza con gli attacchi informatici ai frigoriferi dei supermercati, rivendicati da gruppi filorussi la cui credibilità è però messa in dubbio da esperti e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, alimenta i sospetti. Al momento però non esiste alcuna prova pubblica che colleghi le minacce a uno Stato, e il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha detto che è troppo presto per stabilire se gli episodi siano legati tra loro.
Un’arma che costa poco
Qualunque sia la matrice, i falsi allarmi mostrano quanto sia facile mettere sotto pressione un sistema progettato per non correre rischi. Una mail anonima basta a far alzare i caccia, svuotare un aereo, mobilitare artificieri e polizia e scaricare sulle compagnie costi di carburante, ritardi e riprotezione dei passeggeri. I protocolli funzionano, perché ogni minaccia viene valutata e nessun passeggero è stato messo in pericolo, e per ora compagnie come Air France-Klm non chiedono di cambiarli. Ma la ripetizione degli episodi pone un problema diverso, quello di distinguere in fretta le minacce credibili senza abbassare la guardia, sapendo che proprio l’abitudine all’allarme falso è uno dei rischi che chi li diffonde potrebbe voler creare.





