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Nucleare, dai 40 anni di Chernobyl alle tecnologie di quarta generazione
L’interno della cupola del reattore 4 di Chernobyl
© Imagoeconomica
26 Aprile 2026

Nucleare, dai 40 anni di Chernobyl alle tecnologie di quarta generazione

Il 26 aprile del 1986 il reattore 4 della centrale sovietica esplose, causando la più grande catastrofe nucleare della storia. Da allora in Italia due referendum del 1987 e del 2011 hanno impedito la costruzione di impianti nel suolo nazionale. Dalla fissione agli SMR, dalla fusione al DTT di Frascati: com’è cambiato il nucleare negli anni e perché oggi rappresenta la chiave per la stabilità economica e la sovranità energetica dei Paesi che lo scelgono.

Sono passati 40 anni dal più grande disastro nucleare avvenuto nel suolo europeo. Il 26 aprile del 1986, nell’allora Unione Sovietica, il nocciolo del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose, dando il via a una serie di ripercussioni economiche, mediche e strutturali senza precedenti. Circa 115 mila sfollati iniziali, diventati poi più di 350 mila e oltre 4.000 morti secondo l’ONU, anche se i dati ufficiali dell’URSS dicono 31. Lo scoppio del reattore ha segnato il punto di non ritorno per l’industria energetica del XX secolo: ci furono delle conseguenze importanti, a cominciare dal referendum dell’anno successivo in Italia, che fece chiudere i due reattori presenti a Caorso (Piacenza) e Trino (Vercelli) e convertì quella di Montalto di Castro (Viterbo) in una centrale termoelettrica a multicombustibile.  

Una catastrofe annunciata

Il disastro di Chernobyl però non fu un evento casuale, ma un effetto dello stato dei reattori sovietici, progettati guardando più al portafoglio che all’effettiva efficienza energetica e alla sicurezza. È il primo incidente a essere stato classificato come livello 7 nella scala INES, il parametro istituzionale istituito dall’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il reattore dell’epoca, l’RBMK-1000, era stato costruito con un difetto che poi risultò fatale: una volta raggiunte le temperature alte (tra i 2500 e i 3000 gradi), anziché spegnersi, accelerò la reazione e non disponeva di un guscio protettivo in cemento armato, chiamato “edificio di contenimento”, che oggi è obbligatorio dappertutto. Questo calore estremo causò la fusione delle barre di combustibile e delle strutture in zirconio, creando il cosiddetto corium (una lava di materiale nucleare fuso) e, di fatto, esplodendo.

Dalla sicurezza attiva a quella passiva: ecco i reattori di nuova generazione

Il nucleare moderno ha invertito il concetto di protezione, capovolgendolo. Le vecchie centrali facevano affidamento sulla sicurezza attiva (pompe elettriche, motori e interventi dell’uomo che dovevano attivarsi in caso di emergenza), i reattori di nuova generazione si basano invece sulla sicurezza passiva. Contrariamente a quanto successo 40 anni fa, oggi il reattore viene progettato per spegnersi e raffreddarsi da solo in caso di surriscaldamento o di guasto elettrico. Dal punto di vista tecnico vengono sfruttate la forza di gravità, per far cadere le barre di controllo che bloccano la reazione e la circolazione naturale dell’acqua e dell’aria per dissipare il calore. La sintesi è molto chiara: è molto improbabile che ci sia una nuova Chernobyl.

Il presente con la fissione, il futuro con la fusione

Spesso però si parla di nucleare come se fosse un unico pacchetto, in realtà c’è una distinzione fondamentale da fare. La differenza sta nell’atomo, nel modo in cui gli viene estratta l’energia e nella velocità in cui queste soluzioni possono aiutare le istituzioni a raggiungere il livello di autonomia energetica. Ecco le due strade:

  • Fissione nucleare. L’attuale tecnologia che divide gli atomi per sprigionare calore. La vera novità del 2026 però non sono le grandi strutture del passato, ma gli SMR (Small Modular Reactors), spesso integrati con tecnologie del nucleare di quarta generazione. Un cambio di passo notevole: piccoli, modulari e costruiti in serie in fabbrica, possono essere fabbricati in soli 3/4 anni. La loro peculiarità che li rende estremamente efficienti è la flessibilità, possono essere distribuiti vicino ai grandi poli industriali (acciaierie, aziende chimiche) per fornire energia e calore in modo diretto.
  • Fusione nucleare. È l’orizzonte della sovranità energetica. La fusione fa l’esatto opposto della fissione: unisce nuclei di idrogeno per formare elio, replicando il processo che alimenta il sole. A differenza anche dei più moderni reattori a fissione, nella fusione non esiste la possibilità di una reazione a catena incontrollata. Se qualcosa si dovesse guastare, la reazione si spegnerebbe immediatamente. In più non produce scorie radioattive, ma piccoli rifiuti. L’Italia sta puntando come protagonista sulla fusione con il progetto DTT (Divertor Tokamak Test) di Frascati, dove si stanno sviluppando le componenti chiave per gestire le temperature estreme della fusione. L’obiettivo è avere la tecnologia della fusione pronta tra 20 anni, abbandonando così i combustibili fossili.  
Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Più gas per produrre energia? Bollette salate e squilibrio con le vicine Francia e Svizzera

Il tema del nucleare è tornato in auge spinto soprattutto da un sentimento di necessità economica visto il contesto storico attuale. I dati del primo trimestre del 2026 sul Prezzo Unico Nazionale (PUN) indicano uno squilibrio massiccio tra l’Italia e le confinanti Francia e Svizzera. In Italia la dipendenza del gas mantiene i prezzi all’ingrosso tra i 128 e i 138 euro/MWh, in Francia e Svizzera le tariffe sono più basse (Francia -50% e Svizzera -20%) rispetto alle nostre visto che hanno le centrali nucleari. Questo divario esiste perché utilizziamo molto più gas per produrre energia. Francia, Svizzera e in generale tutti i Paesi che hanno il nucleare, invece, usano il gas solo in minima parte: per questo la loro energia costa molto meno e i loro prezzi sono più stabili.

La grande contraddizione

E qui c’è il paradosso. L’Italia, pur avendo rinunciato alla produzione nazionale con i referendum del 1987 e del 2011, è circondata dalle centrali straniere. Oltre 10 centrali attive oltralpe, in Francia, Svizzera e Slovenia. Alcune centrali, come quella di Bugey in Francia o quella di Krško in Slovenia, sono a poco più di 100 km dal suolo italiano. Secondo le previsioni del Politecnico di Milano e di RSE, l’integrazione di una parte di energia nucleare nel mix energetico italiano permetterebbe un risparmio di circa 400 miliardi di euro entro il 2050. I punti fondamentali dello studio sono due: minore necessità di investire in costosi sistemi di accumulo e minore consumo di suolo comparato a un modello basato solo sulle rinnovabili. Una stabilizzazione che porterebbe a ridurre di oltre il 20% il costo medio di produzione dell’energia e che garantirebbe una maggiore competitività strutturale alle industrie italiane.

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