
Roma si finanzia meglio di Parigi, ma nel nuovo ordine mondiale rischia di restare in disparte
Fare il punto nave significa incrociare almeno rilevamenti finché le linee si incontrano. Uno solo è ingannevole e due non bastano, ne servono tre per tracciare una rotta. Quelli che seguono partono da luoghi lontani, Bretton Woods, il mercato dei titoli di Stato e la Silicon Valley, ma convergono sullo stesso punto e, mentre siamo in mare aperto, possono aiutarci a capire che direzione prendere.
Primo rilevamento: prima il capitale, poi i seggi
C’è una coincidenza di date che vale più di un trattato. La SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) nasce nel 1944, nello stesso anno di Bretton Woods. Quell’estate il nuovo ordine fu disegnato prima nelle istituzioni finanziarie, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, e solo l’anno dopo, a San Francisco, nelle Nazioni Unite. Ottantadue anni dopo il mondo si ridisegna nello stesso ordine: prima il denaro, poi le istituzioni. Le medie potenze l’hanno capito. Non chiedono un seggio in più a un tavolo che non si riforma: ne apparecchiano un altro e lo capitalizzano.
Il Canada risponde alla frattura con un fondo sovrano, una banca per la difesa, costruita mettendo in comune il merito di credito, e una riserva di minerali critici aperta agli alleati. I BRICS, archiviato il sogno della moneta comune, lavorano sull’idraulica meno visibile e più durevole: regolamenti in valute nazionali, dogane comuni, arbitrati armonizzati. L’indiano Modi lo ha detto con una formula da ricordare: il sistema attuale è una piramide di privilegi e va trasformato in una piattaforma di partecipazione. La sterlina, del resto, non fu detronizzata da un annuncio, ma da decenni di pagamenti spostati altrove.
Intanto, il 7 ottobre, il Segretario di Stato Rubio celebrava sull’Acropoli le Termopili e “il capitano che affonda con la sua nave”. Due giorni dopo Washington allentava le sanzioni sul gasolio russo e, secondo fonti europee, faceva capire a Kiev che le armi non sono un diritto acquisito. La Grecia, però, ci ha lasciato anche un testo meno adatto ai discorsi: il dialogo dei Melii di Tucidide: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. La risposta delle medie potenze a Melo è antica quanto la vela: il convoglio. Navi che da sole sarebbero preda insieme diventano un problema per il corsaro.
Secondo rilevamento: il vincolo
Il termine bond come in questi giorni ricordava il Wall Street Journal, deriva dalla stessa radice di band: legame, catena, ceppo. Shakespeare lo sapeva. Nel Mercante di Venezia Antonio, ricco mercante, chiede in prestito tremila ducati all’usuraio Shylock per aiutare un amico. Shylock accetta senza interessi, ma pretende un single bond firmato davanti al notaio: se il debito non sarà restituito entro tre mesi, potrà esigere una libbra di carne da Antonio. Le navi di Antonio non tornano in porto, la scadenza passa e Shylock si presenta in tribunale con il contratto in mano. Un’obbligazione è questo: un vincolo che il debitore accetta nei giorni sereni e che il creditore, quando il mare si fa grosso, ha il diritto di far valere.
In queste settimane il vincolo ha stretto Parigi. Il decennale francese ha toccato i massimi dal 2002 e il divario con la Germania ha raggiunto i livelli del 2011. È bastato evocare a un comizio la cancellazione del debito detenuto dalla BCE perché anni di deficit e di stallo parlamentare presentassero il conto. Il dettaglio a cui un lettore italiano fatica a credere è un altro: oggi la Repubblica italiana si finanzia a dieci anni a un tasso inferiore a quello della Repubblica francese. I “cattivi” del 2011 sono diventati, almeno sul listino, i più ordinati della classe. Il debito italiano resta altissimo, ma ha smesso di crescere rispetto al prodotto interno, ed è questo che il mercato osserva. Chi c’era ricorda bene il 23 ottobre 2011: a Bruxelles un giornalista chiese a Merkel e Sarkozy se si fidassero delle promesse italiane, e i due si scambiarono un sorrisetto che fece il giro del mondo. In Azimut rispondemmo come sa rispondere chi fa il nostro mestiere. Mettemmo quella fotografia su una pagina dei giornali, la intitolammo “Ride bene chi ride ultimo” e creammo un fondo investito interamente in titoli di Stato italiani, proprio quando comprarli sembrava più un atto di fede che di finanza. Chi ebbe il coraggio di crederci, in poco tempo, ebbe ragione. Quindici anni dopo, la battuta ha ancora i conti a suo favore.
Non c’è da brindare. Quando il vento gira, i mercati hanno un riflesso che un gestore francese ha definito, con onestà, quasi pavloviano: vendono tutto ciò che somiglia al 2011, compresi i debitori che nel frattempo hanno fatto i compiti. Il segnale strutturale, però, c’è ed è coerente con il primo rilevamento. Al tavolo del credito non si siede per diritto storico, ma per come si tengono i conti. Chi perde il controllo del proprio bilancio finisce nel menu, e a scegliere la portata è chi presta. Qui l’ironia diventa amara. Il mercato mette l’Italia davanti alla Francia, ma nei formati in cui l’ordine sommerso prende forma l’Italia manca. Non è tra i soci fondatori della banca canadese per la difesa, dove siede il Lussemburgo; l’accordo commerciale con il Canada, in vigore da quasi un decennio, attende ancora la nostra ratifica; l’invito sui minerali critici è sul tavolo e non è stato raccolto. Abbiamo il risparmio, la manifattura, il Mediterraneo. Ci manca l’abitudine di sederci.
Terzo rilevamento: la nuova bandiera
Alla SIOI il giornalista Emanuele Rossi ha colto il punto: la scelta tra la filiera tecnologica americana e quella cinese è diventata il vero criterio di allineamento, più delle alleanze militari. Washington offre accesso ai chip e ai modelli; Pechino offre modelli aperti a una frazione del prezzo, e a Roma un gestore indiano raccontava che molte start-up californiane li usano già. Il rischio geopolitico si misura sempre meno lungo i confini e sempre più lungo la catena del silicio. C’è però una domanda che i mercati, ipnotizzati, faticano a porsi. Stamattina la mettevo in fila per me. Immaginate la linea del tempo dell’umanità: per il 99% non succede quasi nulla. Un contadino egizio catapultato nel Medioevo avrebbe trovato lo stesso aratro, la stessa candela, la stessa lettera affidata a un messaggero. Poi, alla fine del Settecento, arriva il vapore e la linea esplode verso l’alto. Ogni salto prometteva la stessa cosa: liberarci. Nel 1930 Keynes scriveva ai propri nipoti che, entro un secolo, sarebbero bastate quindici ore di lavoro a settimana; il secolo scade fra quattro anni. Da noi, nel 1997, il governo Prodi provò ad anticipare la profezia per decreto, promettendo a Bertinotti le 35 ore: la legge restò nel cassetto e la profezia con essa. Sì, ma a quale prezzo?
L’America cresce, ma senza la spesa per i data center crescerebbe ben poco e, secondo i conti di Krugman, migliaia di miliardi investiti in quei capannoni creano meno posti di lavoro di una cittadina di provincia. Federico Fubini, di ritorno dalla Silicon Valley, ha chiuso con Tacito: “Fanno il deserto e lo chiamano produttività”. Abbiamo tutto per essere liberi e non siamo mai stati così impegnati a gestire gli strumenti della nostra libertà. Anche questo è un menu, e l’utente, per una volta, non è il commensale.
Il punto nave
Tre rilevamenti, una sola posizione. L’ordine che si sta formando non si annuncia nei vertici: si apparecchia con il capitale, si garantisce con i conti in ordine, si collega con la tecnologia. Chi porta al tavolo una di queste tre cose ha un coperto; chi non porta nulla compare nell’elenco delle portate. Il 25 ottobre il Brasile sceglie tra Lula e Flávio Bolsonaro, cioè, in fondo, tra due modi di sedersi al tavolo di Washington. Dire come finirà non è compito di questa analisi. Il compito del navigante è sapere dove si trova quando le stelle si coprono. E l’Italia, per una volta, si trova in una posizione insolita: il mercato le ha avvicinato la sedia alla tavola. Sarebbe un peccato restare in piedi a leggere il menù.



