
Transizione energetica, l’UE apre alla flessibilità: per l’Italia fino a 14 miliardi
La risposta alla lettera inviata dal presidente Giorgia Meloni il 17 maggio alla Commissione Europea non è arrivata esattamente nella modalità che il premier sperava. Invece di una risposta formale è arrivata all’interno della presentazione del Semestre europeo della Commissione.
Il contenuto della richiesta
Giorgia Meloni proponeva di estendere temporaneamente la National Escape Clause, clausola prevista per le spese sulla difesa, anche agli investimenti e alle misure necessarie adottate per far fronte alla crisi energetica. La clausola prevede che i paesi membri possono sforare i limiti per la spesa militare/difesa fino a un massimo dell’1,5% del PIL, fino al 2028.
“Non possiamo giustificare agli occhi dei nostri cittadini che l’Ue consente flessibilità finanziaria per sicurezza e difesa strettamente intese e non per difendere famiglie, lavoratori e imprese da una nuova emergenza energetica”, sottolinea Meloni. Aggiunge, poi, che la sicurezza dell’Europa non si misura soltanto nella capacità militare ma anche nella possibilità per le imprese di continuare a produrre, per le famiglie di sostenere i costi energetici e per gli Stati di garantire stabilità economica. Un altro punto toccato dal premier è quello del programma Safe (Security Action for Europe), il piano da 150 miliardi di euro adottato dall’UE a maggio 2025 per finanziare gli investimenti nella difesa tramite prestiti comuni a lungo termine. Senza un cambio di approccio da parte dell’UE, per l’Italia sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma alle condizioni attualmente previste, soprattutto considerando che si tratta di debito da restituire, non di fondi a fondo perduto.
La risposta dell’UE: sì, ma…
La Commissione europea concede una deroga al Patto di Stabilità per le misure e le spese, non tutte, relative alla crisi energetica. Lo sforamento dei vincoli non potrà essere utilizzato per le risorse destinate ai sussidi, ma sono per accelerare la transizione energetica. All’interno della clausola per la salvaguardia della difesa nazionale, si concederebbe uno spazio fiscale aggiuntivo per gli investimenti che rafforzano il sistema energetico europeo e che accelerano la decarbonizzazione pari a un massimo dello 0,6% del PIL per il triennio 2026-2028 e un massimo dello 0,3% del PIL annuo.
I paesi che hanno già attivato la clausola per la difesa fino all’1,5% potranno aggiungere una flessibilità dello 0,3% per l’energia. Per l’Italia il discorso è diverso, perché lo 0,6% si tradurrebbe in circa 13,5/14 miliardi di euro complessivi. Però, vista la non attivazione della clausola, il margine annuo scende a un massimo di 6,5/7 miliardi di euro (lo 0,3% dentro l’1,5% totale disponibile).
Uno squilibrio competitivo
Il ministro dell’Economia Giorgetti, in più occasioni, ha chiesto la flessibilità per l’energia in nome della sicurezza economica. Ha parlato di uno squilibrio competitivo tra i paesi, perché alcuni hanno spazio di bilancio molto ampio e possono aiutare le imprese con sussidi statali, altri invece, come l’Italia, hanno poco margine di manovra. Secondo le previsioni macro di primavera della Commissione, l’anno prossimo l’Italia registrerà il debito pubblico in rapporto al PIL più alto di tutta l’Unione Europea.
A oggi si ritiene soddisfatto perché “la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo – prosegue Giorgetti – il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche degli indicatori contenuti nelle raccomandazioni della commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana“.





