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USA, ufficiali i dazi del 10% e del 12,5% sulle merci importate
© Imagoeconomica
24 Luglio 2026

USA, ufficiali i dazi del 10% e del 12,5% sulle merci importate

L’amministrazione Trump vara una nuova stretta commerciale con tariffe dal 10% al 12,5% su oltre 60 Paesi, colpendo oltre il 99% dell’import globale. La misura fa leva sul contrasto al lavoro forzato per superare i freni della Corte Suprema, ma accende durissime proteste da Pechino all’Europa.

Gli USA aprono un nuovo e complesso capitolo nella loro politica commerciale e confermano una linea d’azione protezionistica. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha ufficializzato l’entrata in vigore di una nuova ondata di dazi su vasta scala che andranno a colpire le merci importate con aliquote comprese tra il 10% e il 12,5%. La misura, presentata dettagliatamente dall’ufficio del Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (USTR) guidato da Jamieson Greer, riguarda direttamente oltre 60 Paesi partner e arriva a coprire quasi la totalità dell’import americano, toccando una quota vicina al 99,4% delle merci complessive che entrano sul mercato statunitense.

I requisiti per rientrare nella fascia del 10%

La novità strutturale più rilevante di questo provvedimento sta nella motivazione formale adottata dalla Casa Bianca, che ha deciso di fare leva in modo esplicito sulla tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori e sulla lotta al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali. Per concretizzare questo principio, gli Stati Uniti hanno introdotto un meccanismo tariffario a due velocità pensato per incentivare i singoli Stati ad allinearsi agli standard richiesti. In base a questo schema, i Paesi che riescono a dimostrare di possedere normative rigorose e strumenti efficaci contro il lavoro forzato beneficiano della tariffa base ridotta al 10%. Al contrario, per le nazioni ritenute non conformi o carenti sotto il profilo legislativo, l’aliquota sale automaticamente al 12,5%. In questo quadro, l’India è riuscita ad assicurarsi l’applicazione del dazio minimo del 10% in virtù delle recenti riforme approvate per la tutela dei lavoratori, pur rimanendo sotto l’attento e costante monitoraggio di Washington.

Il Trade Act del 1974

L’avvio formale di questo nuovo assetto doganale arriva in un momento preciso, ovvero in concomitanza con la scadenza delle tariffe provvisorie al 10% che erano state varate dallo stesso Trump nel mese di febbraio. Quel provvedimento temporaneo si era reso necessario per tamponare la situazione a seguito del fermo arrivato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che aveva annullato i precedenti decreti d’urgenza emessi dalla Casa Bianca. Per evitare l’ennesimo scontro giudiziario nei tribunali americani ed eliminare il rischio di nuove bocciature, l’amministrazione statunitense ha scelto questa volta di radicare l’intero impianto sulla sezione 301 del Trade Act del 1974: uno strumento legislativo storicamente consolidato, che attribuisce al presidente poteri ampi e strutturati per sanzionare a tempo indeterminato i comportamenti commerciali esteri ritenuti scorretti o lesivi per gli interessi nazionali.

Nonostante l’ampiezza dell’intervento, il piano varato dall’USTR prevede un articolato sistema di esenzioni pensato per prevenire shock sui prezzi interni e tutelare le filiere strategiche americane. Rimangono infatti escluse dai dazi tutte quelle categorie di prodotti di consumo che non vengono fabbricate all’interno dei confini statunitensi, oltre ai beni energetici di primario interesse come il petrolio greggio ed il gas naturale, e ai fertilizzanti destinati al comparto agricolo. Un discorso a parte riguarda i settori industriali pesanti come l’acciaio, l’alluminio e l’intera filiera dell’automobile comprensiva di componenti e ricambi: questi comparti non sono stati toccati da questo specifico provvedimento semplicemente perché continuano ad essere sottoposti ai dazi speciali già stabiliti e attivi in precedenza per ragioni di sicurezza nazionale.

Le reazioni degli altri Paesi, grosso disappunto da Pechino

L’impositione delle nuove tariffe ha scatenato un’immediata reazione di sdegno e preoccupazione in diverse capitali estere, alimentando i timori di una nuova escalation protezionistica su scala globale. La Cina, inserita tra i bersagli principali delle misure al pari di storici alleati americani come l’Unione Europea, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud, il Canada ed il Brasile, ha espresso una ferma condanna tramite il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, e ha ribadito con decisione che le guerre commerciali sono dannose per tutti e non producono mai vincitori: “Ci opponiamo a tutte le forme di misure tariffarie unilaterali”. Se da un lato il Brasile ha definito le misure doganali ingiuste e penalizzanti, il Messico ha cercato di rassicurare i propri esportatori ricordando che circa l’85% delle vendite dirette negli USA rimane comunque schermato grazie alle clausole di salvaguardia previste dall’accordo di libero scambio USMCA. Dall’Europa, infine, le istituzioni comunitarie hanno preso atto del ricorso alla Sezione 301 chiedendo al governo americano di mantenere aperto il canale del confronto politico per scongiurare gravi contraccolpi sul commercio transatlantico.

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