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24 Settembre 2026

Nucleare, la speranza è tornata. Ma il contatore parte ora

Approvata la legge delega che riapre la strada all’atomo. Una mossa necessaria contro il caro-bollette, ma il primo kWh è lontano

C’è una data che da oggi entra nei manuali di storia: dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Con il via libera definitivo del Senato (81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti) al disegno di legge con la delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile si apre una nuova era per il nostro Paese. Dimenticatevi il nucleare anni ’70 perché questo provvedimento punta su reattori modulari di piccola taglia (SMR) e reattori avanzati modulari (AMR).

Sulla carta, è una svolta storica ma nella realtà, quella delle bollette per intenderci, è ancora una speranza. E di speranza ne abbiamo bisogno. L’Italia paga l’energia molto più dei partner europei. Le imprese energivore chiudono o delocalizzano. Le famiglie scelgono tra riscaldamento e spesa. Sul fronte trasporti, la scommessa tutta ideologica sui biocarburanti allo stato attuale si è rivelata costosa, poco scalabile e con filiere che non reggono. Il diesel e la benzina restano alle stelle. In questo quadro, continuare a pensare di decarbonizzare solo con eolico e fotovoltaico intermittenti, senza una base stabile, è un’illusione.

Il nucleare di nuova generazione quella base può darla. Continuo, programmabile, a basse emissioni. Non è la bacchetta magica, ma è l’unica infrastruttura energetica in grado di tenere insieme tre cose: sicurezza nazionale, competitività e decarbonizzazione.

Ma la strada è ancora lunga perché questo voto è solo l’inizio di un lungo percorso ad ostacoli e non accende nessun reattore. Avvia un processo normativamente lunghissimo. La legge delega prevede che il Governo adotti i decreti attuativi entro la fine del 2026. Il primo vero passò sarà riscrivere tutto: l’Autorità di Sicurezza Nucleare, le regole per l’individuazione dei siti, il sistema di autorizzazioni, la gestione dei rifiuti con Sogin, la responsabilità civile, la formazione di tecnici e ingegneri che non formiamo più da 40 anni, la ricostruzione di una filiera industriale.

Il Ministro Pichetto Fratin lo ha detto chiaramente: i primi reattori, se tutto va bene, arriveranno nel 2033-34. Se tutto va bene. Ed è qui che arriva il primo vero ostacolo e questo chi conosce le infrastrutture in Italia lo sa bene: valutazioni di impatto ambientale, ricorsi al TAR, sindrome NIMBY, cambi di governo che rimettono tutto in discussione. La storia della Tav, del Ponte sullo Stretto, dei rigassificatori insegna. Un conto è approvare una legge delega, un conto è colare il primo metro cubo di calcestruzzo nucleare.

Se tutto dovesse andare come da cronoprogramma ci vorranno almeno 7-8 anni per vedere un cantiere SMR aperto. Almeno 10 per un chilowattora immesso in rete. Ecco perché l’editoriale di oggi non può essere solo celebrativo. Deve essere un richiamo alla responsabilità. Se si è deciso di tornare al nucleare, non possiamo permetterci di farlo all’italiana: annunci, convegni, poi dieci anni di palleggiamenti tra ministeri.

Questa legge è una mossa importante. Forse la più importante di politica industriale degli ultimi vent’anni. Ma da sola non scalda una casa e non fa ripartire un forno di un’acciaieria. La speranza è tornata. Ora serve la cosa che in Italia ci riesce più difficile: trasformarla in un cantiere che apre, lavora e chiude nei tempi previsti. Altrimenti, anche questa volta, avremo solo comprato un altro bellissimo progetto sulla carta, mentre continuiamo a pagare l’energia più cara d’Europa.

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