
L’Italia riparte dalle infrastrutture, ma il conto del dopo PNRR è da 200 miliardi
Il PNRR ha funzionato da acceleratore, non da punto di arrivo. È questa la lettura che emerge incrociando gli ultimi dati sugli investimenti infrastrutturali italiani, proprio mentre il piano europeo si avvia all’esaurimento delle sue risorse straordinarie. La domanda di fondo è tanto semplice quanto scomoda: riuscirà l’Italia a colmare il suo gap infrastrutturale dopo che la spinta eccezionale del Recovery Fund si sarà esaurita?
Duecento miliardi, e potrebbero non bastare
I numeri portati di recente agli Stati Generali dei Trasporti e della Logistica restituiscono la misura del problema. Negli ultimi quindici anni l’Italia ha investito in trasporti e logistica 340 miliardi di euro, di cui ben 150 maturati nel solo periodo post Covid, tra il 2021 e il 2025, grazie alla spinta del PNRR. Un’accelerazione che meriterebbe ulteriore benzina: nei prossimi quindici anni serviranno altri 550 miliardi, un terzo di quanto richiesto complessivamente dalle infrastrutture italiane, il cui fabbisogno oscilla tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di euro. Cifre che fotografano quanto la pressione sulla domanda di mobilità sia cresciuta nell’ultimo quarto di secolo: in Europa la domanda aerea è praticamente raddoppiata e quella ferroviaria è aumentata di 1,5 volte, a fronte di uno stock di aeroporti e binari rimasto sostanzialmente stabile.
Il paradosso degli appalti, più bandi ma meno aggiudicazioni
Sul terreno dell’esecuzione concreta emergono però segnali meno rassicuranti. Uno studio dello Strategic Investment Lab di Sda Bocconi, erede del PNRRLab, racconta una storia di luci e ombre. Tra il 2021 e il 2025 il mercato degli appalti pubblici italiani è cresciuto del 65%, passando da 216 a 356,6 miliardi di euro banditi al netto delle gare annullate. Ma a fronte di questo massimo storico, la quota effettivamente aggiudicata nel 2025 si è fermata ad appena il 30%, contro un tasso di conversione che nel biennio precedente viaggiava attorno al 55. Un rallentamento vistoso, che secondo Sda Bocconi rischia di ridurre in maniera significativa l’ammontare degli investimenti pubblici nel paese una volta esaurito il PNRR. Parallelamente si è ridotta anche la spinta dei capitali privati, con l’incidenza del partenariato pubblico-privato scivolata dal 10 al 4% del mercato complessivo.
Il nodo logistico e il fronte della difesa europea
Sul fronte della logistica, l’Italia ha messo a segno risultati di rilievo: i porti hanno movimentato nel 2025 oltre 510 milioni di tonnellate di merci, con traffico container in crescita di oltre il 7 per cento, primato nello shipping a corto raggio davanti a Paesi Bassi e Germania secondo Assoporti e Srm. Quello che scarseggia è l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto: solo il 12 per cento dei container italiani viaggia su ferro, contro un obiettivo europeo del 30. Per le aziende il costo dell’imprevedibilità logistica finisce per superare il costo stesso del trasporto.
C’è poi un fronte meno raccontato ma che si affaccia con forza nell’agenda infrastrutturale: la duplice valenza civile e militare delle reti di trasporto. Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha messo a tema la necessità di una rete capace di far muovere rapidamente truppe e mezzi militari da un capo all’altro del continente, attraverso il regolamento Ue 2021/138, che impone standard precisi per le linee dual use. Il Nord Italia si sta attrezzando, con linee come la Firenze-Pisa e la Udine-Cervignano già adeguate alle manovre di treni lunghi 740 metri, lo standard richiesto per i convogli militari. Il Mezzogiorno resta indietro: Bari e Taranto, basi logistiche strategiche tra i corridoi Baltico-Adriatico e Scandinavo-Mediterraneo, non sarebbero in grado di accogliere quei treni nemmeno con i rinforzi necessari, secondo fonti di Ferrovie dello Stato, che per l’adeguamento completo dei nodi pugliesi indica come orizzonte temporale il 2040.
Un esame di maturità
Il mercato italiano delle infrastrutture si appresta a vivere un vero esame di maturità. Da un lato il PNRR ha smosso risorse senza precedenti, spingendo verso l’alto la scala dei progetti. Dall’altro, questa onda alta e improvvisa di appalti ha fatto emergere una difficoltà di assorbimento da parte del sistema industriale, con i capitali privati chiamati a compensare il progressivo esaurimento delle metriche straordinarie di finanziamento legate al piano europeo. Sarà importante predisporre forme di partnership tra pubblico e privato che consentano di sostenere gli investimenti necessari per la competitività del sistema paese, pianificando su valore e rischio e usando la sostenibilità come leva per attrarre finanziamenti alternativi: più che un’opzione, sembra l’unica strada per non disperdere l’eredità del PNRR nella fase che si apre adesso.








