
Legge elettorale, via libera definitivo della Camera con 227 sì
L’Aula di Montecitorio ha dato oggi il via libera definitivo al testo della nuova legge elettorale con 227 voti favorevoli nella votazione a scrutinio segreto che si è svolta dopo le dichiarazioni di voto dei gruppi iniziate in mattinata. La riforma era stata approvata in prima lettura dalla Camera il 16 luglio con 217 sì e poi dal Senato il 15 settembre con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Lo scrutinio segreto, consentito dal regolamento della Camera per le leggi elettorali, era il passaggio più temuto dalla maggioranza, perché proprio un voto segreto a luglio aveva fatto cadere l’emendamento sulle preferenze, bocciato grazie ai voti di diversi franchi tiratori. Questa volta il centrodestra ha tenuto, con numeri in linea con quelli delle tre fiducie dei giorni scorsi, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni supera così il passaggio a cui aveva legato la tenuta del suo governo.
Premio di maggioranza e preferenze
Il nuovo sistema è un proporzionale con premio di governabilità, che supera il Rosatellum abolendo i collegi uninominali. Alla coalizione o alla lista che arriva prima superando il 42% dei voti vanno 70 deputati e 35 senatori in più, con un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Se nessuno raggiunge la soglia, i seggi vengono distribuiti in modo proporzionale. Restano gli sbarramenti attuali, il 3% per le liste e il 10% per le coalizioni, con il ripescaggio della prima lista coalizzata rimasta sotto il 3%. Il testo modificato al Senato reintroduce in parte le preferenze. In ogni collegio plurinominale le liste presentano un capolista bloccato e sei candidati da votare, con la possibilità di esprimere fino a tre preferenze alternando i generi. Ogni lista o coalizione dovrà inoltre indicare nel programma depositato al Viminale il proprio candidato alla guida del governo, un’indicazione che la legge qualifica come non vincolante per le prerogative del presidente della Repubblica.
Capilista bloccati e rappresentanza di genere
Nei 49 collegi plurinominali della Camera e nei 26 del Senato ogni lista presenta un capolista bloccato, scelto dal partito e non votabile con le preferenze, che è il primo a essere eletto se la lista conquista almeno un seggio nel collegio. Seguono sei candidati in ordine alternato di genere, tra i quali l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, indicando candidati di entrambi i sessi. Le preferenze contano quindi soltanto dal secondo seggio in poi, un’eventualità che riguarderà soprattutto i partiti maggiori. Proprio questo meccanismo è al centro delle critiche sulla rappresentanza femminile. La regola del 60 e 40 tra i generi vale solo per il listone del premio di maggioranza, mentre non è prevista alcuna alternanza tra i capilista, cioè tra i candidati con più probabilità di essere eletti. Secondo le proiezioni circolate in Parlamento la quota di donne, oggi pari a circa un terzo degli eletti, potrebbe ridursi in modo consistente, ed è su questo punto che una lettera promossa dalla deputata di Azione Elena Bonetti ha raccolto le firme di parlamentari di quasi tutti i gruppi, anche di maggioranza.
Le fiducie e lo scontro in Aula
Per evitare sorprese sugli articoli modificati a Palazzo Madama, il governo aveva posto la questione di fiducia sui primi tre, votati per appello nominale tra martedì e mercoledì con 226, 227 e 228 voti favorevoli, mentre l’articolo 8 sul voto dei fuorisede, che potranno votare nel luogo di domicilio, era passato con una votazione ordinaria. Il voto finale però non poteva essere blindato e le opposizioni avevano chiesto alla presidenza di garantirne la piena segretezza. “L’impianto della legge è solido, non abbiamo timori”, aveva detto alla vigilia il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. Nelle dichiarazioni di voto la segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato la maggioranza di aver cambiato le regole “per paura di perdere”, mentre Riccardo Magi, segretario di +Europa, in sciopero della fame contro l’aumento da 1.500 a 6.000 delle firme richieste per collegio ai partiti senza rappresentanza parlamentare, ha definito la fiducia “un ricatto palese”.
Il nodo della soglia e la strada verso la Consulta
Le critiche alla riforma si concentrano sulla soglia del 42%, che secondo i sondaggi più recenti potrebbe non essere raggiunta da nessuno dei due schieramenti, aprendo la strada a un parlamento senza una maggioranza chiara. Contestato anche il meccanismo del listone nazionale unico da cui vengono eletti i parlamentari del premio, che secondo i critici mal si concilia con l’elezione del Senato su base regionale prevista dall’articolo 57 della Costituzione. La Rete contro la riforma, coordinata dall’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria, ha fatto sapere che i ricorsi sono “in via di redazione”, e una pronuncia della Corte costituzionale potrebbe arrivare non prima di febbraio. Con il voto di oggi la legge passa alla promulgazione del capo dello Stato e diventerà il sistema con cui si voterà alle prossime elezioni politiche, previste nel 2027.


