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La longevità ha un costo. E l’Italia deve ancora finanziarla
© Imagoeconomica
3 Novembre 2026

La longevità ha un costo. E l’Italia deve ancora finanziarla

L’Italia è settima nell’Unione europea nell’indice che misura salute e lavoro dopo i sessanta. Ma vivere più a lungo significa anche trovare le risorse per sostenere pensioni, assistenza e risparmio. La partita si gioca sempre più sul capitale.

A sessant’anni un lussemburghese trascorre lavorando l’8,2% degli anni che gli restano. Uno svedese circa un quarto. Due Paesi fra i più ricchi d’Europa, due modelli molto diversi di vita dopo il lavoro. La distanza riguarda anche il modo in cui si finanziano gli anni in più. Per questo la longevità sta diventando una questione economica: tocca la spesa pubblica, il risparmio delle famiglie e il ruolo dei fondi pensione.

Per leggere insieme salute, lavoro e condizioni economiche è nato il Sandwich Club Longevity Index, elaborato dall’omonimo think tank e presentato il 23 ottobre a Olbia al Forum on Longevity Trends. L’indice misura quanti anni in buona salute restano a chi compie sessant’anni e quanta parte della vita successiva trascorre lavorando, poi confronta i risultati con quelli attesi in base al reddito e alla povertà degli anziani. Cinquanta punti rappresentano il risultato atteso, fra 40 e 60 un Paese è in linea. Gli anni senza lavoro vengono premiati solo dove smettere di lavorare non espone alla povertà.

L’Italia sopra le attese grazie alla salute

Il Lussemburgo è primo, la Svezia ventiduesima su 26. L’Italia, dodicesima per reddito, è settima con 63,5 punti. Il risultato dipende soprattutto dalla salute. Nel 2023 un sessantenne italiano aveva davanti a sé 18,9 anni in buona salute, contro i 17,3 che il contesto economico lasciava prevedere. Sul lavoro il punteggio è 55,6, in linea con le attese: dopo i sessanta si trascorre lavorando il 13% degli anni residui, contro il 16% atteso. A livello regionale guidano Puglia, Sicilia, Calabria e Sardegna, con punteggi fra 71,9 e 67,6.

Chi paga gli anni in più

Il dato è positivo, ma non dice quanto costi mantenerlo. Uno studio realizzato per la Commissione europea e pubblicato nel 2018 stimava che la silver economy europea, l’economia legata agli over 50, potesse raggiungere i 5.700 miliardi di euro nel 2025. Per l’Italia il quadro macroeconomico è meno generoso: nelle previsioni di primavera Bruxelles indicava una crescita del PIL dello 0,5% nel 2026, come nel 2025. Più anni di vita e crescita debole aprono una questione di allocazione del capitale. Pensioni, sanità e assistenza richiederanno risorse crescenti mentre la popolazione attiva si riduce. Chi finanzia gli anni in più, e con quali strumenti? L’indice offre una prima indicazione. La libertà dal lavoro viene pesata in base alla povertà degli over 65. Con una quota di povertà del 16,9%, l’Italia si ferma a circa il 64% del valore pieno: gli italiani lavorano meno dell’atteso, ma solo una parte di quel tempo viene riconosciuta come libertà. Il tempo libero dal lavoro ha valore reale quando è sostenuto da risorse adeguate. È qui che la previdenza diventa un’infrastruttura della longevità.

Il Tfr e l’adesione automatica

Dal 1° luglio 2026, chi viene assunto per la prima volta nel settore privato ha sessanta giorni, contro i sei mesi precedenti, per decidere dove destinare il TFR. In assenza di una scelta opera l’adesione automatica alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi applicabili. La norma, introdotta dalla legge di bilancio 2026, rafforza il flusso di risorse verso la previdenza complementare, prevedendo in caso di adesione automatica anche la contribuzione stabilita dagli accordi collettivi. La base resta limitata. Secondo la COVIP, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, a fine 2025 gli iscritti erano quasi 10,5 milioni, il 39,9% delle forze di lavoro, con 262 miliardi di euro di risorse: l’11,6% del PIL. Le donne rappresentano il 38,8% degli iscritti.

Fondi pensione ed economia reale

Il tema riguarda anche il mercato dei capitali. I fondi pensione possono diventare una fonte di finanziamento stabile per le imprese e per gli investimenti di lungo periodo, mentre costruiscono il reddito futuro dei lavoratori. La sfida italiana è ampliare questa base di risparmio e renderla più capace di raggiungere l’economia reale. È una partita che riguarda anche la strategia europea per mobilitare il risparmio privato e finanziare la crescita. Non a caso Bruxelles si muove nella stessa direzione. Il 20 novembre 2025 la Commissione europea ha raccomandato agli Stati membri sistemi di tracciamento delle pensioni, cruscotti nazionali e iscrizione automatica alle forme integrative. C’è però un limite temporale. L’adesione automatica riguarda chi entra nel lavoro privato dal luglio 2026, mentre quel 64% misura la povertà degli anziani di oggi. Gli effetti si vedranno sulle prossime generazioni di sessantenni.

Il lavoro che le statistiche non vedono

L’indice ha anche un limite: considera solo il lavoro retribuito. Chi tiene i nipoti o assiste un genitore, per le statistiche, risulta libero dal lavoro. Una parte degli anni che l’Italia guadagna è quindi già impegnata a sostenere qualcun altro, con un lavoro che evita costi al sistema pubblico e tiene insieme le famiglie. È un contributo economico che non compare nei bilanci e che rischia di diventare sempre più difficile da sostenere. Resta da capire quante risorse avrà a disposizione un sessantenne italiano per vivere i suoi anni in salute, e quanto il sistema economico saprà fare la propria parte.