
DDL nucleare, il Senato pronto al via libera definitivo
Si chiude oggi in Senato la partita sul disegno di legge delega per il nucleare sostenibile. La seduta del mattino è dedicata alle dichiarazioni di voto conclusive, dopo settimane di discussione generale e di esame degli emendamenti; il voto finale è atteso nel primo pomeriggio e, salvo sorprese, dovrebbe confermare la maggioranza che ha già sostenuto il provvedimento alla Camera. Se l’Aula approverà il testo senza ulteriori modifiche, la legge delega diventerà definitiva e il governo avrà un anno di tempo per scrivere i decreti attuativi.
Il percorso dalla Camera al Senato
Il testo era stato approvato a Montecitorio il 4 giugno scorso con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, al termine di un iter cominciato nel 2024 negli uffici del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Trasmesso a Palazzo Madama, il disegno di legge è stato assegnato all’ottava commissione permanente, quella che si occupa di ambiente e energia. A metà settembre l’Aula ha respinto le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate da Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Partito Democratico, con 89 voti contrari e 52 favorevoli. La discussione generale è poi proseguita, con un doppio slittamento del calendario che ha spostato il voto finale prima al 22 e poi al 23 settembre.
Cosa prevede la legge delega
Il provvedimento conferisce al governo una delega di un anno per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, nel rispetto degli obblighi europei e degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050. Il testo prevede un programma nazionale per lo sviluppo del settore, la disciplina della disattivazione dei vecchi impianti e la possibilità per i Comuni di candidarsi a ospitare i nuovi reattori. La scommessa del governo riguarda soprattutto gli Small Modular Reactor, impianti di piccola taglia sotto i 300 megawatt che promettono tempi e costi di costruzione più contenuti rispetto alle centrali tradizionali, insieme agli Advanced Modular Reactor di quarta generazione. Il capitolo finanziario stanzia 20 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029, più 7,5 milioni complessivi per i costi organizzativi.
Le voci a favore
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha rivendicato la scelta come “un passo importante per il futuro energetico dell’Italia”, parlando di “più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza”. Nelle ultime settimane il ministro ha aggiornato la stima sui tempi, indicando il 2033-2034 come orizzonte possibile per i primi reattori, un anno prima rispetto alla previsione di giugno, e ha insistito sulla necessità di definire in fretta “le procedure di permitting, il modello di Agenzia di controllo e anche l’azione di trasparenza”. Anche la premier Giorgia Meloni è intervenuta a sostegno del dossier, all’Assemblea di Confindustria, dicendosi determinata a “proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini reattori modulari”.
Le critiche dell’opposizione
Le opposizioni non hanno mai smesso di contestare il provvedimento. Alla Camera la deputata del Partito Democratico Chiara Braga aveva denunciato che “ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato”, bollando l’operazione come “propaganda e vittimismo”, mentre il collega di partito Alberto Pandolfo aveva lamentato “un voto su una delega in bianco” che ha marginalizzato il Parlamento. Bonelli e Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, avevano criticato la mancata esclusione esplicita del nucleare militare dal testo. Al Senato la vicepresidente Mariolina Castellone, del Movimento 5 Stelle, ha definito il provvedimento “l’ennesima presa in giro ai danni dei cittadini italiani”, parlando di “costi stellari” e “zero kW/h nei prossimi vent’anni”, mentre famiglie e imprese restano alle prese con il caro bollette.
Il nodo dei costi
Tra i rilievi più insistiti dalle opposizioni c’è quello sui costi complessivi del programma, che il testo non quantifica, e sulla loro ripartizione tra operatori, Stato e consumatori, con il timore che garanzie pubbliche e incentivi finiscano per gravare sulla fiscalità generale o sulle bollette. La maggioranza ha risposto con emendamenti che prevedono un fondo alimentato dagli stessi operatori per i costi di smantellamento e gestione delle scorie, insieme a un divieto esplicito di trasferire questi oneri ai cittadini attraverso le tariffe.
Le prossime tappe
Ottenuto il via libera del Senato, il governo avrà dodici mesi per scrivere i decreti legislativi attuativi, che Pichetto Fratin conta di varare entro fine anno. Diversi osservatori hanno definito ottimistica questa tempistica, ricordando che gli Small Modular Reactor restano una tecnologia ancora sperimentale, con pochissimi impianti operativi nel mondo, e che l’iter dovrà comunque passare dall’individuazione dei siti e dal via libera dell’Ispettorato per la sicurezza nucleare, un percorso che in Italia si è già arenato per anni sul fronte del deposito delle scorie.



